29.08.2010
Policlinico di Messina: la rissa in sala parto. I nomi dei medici
Visto che tutta la stampa locale - Gazzetta del Sud, Tempo Stretto, Il Normanno, il corrispondente della Repubblica Rosario Pasciuto - ha scelto di non rendere noti i nomi dei due medici protagonisti della rissa in sala parto al Policlinico di Messina, mentre una donna stava per partorire, li rendiamo noti. Sono Antonio De Vivo e Vincenzo Benedetto.
Quale che siano gli esiti dell’inchiesta amministrativa e giudiziaria, non aver fatto i nomi dei protagonisti viola la prima delle 5 regole giornalistiche, regole che impongono di chiedersi il CHI, il DOVE, il QUANDO, il COME ed il PERCHE’di ogni fatto riportato.
Sarebbero regole semplici. Sarebbero.
La risposta al perchè la prima, la più banale, questa volta non sia stata rispettata la lasciamo alla libera interpretazione.
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6.08.2010
Lingue, patrie, dialetti
A partire da una mera osservazione dei fatti.
Vengo da una terra dove la comunicazione ’esistenziale’, diretta, avviene in dialetto. In Sicilia, come sanno i professori di glottologia siciliana, il dialetto non è una lingua parallela, ma la lingua madre perchè altra: in questo senso attiene alla ’comunicazione esistenziale’. Faccio un esempio: da tre giorni a casa mia ci sono gli operai: hanno da intervenire per evitare infiltrazioni d’acqua. Bene: nessuna comunicazione è avvenuta in italiano, solo in siciliano dell’area linguistica dello Stretto. Continua a leggere »
Scena seconda: ho abitato 7 anni in Svizzera tedesca. Non ho mai praticato l’Hochdeutsch poichè lo SD è la lingua praticata IN TUTTI i Cantoni di lingua tedesca. Lo HD è la sfera pubblica, è una lingua che non interviene, nè interferisce, nelle relazioni individuali-private, nelle relazioni amorose, non si istituisce come ’lingua di letto’ - in tutti i termini in cui questa formula può essere declinata. Lo HD è la lingua del ’pubblico’, dell’esterno, universitaria come istituzionale, documentale come ’altra’. Si preferisce, in Svizzera tedesca, parlare in francese o italiano con uno straniero, a tavola o mentre si conversa, che in HD - lo dico per esperienza diretta. I ’piccoli contadini’ che gli svizzeri germanofoni sono - definizione loro - di fronte l’altezza e l’abissalità dell’HD, compiono un gesto di sovversione silenziosa e non sospetta - scriverebbe Edmond Jabès - per praticare scarto ed autonomia dalla ’Grande Madre’ linguistica.
30.07.2010
25 ragazze per me
21:20 Terminato vertice Pdl
Si è concluso il vertice tra Silvio Berlusconi e lo stato maggiore del Pdl. Il cavaliere ha lasciato Palazzo Grazioli per dirigersi al Castello di Tor Crescenza, dove ha in programma una cena con 25 deputate del Popolo della Libertà.Upload - 23.06 […] Il premier, riferiscono alcune partecipanti, ha accolto le sue ospiti di buon umore raccontando anche diverse barzellette.
30.07.2010
Esterrefatti
Quello che lascia esterrefatti è come siamo arrivati a pensare Gianfranco Fini, da sinistra, come unico e ultimo efficace difensore della dignità repubblicana.
29.07.2010
Nomi, cose, città: i nomi dei neonati in Südtirol-Alto Adige.
La bufera sulla toponomastica montana in Südtirol-Alto Adige la conosciamo tutti (e chi non la conosce può qui averne una summa).
Meno conosciuta, e proprio di stamane, é la pubblicazione da parte dell’Istituto Provinciale di Statistica (AstatInfo no.36, 07.10) dell’elenco dei nomi dei neonati 2009 nella nostra Provincia Autonoma, il cui Ufficio Stampa gentilmente ci informa.
5000 i nuovi nati, 15000 nomi diversi nei registri anagrafici tra cui scegliere, la scelta ricade nella maggior parte dei casi su uno dei 100 nomi più diffusi.
I nomi più diffusi, come da diversi anni a questa parte, sono Sara (83) ed Alex (70).
Dal lato femminucce, dopo Sara troviamo nei primi sei gradini i nomi Anna, Sofia, Emma, Hanna, Laura. E cioé, come evidente, 5 nomi su 6 possono essere utilizzati in entrambi i contesti linguistici, così da farli diventare i più comuni.
Lato maschietti, dopo Alex troviamo Daniel, Lukas, David, Simon, Gabriel. Anche qui possimo desumere che tre nomi su sei (Alex, Daniel e David) possono essere utilizzati in entrambi i contesti linguistici.
Inoltre, sia per Alex - maggiormente utilizzato oggi in forma abbreviata in entrambi i contesti linguistici - che per Sara c’è un allineamento con i dati statistici italiani del 2006 (fonte ISTAT), dove sia il nome Sara che quello Alessandro sono al secondo posto assoluto tra i nomi più diffusi per gli infanti italici.
Cosa si desume? Che, indipendentemente dalle diatribe legate ad una rappresentanza tutta astratta della plurima identità südtirolese-alto atesina, nel momento in cui si decide di dare nome ai propri figli, la scelta cade, maggioritariamente, su nomi di confine, al bordo delle due identità linguistico-culturali. Maggioritariamente sta qui a signifigare che i nomi a maggiore frequenza scelti nell’anno 2009 sono nomi utilizzabili sia in ambito germanofono che in ambito italofono. Che nel luogo d’incrocio tra le due identità linguistiche. Che piaccia o meno, è così.
Non si capisce dunque perchè l’Astat abbia la necessità di aggiungere questo commento conclusivo:
“Più che dai classici nomi italiani, i genitori altoatesini si fanno influenzare, nella scelta dei nomi per i loro figli, dalle tendenze di oltre confine. Infatti non solo nella nostra provincia, ma anche in Austria e in Svizzera, Sara, Anna, Laura e Lena così come Lukas, David e Simon sono tra i dieci nomi più diffusi degli ultimi anni. //Mehr noch als von den traditionellen italienischen Namen werden Südtirols frischgebackene Eltern bei der Wahl des Namens für ihre Sprösslinge von grenz überschreitenden Trends beeinflusst: Sara, Anna, Laura und Lena sowie Lukas, David und Simon gehören nicht nur hierzulande, sondern auch in Österreich und in der Schweiz zu den Top 10 der letzten Jahre.”
O forse si capisce: più che i confini che cadono nel proprio luogo, importano di più quelli che rimangono a sud di Solorno, con l’Italia, e quelli che idealmente non ci sono oltre il Brennero, al di là delle Alpi.
28.06.2010
Rina Gagliardi come l’ho vissuta io. In memoria ed in forza.
Il racconto dei burocrati della memoria può, ovviamente, dire di una storia che non sa, e la può mettere in forma come vuole.
La memorialistica superficiale dei giovani-vecchi può raccontare e raccattare tutte le storie che vuole. Gagliardi era una polemista di razza, più unica che rara, dove l’acume dell’analisi si incrociava, quasi sempre, con scelte, viste dall’esterno, quasi sempre coerenti: PRC, poi Sinistra e Libertà, poi Sinistra Ecologia e Libertà. Candidata a Pisa nelle ultime elezioni, ai miei occhi visse questa esperienza come qualcosa ‘lontana’ dopo il suo primo mandato pisano. Ricordo di averci parlato per oltre mezz’ora all’Hotel Victoria, durante un dibattito inutile sui destini dell’Università. Era evidente la sua lontananza da Pisa. La sua non conoscenza. Ma, come tutti i buoni giornalisti polemisti, era immensamente interessata a sapere, a conoscere le parabole dei relatori. Il suo passaggio da PRC all’area vendoliana, prima che polemico, era giornalistico e politico.: come molti che avevano attraversato gli anni sessanta e settanta, era più interessata ad una liquidazione politica dell’esperienza comunista, senza pensarne le conseguenze nè teoriche nè storiche, differendo con me, e me lo disse più di una volta, sullo scotto da pagare più che sullo sforzo da impegnare. La potenza dell’immissione del femminismo nella politica era, invece, senza misura. In quella forma polemica ed antagonistica come molte forme dei sui scritti giornalistici e dei suoi interventi politici. Nominare quattro donne come Rosa Luxemburg, Arendt, Simone Weil, Simone de Beauvoir come punti di riferimento continua a fare problema a chiunque si avvicini alla politica, maschio per prima cosa. In questa potenza dell’incontro, in questa sfida lanciata alla fallocraticità della politica italiana, anche a sinistra ed innanzitutto, e che si annida anche in tutti i maschili, melliflui riconoscimenti del ruolo di Rina Gagliardi e della sua parola scritta o parlata, c’è il suo più grande dono e ciò che resta. Come nella voce di Maria Callas, che, come sappiamo tutti/e, insieme a Mina, mostrava la sfida, la forza, la polemicità e l’amore che risiedevano nella sua parola politica, nei suoi scritti giornalistici, nell’eredità che, come donna, giornalista e politica ci consegna.
22.06.2010
Il funerale di Magnago - dentro la Chiesa - III
I Sindaci, le Sindachesse avevano il collare che mostrava la loro appartenenza alla loro Gemeinde, alla loro città, alla loro comunità. Non parlerò di Golser, del Vescovo che parlava in tre lingue e non ha saputo porre il nodo centrale che quella bara mostrava. Quella bara era coperta da una bandiera. In bianco e rosso. E l’aquila. La comunità italiana era assente, o, in fondo, non incidente. Quella bara stessa non era incidente. La morte, in fondo, se pensata nel tempo, depotenzia la sua forza. La morte non è, in fondo, il luogo da cui guardare ’la vita degli altri’, ma, bensì, e con più forza, il luogo della nostra vita, la vita di chi resta. Nell’imponenza statuale con cui il funerale si è svolto, nel luogo in cui mi ero imbucato, la morte di un vecchio era, in fondo, la liberazione della realtà, di quello che abbiamo davanti. Nell’imponenza statuale, nella forma con cui tutto il funerale si è svolto, nella nullità delle parole di Golser - un intellettuale che ha scelto, prete, di fronte la realtà, di tacere - la bara si è mossa verso l’Oltre Isarco, nella zona più che italiana, dove il cimitero l’aspettava. Quello stesso cimitero che ero andato a visitare prima della morte del ’padre della patria’. [ma, come si sa, la patria non esiste, oggi]. Muovendosi verso l’Oltre Isarco, quella bara non era portata a spalla, come mi aspettavo. Era su un ’carro’. Prima e dopo, le formazioni dei cacciatori delle Alpi la sopravanzavano e la seguivano. Per un attimo, ho visto, finalmente immerso tra le ’autorità’, come ero, il gesto di riconoscimento ad una ’patria’ che finiva con quel feretro, con quel morto. Riccardo Dello Sbarba lo chiama il ’Calicanto di Magnago’ [ne ha riproposto l’intervista, lui toscano, del viaggio di Magnago proprio in Toscana]. Ho visto Dello Sbarba in chiesa e poi dopo; e io la chiamerei la Califine di una politica, di uno sguardo.
In niente la comunità italiana si è distinta durante la ’procedura’ di sepoltura, procedura statuale, intensa e lunga. Dalla Cattedrale sino al Cimitero, dove ero fortunosamente andato prima dell’inumazione del ’padre della patria’. Ci sono dei discorsi che non vale la pena riproporre o ripetere. In fondo, era una Califine.
Il corteo che si è snocciolato tra il centro di Bolzano e il ’sepolcro’ era di ordine. Strutturato con forza e pazienza, attenzione e controllo, era attorniato dalla polizia italiana, attenta ed accorta. Le necessità di fronte il feretro, al Cimitero, hanno, in fondo, cancellato la potenza dell’ordine e della precisione con cui, per più di venti minuti, quasi mezz’ora, il corteo funebre ha accompagnato il feretro. Da siciliano, posso dire che c’erano le bande e che suonavano. E che le parole, di fronte il feretro, prima dell’inumazione, risuonavano come interventi in parlamento. Erano, per me, distanti. Non toccavano quella bara. Che, ancora come ha scritto Dello Sbarba, si era sottratta per la prima volta, alcuni giorni prima, scivolando, al voto per decidere il governo della città.
Mentre il calicanto rimaneva estraneo alla potenza del gesto statuale, i giornalisti per quali il riconoscimenti e quali analisi erano intensamente impegnati a riempire le pagine dei loro giornali? I colleghi, il giornale del giorno dopo.
Dentro la Chiesa, davanti, tra le autorità, continuavo a chiedermi, di fronte la bara che non avevo ancora seguito sino al Cimitero, mi chiedevo cosa potesse rimanere di un’intensità, di una unicità, della libertà che Magnago aveva costruito.
10.06.2010
La morte di Silvius Magnago - il Funerale I
4.06.2010
Frammenti di scoli di musica contemporanei
Michael Nyman - Prospero’s Magic from Prospero’s Books
"Andare oltre i margini dell’inquadratura e la schiavitù dell’obiettivo. Parafrasando Picasso, filmare ciò che si pensa e non ciò si vede." P. Greenaway. L’ultimo prodotto di uno stanco minimalismo, assurdo e autoreferenziale, che aveva prodotto minimali scosse, prima di essere riassorbito da dove era venuto.Prospero’s Magic from Prospero’s Books: "Greenaway supplied Prospero with 24 books in his exile, contrary to Shakespeare, who tells us it was just one book. In his film he changed the sequence and placing from his script, lost The Book of Languages, and divided Thirty-Six Plays in Thirty-Five Plays and The Tempest." Una sciocchezza.
Nyman bisognerebbe ascoltarlo sempre per capire le buffonerie di un Allevi e le delicatezze altre e modeste di un Einaudi.
Giovanni Allevi - Prendimi - Evolution
Le buffonerie di Allevi, al cui confronto Nyman è Mozart.
Ludovico Einaudi - Divenire
E, per finire, uno che non mi piace per nulla. Ma, per lo meno, si è incuneato in quello spazo lasciato aperto tra l’ossessività ripetitiva del minimalismo nymaniano - e non reichiano - e una certa neomelody-transambient molto di moda nei salotti buoni della worldmusic borghese finanziario-parassitaria, à la page comme à la mode, comme à la guerre…à la guerre comme à la guerre…
3.06.2010
Chiudere i conti con la storia - di Luca Fazi
Con la morte di Magnago un’altra pagina di storia si è chiusa. Magnago è stato un eroe del suo tempo. Una persona retta, indomita. Ferma nelle sue convinzioni. Se la minoranza germanofona della provincia di Bolzano ha ottenuto un’autonomia che non ha pari al mondo una parte del merito è suo. Luis Durnwalder ha detto che Magnago era il Sudtirolo e che suo è il merito di avere raggiunto la pace sociale. In realtà Magnago era una parte del Sudtirolo. Continua a leggere »
La parte dominante, maggioritaria. La parte che, giustamente, ha lottato contro il colonialismo fascista e i possibili esiti di un’a ssimilazione della minoranza locale alla maggioranza nazionale. Ma c’è un altro Sudtirolo che ha plasmato il Novecento. Un altro Sudtirolo di cui oggi la traccia è apparentemente più flebile. Ma non per questo meno attuale. E’ il Sudtirolo di Alexander Langer. L’ avversario di Magnago.
