27.11.2004
Giorgio Colli, davvero: ancora un nome
Nomi, ancora nomi. Luoghi. Descritto nella maniera più splendida, senza il suo permesso, come sempre (noi non abbiamo bisogno di nessun permesso, vero Gianfranco?, per condividere) mi permetto di postare questa scrittura, questo ricordo, questa distanza. E tutta la vicinanza del pensiero. E l’incandescenza. L’urgenza. Ed ancora, soprattutto, l’amicizia. E tutto questo non può che impormi di prendere parola. Anch’io.
“Oggi, davanti a Cacciari, Bodei, Volpi, Campioni, davanti al “pazzo” che ad un tratto si è alzato gridando “il Logos, il Logos, il signor Cacciari parla del Logos, cosa applaudite?”, oggi, davanti a Colli, al suo nome serbato, avrei voluto dire qualcosa. Colli è stato uno dei primi “nomi” della mia vita pisana: nella mia prima settimana a Pisa, quando cercavo Peppino quasi ogni sera per uscire, mi preparavo a seguire l’ultimo, il primo corso di Zagari, stavo al telefono a parlare con Emilio (che allora mi chiamava da Roma e da Messina) e bastava un quarto d’ora per vedere Mario. Quando ascoltavo a più non posso la sinfonia 40 di Mozart. Quando uscivo di notte a piedi o in bicicletta e imparavo – lo imparo ancora – ad sentire il silenzio delle notti pisane, quando guardavo l’orrenda carta da parati della mia stanza e pensavo ancora che avrei potuto sommergere una parete di poster, di fotografie, di volti. In quella settimana leggevo due libri: “Che cosa ha detto Nietzsche” di Mazzino Montinari e “La nascita della filosofia” di Giorgio Colli. Capite? I miei primi nomi, dopo Roma. I miei primi nomi di Pisa. L’esordio, nel senso più bello del termine. Se mai un “esordio” sia veramente possibile. Ma non è di questo che avrei voluto parlare, dire, oggi. Giorgio Colli è stato “uomo di margine” per l’Accademia italiana, dice Cacciari, ai margini di quel “burocraticismo italiano del sapere” che oggi “è presente come allora”. Ha parlato, Cacciari, l’anziano Cacciari, di un “dramma” consumatosi tra Colli e l’università, e il “sapere disciplinato dallo Stato”. Di un dramma a due, a due “attori”, l’uno contro l’altro, irriducibili, senza falsa moralità. L’uno dentro l’altro. Dramma “che si ripete, nella storia della filosofia”. Dramma che si ripete nuovamente nel “nodo tra filosofia e storia della filosofia, tra filosofia e filologia”. Poi il discorso è volato su altro. Poco prima Michel Valency aveva parlato di Colli come di uno che “spacca l’università”. Insistentemente, per tutta la serata, mentre i relatori parlavano, si faceva sentire la stessa questione. Insistentemente, insomma, la questione del “luogo” della filosofia. Del luogo che questa ha assunto di volta in volta nella sua “storia”. Non so in quanti l’abbiamo notato, forse in molti, forse solo qualcuno. C’è stato poco spazio per intervenire, ma per un’ora e mezza, mentre i relatori parlavano, oscillavo continuamente tra il dubbio e la conferma che questa in fondo, in quel momento, fosse la vera questione in gioco. Giorgio Colli. E Friedrich Nietzsche. E, ovviamente, Schopenhauer come educatore. I “luoghi” della filosofia”. Avrei voluto chiedere a Cacciari, Bodei, a tutti, quale fosse il luogo che la filosofia si dà ora. Dopo, irrimediabilmente dopo, Humboldt. E Gentile. Non so cosa avrebbe risposto Cacciari, so cosa avrebbe risposto Bodei. So che nessuno dei due avrebbe risposto. A me, quantomeno. Poco, entrambi, mi avrebbero detto del nostro dramma. Forse, però, ho sbagliato, forse avrei dovuto insistere, chiedere la parola, vincermi. Nel filmato conclusivo, che abbiamo guardato in pochi, tra cui Bodei, Cavallo, una quindicina di altre persone, metà delle quali allievi di Colli, veniva tracciato l’itinerario biografico. Immagini di repertorio, interviste: Giulio Einaudi, Mazzino Montinari, il vecchio Boringhieri, i suoi studenti. Le stesse facce, un po’ più lisce, che, se spostavo un po’ la testa, potevo osservare intorno a me. Un lungo, lunghissimo filmato. Una vita. Anzi, più di una. Seduto, un po’ incerto, goffo, su una sedia, in una stanza vuota davanti all’intervistatore, nell’ultima scena, l’unica in cui appare mentre parla, Colli fa in tempo a spiegare il suo “dopo Nietzsche”: “Dopo Nietzsche, semplicemente… diventa possibile per ognuno fare filosofia”. Non dice altro. Faccio in tempo a stringere la mano di Cavallo e ad uscire. Non ho detto nulla, in fondo, ma non ho pensato ad altro. Fino ad ora. Ora ho pensato a voi. “Vi” ho pensato. Un abbraccio Gianfranco”
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