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    23.03.2005

    Sulla misura della scrittura, o, se si vuole: ‘sulla comunità della scrittura’


    al ‘vecchio’, a Giacomo Macrì-
    che sempre mi accompagna, con la saggezza delle sue parole estreme

    Scrivere è sporgersi sul luogo altrui.
    Non esiste scrittura che, pure nel suo silenzio estremo, non si rivolga a qualcosa, qualcuno, a qualcuna. Anche nel momento stesso in cui essa si indirizza a se stessa.
    Nella scrittura più estrema, lo sporgersi della scrittura non avviene dal ‘dentro’ al ‘fuori’. Avviene, al contrario, se avviene, dal ‘fuori’ al ‘dentro’. E’ la scrittura di Bataille, Genet, di Sade. E’ la scrittura di Foucault. E’ Nietzsche. E’ la scrittura che ‘si scrive’ sul corpo stesso di chi scrive. E, prorio per questo, d’improvviso, smette di prendere a bersaglio, a motivo, la scrittura altrui, e decide di essere se stessa e di indirizzarsi dal fuori che essa stessa è. E’, in Italia, Pierpaolo Pasolini e Gadda.

    La ‘misura della scrittura’ non è la sua moderazione.
    La ‘misura della scrittura’ è il luogo che la scrittura, sempre più spesso, non riesce a trovare. E’ la debolezza dell’invettiva senza pazienza, è il mascheramento in attesa dell’assalto finale, è il silenzio prima del fuoco finale, lo pseudonimo per colpire meglio, il silenzio prima di colpire. E, proprio quando i congiurati, che non hanno nome, sono lì per sgozzare il ‘re’, o un ‘dio’ qualsiasi, si rivela per quello che è.

    Forse, è anche, semplicemente, un silenzio.
    L’anonimato.

    La ‘misura della scrittura’ è, semplicemente, tutto quello che solo pochi e solo poche, tra tutte le scritture che conosco, sanno praticare.
    Io, che non sono scrittore, ma che so della forza della scrittura.

    La ‘misura della scrittura’ è, oggi, sempre più spesso, ciò che manca a chi scrive.
    Me per primo.
    Anche se scrittore non lo sono.

    Ed è ciò che chi, se scrittore, scrittrice può essere, non vuole, non sa, non ha interesse a praticare.

    Non ha la tenerezza per distruggere.

    Perchè da questo ‘fuori’ si scrive con altri.
    E, nel paese che non ho, noi, la si chiama, senza paura, ‘comunità’.

    E la ‘comunità’ ha bisogno di bestemmie e tenerezza.

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    scritto da millepiani
    il 23.03.2005
    come un archivio di scritture
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