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    29.03.2005

    Salvezza che manca – a Walter Benjamin


    Né le differenze, sempre più marcate, tra teologie che si rifanno allo stesso ‘dio’, né la piccineria di una teologia da cortile, né le vanità, come nemmeno l’accondiscendenza, toccano i gangli di una ‘fine-pontificato’ epocale. La ‘messa in scena’ della morte di un pontefice, come mai sino ad ora era avvenuto, la fine del pontificato Wojtyla, fa riemergere, con l’asprezza necessaria, i fantasmi di una ‘chiesa’ senza ‘ecclesia’, di una chiesa con i suoi fedeli ma senza popolo, di una teologia con i suoi libri, i suoi riti, i suoi ruoli, ma senza più ‘parola di Dio’ che si faccia storia. Il punto focale su cui, dentro e fuori la Chiesa cattolica, maturano le più grandi incomprensioni, gli anatemi, i tradimenti e le vendette, è come il Cristo incontra ‘la’ storia. ‘Quale’ storia.
    La polarizzazione rappresentata da Küng-Messori è falsa e insieme vera. È vera, poiché la violenza dello scontro rinvia ad un’idea di ‘storia’ che molti delle attuali ‘teste d’uovo’ della gerarchia teologica vaticana hanno condiviso con Küng. A partire dal ‘Grande Inquisitore’. È vera poiché la distanza da ‘questo’ concetto di storia costituisce, oggi, la distanza tra la ‘chiesa’ e il Vaticano II. Quella distanza che, come bene scrive Küng, è il rifiuto dell’apertura della ‘chiesa’ al mondo. Ma, come altrettanto bene scrive Messori, non è l’assunzione indiscriminata della ‘modernità’ propria di una ‘riforma’ senza più riformati. Entrambi, senza accorgersene, parlano dello stesso problema: quello di una ‘teologia-politica’ che si incunea ben oltre le gerarchie ecclesiastiche romane, toccando lo stesso statuto contemporaneo delle chiese riformate. E’ falsa poichè lo statuto della ‘teologia-politica’ tocca, oggi, il concetto di ‘storia’ che entrambe le parti condividono incoscentemente (pur essendo Küng un teologo cattolico, ma, ovviamente non a caso, accusato di esposizione alla ‘riforma’).

    Il dispositivo ‘teologico-politico’ è quel dispositivo che fa della ‘storia’ lo spazio di lotta per l’affermazione di una primazia ‘divina’ tale che questa primazia possa, in virtù del suo richiamo a una dimensione ‘ultra-mondana’, rideterminare lo spazio di interpretazione della storia come storia della salvezza. Se la storia è una ‘storia della salvezza’, è a partire dall’interpretazione di ‘questa storia qui’ che si ridetermina lo spazio della storia come storia della salvezza. ‘Questa storia qui’ è lo statuto della ‘Chiesa di Cristo’ nel mondano. Secondo come questo statuto si dà, questa ‘storia della salvezza’ può essere interpretata. Entrambe le letture, quella di Messori come quella di Küng, si scontrano sulla definizione del rapporto della ‘ecclesia’ con il mondano. Si occupano, in fondo, del rapporto tra’ storia e salvezza’. Tra la ‘storia della salvezza’ e le ‘forme’ che questa storia deve darsi. In nessun caso c’è una rimessa in questione dello ‘statuto della storia’ per come il moderno l’ha pensato. Certo, è facile per Küng collocare questo pontificato nello spazio storico ‘dell’antimoderno’. Ma è, certamente, un’operazione ideologica, e solo per crearsi quello spazio necessario per reclamare a sé ‘la storia della salvezza’ come storia inscritta nel moderno. Altrettanto ideologica è l’operazione di Messori, che inscrive Küng nello spazio storico di una ‘riforma’ fallita sostanzialmente, come se le chiese evangeliche – ripeto: le chiese che si inspirano a Lutero e Calvino, le Chiese che rivendicano il ritorno alla lettura dell’Evangelo, e non solo questo – potessero essere misurate storicamente solamente per le chiese vuote e qualche battuta di qualche prelato frustrato, anche dentro la comunità riformata.

    Come scriveva Karl Barth, il centro rimane Cristo.

    E Cristo, nella forza della sua figura e della sua parola, parla della e dalla ‘sua’ storia.
    E, che questa parola la si voglia abbattere o la si voglia accogliere nell’esperienza della fede, questa parola, ancora oggi, pone il problema dello ‘scandalo della salvezza che non viene’, così come scrive Sergio Quinzio.

    Il ‘problema della salvezza’ è il problema dell’incontro della parola cristiana con la storia. È il problema della remissione dei peccati, tutti e sempre storici (almeno nel cristianesimo, non nello gnosticismo). È il problema della morte e della resurrezione di Cristo. Cioè, e per essere semplici e banali: è il problema della ‘croce’ nella storia.

    Questa ‘crux’ teologica, oggi, è gettata nella polvere della storia, del mondano, poiché, in ogni senso, ad ogni ‘storia della salvezza’, ad ogni interrogativo che viene da questa ‘storia’, viene sostituito, da un lato come dall’altro, quello di una ‘teologia-politica’ del mondano. Della ‘storia’ come architrave della ‘realizzazione’ di questa ‘storia della salvezza’.

    Tutto il moderno, nel suo fallimento, dimostra il contrario.
    Tutta la ‘teologia’ degna di questo nome, compresa la teologia anti-moderna, mostra il contrario.
    Gli gnostici dimostrano il contrario. Ed è per questo che ogni ‘chiesa’ ne ha paura.

    Il termine ‘storia’, oggi, se si offre alla presa di ogni ‘teologia-politica’, dall’altro conserva uno scarto fulminante, un resto non riassumibile.

    In questo senso, tutti i pontificati, tutte le politiche, così come le teologie-politiche, indistintamente, passano, mentre lo ‘scandalo’ della croce resta.
    Così come lo scandalo della predestinazione, di pari a quello della confessione, entrambi, di fronte la forza di ogni teologia-politica, diventano la ‘mimesis’ della storia.

    Sia i credenti che i non credenti dovrebbero fissare il loro sguardo sulla ‘storia che non c’è’: ‘Salvezza che manca’.

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    scritto da millepiani
    il 29.03.2005
    come una scheggia
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