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  • 10.10.2007

    Mosca - memoria


    da ‘Repubblica”

    “Il Cremlino vuole indire un referendum per rimuovere dalla piazza Rossa la mummia di Lenin e chiudere il mausoleo che celebra il padre della rivoluzione. Lo ha annunciato Vladimir Kozhine, uno dei piu’ stretti consiglieri di Vladimir Putin che in un’intervista che sara’ pubblicata domani sulla ‘Rossiyskaya Gazeta’ secondo cui [(è) - sic!] “avere questa necropoli [sic!] nel centro della citta’ e’ un ovvia sciocchezza ma decidere se debba o no restare li’ spetta agli altri e il modo migliore e’ un referendum”. Kozhine descrive una Russia che vuole tagliare i ponti con il passato sovietico [sic!] perche’ punta, grazie alle risorse energetiche, a ritornare una superpotenza in grado di confrontarsi alla pari con gli Stati Uniti [questa cosa la scrive chi batte, come d’agenzia, la notizia. Ma battere una notizia d’agenzia così, e scriverla così, significa pensare la stessa cosa di chi la dice]. “Siamo a un punto in cui possiamo voltare le spalle alla rivoluzione. Il Paese vuole una vita normale, fatta di lavoro e prosperita’” [sic!], ha spiegato Kozhine. Gia’ nel 1991 con il crollo dell’Unione Sovietica Boris Eltsin con il sostegno della Chiesa Ortodossa [sic!] voleva seppelire le spoglie di Lenin, morto nel 1924, ma finora non se ne e’ fatto nulla. Anzi alla fine degli anni ‘90 la mummia [appunto!] venne anche sottoposta a lunghi e delicati lavori di restauro.” [sic!]

    [La mummia era lì. Quella mummia non aveva nessun rapporto con la Russia che avevo davanti gli occhi. La Russia non ho solo paura del suo passato - la mummia di Lenin - la Russia ha sempre paura del suo presente. Se io dovessi pensare, come italiano, il cadavere di Mussolini, senza che fosse stato appeso a Piazzale Loreto,  io sarei un russo. Il pubblico ludibrio di quel cadavere, lo sputo, il vomito e l’infamia che sta in quella scena - la scena dell’appendere lui, la sua amante, e i gerarchi che avevano scelto di rimanere sino alla fine dei suoi giorni - è il lavacro che le fondamenta della repubblica italiana chiedevano, imponevano dopo venti anni di fascismo.

    Tanto intensa e necessaria era questa scena, da essere sfuggita al controllo, al governo dei partigiani, del ’governo partigiano ’.
    E tanto intensa e necessaria era questa scena, da avere imposto - quando si doveva - una pacificazione firmata e controfirmata dal Ministro della Giustizia: Togliatti.
    I nani dei nostri tempi sottoscrivono ben altri provvedimenti.
    I nani dei nostri tempi giudicano le scelte radicali, vertiginose ed impossibili, che i loro ‘padri’ hanno fatto.
    Più infami sono le parole di chi giudica; più ingiuste e nulle sono le sillabe di chi giudica un tempo di giganti.

    Sono stato a vedere la mummia in una delegazione diplomatica.
    La paura dei russi rispetto il futuro è una sensazione vertiginosa, che non può essere misurata con i criteri occidentali. I russi hanno paura dei fantasmi, i russi hanno paura dei nomi, i russi hanno paura dei loro nomi, dei nomi che fanno le loro famiglie. Il padre della mia maestra di russo deportato in Siberia, il padre di suo marito colonnello del KGB.

    Tutte le volte che ho visto i bambini russi giocare nei parchi che il soviettismo aveva creato, tutte le volte la forza e l’intensità della semplicità di quei bambini - dei loro genitori - non mi riportavano a quella mummia, ma, più semplicemente all’incandescenza dell’esistenza.

    Sono ritornato tante volte all’immagine della mummia di Lenin.
    Tutte le volte, questa postura, la posizione e la regola che governava la visione di una mummia, tutte le volte che ritornavo nella memoria alla visione di una mummia, tutte le volte questo ricordo mi riportava alla potenza dell’esistenza delle russe e dei russi.
    E tutte le volte, mi chiedevo perchè, insomma, la potenza degli infanti russi, dei bambini russi, dopo il 1989, potesse essere rinchiusa, soffocata in quel corpo senza organi che M. Lenin continuava a rappresentare faccia all’Occidente.

    Gli infanti russi - per chi li ha visti - costituiscono la più radicale e vertiginosa dimostrazione del tradimento leninista.
    Poichè gli infanti - anche senza nulla dire - sono la testimonianza radicale dell’irruzione intensa dell’esistenza nel progetto - essi dimostrano la messa in questione di ogni progetto di educazione di qualsivoglia ideologia.
    Gli infanti russi, nei loro occhi, nelle loro voci, sono la testimonianza maggiore della cancellazione del valore di quel corpo morto che si chiama ‘mummia di Lenin’.

    Nello stesso tempo, io ho visto, ogni qual volta andavo ai piedi del Kremlino, ho visto tutte le volte che andavo al sacrario della Seconda Guerra Mondiale, ho visto le nonne che portavano i loro nipoti, le loro nipoti, ho visto, tutte le volte che andavo ai piedi del Kremlino le nonne parlare con i loro nipoti - femmine o maschi che fossero - ho visto parlare le nonne parlare dei loro mariti morti durante la seconda guerra mondiale, ho visto piangere le donne russe di fronte il sacrario che ricorda i morti sovietici della Seconda Guerra Mondiale come mai ho visto fare in Italia - e forse solo in Toscana.

    Tutte le volte che io andavo al sacrario sotto le mura del Kremlino, tutte le volte io ho visto gli infanti russi che ascoltavano la voce delle donne, delle nonne sovietiche che, di fronte la fiamma eterna che ricorda i caduti, raccontavano, piangendo, la storia.

    Io non amo i sacrari. Non amo nemmeno i militi ignoti.
    Ho cercato di guardare gli occhi degli infanti russi.

    In nessuno di quegli occhi ho mai visto Lenin o la sua storia. Nemmeno la sua salma.
    Perchè poi, in fondo, bisogna essere precisi: tra salma e mummia esiste la stessa differenza che esiste tra la morte e la morte prolungata.

    Appendere, a testa in giù, la propria storia si chiama libertà.
    Stendere un corpo per farlo guardare, in fondo, non ha niente da dire, a nessuno.

    Di tante cose che in Russia ho visto, l’unica cosa che mi ricordo, con un’intensità degna di morte, sono gli infanti che scivolavano, con i loro sacchi neri, tra la neve.

    Tracciavano il futuro che ci attiene, anche a noi che siamo stati comunisti.

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    8.10.2007

    Il comunismo degli intellettuali ‘anni 60′


    «L’unica religione possibile per gli intellettuali» Comunismo come fede: romanzo inedito di Moravia

    Appena finita la guerra si verificarono nella mia vita due avvenimenti importanti. Il primo fu che mi iscrissi al Partito comunista. Immagino che ogni uomo agisca per motivi al tempo stesso interessati e disinteressati, personali e impersonali. I motivi disinteressati della mia iscrizione al Partito (lo chiamerò d’ora in poi così senza aggiungere la parola comunista, per noi comunisti il Partito comunista è il partito, senza più) non differiscono granché da quelli di tanti che in quel periodo fecero lo stesso passo (…)
    Parlare di questi motivi disinteressati mi sembra inutile, perché io qui intraprendo di raccontare una storia molto personale che mi permetterà di definirmi di fronte a me stesso e agli altri e i motivi disinteressati, appunto perché tali, non hanno mai definito nessuno e sono sempre stati invece patrimonio comune di tutti gli uomini. Mi basti dunque affermare che mi iscrissi al partito in perfetta buona fede, con sufficiente entusiasmo sentimentale e buona conoscenza dottrinaria.

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    29.09.2007

    Padrini e predoni: un ritratto di Messina, città dello Stretto con sindaco Francantonio Genovese - di Riccardo Bocca


    Padrini e predoni - di Riccardo Bocca, L’Espresso di questa settimana
    Clan sempre in azione. Vecchi e nuovi comitati d’affari. Scandali. Speculazioni edilizie. Lavoro nero. Ambiente a rischio. Economia in declino. Così l’illegalità soffoca la città dello Stretto

    A Messina la mafia non c’è. «Al massimo qualche mela marcia», assicura il sindaco Francantonio Genovese della Margherita, candidato leader per la Sicilia del Partito democratico. Lo stesso dicono altri politici e imprenditori. Comitati d’affari sì, collusioni tra palazzinari e amministratori anche. Ma la mafia no, non esiste. Fatto sta che alla vigilia delle ultime elezioni cittadine, sul muro esterno del Comune è apparsa una grande scritta: «La mafia è bella!». Con questo slogan in vista, l’aspirante sindaco Genovese ha accolto a palazzo Zanca Rita Borsellino, venuta a sostenerlo. Poi lei è partita e la scritta è rimasta. Per quindici giorni, senza che nessuno osasse cancellarla. Alla fine un messinese indignato si è rivolto al questore, e i vigili l’hanno rimossa.

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    25.09.2007

    Il suicidio di André Gorz (1923-2007)


    PARIGI - Suicida insieme alla moglie il filosofo francese André Gorz, 84 anni: nel 1964 aveva fondato il settimanale Nouvel Observateur insieme a Jean Daniel. La moglie Dorine, 83 anni e sua compagna da 50, era malata da tempo.

    Su Millepiani filosofici gli articoli pubblicati da Le Monde e Liberation, un’intervista e una recensione di Toni negri

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    20.09.2007

    Riccardo Capecchi - chapeau


    "Oggi il vostro sito [Dagospia] ha pubblicato una mia foto mentre mi imbarco sul volo di ritorno da Milano che riportava a Roma il Vice Presidente Francesco Rutelli dopo il Gran Premio di Monza.
    Ero su quel volo di ritorno da Milano per atto di cortesia del Ministro Rutelli dopo aver partecipato a titolo strettamente privato al Gran Premio e tengo a precisare che ero in possesso di un biglietto regolarmente acquistato per il volo AZ 2119 delle ore 20.00 da Linate a Fiumicino.
    Sono certo di non aver commesso alcun illecito o violazione di legge ma consapevole tuttavia di aver compiuto una leggerezza: mi è ben chiaro che non tutti hanno l’opportunità di salire su un volo di Stato in alternativa ad un volo di linea solo per risparmiare alcune ore di attesa. Ciò a prescindere che in quella circostanza vi siano o meno fotografi appostati per fare degli scoop giornalistici contro questa o quella Autorità dello Stato.
    E credo anche che nella vita si debba essere conseguenti e che i comportamenti individuali anche del più piccolo collaboratore, quale io sono, non debbano in alcun modo inficiare ruoli ed istituzioni, esse sì importanti e prestigiose.
    E’ per questo motivo che ho già ritenuto opportuno rimettere in modo irrevocabile il mio incarico presso la Presidenza del Consiglio.
    Ringrazio con l’occasione il Presidente Romano Prodi ed il Sottosegretario Enrico Letta per l’opportunità che mi hanno dato in questi mesi di collaborare al loro fianco".

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    15.09.2007

    Anatomia del male universitario


    Non è facile, diciamolo, riflettere sull’Università, avendo di fronte, dopo un anno e più, un governo di sinistra su cui molte speranze si erano riposte per il rilancio della ricerca. Mentre non è facile, altrettanto ci sembra necessario, come gesto di verità, dire, dove è indispensabile, dire quello che si tace, dire quello che, altrove, non si vuole dire o vedere: lo statuto dell’università italiana supera, infatti, la forza degli schieramenti, per porsi come uno dei più inespugnabili luoghi di potere e luoghi di silenzio. Tanto incandescente è la materia da richiamare, tanto tocca, ancora una volta, la nostra città, la nostra amatissima Università di Messina, denudata della sua rappresentanza massima. Anche questa volta, in questo passaggio difficilissimo come quello relativo all’inchiesta della magistratura sui tests di medicina, l’Università di Messina non ha parola forte: il Rettore della nostra Università deve tacere perchè sospeso dalle sue funzioni per fatti gravissimi. Questo vuoto, quest’assenza è l’assenza di tutta una generazione e il frutto di un sistema.

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    9.09.2007

    Pavarottiamo 2- Pavarotti e Breslin: le confessioni di un agente pentito


    7 settembre 2007, Francesco Semprini, “La Stampa”

    Egocentrico, infantile, pigro, taccagno, grasso, infedele e vanitoso. Luciano Pavarotti era tutto questo e molto di più secondo Herbert Breslin, l’ex agente del tenore che ne ha messo a nudo gli aspetti meno conosciuti in «The King and I». Il libro pubblicato nel 2004 e scritto a quattro mani con la giornalista Anne Midgette, è «una raccolta senza censure dei racconti su Pavarotti», anche se per buona parte della critica altro non è che un compendio di veleni messi in giro dall’ex agente dopo la rottura, non certo amichevole, del loro rapporto.
    Nonostante l’apprezzamento per il suo talento e l’iniziale infatuazione professionale per il maestro, l’immagine che viene tratteggiata nel libro ritrae un Pavarotti cinico e difficile: «L’atteggiamento da despota quando era seduto sul suo trono dietro le quinte dei teatri - racconta Breslin - i capelli evidentemente tinti di quel nero innaturale, lo schiocco delle dite per farsi portare la consueta minestrina prima dell’esibizione», questo era il tenore che non tutti conoscevano.

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    9.09.2007

    Pavarottiamo -1: Isotta, Pavarotti ed i tenore di grazia


    7 settembre 2007, Paolo Isotta “Il Corriere della Sera”

    Vorremmo ricordare il tenore emiliano com’era ai suoi esordi, rimuovendo i detriti limacciosi accumulatisi con gli anni. Da tenore «di grazia », emulo di Tito Schipa, il quale è ovviamente irraggiungibile, cantava nel «mezzo carattere» dell’Elisir d’amore e della Sonnambula. Possedeva un timbro delizioso ch’era immagine di giovinezza, fiati lunghi e sani e quella splendida chiarezza di dizione che non l’ha abbandonato mai.

    Sotto quest’ultimo profilo, anche nei periodi meno felici, Pavarotti restava esempio d’una vecchia scuola italiana gloriosa: quando cantava si capiva ogni parola. Contemporaneamente praticò con lo stesso successo il repertorio «lirico»: a esempio, il duca di Mantova del Rigoletto. Lo si volle accostare a Beniamino Gigli e, ripeto, per bellezza di timbro e chiara dizione ne era un erede. Ho un prezioso ricordo d’un testimone oculare quanto autorevole. Interpretava questo ruolo al Massimo di Palermo sotto la bacchetta del grande e burbero Antonino Votto. Rientrando il Maestro in camerino dopo la recita, borbottava: «Nunn’ è ccosa!».

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    7.08.2007

    Verità su via Rasella


    ROMA - Nel 1996 Il Giornale scatenò una vera e propria campagna contro i partigiani che compirono l’azione di via Rasella. Quell’attacco che provocò 33 morti e scatenò la rappresaglia delle Ss alle Fosse Ardeatine. Articoli che, in pratica, tendevano a “scaricare” sul gruppo dei gappisti guidato da Rosario Bentivegna, le responsabilità della strage che provocò 335 morti. Ora, però, la Cassazione, confermando la condanna al risarcimento per diffamazione (45 mila euro) a beneficio dei gappisti e di Rosario Bentivegna che li guidava, boccia quella campagna di stampa, ne sottolinea le falsità e condanna il quotidiano di Paolo Berlusconi.

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    3.08.2007

    Millepiani 2.0 e feeds nei rizomi


    Nelle pagine che accolgono i rizomi di Millepiani 2.0 appaiono adesso i links dei nuovi posts pubblicati sul Blog 1.0 e su Milleplateaux. Come promesso, la maggiore integrazione, innanzitutto grafica, tra i tre poli di millepiani.net è adesso completata. Si è voluto infatti offrire una circolarità completa e una molteplicità di piani di lettura che possa essere seguita più semplicemente. I commenti sono ben accetti.

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