Quindici tesi sullo statuto della filosofia e il suo futuro

Quindici tesi sullo statuto della filosofia e il suo futuro 
di Emilio Raimondi


1- Lo statuto universitario mondiale della filosofia è una condizione senza scampo. Non esistono uscite, transiti, alternative, rivoluzioni. Lo statuto universitario mondiale è, oggi, l'unica condizione possibile del pensare in maniera condivisa. Tutto ciò che si colloca fuori da questo statuto non è filosofia. O meglio: non lo è nel senso che non è riconosciuto. Non esiste scrittura possibile che possa, oggi, trovare alcun riconoscimento fuori dalle regole condivise, a livello mondiale definite, strutturate, riconoscibili, evidenti, verificabili. Su queste regole è possibile scrivere guide, in ogni paese diverse, scrivere o trasmettere il segreto o l'evidenza, narrare o suggerire tattiche, soluzioni alternative, cunicoli, cripte o circoli. Tutte le cripte, i cunicoli, le tattiche, i segreti per sfuggire alla presa di questo statuto sono oggi inconsistenti, svuotate dal lavorio interno che rode lo statuto primo dell'interrogazione filosofica. Lo statuto contemporaneo dell'interrogazione filosofica mostra, oggi, in maniera evidente il suo cortocircuito, la sua autoreferenzialità. La tarma che rode lo statuto filosofico contemporaneo è la tarma dell'impotenza. Lo statuto universitario mondiale nel quale ogni filosofia aspira ad entrare è una società di tarme che lavora allo svuotamento del luogo stesso della propria esistenza. Lo statuto universitario mondiale della filosofia è senza scampo poiché lavora esclusivamente per la propria fine.
2- La differenza tra l'attuale impotenza della filosofia e l'impotenza che ha segnato da sempre la storia della filosofia sta tutta nello statuto che, autonomamente, la filosofia si è data. Se, per secoli, la filosofia si è autocostituita come scienza prima, e, dunque, ha costruito il suo statuto per differenza specifica, oggi la filosofia si autocostituisce per ripetizione assoluta, separandosi, da un lato, dalla scrittura, dall'altro dalla tecnica. Il passaggio da differenza specifica a ripetizione assoluta sta tutto nel doppio desiderio di riconoscimento che attraversa oggi lo statuto della filosofia mondiale. Da un lato essa si depotenzia, si vuole depotenziare, a favore di una narrazione di storie, paradigmi, grandi racconti che essa stessa avrebbe accolto inconsapevolmente. Dall'altro essa aspira, nuovamente, ad un governo del fatto tecnico che, ormai, le sfugge incontestabilmente. L'abisso che si è aperto in questo passaggio, quello tra ripetizione assoluta e differenza specifica, si misura nel linguaggio che, ormai, la filosofia ha scelto come unico luogo d'interrogazione. La ripetizione assoluta che distingue, oggi, la filosofia dalle altre pratiche di pensiero e di scrittura sta tutta nella forma di scrittura. Mentre la filosofia, con le sue regole di scrittura, pretende di richiamare il suo passato, un passato, attraverso la sua storia e le note a piè di pagina, che dovrebbero mettere in scena questa storia, la scrittura non riconosce, ormai, alcun canone, non ha bisogno di citare, di ricordare, non ha, semplicemente, bisogno di nulla. Essa si mostra per quello che è. Altrettanto fa la tecnica, che tradisce sistematicamente la sua origine, solo dimenticandola, e ne fa evento. Né nella citazione, né nel tradimento, né nella libertà la filosofia trova, oggi, il luogo della sua differenza specifica. Essa si rinchiude nella ripetizione assoluta della sua ripetizione, senza vedere che questa differenza, proprio nel momento in cui si pensa ab-soluta, non ha più luogo. In questo essere sciolta, la società delle tarme trova il suo luogo, il luogo in cui imporre la sua lingua, le sue regole. Se Socrate è la figura della differenza specifica, il professore universitario di filosofia è la figura della ripetizione assoluta.

3- La figura della ripetizione assoluta, la figura del professore universitario di filosofia racchiude, inseme, il suo scacco e la sua differenza. Egli è, nella sua vocazione al riconoscimento delle istituzioni che non gli attengono ma da cui attende d'essere riconosciuto, chi ha attraversato la filosofia e, insieme, chi la rinnega. In questa figura della ripetizione assoluta, senza memoria, è possibile riconoscere il ripetitore per eccellenza, il traditore per vocazione, l'escluso per caso, l'escluso per eccellenza, l'escluso per vocazione, l'escluso che ha trovato riconoscimento, il riconosciuto senza sforzo, il riconosciuto per forza, il vocato, il nascosto nell'istituzione, il rinnegato, il tradito, il traditore, il filosofo dell'avvenire, il filosofo del tempo, il filosofo presente, il presente della filosofia e ogni sua minima variante, chi attende, chi non attende più. La figura del professore univeristario di filosofia travalica ogni competenza ed ogni appartenenza. La figura della ripetizione assoluta è, insieme, la figura del professore universitario e il suo contrario. Lo smascheramento del gesto mimetico della filosofia, lo smascheramento del gesto mimetico del professore universitario mondiale è un gesto politico, come quello praticato da Marx nei confronti dell'economia politica. Si tratta di svelare il segreto della merce. La figura del professore universitario mondiale di filosofia è la figura della merce intellettuale per eccellenza. Essa, questa merce, risponde a regole precise, alle regole del mercato intellettuale, alle regole della società dello spettacolo. Egli le rispetta in maniera radicale, senza conoscerle. Il rapporto tra lo statuto mondiale della filosofia universitaria e le regole della società dello spettacolo è lo stesso rapporto che intercorre tra l'artigiano spossessato della sua arte e la riproduzione seriale delle merci. Ogni artigiano conosce la sua arte, e la trasmette. Ai suoi apprendisti. L'industria culturale sa come inglobare la sua specificità. Non elimina l'artigiano. Lo relega nella sua cripta, nella sua nicchia. Il professore universitario che vive nello statuto mondiale della filosofia accademica vive in questa sua ripetizione assoluta dell'alterità.

4- Il campo tensionale di questo scontro è la scrittura. Nel luogo della scrittura si consumano i tradimenti, i disconoscimenti, le fratture, le rotture, le separazioni. Ma anche le filiazioni, i riconoscimenti, i servilismi, i sì e i no, le fuoriuscite e le permanenze. La filosofia dell'accademia gioca le sue carte nel condizionamento delle scritture. Essa lavora, all'interno di quello statuto fondamentale che è lo statuto universitario mondiale della scrittura, tutte le sue carte. Essa gioca tutto il suo potere. La filosofia dell'accademia, che oggi possiamo chiamare la filosofia dello statuto universitario mondiale, la filosofia mondiale di ogni università, essa gioca tutte le sue carte nel condizionamento della scrittura, della ricerca, della dedica. L'interdizione della dedica è il suo strumento estremo. Il condizionamento del risultato di ogni ricerca, attraverso il controllo, la verifica, la contestazione delle regole non rispettate, delle regole accademiche della scrittura è la sua foglia di fico. Attraverso la contestazione delle regole non rispettate, le regole dello statuto mondiale della filosofia dell'accademia, questa filosofia, o meglio: il suo simulacro, il simulacro di ogni filosofia, questo simulacro di filosofia stronca sul nascere ogni tradimento, ogni alterità, ogni differenza. Essa ripete, funambolicamente, la regola. La regola prima, che di questa funambolica presa dello statuto filosofico bisogna tradire, è la presa delle regole di scrittura. Essa è, di per se stessa, abracadabrante, poichè tutte le regole a cui si appiglia, rispetto alla millenaria storia della riflessione filosofica, contano qualche anno di più che 50. Se davvero, come lo è, il campo tensionale di questo scontro è la scrittura, la scrittura stessa si ribella alle regole dello statuto mondiale della filosofia accademica. La scrittura filosofica, l'interrogazione filosofica ha una storia che questo statuto non può, in nessun modo, determinare, se non attraverso il suo potere. Ed il suo potere è la regola a cui si riconduce chi fa filosofia, i suoi apprendisti. Per sì o per forza. Dentro quando si crede, fuori quando si vuole.

5- Rispetto a questo potere, quello dei funamboli della filosofia, gli apprendisti della filosofia hanno solo un dovere: dire il vero. Sempre. La scrittura del testimone di verità (Foucault) non ha regola. Essa rispetta tempi e forme, luoghi, tradimenti e fedeltà, dichiarate o taciute. La scrittura del testimone di verità guarda, con ironia e distanza, ma anche con tutta la forza della sua testimonianza, il luogo del potere, con la consapevolezza della sua differenza specifica. Nessuno, tra i testimoni di verità, rivendica doni, comunità, condivisioni. Tra lui e il potere non c'è luogo in-comune. Non solo il potere è dichiaratamente il suo nemico. Ma vive questa differenza incolmabile. La testimonia. La rivendica. Sputtana, sventra, in ogni luogo dichiara l'insostenibile, lo fa senza paura, denuda, attacca, tace, a volte ricorda. Il luogo del testimone di verità non esiste. Il potere non lo riconosce. Se, abissalmente, la filosofia è una scelta - e lo è - l'interrogazione filosofica chiama a questa testimonianza. Tra la ripetizione assoluta e la differenza specifica, il testimone di verità sceglie. Se non sa scegliere, è dal lato del potere. La forza del potere, la forza della ripetizione, esiste solo perchè il testimone di verità tace. Ripete.

6- La testimonianza del testimone di verità apre un altro luogo per la scrittura e l'interrogazione filosofica. Questo luogo, fuori dal potere delle regole dei funamboli della filosofia, non esiste se non grazie alla sua testimonianza. Di questo luogo sono testimoni tutti coloro i quali, per sì o per forza, sono stati espulsi dal potere, sono stati esclusi dal dono del riconoscimento. La loro interrogazione non è stata riconosciuta, non rientrava in queste regole. Non hanno avuto il tempo per dirla. Se esiste un dono è quello della dedica. Ogni interdizione della dedica è interdizione del luogo della testimonianza di verità. Il testimone, senza luogo, testimonia così di una storia naturale della distruzione, naturale perchè, apparentemente, il dono non appartiene alla sfera del potere. Lo statuto universitario mondiale della filosofia non riconosce né doni né testimoni. Si attesta sulle sue regole. Rifiuta, come finale, la sua Grosse Fuge. "Non eseguibile", "non eseguibile". Questo grida: "non eseguibile!!!". Salvo il fatto che tutto ciò che non è eseguibile, che il potere decide non sia eseguibile, rappresentabile, d'improvviso diventa il fantasma che abita la regola. E la stravolge.

7- Sull'impossibile. Il luogo della filosofia è il luogo dell'impossibile. Dopo Georges Bataille, tutto questo dovrebbe essere evidente. Cosa porta con sé la filosofia, che la colloca nell'impossibile? Cosa significa impossibile? Cosa, d'impossibile, il testimone di verità testimonia? Il testimone di verità si sporge sull'estremo. Egli vede. Può testimoniare. O no. Ma decide. Lo statuto universitario mondiale che la filosofia ha assunto toglie, attraverso le sue regole, la possibilità di questa testimonianza. Sfonda la sua scrittura, la occupa, la aliena, la rende altra da sé. E' contro tutto questo, e contro molto altro, che Marx si batte. Chi non riconosce a Marx la testimonianza di questa verità, non riconosce alla filosofia il suo statuto di testimonianza di verità. Il testimone di verità si sporge sull'estremo. Egli, come ogni testimone oculare di un'estremità assoluta, non può testimoniare (Sebald). Egli testimonia di un'espropriazione, di una mancanza di parola. Al testimone manca la parola. Al testimone dell'estremo manca la parola. L'espropriazione a cui è sottoposta, oggi, la riflessione, l'interrogazione filosofica non ha eguali. Essa è espropriata dall'interno. Dal suo interno. Dal potere che crede di ritagliarsi, di avere. Grazie al suo ripetersi, assolutamente, sciolta da ogni cosa. La testimonianza di questa espropriazione è, tecnicamente, l'impossibile.

8- Se la filosofia, oggi, è l'impossibile, oggi, più di prima, più che sempre, e, senza dire, testimonia del tutt'altro. E' questa la sua differenza specifica. E' Socrate. La filosofia, ancora, oggi, è Socrate. E la sua solitudine. Dire il vero. Una volta e per sempre.

9- Lo 'statuto univeristario mondiale' della filosofia è una condizione senza scampo. Parlare oggi di 'filosofia' significa esporsi. La 'traduzione' che la filosofia ha sempre richiesto implica, nella pratica di questa disciplina, insieme, la più grande fedeltà e il più grande tradimento. Lo 'statuto universitario mondiale' che questa disciplina ha assunto oggi implica ed impone questa tradizione e questo tradimento. Come sempre. E' necessario però , oggi, determinare i termini, i margini, la qualificazione della pratica della fedeltà e del tradimento. E questo poichè lo 'statuto' stesso di questa disciplina, oggi ancor più che prima, non ha determinazione, non riesce a 'determinare' i suoi confini. Non riesce, da sola, di per se stessa, a 'pensare' i suoi confini.

9- Che la filosofia non riesca a determinare i suoi confini è il frutto del tempo che viviamo. Semplicemente: ribadisce il carettere storico di ogni filosofia. O, meglio: di ogni statuto della filosofia. Se esiste, come è sempre esistita, una battaglia per la determinazione della filosofia, esiste, insieme, una battaglia, ancor più violenta, poichè la filosofia si è determinata e costituita come 'violenza', per la determinazione del LUOGO della filosofia, del luogo da cui si fa filosofia, a partire da dove, con chi, per chi.

10- Lo 'statuto universitario mondiale' della filosofia non fa che ribadire, mostrandola, questa 'battaglia prima' per occupare lo spazio della riflessione filosofica. Questo statuto pretende di determinare il luogo della riflessione filosofica. Lo circoscrive, lo vuole espropriare, lo vuole sottrarre ad altri luoghi dove l'interrogazione filosofica, indipendentemente dalle regole accademiche di cui si nutre questo statuto della filosofia, la riflessione filosofica vive senza 'riconoscimento', senza regola, senza le regole determinate da questo statuto. Insieme, questo tradimento e questa tradizione di cui, da sempre, la filosofia si è nutrita, abita questo luogo esterno allo 'statuto universitario mondiale' che la filosofia ha oggi assunto.

11- Non si tratta, dunque, di decidere se 'fare filosofia' dentro o ' non fare filosofia' fuori questo statuto. Si tratta di riconoscere che, insieme alla potenza di questo statuto, che funziona dentro le sue regole, che attrae, indiscutibilmente, le migliori intelligenze, l'interrogazione filosofica, per sua vocazione, cogenza, statuto storico, potenza costituente, crea, da sola, altri luoghi. Le figure che nominano questo luogo, sempre 'altri' da qualsiasi statuto che il potere filosofico pretende e determina, portano il nome di Marx e Nietzsche.

12 - Questi nomi, i più vicini alla nostra riflessione, indicano, prescrivendola come una 'lotta', l'alterità di questo luogo 'altro' che l'interrogazione filosofica ridetermina accanto allo 'statuto universitario mondiale'. Questa 'lotta', questa 'alterità' non si batte per distruggere il suo 'altro'. Essa lo riconosce come il suo 'diverso'. Essa si batte, però, per la sua sopravvivenza. Poichè questo potere, rappresentato dalla figura del professore universitario di filosofia, anch'esso si batte per determinare, conquistare e allargare la sua influenza. La 'figura' del professore universitario di filosofia è la metafora di questa espansione contro cui i nomi che qui nomino indicano un luogo altro. Chi, per mala fede o falsa coscienza, non riconosce l'alterità dei luoghi, chi non riconosce la differenza tra la figura del professore universitario di filosofia e questi nomi che qui nomino, difende il suo potere, il suo presente e il suo futuro.

13- Nessuno esclude che la freccia dell'interrogazione filosofica attraversi, per un attimo, il luogo del potere filosofico. Nessuno esclude che le figure diventino, anche solo per un attimo, forze d'interrogazione. E, essendo figure del potere, scelgano di diventare comparse. Nessuno esclude che, anche solo per un attimo, i registi diventino, da soli, recitanti. Me le figure del potere devono stare nel luogo dei figuranti come le scritture dei testimoni di verità (Foucault) da oggi scelgono, con forza, di occupare il posto dei registi. Ciò che la pratica della filosofia non ha vissuto, dopo Nietzsche e Marx, è la messa in scena del potere. Queste tesi pretendono di indicare l'altro luogo, vuoto, in cui figuranti, comparse, registi, produttori e buffoni della filosofia si ritrovino per scrivere di sè. E a prescindere da sè.

14- Il luogo 'altro' che la filosofia e la forza della sua freccia d'interrogazione determina è oggi l'incrocio, cruciale, tra il luogo della sua interrogazione fenomenologica e la capacità di decisione propria della sua potenza descrittiva. Cioè: il luogo 'altro', che s'inscrive, grazie ai nomi che ho pronunziato, all'interno della potenza costituente dell'interrogazione filosofica, è il luogo in cui la potenza di questa interrogazione ritrova, di nuovo, fuori dalla sua lingua, il suo luogo. In questo senso, non è più possibile parlare, oggi, di una 'biopolitica', di una 'ermeneutica', di una 'storiografia', di una ' etica', di una 'morale', di una 'politologia', di una 'teoria del dono', di una 'democrazia av-venire', di una 'geopolitica'. E' solo possibile parlare di un 'altro' dalla filosofia così come lo 'statuto universitario mondiale' ne determina la condizione.

15 - Il gesto preliminare, necessario, che oggi la filosofia richiede, prima di determinare questo nuovo luogo in cui è chiamata a dire, e che Derrida ha descritto perfettamente nel suo 'L'Università senza condizione', il gesto preliminare a cui ogni 'interrogazione filosofica' è chiamata a rispondere, il gesto preliminare è un gesto di 'liberazione'. Da scritture, da pratiche, da rapporti. Istituiti, tutti, tutte istituite e vecchie. Se questo gesto richiede l'esposizione, con nome e cognome, me ne faccio carico. Ma so che, a partire da questa esposizione, da questa sottoscrizione, comincia il tempo che Blanchot, parlando di Bataille, chiamava dell' 'anonimato'.

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