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  • 26.10.2017

    …le stesse cose…


    “Le stesse cose ritornano”

    Musil, L’uomo senza qualità, Vol. 1, Parte seconda

    scritto da millepiani
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    12.07.2011

    Composizione di classe e organizzazione del comune: ripensare la conricerca dentro le lotte del precariato e del lavoro cognitivo


    da Materiali resistenti

    Ritorniamo a Genova, avevamo scritto nel documento di presentazione del seminario di Uninomade. Ritorniamo, simbolicamente, alla Genova delle magliette a strisce, inizio di uno straordinario ciclo di lotte operaie, e alla Genova del movimento globale, genealogia del nostro presente. Ma vi torniamo senza celebrazioni o amore per la continuità lineare: perché tanto è cambiato rispetto al 1960 e anche al 2001, perché il nostro presente è fatto di salti e di rotture, determinate innanzitutto dalle lotte. Allora, dopo un anno di straordinari movimenti dentro l’accelerazione della crisi globale, tornare a interrogarci sul tema della composizione di classe ha significato misurare l’irriproponibilità dei termini in cui tale categoria è stata elaborata dall’operaismo nel ciclo di lotte dell’operaio-massa, e al contempo la necessità di un suo radicale ripensamento nelle nuove coordinate spazio-temporali del lavoro vivo e del capitalismo contemporaneo, dentro la precarietà permanente e la produzione del comune.

    Come, dunque, è possibile pensare nuovamente la composizione del lavoro vivo a partire dalle lotte della scuola e dell’università, dei precari e dei migranti, dal protagonismo delle donne e dai conflitti operai, in Europa e su entrambe le sponde del Mediterraneo, in rete e nella metropoli produttiva? Come si può, collettivamente e dentro il movimento, creare nuove forme di narrazione, mettere in rete le molteplici esperienze di inchiesta, produrre ipotesi comuni di conricerca? Queste e tante altre sono le domande a cui le molte attiviste e attivisti presenti, da varie città ed esperienze collettive, hanno cominciato a dare delle risposte, o quantomeno a mettere in ordine i problemi e i nodi politici. Il percorso di inchiesta avviato da Uninomade a Genova continuerà in autunno con un seminario a Milano sul welfare e uno in inverno a Torino sulle trasformazioni della forma-impresa. È attraverso questo percorso che proviamo ad aprire, insieme a molte e molti, un cantiere di conricerca, ossia un laboratorio in cui pensare e produrre i nuovi arnesi programmatici di una cassetta degli attrezzi comune.

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    scritto da millepiani
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    3.07.2011

    L’ossimoro del capitalismo ecologista – Intervista al filosofo Emanuele


    «Simone Weil diceva che nel socialismo gli individui sono in grado di controllare la macchina tecnologica. Si tratta di capire perché è un’illusione» Emanuele Severino: «Tecnologia e ideologie all’ultimo round di uno sviluppo insostenibile»Con il professor Emanuele Severino affrontiamo l’analisi sulla crescita produttiva, l’obiettivo più tenacemente auspicato e perseguito da economisti, imprenditori, governi, politici di ogni colore, e di conseguenza da tutti invocato anche nel discorrere più feriale.

    «Questo continuo parlare della crescita come di cosa ovvia è in buona parte dovuto all’ignoranza. Sono decenni che si va intravvedendo l’equazione tra crescita economica e distruzione della terraComunque, è tutt’altro che condivisibile l’auspicio di una crescita indefinita.»

    Professore, sta dicendo che l’economia è una scienza consapevole delle conseguenze negative della crescita?

    «Ha incominciato a diventarne consapevole: l’auspicio di una crescita indefinita va ridimensionandosi. Anche nel mondo dell’intrapresa capitalistica – la forma ormai pressocchè planetaria di produzione della ricchezza – ci si va rendendo conto del pericolo di una crescita illimitata; (anche se poi si fa ben poco per controllarla). Vent’anni fa, quando lei scrisse quel suo bel libro che interpellava numerosi economisti a proposito del problema dell’ambiente, la maggior parte degli intervistati affermava che quello del rapporto tra produzione economica ed ecologia era un falso problema. Oggi non pochi economisti sono molto più cauti e anche le dichiarazioni dei politici sono diverse da venti o trent’anni.»

    Però non fanno che invocare crescita, senza nemmeno nominarne i rischi.

    «In periodo di crisi economica, di fronte al pericolo immediato di una recessione, è naturale che si insista sulla necessità della crescita. Purtroppo però lo si fa riducendo il problema alle sue dimensioni tattiche, ignorandone la dimensione strategica.»

    E intanto si verificano tremendi disastri. Dal Golfo del Messico a Fukushima.

    «Certo. Ma vorrei precisare che prendere atto della gravità di fenomeni come questi significa capire che essi non sono dovuti alla tecnica in quanto tale, non sono disfatte della tecno-scienza, ma dell’organizzazione ideologica della scienza e della tecnica. Sono disfatte, cioè, del capitalismo (fermo restando che l’economia pianificata di tipo sovietico era ancora più dannosa per l’ambiente).»

    La mia impressione però è che quanti insistono a invocare crescita, continuino a ignorare che tutto quanto vediamo, tocchiamo, usiamo, è «fatto» di natura; e che dunque disponiamo di materia prima in quantità date, e non dilatabili a richiesta. I grandi industriali che si confrontano a Davos, Cernobbio, spesso neanche citano il problema.

    «Ma è un atteggiamento normale dell’uomo quello di preoccuparsi soprattutto dei problemi immediati, lasciando sullo sfondo quelli che non sembrano urgenti, ma che spesso sono quelli decisivi. Quando la barca fa acqua la prima preoccupazione è tappare la falla, poi si pensa a dove approdare. Certo, ci sono quelli che stando nella barca non pensano mai a trovare il porto, e quindi, nel complesso diventa inutile tappare le falle. »

    Il problema esiste da decenni… Il deperimento dell’equilibrio ecologico è stato clamorosamente denunciato dagli anni ’50, ma nelle scelte politiche è stato completamente ignorato.

    «Ecco, forse su quel “completamente” si può non essere d’accordo. Penso ad esempio a Clinton, consigliato da Al Gore: nel suo primo discorso da presidente ha parlato agli Americani della necessità e convenienza di una crescita economica sostenibile… Una dichiarazione di intenti che in qualche modo anche Obama ha fatto propria.»

    Anche celebri economisti (Stiglitz, Krugman, Fitoussi…) riconoscono la gravità della situazione ambientale, ma non accennano a soluzioni che mettano in discussione il capitalismo

    «È proprio questa la situazione. Ma occorre anche dire che oggi, in un mondo conflittuale, dove nessuno intende rinunciare al potere, una politica economica meno «produttivistica» significherebbe mettersi dalla parte dei perdenti, indebolirsi anche sul piano militare, essere condizionati da Paesi come l’Iran o la Cina. E sembra difficile anche rinunciare alla base economica richiesta dall’armamento nucleare. Oggi infatti, a differenza di quanto spesso si continua a credere, la potenza nucleare appare decisiva anche nella lotta contro il terrorismo. È un problema enorme, che si tende a non affrontare nemmeno là dove si è consapevoli che la crescita incontrollata distrugge la terra. Per arrivare a un impegno adeguato per la soluzione di tale problema dovranno accadere disastri giganteschi.»

    Mi domando però fino a quando questa realtà potrà reggere, di fronte a una natura devastata da un agire economico fondato su una crescita produttiva che non prevede limiti.

    «È da guardare con diffidenza – ma non voglio sembrare cinico – l’intellettuale che dice alle grandi potenze mondiali: «Dovreste mettervi in discussione». Le grandi potenze non cambiano le loro scelte perché gli intellettuali dicono qualcosa che va contro i loro interessi. Ce la vede lei una Cina che rinuncia a una politica economica vincente, e al proprio tete-à-tete attuale con Stati Uniti, Russia, Europa, per rispetto dell’ambiente? E ormai anche in Europa la vita va avanti alimentata dalle centrali nucleari. E continueranno ad andare avanti così. Non basta quello che sta succedendo: solo un disastro di proporzioni senza precedenti, dicevo, potrebbe convincere l’ordinamento capitalistico a cambiar strada in modo radicale.»

    Inevitabilmente? In base alla natura umana? Alla storia?

    «In base alla priorità che per lo più vien data ai problemi immediati. Ma c’è un’altra inevitabilità, ancora più perentoria: quella del tramonto del capitalismo. Diciamolo in quattro parole. Un’azione è definita dal proprio scopo. Anche l’agire capitalistico è quindi definito dal suo scopo, cioè dall’incremento indefinito del profitto privato. Quando il capitalismo, di fronte a grandi disastri planetari dovuti al suo agire, assumerà come scopo non più l’incremento del profitto ma la salvaguardia della terra, allora non sarà più capitalismo. Inevitabilmente: o il capitalismo volendo avere come scopo il profitto distrugge la terra, la propria “base naturale”, e quindi sé stesso, oppure assume come scopo la salvaguardia della terra, e allora anche in questo caso distrugge egualmente sé stesso. In questo senso appunto parlo da decenni di inevitabilità del tramonto del capitalismo.»

    Lei è uno dei pochissimi che fanno previsioni del genere. Le stesse sinistre – quel poco che ne rimane – sembrano aver definitivamente rinunciato all’idea di superare il capitalismo. In fatto di ambiente non hanno alcuna politica propria, anche se gli spetterebbe, perché in fondo a pagare le conseguenze dello sconquasso ecologico sono soprattutto le classi più deboli.

    «Quando parlo di declino del capitalismo, parlo infatti di qualcosa che presuppone anche il declino del marxismo, dell’umanesimo marxista, dell’umanesimo di sinistra. Non è che la sinistra sia in una posizione avvantaggiata rispetto al capitalismo. Ma il discorso va completato. Sia il capitalismo, sia il marxismo e le sinistre mondiali – ma anche i totalitarismi e le teocrazie, e la democrazia, e anche le religioni e ogni “visione del mondo” e “ideologia” – si sono illusi e si illudono tutt’ora di servirsi della tecnica. Ma che cosa vuol dire questo? Che la tecnica è il mezzo con cui tutte quelle forze intendono realizzare i propri scopi (per esempio la società giusta, senza classi, oppure l’incremento del profitto privato, oppure l’eguaglianza democratica). Anche la sinistra è cioè sullo stesso piano del capitalismo per quanto riguarda il rapporto con la forza emergente della modernità, cioè la tecno-scienza. Simon Weil diceva che il socialismo è quel reggimento politico in cui gli individui sono in grado di controllare la macchina tecnologico-statale-militare-burocratico-finanziaria: l’«individuo» – come il «capitalista» – si illude di poter controllare l’apparato tecnologico. Si tratta di capire perché è un’illusione. »

    Una prospettiva che dovrebbe poter contenere tutti i possibili…

    «Invece andiamo verso un tempo in cui il mezzo tecnico, essendo diventato la condizione della sopravvivenza dell’uomo – ed essendo anche la condizione perché la Terra possa esser salvata dagli effetti distruttivi della gestione economica della produzione – è destinato a diventare la dimensione che va sommamente e primariamente tutelata; e tutelata nei confronti di tutte le forze che vogliono servirsene. Sommamente tutelata, non usata per realizzare i diversi scopi «ideologici», per quanto grandi e importanti siano per chi li persegue. Ciò significa che la tecnica è destinata a diventare, da mezzo, scopo. Quando questo avviene, capitalismo, sinistra mondiale, democrazia, religione, ogni «ideologia» e «visione del mondo», ogni movimento e processo sociale, diventano qualcosa di subordinato; diventano essi un mezzo per realizzare quella somma tutela della potenza tecnica, che è insieme l’incremento indefinito di tale potenza.. Perciò spesso dico che la politica vincente, la «grande politica», sarà delle forze che capiranno che non ci si può più servire della tecnica. La grande politica è la crisi della politica che vuole servirsi della tecnica. Non si tratta di un processo di «deumanizzazione», o «alienazione», come invece spesso si ripete, dove l’uomo diventerebbe uno «schiavo» della tecnica; perché in tutta la cultura – anche in quella che alimenta ogni più convinto umanesimo – l’uomo è sempre stato inteso come essere tecnico. Le sto descrivendo il futuro: non prossimo, ma neanche remoto. In questo senso appunto parlo da decenni di inevitabilità del tramonto del capitalismo.»

    Mi permetta un’obiezione. Già oggi la tecnica sembra imporsi come scopo. Dando prove quanto meno discutibili.

    «No, perché come dicevo prima, ciò che dà cattiva prova di sé è la gestione ideologica della tecnica è il modo, ad esempio, in cui in Giappone sono state organizzate le centrali nucleari. E lì non c’entra la tecnoscienza, ma la gestione capitalistica di essa, che per il profitto ha sottovalutato la pericolosità di quel tipo di centrali. Debbo però aggiungere che la tecnica destinata al dominio non è la tecnica tecnicisticamente o scientisticamente intesa, ma quella che riesce a sentire la forza della voce essenziale della filosofia del nostro tempo, la quale dice che non possono esistere limiti assoluti all’agire dell’uomo).
    E resta il fatto che molti istituti scientifici, anche di largo prestigio, vivono in quanto finanziati da grandi potentati economici… E questo in qualche misura significa condizionarli…»

    «Certo, questa è la situazione attuale. Ma la tendenza globale è un’altra. Condizionarli significa indebolirli. È quindi inevitabile che, a un certo momento, chi condiziona si renda conto di non poter più continuare a farlo, perché, alla fine, condizionare (e quindi subordinare e pertanto indebolire) la tecnica per promuovere sé stessi significa indebolire se stessi…»

    Si diceva che le sinistre – a parte l’impegno per la difesa del lavoro – non dicono, né propongono cose gran che diverse dalla destra. Il marxismo un tempo aveva uno sguardo ben più ampio. Dopotutto non a caso l’inno dei lavoratori era l’Internazionale. Tentare di guardare un po’ più lontano, cercare di allargare lo stesso discorso sul lavoro, non potrebbe portare a una proposta alternativa?

    «Questo allargamento va imponendosi da solo. Infatti non si può separare il lavoro dalla tecnica (ma dal capitalismo sì, come dal marxismo). Un po’ da tutte le parti politiche oggi si sente dire a proposito dei problemi più importanti: “Non è questione né di destra né di sinistra, è una questione tecnica”. È un piccolo indizio del processo in cui le soluzioni tecniche prevalgono su quelle politiche e “ideologiche”».

    Mi riesce difficile seguirla, la tecnica viene solitamente vista come uno strumento usato dal capitalismo.

    «Questo è lo stato attuale che il mondo capitalistico vorrebbe perpetuare. Ma la tecnica non è il capitalismo. Il servo non è il padrone. Ed è già accaduto che i servi si liberassero dei padroni. La liberazione decisiva, rispetto alla quale si è ancora ciechi, è la liberazione della tecnica dal capitale.»

    In definitiva Lei vede il capitalismo sopraffatto dalla tecnica…

    «Sì. O meglio: è la logica del discorso a vederla.»

    È insomma l’intero sistema produttivo che di fatto agisce contro la salvezza dell’umanità… Non crede che in tutto ciò esista qualche responsabilità anche da parte delle sinistre? Dopotutto erano nate per combattere il capitale, no?

    «Ma il discorso che vado facendo da molto tempo indica qualcosa che sta al di sopra delle esortazioni, delle mobilitazioni, dei progetti, della volontà politica. Riguarda un movimento che procede per conto proprio, guidando e animando la volontà, così come, si sa, la struttura del capitale domina e anima la volontà dei singoli capitalisti. Marx diceva appunto che i capitalisti sono le prime vittime del capitale. Ecco, si tratta di capire il modo in cui la tecnica prende il posto del capitale.»

    Lei si riferisce a un movimento, o una tendenza, in qualche modo, come dire…, operante e avvertibile? Oppure si tratta per ora soltanto di un’ipotesi filosofica?

    «È una tendenza che è operante e avvertibile proprio nel modo adeguato (e dunque non «soltanto» ipotetico) di fare filosofia. Per essenza la filosofia si riferisce all’autenticamente operante e avvertibile.»

    Sono tante ormai le persone che si preoccupano per il futuro di un mondo per mille versi sempre più problematico e rischioso… Per lo più si tratta di giovani, consapevoli e impegnati… A tutti costoro che cosa si sentirebbe di consigliare?

    «Per ora siamo gettati nell’errore; ma proprio per questo c’è molto da fare. C’è da favorire il processo che porta l’errore a maturazione. Per questo parlavo prima della “grande politica”. Per praticarla è necessario incominciare a guardare in faccia il senso essenziale della storia dell’Occidente, il senso cioè della volontà di potenza: il senso del fare».

    scritto da millepiani
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    13.06.2011

    Tra gli scaffali della Vaticana spunta il manoscritto dell’Etica di Spinoza


    Grazie al lavoro di ricerca di una studiosa del Cnr e di un professore olandese è stato portato alla luce il testo autografo del filosofo olandese.
    Da ‘Il Giornale’, lunedì 06 giugno 2011

    Le biblioteche, soprattutto quelle grandi, ricche e prestigiose come la Vaticana di Roma, sono sempre in grado di svelare tesori inestimabili. L’ultima «scoperta» si deve a una ricercatrice italiana e a un professore olandese che tra i codici della Vaticana hanno trovano nientemento che l’unico manoscritto esistente dell’«Etica» di Baruch Spinoza. Il ritrovamento si deve a Pina Totaro, ricercatrice del Cnr, e a Leen Spruit, professore di storia della filosofia all’università «La Sapienza» di Roma.
    Il testo, copiato da Pieter van Gent, amico di Spinoza, e portato a Roma dal celebre anatomista danese Niels Stensen (anch’egli conoscente del filosofo olandese di famiglia ebraica), che lo consegnò all’Inquisizione dopo la sua conversione al cattolicesimo, costituisce la prima e l’unica versione manoscritta attualmente nota del capolavoro spinoziano, l’«Etica more geometrico demonstrata».
    Il manoscritto datato 1675 verrà pubblicato presso la casa editrice olandese Brill di Leiden, che ha annunciato l’eccezionale scoperta. Le varianti del manoscritto forniranno ulteriori materiali per la preparazione della nuova edizione critica delle opere di Spinoza in corso a Parigi sotto la direzione di Pierre-François Moreau. Finora le edizioni dell’«Etica» di Spinoza si appoggiavano su testi postumi. L’«Etica» spinoziana fu pubblicata nel 1677, l’anno della morte del suo autore, in due versioni: l’originale in latino, all’interno della raccolta «Opera Posthuma», e in traduzione olandese nel volume «De Nagelate Schriften».
    È su entrambe le edizioni postume che i tradutti dovevano basarsi, non possedendo nessun manoscritto di Spinoza, all’eccezione di qualche lettera. La scoperta compiuta nella Biblioteca Vaticana, dove il manoscritto arrivò nel 1922 dagli Archivi dell’Inquisizione, rivoluzionerà gli studi spinoziani. Nel manoscritto è infatti possibile osservare le correzioni, essenzialmente stilistiche, che furono effettuate per le due pubblicazioni del 1677.

    scritto da millepiani
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    1.06.2011

    Sfregiare l’effige: bio-grafia e politica dopo Milano


    In dialogo con Gabriele

    Esistono dei croisements tra il tempo biografico e quello politico.Essi s’incrociano ma non coincidono. In qualche maniera, questi croisements tu li leggi solo dal tempo ‘pubblico-politico’. Essi, invece, sono costituiti anche da resistenze, persistenze, attraversamenti e tenute anche solo ed esclusivamente biografici, che non possono essere sussunti, si diceva una volta, nell’icona pubblica autoreplicatasi di B., nè in una sfera solo pubblica. Solo, perchè soluta, sciolta da quelle che erano pratiche di resistenza anche individuali, non evidenti, biografiche.

    Conosco decine di persone, anche e soprattutto ‘semplici’, come diceva Francesco, che hanno resistito in questo tempo duro. Queste ‘pratiche di resistenza’, che l’ultimo Foucault avrebbe certamente chiamato ‘etiche della cura di sé come pratiche riflesse di libertà’, nominano un tempo biografico che non è di noia, ma di tessitura e rimodulazione, di ‘tesoro’, se posso chiamarlo così, che nei tempi duri è necessario conservare.

    In più, mi sento di aggiungere, quello che hai scritto rimanda ad un’idea della fine – cioè, di fondo, della soglia e del ‘varcare una soglia’ – molto asfittica – e lo dico in un senso alto e non critico né polemico.

    Tu domandi: cosa rimarrebbe? I miei amici gnostici ti risponderebbero che il ‘resto’, ciò che rimane è, precisamente, ciò che non rientra, che eccede, la perfezione del regno pleromatico, la perfezione della reintegrazione dopo la caduta.

    Cioè, di fondo, rimane ciò che quell’icona che tu nomini non ha saputo sino in fondo ‘exploiter’, consumare sino in fondo.

    E cioè: una resistenza che lascia ricordi – appunto il ‘resto’, un’esperienza senza misura di sopportazione e reazione, l’emozione di vedere, finalmente, riconosciuta questa dura esperienza della persistenza e della memoria democratica che ha saputo attraversare 20 anni di tentativi di dominio, cancellazione, estinzione.
    Ed ha condotto a sfregiare, sì: sfregiare, l’effige (per usare le tue parole).

    In questo senso, lo sfregio di questa effige è, sì, anche, bio-grafia, grafia sulla vita, e riconduce, insieme, sia alle ferite subite che al segno in volto – Milano – che una volta e per sempre, democraticamente, pubblicamente e politicamente, è stato finalmente inferto.

    scritto da millepiani
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    25.05.2011

    Latrine ministeriali


    Prima i Ministeri, adesso i dipartimenti, domani solo degli uffici, dopodomani qualche stanza, alla fine solo i cessi: così la Lega meriterebbe di sentirsi dire sugli spostamenti sull’asse freccerossa Roma-Milano….

    scritto da millepiani
    come una scheggia
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    25.11.2010

    La forza e la lontananza. A capo


    Non mancheranno di colpire. Colpiranno all’altezza della sfida.
    Cercare di riempire il corpo vuoto della politica, il suo centro, implica, bisogna saperlo, sapere reggere la reazione.

    Il tentativo di prendere possesso dei luoghi di rappresentanza vuoti della politica da parte del movimento universitario è il gesto più alto di denudamento di una sovranità senza senso e reiterata, di una pornografia del potere senza nemmeno più voglia, reiterata, ripetuta, mimata a destra come a sinistra.
    Questo tentativo, in un tempo di deserto e svuotamento, è il gesto di maggiore senso e coraggio posibile.
    Poichè esso non è la presa del potere, ma la messa in forma del vero, la messa in forma e la ripresa di una sovranità senza mediazione, di una presenza politica senza più rappresentanza, ormai da lunghi anni, questo tentativo di rappresentazione della rappresentanza senza delegazione riporta al centro il corpo vessato del popolo che chiede conto delle proprie ferite, della propria cancellazione, del silenzio a cui sembrerebbe condannato.
    Non il popolo dei perduti e dei frantumati, ma il popolo di un’informe presentazione della rappresentanza completamente oltre, lontana dalle sporgenze infami ed insensate della politica italiana novecentesca.
    I meschini togli-pulci del potere, i commentatori educati dei giornali di proprietà, le iene e le falene dei giornali democratici vesseranno e spiegheranno, sputeranno, aduleranno per poi dimenticare, chiameranno i loro sondaggisti per capire e, poi, vomitare.

    Lontani, ormai è tutto troppo lontano per dar conto, di nuovo, a questo circo.

    Nulla è da spiegare perchè, di fronte il tentativo di irruzione nel luogo vuoto della sovranità, le litanie dei commentatori crollonano, gli exit-pools dei padri politici, le istituzioni violate vengono prese da dissenteria del nulla di presenza, dalla merda che li abita.

    Lontani, finalmente altrove. Con pazienza e finalmente. In silenzio.

    Con forza, finalmente altra.

    scritto da millepiani
    come in-comune
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    3.11.2010

    Dedicata a due critiche – Nicola P. e Taibon


    a partire da qui:

    http://sentierinterrotti.wordpress.com/2010/10/30/la-villa-di-hardcore/

    emilio/millepiani
    30 ottobre 2010 14:35

    è il solito pezzo inutile del solito fenomenologo.
    Husserl morì solo, avendo davanti la copia di ‘Essere e tempo’ da cui MH tolse la dedica.
    E’ di una tristezza infinita vedere il ‘non volersi esporre ma forse sì’ passare come ‘il volersi impegnare, ed anche con sforzo’.
    è uno dei pezzi più inutili che abbia mai letto in vent’anni di potenza berlusconiana.
    Lo dico da filosofo, e, a differenz di MF, mi assumo le responsabilità e a chi non capisca le mie parole ,posso anche spiegargli il perchè di quel che dico.
    Non assolve nessuno, questo pezzo, dalla propria inconsistenza.
    Emilio R.

    besagter Taibon
    30 ottobre 2010 14:35
    un filosofo non scrive così, Raimondi, usa un altro linguaggio. #

    np permalink
    30 ottobre 2010 14:35

    Caro Filosofo Emilio R., il tuo livore è inversamente proporzionale all’argomentazione che porti. Visto che dici di assumerti la responsabilità di spiegare le tue parole a chi non ti capisce, e dato che io non ti capisco, mi piacerebbe:
    a) sapere in che senso Ferraris sarebbe un “fenomenologo”; e (come dici su Facebook) un “fenomenologo finto”
    b)sapere cosa c’entra, in questo contesto, il riferimento a Husserl che morì solo tradito da Heidegger.
    c)conoscere un tuo esempio di pezzo “utile” in “vent’anni di potenza berlusconiana”; e “utile” a chi e a cosa (visto che la potenza berlusconiana mi pare accresciuta di molto in questi vent’anni, se ci sono stati pezzi utilissimi io non me ne sono accorto).
    Ti ringrazio delle spiegazioni che vorrai eventualmente darmi. Ti avviso, però: sono un fiero allievo di Derrida, che non vorrei fosse da te stigmatizzato come un “inutile fenonomenologo” irresponsabile, al contrario, per esempio, di Foucault e Deleuze. E’ una canzoncina che ho già sentito in innumerevoli assemblee, centri sociali e in tanti “utili” dibattiti vespertini, per cui se così tu la pensassi, ti prego, non ripetermelo.
    Nicola P.

    ******************

    Com’è d’obbligo in filosofia, rispondo ’non a caldo’ a rilievi molto caldi ’dedicatemi’ dopo alcune righe scritte su Maurizio Ferraris.
    La prima cosa che vorrei fare rilevare è che quello che ho scritto attiene a Maurizio Ferraris e a nessuno dei commentatori.
    Non è cosa da poco. I rilievi a me fatti sono invece ’dedicati’. Nessun problema.

    Vorrei immediatamente dire che i filosofi parlano come vogliono, anche molto violentemente, Nietzsche e Schopenhauer ne sono campioni – e come ben attestato in tutta la testimonianza platonica su Socrate.
    Non perdo assolutamente nemmeno un rigo a confutare la frase: “I filosofi non parlano così”. La mia è acqua bollita rispetto – cito semplicemente UNA SOLA COSA – la risposta sputata in faccia alla città di Atene che Socrate pronuncia dopo la prima condanna e prima della condanna a morte, come riportata nell’Apologia di Socrate’.
    Io non sono responsabile dell’idea, balzana, che i filosofi non s’incazzino come animali – lo sanno tutti quelli che fanno filosofia – così come non sono responsabile del fatto che uno non abbia letto o percepito la violenza catastrofica presente nell’ ’Apologia’. Si tratta o di leggere o di capire.

    Altrimenti si pone l’intervento di Nicola P.. Prima risponderei ’precisamente’, poi direi la mia.

    1) il percorso di formazione e di proiezione accademica di Ferraris non incrocia in niente la fenomenologia se non quando ottiene la cattadra. Prima, per storia, testimonianza ed evidenza, la sua parabola è intimamente legata alla decostruzione. Nicola Perullo, per età e formazione, dovrebbe ben sapere che fenomenologia, esito della fenomenologia, decostruzione, fenomenologia degli oggetti sociali sono quattro cose diverse. Non solo, Nicola P. dovrebbe sapere ancor di più per formazione, che in Italia la scuola fenomenologica non attiene alla scuola torinese, dove si è formato Maurizio Ferraris. Ancor di più, Nicola P. dovrebbe sapere a menadito che Maurizio Ferraris è il migliore allievo di Gianni Vattimo che, appunto, non ha alcuna formazione fenomenologica, non attenendo alla scuola fenomenologica milanese.
    Ed allora, spieghiamo cosa sia successo.
    E’ successo che, nel momento in cui la messa in cattedra di Maurizio Ferraris si è compiuta, la proiezione ’decostruzionista’ (’Storia del’ermeneutica’ – do you remember?, Bompiani…-) la pagina si è girata.
    Arriviamo all’aggettivazione, ’falso’.
    Poichè io vengo, come anche Nicola P. – ma, a questo punto ne dubito che abbiamo seguito la stessa scuola, op forse lui si è distratto… – poichè io vengo dalla scuola storica pisana, ho cercato invano un testo di radicale messa in discussione del persorso ’decostruzionista’ di MF.
    Diciamocelo ’fra noi’: come il percorso di Paul Ricoeur, al contrario.
    Poichè io sono stato abituato dalla scuola storica pisana – Nicola Badaloni e Remo Bodei, che ho seguito personalmente – a definire storicamente i termini che uso, io ho usato il termine ’falso’ nei termini in cui chi pratica filosofia sa come si usa: il ’falso’, in filosofia, è il falsificabile poichè non attraversato, riletto ed esposto (definizione che viene dal padre della filosofia della scienza in Italia, Francesco Barone – che ho seguito personalmente e da i cui appunti prendo letteralmente questa definizione – padre insieme a Ludovico Geymonat.)
    Se solo un libro mi sta indicare la risoluzione del percorso precedente e l’apertura del nuovo, io sono pronto a discuterne. Altrimenti è una reazione contro di me che non coglie la verità della cosa, verità che attiene alla storia della filosofia italiana ed, in specifico, alla storia della scuola filosofia torinese. Se Nicola P.  ne sa.

    b) il riferimento alla dedica per Husserl d’origine ebraica, ritirata, in tempo di nazismo, da Heidegger, attiene, precisamente, a quella storia per cui i maestri, a volte, si cancellano, anche nella dedica – e non nego l’iperbole del paragone – visto ciò che c’è davanti ai nostri occhi rispetto Husserl ed Heidegger, precisamente cancellata come gesto di distanza, nel tempo dell’esposizione – non dimentichiamo che Gianni Vattimo, maestro di Maurizio Ferraris, è stato candidato ed eletto per il PDCI al parlamento europeo – partito che riscuote le mie simpatie come Silvio ’bunga bunga’ Berlusconi.

    c) non conosco pezzi utili di filosofi in vent’anni di berlusconismo. Da ascoltatore venticinquennale di musica classica, il più inutile mi parve questo – valutazione personale, ma confortata dal fatto che, biograficamente, per sei anni ho assistito alle lezioni di Emanuele Severino che, ti assicuro, a confronto, visto che è anche autore, e nemmeno cattivissimo, di musica classica, erano come quelle di Schopenhauer a Berlino. Sai, dei rilettori cialtronesci delle opere di Mozart, forse l’hai dimenticato, ce ne sono stati tanti…..

    Sono allievo diretto di Jean-Luc Nancy e Philippe Lacoue-Labarthe, ho studiato storia della filosofia con Nicola Badaloni e Remo Bodei, filosofia della scienza con Francesco Barone, Wittgenstein, come sai, con AG Gargani, psicologia con Umberto Galimberti, fenomenologia con Roberta De Monticelli a Ginevra, teoretica, a Venezia, con Emanuele Severino, teoria della letteratura con Francesco Orlando e Letteratura Tedesca con Luciano Zagari, Storia moderna con Adriano Prosperi e Paolo Viola, Contemporanea con Claudio Pavone.
    E questo, per dire, che, insieme, dai maestri prendo il meglio – ed io ho frequentato il meglio in tutta Europa.
    E dei maestri me ne fotto.

    Ho imparato, per prima cosa, a leggere, dalla grande scuola storico-filosofica pisana, lentamente, i percorsi e gli scarti, le infamie e i nascondimenti, i silenzi e le urla.
    Ribadisco, senza arretrare di un millimetro, e non per posizione ideologica, che quello di Maurizio Ferraris è un pezzo sciocco, falso, inutile.
    Filosoficamente inconsistente, come, purtroppo, ultimamente accade al Laboratorio sugli oggetti sociali della scuola torinese.

    Tutto qui.

    p.s. aggiungo, ed ’in speculum’, che esiste una grande versione, appena trovata su youtube, del vero, immenso, direttore fenomenologo, dichiarato, del Don Giovanni mozartiano, che, ovviamente, quando si cita il Don Giovanni per ’spiegare’, non si ha idea nemmeno di potere intuire. E’ Sergiu Celibidache, che gli ignoranti filosofi fenomenologi che parlano della musica mozartiana non conoscono, non citando.

    scritto da millepiani
    come un amore per la filosofia
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