30.03.2005
Sul comunismo (2)
Il termine ‘comunismo’, in se stesso, non reinvia a nulla. Questo termine, che per decenni è stato lo spettro di ¾ del mondo, questo termine, oggi, non ha corpo. Esattamente come attiene ad ogni spettro. Dire, pronunziare questo termine, oggi, significa nominare un’assenza e un’impossibilità. Solo grazie a questa impossibilità e a questa assenza, questo ‘nome’ può riuscire, può continuare a dire dell’ingiustizia dal lato dell’umano.
Questo nome dice e nomina l’indigenza e la forza degli indigenti. In questo senso, dire che il comunismo è una ‘promessa di tradimento’ è un gesto di verità. Ma, anche, un gesto di forza.
Perchè il ‘comunismo’, o quello che questa parola ha costituito, non nomina solo l’indigenza più assoluta. Ma la forza, tutta umana, di liberarsi da questa indigenza e la forza di ‘istituire’ un altro ‘ordine’. Solo, tutto, semplicemente, assolutamente umano.
Dire che ‘il comunismo è una ‘promessa di tradimento’ significa assumersi, fino in fondo, il basso commercio che il comunismo, come esperienza storica, ha praticato con il ‘potere’. Per rafforzarsi come ‘un potere’. Ancora, in questo senso, tutte le sillabe scritte da Trotskij in esilio costituiscono la maggiore testimonianza, la requisitoria necessaria di questo meretricio che il comunismo ha patteggiato con il potere, per diventare potere.
D’altro lato, questo termine, ancora oggi, reinvia ad un’indigenza, e, soprattutto, alla consapevolezza di questa indigenza – che mai, in nessuna esperienza umana, ha raggiunto questo grado di consapevolezza.
Parlare di ‘comunismo’, oggi, significa, innanzitutto, parlare di questo meretricio.E, insieme, dire l’ingiustizia, darle nome, e nominare, con tutta la forza di cui solo il comunismo è capace, i responsabili dell’ingiustizia e dello sfruttamento.
Parafrasando Derrida, si tratta di ‘esser giusti’ con il comunismo.
Così come si tratta di chiedere, domandare e attraversare lo scandalo a cui il comunismo non ha saputo sottrarsi.
E che, insieme, sa nominare.
(segue)
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