15.02.2005
ventotto gennaio: un debito. Della lotta
Non sono nelle vesti di Infandum. Io non ho ossa da attaccare alle vesti. Ma, nemmeno, la mia amicizia con una donna passa per le sue vesti scucite. Non mi piacciono abiti che sono ‘differenti’ da quelli che, semplicemente, quando si scrive si indossano. La scrittura, nessuna scrittura è neutra, e gli abiti con cui si scrive non sono neutri. Scrivere è, per me, che sono uomo, spogliarmi del mio potere. Ma io non cambio abito. Cambiare abito è, ogni volta che si cambia luogo, cambiare ‘parola’. Essere forti quando si deve, deboli qualdo si vuole, nudi se si vuole, farsi svestire se piace. Amici quando serve. Amici in una certa maniera quando si è soli, amici in un’altra se non si è più soli. Io mi separo. Da tutto questo mi separo. E vorrei che anche tu ti separassi. Separarsi è respirare, certo, a volte. ‘Pensarsi separato’, per me, che non sono una donna, è ‘luogo’. Ho conosciuto e frequentato luoghi di ‘donne separate’. Frequentato ‘a lato’. E non le ho mai ‘pensate’ come ‘referente dialettico’. Questa cosa mi ripugna. Come mi ripugna pensare, ancora in una maniera diversa, un ‘uomo’ come ‘interlocutore’. Ho provato a viverle come ‘forza’. Proprio dove, almeno per me, le barricate si alzano, non c’è più dialettica. C’è la forza della presenza, nudi/nude, con le mani nude, le parole nude, le proprie scritture. Della lotta. Senza dialettica. Scrivi: “Venti donne emancipate, liberate, o come dir si creda o voglia, sono politicamente e socialmente nulla se altre ottanta rimangono signore e signorine; se cento maschi, per quanto inetti, possono ancora fregarsene, mettendoci una fede al dito.” Su quell’alleanza falsa, su quella filiazione promessa, filiazione verticale, su quella promessa solo di ruoli, su quella parola tolta, su quella libertà mancata, sputiamo insieme. Sputiamo. Con la nostra scrittura. Su quella fede.
Commenti
