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  • 5.03.2013

    Messina bene comune, Messina forma di vita


    di Gianfranco Ferraro, Luciano Marabello, Emilio Raimondi, Gino Sturniolo

    gruppo facebook: https://www.facebook.com/groups/296648163795903/

    **********

    Ripensare la democrazia a Messina.


    Mai come in questi ultimi venti anni, la “forma” della nostra città è andata cambiando nel disprezzo delle più elementari regole di scelta democratica. Chi ha chiesto ai messinesi il permesso di chiudere l’accesso al porto e di sottrarre di fatto alla città il suo rapporto con il mare? E quando è stato chiesto a messinesi di rendere progressivamente privato l’attraversamento dello Stretto? Chi li ha interpellati sul destino del Teatro in Fiera e chi ha chiesto loro di poter decidere, direttamente, il destino della cittadella fieristica? Chi ha chiesto il loro parere sulla vocazione e sulle ipotesi di trasformazioni speculative del quartiere storico del Tirone? Chi ha chiesto ai messinesi, in una parola, di poter decidere che città volevano?

    Ci poniamo oggi una semplice domanda: come reagire alla sistematica espropriazione di luoghi di democrazia, di scelta, come reagire cioè all’espropriazione che Messina vive ormai da decenni? E come rendere quindi possibili, praticabili delle “scelte” consapevoli e partecipate sulla forma della città da parte dei messinesi? Scelte e decisioni dirette in cui cioè la città, in tutte le sue componenti – la città dunque dei molti e non dei pochi -, possa entrare e dire la propria su ogni metro quadrato pubblico e su ogni proiezione pubblica di edifici e spazi pubblici che la compongono, così come su ogni attività che la riguarda.

    Ripensare l’ambiente urbano a Messina implica innanzitutto allora un radicale ripensamento del rapporto tra lo spazio democratico e l’uso in comune delle risorse. Espressioni come “cittadinanza attiva”, “democrazia partecipata”, autogestione dei “beni comuni”, protagonismo della città, sono pratiche e termini entrati ormai nel nostro linguaggio quotidiano. Ma proprio in quanto riescono raramente ad essere attuate nella pratica, essi risultano spesso, agli occhi della politica ufficiale, parole vuote, pratiche inutili.

    Al contrario invece, ritrovare il rapporto tra una gestione democratica dell’ambiente urbano e l’uso delle risorse significa, più radicalmente – cioè in maniera più partecipata, e ancor di più per una città come Messina – dare nuova luce a quanto possiamo intendere con “bene comune”: come “usare” democraticamente quello che c’è già? Come restituire alla città spazi in disuso o male utilizzati e servizi di pubblica utilità mal gestiti da privati o da amministrazioni pubbliche incapaci di salvaguardare l’interesse prioritario della comunità cittadina?

     

    “Restituire” beni comuni.

     

    La recente riapertura del “Teatro in Fiera”, libera restituzione alla città di un bene comune sottratto alla vita pubblica, ha risvegliato l’opinione pubblica cittadina su due gravi problemi: da una parte, il pessimo stato di conservazione in cui versano tante strutture cittadine pubbliche, dall’altro l’opera di progressiva appropriazione di tali strutture, così come di terreni inutilizzati, non solo da parte di privati, ma anche da parte di enti pubblici. Il vero problema che infatti Messina ha vissuto in questi anni non è stato solo la dismissione degli enti pubblici, ma anche una loro gestione essenzialmente privatistica. In questo senso, non fanno eccezione, come il caso del “Teatro in Fiera”, ribattezzato “Pinelli” ha ben messo in evidenza, né l’area della vecchia cittadella fieristica, di fatto mai integrata nel tessuto urbano, né, in misura certamente maggiore, tutto il Waterfront.

    Fallita è infatti, sotto gli occhi di tutti, e soprattutto a Messina, l’idea che un certo intervento del privato nei servizi pubblici, quelli che richiamano, innanzitutto, la gestione dei servizi fondamentali, sia l’equivalente di efficienza e buona gestione. E ancor più fallimentare si è rivelata al tempo stesso l’idea, tutta interna a questo modello economico, per cui la gestione finanziaria dell’ambiente urbano, così come, su altre scale, delle risorse umane, economiche, paesaggistiche del Paese e della Regione, sia incompatibile con la pratica attiva della democrazia. Ed è proprio di fronte al fallimento sostanziale di questa strategia che noi pensiamo ci sia un’altra possibilità.

    Questa idea chiusa, privatistica, dove a scegliere quale sia l’utilizzo degli spazi pubblici sono solo in pochi, ancor meno quelli che decidono la loro destinazione, mentre pochissimi usufruiscono di servizi, s’infrange, oggettivamente, con un nuovo protagonismo, non organizzato in associazioni, in cordate, cenacoli, con una irruzione di forze giovani nella vita politica della città che dell’uso comune degli spazi sociali fanno il senso della loro libera e attiva espressione politica.

    Il caso del “Teatro in Fiera Pinelli” di Messina segue infatti da vicino casi simili di “restituzione” di beni pubblici sottratti alla pubblica utilità da parte di una gestione privata e privatistica delle risorse. In città più vicine come Palermo e Catania, così come a Pisa, Treviso, Roma, Napoli, cinema, teatri, ex-fabbriche e spazi pubblici lasciati in colpevole disuso o pronti a diventarlo sono stati “restituiti” pienamente alla città, a differenza di ciò che è avvenuto in riva allo Stretto.

    Come fare però se le stesse istituzioni locali, come province, comuni e quartieri, vivono ormai, a causa dei vincoli di bilancio fissati spesso senza tenere in alcun conto le realtà locali, nell’impossibilità di “rappresentare” effettivamente i bisogni e le necessità dei cittadini?

    Quali istituzioni per i “beni comuni”? Occorrerà a nostro avviso muoversi in due direzioni.
    La prima: rendere più diretto il rapporto tra istituzioni locali e cittadinanza; la seconda: le pratiche di cittadinanza attiva e di “restituzione” dei luoghi alla città devono essere riconosciute dalle istituzioni rappresentative.

    Sulla scorta di diversi esempi già istituiti a livello nazionale, riteniamo innanzitutto che il Comune di Messina debba avviare in questo senso un percorso partecipato, attraverso l’istituzione di appositi organi consultivi del Comune, che guardino non solo alle realtà associative cittadine riconosciute, ma anche a forme spontanee di organizzazione. Occorre cioè che attraverso una forma di regolamentazione degli spazi pubblici riconsegnati alla libera fruizione della cittadinanza ed alla loro vocazione di bene comune, possa essere riconosciuto quel protagonismo sociale ed autogestionario presente nella società messinese, come è risultato evidente nella riapertura del “Teatro Pinelli-in Fiera”.

    Si tratta di attivare cioè anche a Messina, sulla linea del percorso di democrazia partecipativa recentemente avviato a Napoli, con l’approvazione di un nuovo regolamento comunale e con l’istituzione del regolamento di un “Laboratorio Napoli per una Costituente dei beni comuni”, un “Assessorato ai Beni comuni” che sovrintenda e si faccia a sua volta promotore di forme ulteriori di pratiche di cittadinanza, così come previsto del resto dalla convenzione di Aarhus sulla “democrazia ambientale” del 25 giugno 1998, riguardante l’accesso “alle informazioni, la partecipazione del pubblico ai processi decisionali e l’accesso alla giustizia in maniera ambientale”, convenzione ratificata dallo Stato italiano già il 16 marzo 2001.

    Solo in questo modo, attraverso l’istituzione di un apposito assessorato e la presenza, in seno alla macchina comunale, di organi consultivi aperti in cui trovino continua e libera espressione le istanze autogestionarie dei “beni comuni”, l’amministrazione può, infatti, da un lato allargare le maglie della propria capacità amministrativa, su basi interamente democratiche, e dall’altro rendere ulteriormente possibile la garanzia di una reale e differenziata democraticità delle diverse pratiche di cittadinanza e di restituzione dei beni comuni agli abitanti. Solo attraverso questa integrazione nel Regolamento comunale dell’utilizzo di un bene comune può garantirsi da eventuali derive appropriative degli “usi”, salvaguardando i processi di democrazia partecipativa.

    Grazie a questo movimento, in secondo luogo, le pratiche di cittadinanza attiva e di restituzione dei luoghi alla città potranno incontrare, entro questo orizzonte, la disponibilità e il senso di una presenza proveniente dal privato.

    In questo senso, rimettere in moto una gestione democratica della forma di vita cittadina significa, dunque, anche ripensare il rapporto tra le risorse, le capacità produttive e le sue compatibilità. Significa ridefinire il rapporto che una città intrattiene con il “privato” e con la forma-impresa per come essa si dà, sia individuale che collettiva.

    Significa, ad esempio, impedire per i luoghi comuni, pubblici e condivisi, quelle pratiche aziendali che puntano tutto su meccanismi predatori e speculativi (vedi caso “Triscele”). Significa pensare a “luoghi comuni” – la cittadella fieristica, ad esempio – in cui la comunità cittadina può determinare non solo destinazioni d’uso, ma anche forme di partecipazione produttiva e di diretta presenza del privato, che possono, solo a queste condizioni, incrociarsi con le pratiche di messa in condivisione, di libera fruizione, di autogestione e resa comune di un bene.

    Riutilizzare spazi, liberare risorse, gestire democraticamente la città significa in questo senso “restituire” alla città il proprio ambiente, e al tempo stesso riaffermare la capacità di decidere, nella maniera più condivisa possibile, le sue risorse.

    Più che di “beni comuni” parleremo allora di “usi in comune”, riconoscendo il valore sperimentale delle temporanee invenzioni urbane, immaginando processi che rivoltino il tempo dell’abbandono dei luoghi e strutturino in maniera produttiva l’attesa di una trasformazione degli stessi luoghi. Questo esito renderebbe possibile la costituzione di fatto di “laboratori urbani” fatti da chi inventa e attiva i processi e utili al tempo stesso alle Istituzioni capaci di raccoglierne le invenzioni. La stessa Cittadella fieristica potrebbe ad esempio contenere in uno dei padiglioni razionalisti soggetti a restauro un luogo privilegiato a metà tra “piattaforma creativa” e “Urban Center”, in cui sperimentare stabilmente le connessioni fra i pezzi di spazio fisico e di innovazione sociale, e nel quale dibattere i temi e confrontare gli apporti di soggetti diversi.

     

    Regolamenti d’uso in comune.

     

    Infine, sulla scorta di altre esperienze nazionali, è possibile aggiungere un ulteriore tassello a questa forma di reinvenzione partecipata delle istituzioni, facendo sì che la stessa Amministrazione Comunale indichi dei modelli da seguire, ovvero dei “Regolamenti d’uso in comune”, la cui stessa elaborazione sarebbe affidata a quegli stessi comitati, associazioni, gruppi spontanei e singoli cittadini che si propongono una esperienza di “restituzione”, nel quadro di quegli organi consultivi specificatamente incaricati, dal nuovo Regolamento comunale, della selezione delle proposte, della formulazione di Regolamenti d’uso specifici per ogni realtà, e della gestione istituzionale sotto la supervisione di un nuovo, costituendo, Assessorato ai Beni Comuni.

    Si tratterebbe pertanto, in termini giuridici, di una vera e propria estensione, coordinata dai nuovi organi di democrazia partecipata, degli “elenchi d’uso”, già previsti dal diritto pubblico, a luoghi e attività il cui interesse pubblico per la città è considerato rilevante e antitetico, eventualmente, a quello determinato da restrizioni di ordine privatistico.

    È evidente che, in questo senso, l’unico criterio che possa essere fatto valere per l’elaborazione dei regolamenti è quello dell’uso in comune. Giuridicamente, si tratta dunque di mettere mano a forme di regolamentazione che incrocino le pratiche vigenti di cittadinanza attiva e, nello stesso tempo, promuovano ulteriori forme di partecipazione, dei privati come di qualsiasi altro ente pubblico oltre quello proprietario, alla gestione in comune di un bene che si costituisce, a partire dalla sua nuova pratica d’uso, come comune.

    Far entrare la “città” dove la “città” ancora non c’è, o dove è stata emarginata. Costruire le condizioni perché “noi” possiamo restarci, e attraversarla liberamente, contribuendo alla sua gestione democratica.

    È questa la nostra idea di Messina come forma di vita in comune.

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    18.11.2011

    Contro il feticismo costituzionale, per l’insolvenza costituente – di Collettivo Uninomade


    di COLLETTIVO UNINOMADE

    Chi aveva pensato che la crisi aprisse spazi praticabili per una qualche alleanza tra movimenti sociali e pezzi della rappresentanza, è definitivamente servito. Come era non troppo difficile immaginare, non è avvenuta alcuna resurrezione dello Stato: il processo di crisi radicale delle istituzioni nazionali, e in generale il tracollo della rappresentanza hanno conosciuto al contrario un’accelerazione definitiva. La mossa disperata di Papandreou è stata certo la mossa opportunistica, tardiva e disperata di leader corrotto al tramonto. Non per questo, è meno significativa di quanto sia tremendamente illusorio pensare che nella crisi possano esistere spazi di difesa a livello dello stato nazione. La via referendaria, con il suo rapidissimo affossamento da parte europea e le conseguenze drastiche sia in Grecia che in Italia, testimonia, qualora ce ne fosse stato ancora bisogno, che la dimensione della democrazia nei confini nazionali, tutta intera la tradizione della democrazia nazionale e dei suoi poteri costituiti, non ha più niente da opporre al governo della finanza, se non la propria nostalgia. Il governo della finanza ci mette mezza giornata a liquidare chi agita la bandiera della sovranità.

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    26.09.2011

    ‘Rengaine’ – di Julien Maret


    Una traccia.

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    scritto da millepiani
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    5.08.2011

    A Venezia c’è l’albero della libertà – Adriano Sofri


    [in dialogo con Gabriele]

    A Venezia c’è l’albero della libertà

    Adriano Sofri 18/11/1999
    Si trova sulla fondamenta del Malcanton. Nasce dentro il pianterreno di una casa abbandonata e sgattaiola fuori dalla grata in ferro di una finestra per cercare il sole e poi slanciarsi per tre metri. Verso il cielo.

    Vogliate accogliere un’altra puntata veneziana. Vi prometto che ha una sua piccola originalità, e una morale universale. Protagonista è una pianta, che altrove sarebbe un arbusto da giardino e qui è diventata invece un albero, con un tronco spesso 20 centimetri e una chioma frondosa, perchè ha dovuto farsi una strada fuori dalla grata di una finestra. Dunque, c’è una finestra a un pianterreno abbandonato, con una trama di sbarre di ferro all’esterno e una grata più fitta e sottile, anche lei di ferro, all’interno.

    Sotto, contenuta sul davanzale da un ripiano di compensato fradicio, c’è della terra, dalla quale sbucano ciuffi d’erba, una rosellina fiorita e appunto il tronco: che cresce diritto fino a mezza finestra, poi gira e si sporge in fuori, in cerca di luce, si infila in un buco ritagliato nella grata, come una gattaiola per il gatto di casa, e sgattaiola (ma lentamente! rugosamente!) fuori dalle sbarre, arrampicandosi verso l’alto come una bandiera verde. In tutto, dalla finestra allo sventolio delle foglie, è un albero di tre metri. I passanti, come me, lo notano, e magari lo fotografano anche. Ma, se non sbaglio, nessuna guida lo segnala. La mia ambizione è di firmare la prima menzione pubblica di una meraviglia veneziana. Ecco allora tutte le istruzioni necessarie. La finestra è sulla fondamenta del Malcanton, a Santa Margherita. E’ un posto suggestivo, in cui il rio fa una svolta. Il modo migliore di arrivarci è senza saperlo, dal sotoportego di Ca’ Surian, perchè vi si spalanca davanti di colpo l’ansa del canale, e perchè da là uscivano le spose per montare sulla gondola nuziale. Malcanton, cioè angolo malaugurato, si chiama perchè la curva del rio, quando era stretta, faceva cadere la gente in acqua, o perchè favoriva gli agguati notturni; oppure perchè nel Trecento, i fedeli di San Pantalone, arrabbiati col vescovo Ramperto che aveva revocato loro un’esenzione fiscale, lo facero fuori in quella svolta pittoresca.

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    scritto da millepiani
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    21.07.2011

    Genova nome per nome – Le violenze, i responsabili, le ragioni: inchiesta sui giorni e i fatti del G8: Un libro di Carlo Gubitosa


    da Materiali Resistenti

    A dieci anni dai fatti di Genova, l’inchiesta piu’ documentata e’ scaricabile online.
    In occasione del decennale della contestazione al G8, Carlo Gubitosa (direttore della rivista Mamma!) e le edizioni Altreconomia vogliono contribuire alla memoria storica di quei giorni diffondendo su internet “Genova, nome per nome”, un libro/inchiesta di 600 pagine, frutto di un lavoro di ricerca e documentazione durato due anni.

    In occasione del decennale della contestazione al G8, Carlo Gubitosa (direttore della rivista Mamma!) e le edizioni Altreconomia vogliono contribuire alla memoria storica di quei giorni diffondendo su internet “Genova, nome per nome”, un libro/inchiesta di 600 pagine, frutto di un lavoro di ricerca e documentazione durato due anni.
    Questo testo, utilizzato anche come strumento per spettacoli teatrali (“Sangue dal Naso”, di e con Andrea Maurizi) e documentari televisivi (“Blu Notte” di Carlo Lucarelli), si e’ confermato nel corso degli anni come un riferimento imprescindibile per capire che cosa e’ accaduto in quel luglio 2001, quando la proposta del movimento per la globalizzazione dei diritti e il sogno di “un altro mondo possibile” si sono scontrati con il potere violento delle istituzioni.
    A partire dal 20 luglio 2011 il libro “Genova, Nome per Nome” di Carlo Gubitosa, edito da Altreconomia, e’ rilasciato con la licenza Creative Commons BY-NC-ND 3.0, che ne consente il libero utilizzo per finalita’ non commerciali, a condizione che sia preservata l’integrita’ dell’opera e l’attribuzione all’autore.
    La versione diffusa in formato elettronico e’ integrata da un dossier realizzato da Altreconomia, nel quale sono riassunte le vicende giudiziarie relative ai fatti di Genova che si sono sviluppate dopo la pubblicazione del libro.

    Chi volesse contattare l’autore può scrivere a questo indirizzo: carlo [at] gubi.it
    Il libro è liberamente scaricabile da questo link, sostituendo gli asterischi con due t:

    h**p://www.scribd.com/doc/60392340/Genova-nome-per-nome

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    20.07.2011

    Silenzio in aula


    SILENZIO – da Repubblica e sentito in diretta: “Silenzio e gelo in Aula dopo l’annuncio dell’autorizzazione all’arresto di Papa.”

    E’ il silenzio prima del crollo.

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    come una scheggia
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    18.07.2011

    Genova 2001-11 A dieci anni dal G8 – 5. Mercoledì sera, il concerto di Manu Chao


    Mercoledì 18 luglio. Sera. E poi ‘tardi’, cioè: Giovedì 19 mattina, quando il giorno non è nato.

    “Grande concerto di Manu Chao in Piazzale Kennedy: oltre 20 mila persone.
    Carlo Giuliani partecipa al concerto.”

    (leggere i credits e la nota tecnica per la visione dei filmati)

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    18.07.2011

    Genova 2001-11 A dieci anni dal G8 – 3. un attimo prima


    Cominciamo con qualche ‘immagine dei giorni appena prima le manifestazioni. Sono i giorni della costruzione delle difese della zona rossa e in cui a Genova si respira un clima di paura.
    Il primo video è tratto da “Genova citta’ aperta – I fatti di genova 19-20-21 luglio 2001″ e può essere interamente scaricabile dal sito ‘New Global Vision’.
    Il secondo invece è tratto da ‘Solo limoni’ (di Giacomo Verde, Shake Ed., Reset, Sestessi video) e può essere interamente scaricato da qui.

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    18.07.2011

    Genova 2001-2011 A dieci anni dal G8 – 2. perchè ora, perchè qui


    [pubblicato nel luglio 2006, in occasione dei 5 anni]

    La politica, se ancora esiste una pratica che può essere nominata così – ed essa esiste, ed ha una forza, anche se nascosta, immensa – la politica ha bisogno di ritessere lentamente anche le sue sconfitte. Di nuovo. ‘Ritessere’ significa riprendere il filo e ‘riannodarlo di nuovo’, con pazienza.

    ‘Riannodarlo’, di nuovo, dal ‘luogo’ dove si è perso, forse dal ‘luogo’ da cui ‘abbiamo perso il filo’.

    In politica si dice: ‘da dove abbiamo perso’. Potrei dire, oggi: ‘da dove ci siamo spersi’.

    Dove ‘Genova’ ha rappresentato il luogo di massimo conflitto, figlio della politica degli anni novanta, e proprio dove questo luogo, oggi, ‘tace’, proprio da lì bisogna ‘ritessere’. E ripensare.

    Proprio dove il ‘cuore’ della politica è ‘flebile’, non bisogna scambiare questa ‘debolezza’, quella di oggi, e questo silenzio, quello di oggi, come un ‘silenzio’ ed una ‘sconfitta’. Proprio dove, oggi, la politica prende, sempre di più, lo ‘sbalzo dell’aritimia’, dell’impossibile ‘previsione’ e dell’impossibile realizzazione delle ‘promesse’ di Genova, proprio dal cuore del cuore di Genova, dal cuore delle sue promesse, e dal cuore della sua sconfitta e del suo silenzio, ritessere e riannodare, di nuovo, quella voce ‘soffocata’, significa rideclinare una politica ‘in-comune’.

    ‘Genova 2001′ è il grande tornante, o forse il ‘grande, tragico finale’ di una certa politica. È la sua ‘messa in scena’. In questo senso, ciò che è accaduto a ‘Genova’ è ‘pieno’ d’immagini.

    A distanza di cinque anni, questa ‘scena’, queste ‘immagini’, devono ‘essere riviste’.

    Perchè, solo rivedendo ‘mille volte più una’ non solo l’assurda morte di Carlo Giuliani, ma ciò che è accaduto, scandendolo ‘secondo dopo secondo’, ancora una volta, dopo cinque anni, se ne riesca a trarre, finalmente, il gesto di liberazione che portava, e continua a portare con sè quel ‘luogo’, quel ‘nome’, che quelle ‘date’ portavano con loro. E la sua potenza sia, finalmente, libera di dirsi.

     

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    18.07.2011

    Genova 2001-2011 A dieci anni dal G8 – 1


    A dieci anni, ripresentiamo una lunga serie di filmati sul G8 d Genova.
    Non c’è nemmeno bisogno di dire che di dimenticare non se ne parla.
    E’ ricordare che è più difficile.

    Cronologia

    Una breve cronologia.

    18 luglio

    L’anti G8 inizia nel modo migliore mercoledì notte con il concerto di Manu Chao: sono in ventimila a ballare e saltare con l’ex leader della Mano Negra.

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