20.02.2005
Giuliana Sgrena, o: sul presente delle scritture
Ricevo da Gianfranco e pubblico. Senza autorizzazione…
“Interrogarsi politicamente, cioè interrogarsi, significa oggi guardare il volto dei singoli. Interrogarsi intorno ad un evento significa scandagliare la zona d’ombra posta dietro l’esempio, dietro il caso, scrutare questa zona d’ombra in cui la circostanza, in qualche modo, fuoriesce, spacca i propri margini. Cioè, il proprio presente. Il rischio, qui, il rischio proprio di questo tempo politico, è che questa necessità di frattura radicale del presente che l’evento consegna alla lettura, si costituisca come assunzione entro la nebulosa di un presente senz presente. Davanti alla frattura del presente, l’unico scampo, l’unica via di fuga sembra essere quella di una rappresentazione, di una ripetizione ad libitum del luogo di frattura. E, mi sembra, un’intensificazione, prodottasi in questi ultimi anni, della struttura propria dell’attesa nel tempo messianico. La ripetizione della frattura temporale. E’ questo ciò con cui le scritture devono oggi lottare. E’ quanto è in gioco. Ogni discorso di carattere politico, ogni discorso sul potere, non può, adesso, eludere questo punto cruciale. Una parola si usa a sproposito: salvare, ma non ne abbiamo altre, per dire questa cosa: Giuliana Sgrena deve essere trattenuta, riafferrata al di qua del tempo escatologico. Mandare al diavolo chi si proclama moderatamente ottimista non serve più, non è abbastanza. E’ sul presente, sul presente che attraversiamo, che occorre rovesciare le nostre scritture, il nostro sguardo. Il rapimento di Giuliana deve essere guardato: assumerlo nella ripetizione significa accelerare i tempi della morte, includere, nascosta, la volontà di questa accelerazione. Ho visto la sua testa piegarsi. E’ questa immagine quella più sconvolgente. Non ho sentito la sua voce. E’ la testa piegata l’immagine più sconvolgente. E’ davanti a questa immagine che occorre interrogarsi. Perché è qui che si insinua lo scarto, pericoloso, tra l’immagine del prigioniero, dei rapiti e delle rapite in questi mesi in Iraq, e l’immagine di quel prigioniero: qui è lo scarto della violenza, è qui che si inserisce il doppiopetto della ragion politica. Qui, dove la vita si fa figura di vita. Dove la vita viene rappresentata, viene messa in scena. Bisogna abbattere il caso: non ci sono casi. Il rapimento di Giuliana Sgrena sfugge, mette in crisi il sistema dei casi. La rapita Giuliana Sgrena può essere proprio il luogo in cui scardinare il vomitevole dispositivo, in azione da alcuni mesi, del rapito in Iraq da terroristi. E’ il luogo in cui l’evento accade alla luce del nome, del biografico. E’ quell’individuo, è Giuliana Sgrena, la giornalista resistente, ad essere prigioniera. Gli avvoltoi di bassa quota che sghignazzano tra i denti bisogna prenderli a colpi di carcasse, farli ammutolire, ingozzare con il loro stesso cibo. Davanti al riso, allo sputo sulla singolarità di Giuliana, occorre rovesciare proprio questa singolarità: esporla. Non vi è che singolarità. Non vi è che singolarità dell’immagine, singolarità del vivente, singolarità della voce, dell’appello. Del dolore. Della morte. L’appello, la voce di Giuliana, cade, sì, cade, con l’accento del presente. E’ questo l’accento che occorre serbare. Della voce di Giuliana non bisogna guardare il suo precipitare ‘nel presente’, o il suo precipitare ‘il presente’, ma la sua attinenza ‘con il presente’. La sua vita è legata a filo doppio ‘al presente’, ‘all’essere presente’. Il suo appello spacca questo presente, ne è crisi, in quanto lo mostra, lo rivela nella sua nudità, nella sua precarietà. Lo strappa al suo ‘farsi storia’: lo presenta, appunto. In quanto vita. Non vi può essere scrittura, scrittura politica, che abbia accento diverso. Il presente di Giuliana è questo, il nostro, il ‘presente che possiamo’. La sua voce fa, sta facendo, le nostre scritture. Le espone, disperatamente, il più lucidamente possibile, sull’orlo del suo presente.”
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