2.05.2005
Amnistia
Ciò che è accaduto negli anni settanta, a fronte di nomi che ritornano come gl’incubi, merita una nuova riflessione, legata all’aministia. Il fatto che un ingegnere che fa come mestiere il ministro della giustizia si permetta di parlare d’amnistia citando Izzo è semplicemente vomitevole.
Se scrivo di Izzo lo faccio con una forza, una convinzione: dobbiamo chiudere questa stagione,
la dobbiamo chiudere con un’amnistia che sappia distinguere tra la politica
e la ferocia criminale, tra la violenza dell’epoca e la violenza senza limite.
Noi, tutti, senza parte alcuna, anche senza parlare dalla nostra ‘parte politica’,
dobbiamo avere la forza di regolare, oggi, i conti con il nostro passato.
Vorrei dire che tutti quanti dovremmo lanciare un appello per chiedere,
con più forza, con grande forza, l’amnistia per i reati politici degli anni ’70.
Oggi, ancor più che prima, proprio quando sappiamo che la violenza si può
confondere con la certezza della trasformazione, con la violenza della ripetizione,
proprio quando tutto si mostra in-umano, nel suo senso estremo, impossibile da accettare,
noi dobbiamo pensare altro.
Dobbiamo, nello stesso tempo, riconoscere l’inumano, i suo nomi, come la forza del rifiuto.
E fare, davvero, altro.
Dobbiamo pensare e fare risuonare la differenza. La nostra capacità di distinguere.
Lì, esattamente dove il male si ripete, è la nostra ‘ragione’ a dover dare spiegazioni.
A dover ‘dire’. A ‘saper’ dire.
Proprio nel cuore del male assoluto, senza giustificazione, dove anche la ragione tace,
lì è lo scandalo della forza dell’esistenza.
Lo scacco ed il rilancio.
Dove, nel più grande buio, la ragione umana, singolarmente, non sa dire, non sa dare,
noi dobbiamo sapere dire in-comune, dobbiamo saper fare della politica ‘una politica’.
Dunque: una forza. Una forza in-comune.
Vorrei dire, con grande forza, che tutti coloro i quali sanno scrivere e scrivono
i loro appelli, quelle stesse e quegli stessi che io ho criticato, per quanto mi riguarda,
su questo fronte, sono chiamati a sapersi dire, giocare, a sapere forzare dove la politica pare cieca,
dove la politica sembra muta, dove la parola può ‘fare’.
Vorrei dire che, per quanto mi riguarda, da adesso, poichè il male si è ripetuto,
dire di un’amnistia risponde, oggi più che prima, ad un gesto di giustizia.
E di distinzione.
Proprio adesso, proprio ora, senza paura noi ‘pretendiamo’ l’amnistia.
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