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  • 12.07.2009

    Aldo Giorgio Gargani: come una memoria viva


    La prima volta che è apparso in tutta la sua violenza non ha urlato. È entrato nell’aula senza guardare nessuno. Si è seduto senza guardare nessuno. Ha cominciato a parlare senza guardare nessuno. Noi tutti eravamo concentrati sul suo sguardo che non incontravamo, che volontariamente non voleva incontrarci, che volutamente non voleva incontrare nessuno.
    Si è seduto, senza guardarci, ed ha cominciato a dettare le regole.

    C’erano stati quei due libri.

    L’anno prima tutto gli aveva impedito di esprimere al meglio la sua ‘follia’ - così nominavamo noi studenti quello ’stato di grazia e di profonda violenza’ che ‘era’: la ‘Pantera’ lo aveva ‘mutilato’ - o liberato. Era compressa la sua ‘follia’, la ‘follia’ di quegl’anni, come pronta a scattare, come azzannare agnelli.

    [Una volta entrò in dipartimento, quell’anno. Al secondo piano di via Paoli. C’è uno scalino che separa l’inoltrarsi intestinale del corridoio verso gli studi dei ‘filosofi’ e il ‘luogo comune’ condiviso all’ingresso, la stanza dei preamboli e degli incontri. Ci si sedeva spesso su quello scalino, come in attesa: della lezione successiva o di…… Urlò che non era tollerabile, che nessuno poteva permettersi di non rispettare la ‘forma’ dovuta alla filosofia. Non guardò nemmeno quella volta con odio - solo gli era distante infinitamente la postura senza coscienza di quello studente. Eppure lo ‘uccise’. Gli era distante, in fondo, il mondo.]

    Nessuno avrebbe potuto frequentare il suo corso senza la conoscenza di due lingue europee moderne ed una classica.
    Si alzarono in molti. Senza guardarlo, a sguardo basso.

    C’erano stati quei due libri.
    C’era la sua giacca a quadretti ed i suoi occhi che non ti guardavano.

    La prima volta che mi è apparso in tutta la sua violenza, ho avuto paura per lui, precisamente per aver letto quei due libri, che a quel tempo conoscevo pressocchè a memoria. Non mi spaventavano tanto per la devastazione che faceva dell’ambiente intellettuale in cui era stato accolto e riconosciuto, quanto perchè, anche fisicamente, i suoi occhi guardavano due cose diverse. Mi sono chiesto ossessivamente come fosse possibile.

    Non ha mai guardato nessuno/a durante le lezioni di quell’anno. Lui ascoltava, disperatamente, Thomas Bernhard - mi ha insegnato ad ascoltare la scrittura. In nessun momento Bernhard è stato presente durante quelle lezioni: erano, in fondo, ‘freddezze perturbate’ incomparabilmente. Quella di Bernhard ferma. Ed incandescente.

    Ma quei due libri lui li aveva scritti. E non li avrebbe potuti cancellare.

    Tutta la distanza possibile, e costruita a fatica e manifesta e mostrata, è l’esposizione di un’interrogazione violentemente testimoniata senza resto di cui, per attimi, si può essere testimoni senza poterla racchiudere o testimoniare. In essa si condensa anche il segreto della ‘violenza’, della fuga, del pentimento e del ritorno. Fra i banchi e fra gli studenti.
    Si racchiude il motivo del suo rifiuto universitario, del suo pensionamento, del suo pentimento, del suo ritorno, della sua disponibilità.

    Nemmeno questo ha potuto cancellare l’aver scritto quei due libri. E ciò che questo ha imposto di mostrare, principalmente, in quel corso di cui io sono testimone insieme ad altri/e.

    La densità di quella che, allora, noi studenti chiamavamo la ‘follia’ di Gargani, è rimasta incisa come il dono più prezioso che indica la necessità di devastazione precisamente della ‘forma della filosofia’ praticata all’interno delle sue fibre più intime. Questa pratica dell’ ‘intima devastazione’, che ci accompagna da quando quei due libri si sono potuti leggere, è stata una guida senza misura e reale, traversata con la più grande violenza della generosità, così come sbattuta sul tavolo da Aldo Giorgio Gargani in quegl’anni.
    Così come ricordata nel più intimo ricordo, quello più parziale, quello più vivo. E che porta il nome di ‘vocazione’.

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    12.07.2009

    Giacomo Macrì - filosofo


    strada macrì
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    20.06.2009

    Siciliana


    « Ardenti amici e pessimi inimici, subbietti ad odiarsi, invidiosi e di lingua velenosa, di inteletto secco, atti ad apprendere con facilità, e in ciascuna operazione usano astuzia. »

    Giovanni Maria Cecchi

    « La Sicilia […] è sgradevole per la cattiveria dei suoi abitanti al punto che a me sembra odiosa e quasi inabitabile. […] come pure le frequenti velenose calunnie, il cui immenso potere pone la nostra gente, per la sua disarmata semplicità, in costante pericolo. Chi, io mi chiedo può vivere in un luogo dove a parte ogni altra afflizione, le montagne stesse vomitano in continuazione fiamme infernali e fetido zolfo? Perché qui certamente, si trova l’ingresso dell’inferno … dove gli uomini sono rapiti alla terra e scendono ancora vivi nelle regioni di Satana. A questo vorrei aggiungere che,com’è scritto nei libri di scienza, gli abitanti delle isole sono, per lo più, gente infida e quindi gli abitanti della Sicilia sono amici falsi e, in segreto spregiudicati traditori. Da te in Sicilia, carissimo Padre, non farò mai più ritorno. L’Inghilterra nutrirà teneramente me vecchio come fece con te bambino. Tu piuttosto dovresti lasciare questa terra montagnosa e mostruosa per far ritorno al dolce profumo della tua terra natia. Fuggi, padre, da quelle montagne che vomitano fiamme e guarda con diffidenza alla terra dell’Etna, affinché le regioni infernali non abbiano ad accoglierli alla tua morte. »

    Pierre de Blois

    « È il segno di un’identità: per la Sicilia per la nostra storia. Noi abbiamo avuto cinquecento anni di feudalesimo. Se ci si rendesse conto che il siciliano è prima di tutto siciliano, poi medico, avvocato o poliziotto, si capirebbe già meglio. »

    Giovanni Falcone

    « Il sentimento insulare è un oscuro impulso verso l’estinzione. L’angoscia dello stare in un’isola, come modo di vivere rivela l’impossibilità di sfuggirvi come sentimento primordiale. La volontà di sparire è l’essenza esoterica della Sicilia. Poiché ogni isolano non avrebbe voluto nascere, egli vive come chi non vorrebbe vivere. La storia gli passa accanto con i suoi odiosi rumori. Ma dietro il tumulto dell’apparenza si cela una quiete profonda. Vanità delle vanità è ogni storia! La presenza della catastrofe nell’anima siciliana si esprime nei suoi ideali vegetali, nel suo taedium storico, fattispecie nel Nirvana. La Sicilia esiste solo come fenomeno estetico. Solo nel momento felice dell’arte quest’isola è vera. »

    Manlio Sgalambro

    "Ho dimenticato il mare, la grave/ conchiglia soffiata dai pastori siciliani,/ le cantilene dei carri lungo le strade/ dove il carrubo trema nel fumo delle stoppie, […] Oh, il Sud è stanco di trascinare morti/ in riva alle paludi di malaria,/ è stanco di solitudine, stanco di catene,/ è stanco nella sua bocca/ delle bestemmie di tutte le razze/ che hanno urlato morte con leco dei suoi pozzi/ che hanno bevuto il sangue del suo cuore".

    Quasimodo

    "Sono almeno venticinque secoli che portiamo sulle spalle il peso di magnifiche ed eterogenee civiltà, tutte venute da fuori, nessuna fatta da noi […] Siamo molto stanchi, svuotati, spenti […] Il sonno… un lungo sonno: questo è ciò che i Siciliani vogliono. Ed essi odieranno sempre tutti quelli che vorranno svegliarli, sia pure per portar loro i più meravigliosi doni […] Da noi ogni manifestazione, anche la più violenta, è unaspirazione alloblio, la nostra sensualità è desiderio di oblio, le schioppettate e le coltellate nostre è desiderio di morte, la nostra pigrizia, la penetrante dolcezza dei nostri sorbetti desiderio di voluttuosa immobilità, cioè, ancora di morte. […] Voi avete ragione in tutto, tranne quando dite "I Siciliani certo vorranno migliorare". Non vorranno migliorare, perché si considerano perfetti. La vanità in loro è più forte della miseria."

    Tomasi di Lampedusa

    « …la specificità interna del siciliano mi sembra l’assoluta astoricità. Egli è il prodotto di un territorio… che non ha mai fatto parte di alcuna parte del mondo in epoca storica, che è stato occupato da nord, sud est, ma mai è stato assimilato. L’isola in cui niente è stabile se non il movimento, il non-stabile, dove un giorno distrugge quanto l’altro giorno ha costruito, dove vulcanismo e nettunismo sono continuamente all’opera. »

    Yorck von Wartenburg

    "La storia più importante di Catania non è quella dei costumi, del commercio, degli edifici e delle rivolte, ma la storia degli sguardi. La vita della città è piena di avvenimenti, amicizie, risse, amori, insulti, solo negli sguardi che corrono fra uomini e donne; nel resto è povera e noiosa".

    Vitaliano Brancati

    "Tutti i miei libri in effetti ne fanno uno. Un libro sulla Sicilia che tocca i punti dolenti del passato e del presente e che viene ad articolarsi come la storia di una continua sconfitta della ragione".

    Leonardo Sciascia

    "La Sicilia rappresenta lidea di un particolare mondo che è insieme, si sa, idea del Mondo".

    Vincenzo Consolo

    « […]Vi è una Sicilia “babba”, cioè mite, fino a sembrare stupida; una Sicilia “sperta”, cioè furba, dedita alle più utilitarie pratiche della violenza e della frode. Vi è una Sicilia pigra, una frenetica; una che si estenua nell’angoscia della roba, una che recita la vita come un copione di carnevale; una, infine, che si sporge da un crinale di vento in un accesso di abbagliato delirio…
    Tante Sicilie, perché? Perché la Sicilia ha avuto la sorte ritrovarsi a far da cerniera nei secoli fra la grande cultura occidentale e le tentazioni del deserto e del sole, tra la ragione e la magia, le temperie del sentimento e le canicole della passione. Soffre, la Sicilia, di un eccesso d’identità, né so se sia un bene o sia un male. Certo per chi ci è nato dura poco l’allegria di sentirsi seduto sull’ombelico del mondo, subentra presto la sofferenza di non sapere districare fra mille curve e intrecci di sangue il filo del proprio destino.
    Capire la Sicilia significa dunque per un siciliano capire se stesso, assolversi o condannarsi. Ma significa, insieme, definire il dissidio fondamentale che ci travaglia, l’oscillazione fra claustrofobia e claustrofilia, fra odio e amor di clausura, secondo che ci tenti l’espatrio o ci lusinghi l’intimità di una tana, la seduzione di vivere la vita con un vizio solitario. L’insularità, voglio dire, non è una segregazione solo geografica, ma se ne porta dietro altre: della provincia, della famiglia, della stanza, del proprio cuore. Da qui il nostro orgoglio, la diffidenza, il pudore; e il senso di essere diversi.
    […]Ogni siciliano è, di fatti, una irripetibile ambiguità psicologica e morale. Così come l’isola tutta è una mischia di lutto e di luce. Dove è più nero il lutto, ivi è più flagrante la luce, e fa sembrare incredibile, inaccettabile la morte. Altrove la morte può forse giustificarsi come l’esito naturale d’ogni processo biologico; qui appare come uno scandalo, un’invidia degli dei.
    Da questa soperchieria del morire prende corpo il pessimismo isolano, e con esso il fasto funebre dei riti e delle parole; da qui nascono i sapori cupi di tossico che lascia in bocca l’amore. Si tratta di un pessimismo della ragione, al quale quasi sempre s’accompagna un pessimismo della volontà.[…]
    Il risultato di tutto questo, quando dall’isola non si riesce o non si voglia fuggire, è un’enfatica solitudine. Si ha un bel dire – io per primo – che la Sicilia si avvia a diventare Italia (se non è più vero, come qualche savio sostiene, il contrario). Per ora l’isola continua ad arricciarsi sul mare come un istrice, coi suoi vini truci, le confetture soavi, i gelsomini d’Arabia, i coltelli, le lupare. Inventandosi i giorni come momenti di perpetuo teatro, farsa, tragedia o Grand-Guignol. Ogni occasione è buona, dal comizio alla partita di calcio, dalla guerra di santi alla briscola in un caffè.
    Fino a quella variante perversa della liturgia scenica che è la mafia, la quale fra le sue mille maschere, possiede anche questa: di alleanza simbolica e fraternità rituale, nutrita di tenebra e nello stesso tempo inetta a sopravvivere senza le luci del palcoscenico.
    […] Non è tutto, vi sono altre Sicilie, non si finirà mai di contarle. »

    Gesualdo Bufalino

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    23.05.2009

    Millepiani Editori


    logomillepiani

     

    Che cos’è la ’Millepiani Editori’?

     

    Il nome reinvia, ovviamente, ad una diversità di pratiche, di livelli. Millepiani sono i molteplici piani su cui, oggi, l’attività editoriale si muove. Questi piani implicano l’attività di editoria classica, quella cartacea, e implicano, insieme, la possibilità di altri piani in cui la pubblicazione di un libro’, un ’testo’, un video, una serie di immagini, può essere presentata. ’Millepiani’ significa una serie di piani che si intersecano -quello cartaceo, quello digitale, quello delle immagini come quello video - che, insieme, diano un nuovo sguardo d’insieme. Un testo può essere pubblicato, inizialmente, su carta. Ma esso implica, anche senza saperlo, oggi, anche tanti molteplici livelli di sviluppo. Faccio un esempio. Scrivo della mia città, Messina. E’ una città segnata dal terremoto che l’ha distrutta. Se dovessi pensare alla mia città, non potrei non pensarla nella sua stratificazione: ogni terremoto porta con sé una distruzione - le macerie - come una ricostruzione. La ricostruzione - volente o nolente - si erge su quelle stesse macerie. Si innalza su quelle macerie. ’Millepiani’ è pensare la compresenza di questi piani diversi. Se io penso il ’racconto’ della mia città, lo posso scrivere. Ma, nel racconto della mia città, non potrei fare a meno d’integrare il fatto che, visivamente, è più alta di mezzo metro. Qui avrei già un primo incrocio: un’immagine fotografica dei piani su cui vive la mia città; il racconto del terremoto che l’ha distrutta, il futuro asimmetrico che, a partire da quella distruzione, le si è aperto. Asimmetrico perché non più iscritto come sviluppo puro e semplice.

    E’ come dire di una pianta che si diversifica grazie agli innesti. L’immagine fondamentale di ’Millepiani’ è quella del rizoma. Il rizoma è una forma di crescita degli arbusti che, a differenza di molti vegetali, non si sviluppa in verticale - il rizoma non è una radice. Il rizoma si sviluppa in orizzontale, cresce in orizzontale, ha un’orizzontalità della sua vita che, progressivamente, riesce a mostrarsi fuori dal terreno: gemma crescendo in orizzontale. Gemma - nel senso che fa nascere nuovi ’spunti’ - solo attraversando in orizzontale la terra. Il rizoma, proprio perché cresce in orizzontale, non ha un centro: il suo centro è, ogni volta, il nuovo innesto, un nuovo incontro. E’ un’immagine ’terranea’ senza essere una radice che cerca l’oscuro. Ha quindi, visivamente, un’orizzontalità, e, insieme, una radicalità molto forte. Non essendo grafico, mi rendo conto che questo che scrivo possa essere astratto. Ma, altrettanto, credo che sia forte e comprensibile l’immagine di una pianta che si sviluppa, che cresce in orizzontale e che si nutre degli incontri e non di una semplice crescita verso l’alto. Che cosa vuole fare, dunque, la ’Millepiani Editori’? Vuole cominciare radicandosi in maniera rizomatica nell’attività editoriale cartacea tradizionale, senza però renderla il suo unico senso. Vuole praticare l’idea di una editoria plurima, diversificata, che si sappia incontrare con le nuove forme della rete. Vuole incrociare questa forma tradizionale con le nuove forme della fruizione editoriale. Ha la pretesa di volere portare in queste nuove forme - editoria digitale, fruizione di contenuti multimediali, pensare l’opera su più piani - la forma verticale tradizionale della lettura del libro.

     

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    3.05.2009

    Sui destini della ’sinistra infame’ - Vendola e Ferrero ‘all’Annunziata’


    Che fra coniugi si arrivi ad un punto di non ritorno, è un fatto.
    Che si ritrovino sotto lo stesso tetto, un caso raro.
    Che si ritrovino a scannarsi nello stesso programma, è il segno della miseria e di una schizofrenia politica che merita l’estinzione.

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    2.05.2009

    Platone era un illuminista - il nuovo libro di Mario Vegetti


    Repubblica 1.5.09
    Mario Vegetti ha scritto un libro sulla visione politica del filosofo
    “Era un illuminista, non è stato capito”
    Platone tradito dal Novecento
    di Antonio Gnoli

    È il pensatore più controverso, accusato di totalitarismo. Ecco una lettura diversa e sorprendente
    Per Hitler grecità e germanesimo erano alleati nella lotta per la civiltà
    Il teorico della ‘caverna´ pensava a un governo delle élite intellettuali

    Non poteva prevedere Google e l´utopia della rete. Di fronte a un oggetto di cultura di massa come Matrix sarebbe rimasto interdetto. Ve lo immaginate un dialogo tra Socrate e Neo, il predestinato della grande saga dei fratelli Wachowsky? Eppure non c´è esperienza immateriale, o complicazione virtuale, che oggi non evochi le analisi platoniche. Quando estrasse, come da un cilindro, il mito della caverna avrebbe potuto inventare il cinema, se la tecnologia di allora glielo avesse consentito. Invece ne fece un involontario format in anticipo di 2500 anni sulla televisione. In fondo, realtà platonica e reality sono più contigui di quanto si immagini. Quello che nel quinto secolo fu concepito come una grande sistema speculativo, con tanto di demiurgo, rivive oggi in molte analisi. Platone è il filosofo più letto, più cliccato, più controverso. Il Novecento ne ha fatto un´icona politica, ma al tempo stesso se ne è spaventato. Su di lui è stato detto di tutto, di più. Platone totalitario e democratico, liberale e nazista, etico e immorale, amante dell´eros e fustigatore dei cattivi costumi, elitario e tollerante (o quasi). Non amava la democrazia, ne temeva le degenerazioni, la presa retorica sul popolo. Oggi guarderebbe con orrore ai populismi mediatici. Insomma perché un libro come La Repubblica ha attraversato la storia dell´Occidente sino a giungere a noi così carico di suggestioni?
    Mario Vegetti - tra i più grandi antichisti in attività - ha scritto un bellissimo libro sul Platone politico da Aristotele al Novecento. Un paradigma in cielo ne è il titolo, edito da Carocci (pagg. 181, euro 18.50).
    Un paradigma in cielo richiama il modo in cui Platone nella Repubblica definisce il suo modello di società giusta. Ma quel testo, credo si possa leggere e forzare in molte altre direzioni. È d´accordo?
    «La Repubblica è un repertorio ricchissimo di metafore, di immagini, di paradossi. I primi due libri presentano una teoria dell´origine della giustizia e una genealogia della morale che portano diritto a Hobbes e Nietzsche; il quarto una psicologia dell´io scisso e conflittuale che ha il suo parallelo in Freud; il quinto l´utopia comunistica, l´abolizione della proprietà privata e della famiglia; il settimo un saggio straordinario di epistemologia antiempiristica delle matematiche; l´ottavo una memorabile critica parallela della democrazia e della tirannide».

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    24.03.2009

    Søren Kierkegaard, un moroso difficile


    Corriere della Sera 23.3.09 di Armando Torno
    Søren Kierkegaard fu un moroso difficile da gestire per la povera Regina Olsen. Quello che per la storia resta un grande filosofo, per la donna si trasformò in una disperazione. Convinto che esista un fidanzamento celeste, presso il Padre, e un altro visibile, tangibile, che si consuma sulla terra con baci, carezze e quel che è necessario, il giorno dopo essersi promesso alla diciassettenne signorina - era il 10 settembre 1840 - il ventisettenne pensatore si pentì, considerandosi incapace di una vera passione umana. E poi Regina gli pareva troppo vanitosa, incline alle cose del mondo, senza una vera disposizione religiosa. La faccenda finì con la restituzione dell’anello alla signorina (11 agosto 1841), quindi con la rottura definitiva (11 ottobre). L’«antiamore» cristiano e la sicurezza erotica non riuscirono ad abbracciarsi, come testimonia Kierkegaard in queste Lettere del fidanzamento (a cura di Gianni Garrera, Editrice Morcelliana, pp. 118, e 10). Un libro delizioso che precede, sempre da Morcelliana, la nuova edizione del Diario in due ponderosi tomi. Il primo dei quali uscirà a maggio.

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    5.11.2008

    Bertinotti ci spiega perché questo movimento è post-novecentesco


    Il Foglio 24.10.08
    Fausto fa il punto sulla piazza - Bertinotti ci spiega perché questo movimento è post-novecentesco - intervista di Lanfranco Pace

    Roma. La consegna era stata chiara: Praga e solo Praga, il presidente non parlerà d’altro. Significa non conoscere il Fausto Bertinotti liberato dal lavoro, dai corsetti della funzione sia essa presidente della Camera o leader di partito, e tornato compagno e libero pensato re, appena inquieto per la sua prima lezione all’Università di Perugia. Ma pacta sunt servanda e disciplinatamente comincio da Praga. “Avvenimenti tragici che quarant’anni fa furono la pietra tombale del ciclo di lotta di classe aperto dalla rivoluzione del 1917, il secondo, rimanendo alla definizione di Louis Althusser dopo quello aperto dalla presa della Bastiglia e finito nel bagno di sangue della Comune. Visti oggi, quei fatti prendono un rilievo eccezionale. Allora in Italia c’erano due attori che si muovevano in parallelo, il Pci e il movimento studentesco. Ed entrambi persero l’occasione per impadronirsi della riforma del comunismo reale e farne un progetto realistico e possibile. La piattaforma della Primavera era vasta, come accade ogni volta che si fa revisionismo, ma bisognava saper distinguere, leggere tra le righe: nel Manifesto dei duemila intellettuali c’era voglia di libertà, di cambiamento e l’embrione prezioso della democrazia consiliare.

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    5.11.2008

    Un viaggio - omaggio a Thomas lo ‘zio’ (upload)


    a Renzo, che davvero mi ‘accompagna’, a L., in attesa di ’saper curare’

    Mentre il mio amico aspettava, in silenzio, accanto a me, io avevo fatto duemila chilometri per essere presente ad una cosa di cui non mi interessava nulla. Avevo deciso, da lontano, di essere presente ad una cosa ‘pubblica’ che non mi riguardava. Mentre nel mio disinteresse assoluto, nella libreria dove ero ‘nato’, si svolgeva la presentazione di un libro, di un testo che io conoscevo come non avevo mai conosciuto nessun testo di nessun altro, il mio amico mi diceva di restare, ancora qualche minuto. E proprio quando io avevo deciso di andare via, lui mi diceva di restare. Proprio per non confondere, io avevo deciso di andare via, per non confondere il rigore - che mi avevano rimproverato non avessi - che avevo deciso di godermi, con un sentimento di sadismo e di vendetta che non mi ha mai abitato, e che alla filosofia non attiene.

    Mentre l’unico amico che conosceva tutto di me, e che mi aveva detto che sarebbe stato presentato, in pubblico, un testo, un libro che io conoscevo meglio di nessun altro, e che mi continuava a ripetere che, forse, sarei dovuto rimanere ancora qualche minuto, io continuavo a pensare che quello che stavo facendo non mi atteneva, o non mi sarebbe attenuto nella forma in cui chiunque lo avrebbe fatto.

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    4.11.2008

    Mosca - memoria


    da ‘Repubblica”

    “Il Cremlino vuole indire un referendum per rimuovere dalla piazza Rossa la mummia di Lenin e chiudere il mausoleo che celebra il padre della rivoluzione. Lo ha annunciato Vladimir Kozhine, uno dei piu’ stretti consiglieri di Vladimir Putin che in un’intervista che sara’ pubblicata domani sulla ‘Rossiyskaya Gazeta’ secondo cui [(è) - sic!] “avere questa necropoli [sic!] nel centro della citta’ e’ un ovvia sciocchezza ma decidere se debba o no restare li’ spetta agli altri e il modo migliore e’ un referendum”. Kozhine descrive una Russia che vuole tagliare i ponti con il passato sovietico [sic!] perche’ punta, grazie alle risorse energetiche, a ritornare una superpotenza in grado di confrontarsi alla pari con gli Stati Uniti [questa cosa la scrive chi batte, come d’agenzia, la notizia. Ma battere una notizia d’agenzia così, e scriverla così, significa pensare la stessa cosa di chi la dice]. “Siamo a un punto in cui possiamo voltare le spalle alla rivoluzione. Il Paese vuole una vita normale, fatta di lavoro e prosperita’” [sic!], ha spiegato Kozhine. Gia’ nel 1991 con il crollo dell’Unione Sovietica Boris Eltsin con il sostegno della Chiesa Ortodossa [sic!] voleva seppelire le spoglie di Lenin, morto nel 1924, ma finora non se ne e’ fatto nulla. Anzi alla fine degli anni ‘90 la mummia [appunto!] venne anche sottoposta a lunghi e delicati lavori di restauro.” [sic!]

    [La mummia era lì. Quella mummia non aveva nessun rapporto con la Russia che avevo davanti gli occhi. La Russia non ho solo paura del suo passato - la mummia di Lenin - la Russia ha sempre paura del suo presente. Se io dovessi pensare, come italiano, il cadavere di Mussolini, senza che fosse stato appeso a Piazzale Loreto, io sarei un russo. Il pubblico ludibrio di quel cadavere, lo sputo, il vomito e l’infamia che sta in quella scena - la scena dell’appendere lui, la sua amante, e i gerarchi che avevano scelto di rimanere sino alla fine dei suoi giorni - è il lavacro che le fondamenta della repubblica italiana chiedevano, imponevano dopo venti anni di fascismo.
    Tanto intensa e necessaria era questa scena, da essere sfuggita al controllo, governo dei partigiani, del ‘governo partigiano ‘. E tanto intensa e necessaria era questa scena, da avere imposto - quando si doveva -una pacificazione firmata e controfirmata dal Ministro della Giustizia: Togliatti.
    I nani dei nostri tempi sottoscrivono ben altri provvedimenti. I nani dei nostri tempi giudicano le scelte radicali, vertiginose ed impossibili, che i loro ‘padri’ hanno fatto. Più infami sono le parole di chi giudica; più ingiuste e nulle sono le sillabe di chi giudica un tempo di giganti.
    Sono stato a vedere la mummia in una delegazione diplomatica. La paura dei russi rispetto il futuro è una sensazione vertiginosa, che non può essere misurata con i criteri occidentali. I russi hanno paura dei fantasmi, i russi hanno paura dei nomi, i russi hanno paura dei loro nomi, dei nomi che fanno le loro famiglie. Il padre della mia maestra di russo deportato in Siberia, il padre di suo marito colonnello del KGB.
    Tutte le volte che ho visto i bambini russi giocare nei parchi che il soviettismo aveva creato, tutte le volte la forza e ‘intensità della semplicità di quei bambini - dei loro genitori - non mi riportavano a quella mummia, ma, più semplicemente all’incandescenza dell’esistenza. Sono ritornato tante volte all’immagine della mummia di Lenin.
    Tutte le volte, questa postura, la posizione e la regola che governava la visione di una mummia, tutte le volte che ritornavo nella memoria alla visione di una mummia, tutte le volte questo ricordo mi riportava alla potenza dell’esistenza delle russe e dei russi.
    E tutte le volte, mi chiedevo perchè, insomma, la potenza degli infanti russi, dei bambini russi, dopo il 1989, potesse essere rinchiusa, soffocata in quel corpo senza organi che M. Lenin continuava a rappresentare faccia all’Occidente.

    Gli infanti russi - per chi li ha visti - costituiscono la più radicale e vertiginosa dimostrazione del tradimento leninista. Poichè gli infanti - anche senza nulla dire - sono la testimonianza radicale dell’irruzione intensa dell’esistenza nel progetto - essi dimostrano la messa in questione di ogni progetto di educazione di qualsivoglia ideologia. Gli infanti russi, nei loro occhi, nelle loro voci, sono la testimonianza maggiore della cancellazione del valore di quel corpo morto che si chiama ‘mummia di Lenin’.

    Nello stesso tempo, io ho visto, ogni qual volta andavo ai piedi del Kremlino, ho visto tutte le volte che andavo al sacrario della Seconda Guerra Mondiale, ho visto le nonne che portavano i loro nipoti, le loro nipoti, ho visto, tutte le volte che andavo ai piedi del Kremlino le nonne parlare con i loro nipoti - femmine o maschi che fossero - ho visto parlare le nonne parlare dei loro mariti morti durante la seconda guerra mondiale, ho visto piangere le donne russe di fronte il sacrario che ricorda i morti sovietici della Seconda Guerra Mondiale come mai ho visto fare in Italia - e forse solo in Toscana.
    Tutte le volte che io andavo al sacrario sotto le mura del Kremlino, tutte le volte io ho visto gli infanti russi che ascoltavano la voce delle donne, delle nonne sovietiche che, di fronte la fiamma eterna che ricorda i caduti, raccontavano, piangendo, la storia.

    Io non amo i sacrari. Non amo nemmeno i militi ignoti. Ho cercato di guardare gli occhi degli infanti russi.
    In nessuno di quegli occhi ho mai visto Lenin o la sua storia. Nemmeno la sua salma. Perchè poi, in fondo, bisogna essere precisi: tra salma e mummia esiste la stessa differenza che esiste tra la morte e la morte prolungata.
    Appendere, a testa in giù, la propria storia si chiama libertà. Stendere un corpo per farlo guardare, in fondo, non ha niente da dire, a nessuno. Di tante cose che in Russia ho visto, l’unica cosa che mi ricordo, con un’intensità degna di morte, sono gli infanti che scivolavano, con i loro sacchi neri, tra la neve.
    Tracciavano il futuro che ci attiene, anche per noi che siamo stati comunisti.

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