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      <title>Milleplateaux</title>
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      <language>it</language>
      <copyright>Copyright 2008</copyright>
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         <title>Tra apocalittici e utopisti le &quot;ragionevoli speranze&quot; del filosofo Paolo Rossi</title>
         <description>il Riformista 31.10.08
Arriva in libreria un pamphlet contro i nemici della modernità e della civiltà occidentale. Tra apocalittici e utopisti le &quot;ragionevoli speranze&quot; del filosofo Paolo Rossi
di Guido Vitiello -  Dicono che l&apos;occidente è diretto verso la catastrofe. Che la modernità non va riformata, ma abbattuta. Semmai per innalzare sulle sue rovine la Città ideale. Si trovano a destra e a sinistra, tra gli intellettuali e tra i leader di piazza. In &quot;Speranze&quot;, il grande storico delle idee ci spiega perché faremmo meglio a dubitare delle loro visioni catastrofiche.

Profeti di sventura. Alcuni dei bersagli polemici del nuovo libro di Paolo Rossi: Martin Heidegger Alberto Asor Rosa Guido Ceronetti

Quella tra Paolo Rossi e i nemici della modernità è una contesa di vecchia data. Negli anni settanta lo storico delle idee, autore di studi ormai classici sulla filosofia moderna e la rivoluzione scientifica, polemizzava con gli «antimoderni a destra e a sinistra». E cioè quegli intellettuali, come Pier Paolo Pasolini ed Elémire Zolla, che pur da diverse postazioni ideologiche si esercitavano in un «fuoco concentrico» contro gli stessi nemici: la scienza, la tecnica, il razionalismo e altre teste di turco create allo scopo. Qualche lustro più tardi, in Paragone degli ingegni moderni e postmoderni (di cui è in arrivo un&apos;edizione aggiornata), i bersagli di Paolo Rossi erano Emanuele Severino e gli heideggeriani «di provincia».
L&apos;ultimo capitolo di questa battaglia culturale si intitola Speranze, ed è da pochi giorni in libreria per i tipi del Mulino (pp. 148, € 9). Un piccolo libro erudito e spassoso, diviso in tre sezioni: «Senza speranze», «Smisurate speranze», «Ragionevoli speranze». Ovvero, semplificando appena un po&apos;, gli apocalittici, gli utopisti e... i riformisti.</description>
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                  <category domain="http://www.sixapart.com/ns/types#category">una traccia</category>
        
        
         <pubDate>Wed, 05 Nov 2008 01:50:32 +0200</pubDate>
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         <title>Fede e politica - di Gustavo Zagrebelsky</title>
         <description>Repubblica 31.10.08
Un saggio su &quot;Micromega&quot;. L’equivoco di una religione civile
È un fenomeno che avviene sotto i nostri occhi e che papa Benedetto XVI ha teorizzato. Ma che è in conflitto con lo Stato laico. La Chiesa offre la teologia e i suoi valori come tessuto connettivo alle società occidentali di cui si presume il disfacimento
La riproposizione di una funzione antichissima, addirittura originaria. L´attacco a un sistema definito materialista, nichilista, privo di nerbo morale

Sotto i nostri occhi, si svolge una mutazione nel rapporto tra la Chiesa e la società: dalla religio (o theologia) socialis dell´ultimo scorcio del XIX secolo, alla religio (o theologia) humana della seconda parte del secolo scorso, alla religio (o theologia) civilis (o politica) del tempo attuale, quando la religione si offre come tessuto connettivo di società politiche in auto-disfacimento: «Prendere una [ï¿½] chiara coscienza della funzione insostituibile della religione per la formazione delle coscienze e del contributo che essa può apportare, insieme ad altre istanze, alla creazione di un consenso etico di fondo nella società» (parole del papa Benedetto XVI, durante la visita a Parigi il 13 settembre 2008). Quest´ultimo ï¿½ il «consenso etico di fondo» ï¿½, un concetto molto ambiguo che non si sa che cosa significhi (ma forse qualcuno, con lo sguardo rivolto alla storia della Chiesa, può temere di saperlo), è il punto che riguarda la situazione odierna. (...)
L´ultimo passaggio, la religio civilis, è presentato come un prodotto della «post-modernità» o del «post-secolarismo». Ma è un ricominciare da capo, poiché, in verità, essa è la ri-proposizione di una funzione antichissima, anzi addirittura originaria, della religione come fattore politico, secondo il senso che quella formula assume nella classica tripartizione sviluppata nelle Antiquitates di Marco Terenzio Varrone, di cui Agostino d´Ippona, nel De civitate dei (libri VI e VII), dà ampio ragguaglio: «religione civile» come pratica religiosa dei sacerdoti a vantaggio non della vita eterna delle anime, ma come salute dei popoli e delle città e come fattore connettivo, o presupposto socializzante della convivenza nelle comunità umane.</description>
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                  <category domain="http://www.sixapart.com/ns/types#category">una teologia politica</category>
        
        
         <pubDate>Wed, 05 Nov 2008 01:28:48 +0200</pubDate>
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            <item>
         <title>Ricoeur: siamo tutti stranieri</title>
         <description><![CDATA[<div align="justify">Corriere della Sera 4.11.08
Archivi Una relazione mai pubblicata del filosofo francese scomparso tre anni fa. I diritti di cittadinanza e il concetto di patria
Ricoeur: siamo tutti stranieri - I visitatori, gli immigrati e i profughi: basi nuove per le politiche di accoglienza - di Paul Ricoeur

La fantasia che fa di noi gli stranieri dello straniero sfugge al fantastico quando è sottoposta alla prova del dovere di ospitalità, di cui passeremo in rassegna alcuni esempi concreti. Essi corrispondono a tre situazioni che possiamo classificare in un ordine tragico crescente: «lo straniero da noi» è prima di tutto il visitatore gradito, poi l'immigrato, per l'esattezza il viaggiatore straniero che risiede da noi più o meno suo malgrado, infine è il rifugiato, il richiedente asilo che auspica, quasi sempre invano, di essere accolto.
Quest'ultima occasione di ospitalità rientra letteralmente nel tragico dell'azione, nella misura in cui lo straniero vi assume l'atteggiamento del «supplice ».
Lo straniero come visitatore
Questa figura pacifica — nel duplice senso che rende visibile uno stato di pace e moltiplica lo spirito di pace — riveste più aspetti, dal turista che circola liberamente sul territorio del Paese che lo accoglie fino al residente che si stabilisce in un luogo e vi soggiorna. Entrambi illustrano l'atto di abitare insieme, condiviso da appartenenti alla nazione e stranieri.
Tale figura di straniero ricorda l'importanza delle categorie di territorio e di popolazione per fondare lo status di membro della comunità nazionale. In questo caso lo straniero è autorizzato a condividere la dimensione della condizione di membro. Senza diventare cittadino, il visitatore gode dei vantaggi della libertà di circolare e di commerciare e condivide beni sociali basilari, come la sicurezza, le cure mediche, talvolta l'educazione.
Questa piacevole condizione va senz'altro messa in conto alla globalizzazione degli scambi. Ma sarebbe inefficace senza la pratica di quello che Kant, nel
Progetto di pace perpetua, definisce il «diritto di visita » e nel quale vede un corollario ben fondato del diritto cosmopolita. (...) Il diritto di visita del viaggiatore o del residente straniero è lungi dal ridursi a mera curiosità. È semplicemente rivelatore dell'essenza stessa dell'ospitalità, che il dizionario francese Robert così definisce: «Il fatto di ricevere qualcuno in casa propria, eventualmente alloggiandolo, nutrendolo gratuitamente ».
La definizione del Robert sembra privilegiare l'alloggio e il vitto; vorrei aggiungere la conversazione. Non solo perché è a tale livello, come si è detto, che accede al linguaggio la comprensione inizialmente tacita che il membro ha di appartenere alla comunità, ma perché è a tale livello di scambio di parole che l'iniziale dissimmetria tra membro e straniero comincia a correggersi concretamente.
In proposito, non si evidenzierà mai abbastanza il fenomeno della traduzione da una lingua all'altra quale modello di «parificazione delle condizioni», come avrebbe detto Tocqueville. (...)
Lo straniero come immigrato</div>]]></description>
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                  <category domain="http://www.sixapart.com/ns/types#category">una critica</category>
        
        
         <pubDate>Tue, 04 Nov 2008 00:00:00 +0200</pubDate>
      </item>
            <item>
         <title>Nell´era della grande crisi, la Germania riscopre Marx</title>
         <description><![CDATA[<div align="justify">Repubblica 2.11.08
Libri, tesi e corsi universitari la rivincita di Karl Marx
Nell´era della grande crisi, la Germania riscopre il filosofo
Triplicate le vendite de "Il capitale", riabilitato il padre del socialismo scientifico. Tra i "fan" un insospettabile vescovo
di Andrea Tarquini

BERLINO - Si potrebbe quasi parafrasare la storica prima frase del "Manifesto del partito comunista": uno spettro s´aggira per l´Europa. Non lo spettro del comunismo, come nella frase originale, ma quello di Karl Marx. Scosso dalla tempesta della grande crisi finanziaria ed economica mondiale, il Vecchio continente riscopre il filosofo-politologo che insieme a Friedrich Engels scrisse quel volume e fu in sostanza il padre del socialismo scientifico e delle ideologie di sinistra poi degenerate con Lenin e Stalin. "Il capitale", l´opera più celebre di quei due austeri signori barbuti del 19mo secolo, va a ruba. Corsi di marxismo tornano materia di studi in ben trentuno università tedesche. E un casuale omonimo del grande pensatore riabilitato predica anche lui cambiamenti di fondo, perché «senza umanità, solidarietà e giustizia il capitalismo non ha futuro». Non è un ultrà di sinistra, bensì monsignor Reinhard Marx, vescovo di Monaco e Freising.
Il ritorno di Marx è il fatto culturale del momento, nella Germania cuore d´Europa che pure per la forza della sua struttura industriale e del suo welfare resiste meglio d´altre economie alla grande crisi. A riportare il Capitale negli atenei è stata la mitica Sds, l´associazione studentesca socialdemocratica, che nel Sessantotto, contaminata dai figli dei fiori e dal pacifismo, fu la culla della rivolta giovanile. «Abbiamo lasciato per troppo tempo Marx sugli scaffali», afferma Wolfgang Fritz Haug, docente di filosofia dell´università di Friburgo. Gli attivisti della Sds sono convinti che «il capitalismo è sull´orlo del baratro»: per loro rileggere Marx può aiutare a capire l´attuale crisi. «Leggere il capitale, comprendere il capitalismo, confrontare, superare!», è il loro motto. E le vendite del libro volano: triplicate in poco tempo, ristampe in corso in tutta fretta.
Volano anche le vendite de "Il capitale: una preghiera", l´opera in cui il vescovo Marx attacca i "rapaci´ e gli "avvoltoi" del sistema economico odierno. Propone riforme, non certo una rivoluzione violenta. Ma guarda caso, inizia il suo libro con una lettera immaginaria all´illustre filosofo. «Stimato Karl Marx, come suo omonimo le devo forse delle scuse. Abbiamo gettato troppo in fretta alle ortiche le sue opere». Monsignor Marx, che nella Chiesa è ritenuto più conservatore che non liberalprogressista, cita però volentieri l´enciclica Rerum Novarum e ogni altro passo sociale del cattolicesimo. E su un punto almeno è vicino alle sinistre giovanili: chiede «uno Stato forte che impedisca il formarsi di strutture dei peccatori», sostiene che la crisi finanziaria mostra come a volte la libertà abbia bisogno di confini. Del resto lo stesso ministro delle Finanze tedesco, Peer Steinbrueck, socialdemocratico riformista di scuola Schroeder-Tony Blair, ha appena detto che «alla luce della crisi attuale ammettiamo pure che non tutto quanto ha scritto Karl Marx era sbagliato».</div>]]></description>
         <link>http://www.millepiani.net/archivesfilosofici/2008/11/02/nellera_della_grande_crisi_la.html</link>
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                  <category domain="http://www.sixapart.com/ns/types#category">una traccia</category>
        
        
         <pubDate>Sun, 02 Nov 2008 00:00:00 +0200</pubDate>
      </item>
            <item>
         <title>Non ci sono più le epoche di una volta - di Jean-Luc Nancy</title>
         <description><![CDATA[<div align="justify">l’Unità 2.11.08
Non ci sono più le epoche di una volta - di Jean-Luc Nancy

Le «età del mondo» rappresentavano il più delle volte una forma di successione continua, uguale a quella delle età della vita e che spesso, come la vita, passava da un’infanzia a una maturità, poi a una vecchiaia. L’infanzia stessa poteva a volte essere luminosa e inaugurale, altre rude e oscura; ma l’invecchiare era assicurato, e con esso la perdita della brillantezza e del vigore, sia quelli dell’infanzia che dell’età matura. Si poteva anche concepire l’idea che alla vecchiaia seguisse una rinascita, ma sarebbe allora un altro mondo, non più un’altra età. Sarebbero un’altra vita e un’altra natura - oppure le stesse, ma sotto altri cieli.
LA STORIA COME MOVIMENTO
Passata l’età delle età, il mondo incontrò la storia, non più regolata sul modello di una vita, ma su quello di una concatenazione di azioni notevoli. Tali azioni erano quelle degli umani, e ci si allontanava così dal processo di un mondo. Gli uomini fondavano, inventavano, conquistavano, producevano. Producevano se stessi nelle loro civiltà, nelle loro culture, nei loro pensieri e nelle loro rappresentazioni. Questa produzione conosceva delle epoche e delle aree. La geografia delle aree - oriente o occidente, isole o continenti, spazi aperti o chiusi - incrociava nella sua distribuzione contingente delle successioni di epoche, cioè delle durate relativamente stabili e identificabili, come un ordine interno di significati, ossia come un «mondo» (il «mondo greco», il «mondo delle cattedrali», ecc.). Ma questa successione di mondi non apparteneva a sua volta a un mondo: la storia in quanto movimento eccedeva l’idea di mondo. Piuttosto, essa trasformava il mondo: sia con incessanti modificazioni o mutazioni di quella stessa idea - e soprattutto, con l’invenzione di «nuovi mondi» - sia al contrario proiettando la finalità di tutto questo processo - o progresso - come la produzione di un ultimo mondo che sarebbe di fatto una nuova natura: quella di un’umanità strappata agli assoggettamenti dell’antica.
La storia ha fatto epoca: la sua epoca al tempo stesso si richiude e si prolunga. Si richiude in quanto rappresentazione di un processo (e ancor più di un «progresso»), e si prolunga in quanto evento, mutazione, spostamento. Non c’è più fine né orizzonte. Niente più fine, né mirata (visée) né visibile (anche se pensiamo sempre - e dobbiamo farlo - di poterci dare degli «obiettivi»); e niente più fine come compimento. Né skopos né telos. Di conseguenza, più nessuna «fine ultima»: niente più eskaton - a meno che, potremmo anche pensare, non vi ci sia già, e senza saperlo procediamo verso il nostro giudizio finale in una conflagrazione cosmica.</div>]]></description>
         <link>http://www.millepiani.net/archivesfilosofici/2008/11/02/non_ci_sono_piu_le_epoche_di_u.html</link>
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                  <category domain="http://www.sixapart.com/ns/types#category">una traccia</category>
        
        
         <pubDate>Sun, 02 Nov 2008 00:00:00 +0200</pubDate>
      </item>
            <item>
         <title>Crisi del capitalismo - Il «sistema di potenza» - di Emanuele Severino</title>
         <description>Corriere della Sera 2.11.08
Crisi del capitalismo - Il «sistema di potenza» - di Emanuele Severino

Al di sotto delle sue crisi più o meno gravi, il capitalismo è soggetto a uno smottamento che non ha nulla a che vedere con quello diagnosticato dal marxismo, ma che nemmeno riporta la politica alla guida della società. L&apos;alternativa «o capitalismo o comunismo » non è cioè perentoria. Un&apos;altra forma di potenza sta facendosi strada nel mondo.
La ricchezza — lavoro, merci, servizi, strumenti, opportunità, ecc. — è la condizione perché una società abbia potenza, ossia capacità di realizzare certi scopi e ostacolarne altri. Nel capitalismo la produzione della ricchezza-potenza ha come scopo la crescita indefinita del profitto privato, che tende quindi a diventare lo scopo dell&apos;intera società. Fisiologicamente (dunque non solo nelle sue patologie, come ad esempio in quella «mercatista»), il capitalismo agisce per eliminare il più possibile le forze che ostacolano tale crescita e che quindi — come il Cristianesimo, la morale, la democrazia, ecc. — si propongono di assegnare alla società uno scopo diverso dal profitto privato. Tendendo a diventare Stato, il capitalismo tende a trasformare lo Stato in uno Stato a rischio, o stato di rischio, giacché il rischio calcolato appartiene all&apos;essenza del profitto.
Ed ecco il principio sul quale, soprattutto oggi, è indispensabile riflettere. A parità di condizioni, il capitalismo è meno potente di un sistema che produce ricchezza-potenza per far crescere indefinitamente la propria potenza, in modo che sia questa crescita a diventare lo scopo dell&apos;intera società.(E, volendo la potenza, tende a minimizzare il rischio e a massimizzare la razionalità del calcolo). Chiamiamo questo sistema «sistema della potenza». Il capitalismo non si propone la crescita indefinita della potenza, ma la proprietà privata di questa crescita, ossia qualcosa di diverso da tale crescita: l&apos;incremento del profitto privato, appunto. La minor potenza del capitalismo significa che là dove il sistema della potenza si presenta, è lo scopo di quest&apos;ultimo che la società è destinata a darsi, non lo scopo del capitalismo.</description>
         <link>http://www.millepiani.net/archivesfilosofici/2008/11/02/crisi_del_capitalismo_il_siste.html</link>
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                  <category domain="http://www.sixapart.com/ns/types#category">una critica</category>
        
        
         <pubDate>Sun, 02 Nov 2008 00:00:00 +0200</pubDate>
      </item>
            <item>
         <title>L&apos;ex presidente del Parlamento israeliano critica una visione distorta della Shoah</title>
         <description><![CDATA[<div align="justify">Corriere della Sera 30.10.08<br />L'ex presidente del Parlamento israeliano critica una visione distorta della Shoah: «Tutto iniziò col processo Eichmann». Se l'ossessione dell'Olocausto cambia il volto dell'ebraismo<br />La denuncia di Avraham Burg: così tramontano i valori umanitari - di Sergio Romano<br /><br />Secondo l'autore israeliano di un libro apparso ora in traduzione italiana, esiste ormai una «impresa della Shoah» che «imperversa» nella vita pubblica, ritorna insistentemente nel dibattito nazionale, condiziona la vita degli ebrei in Israele e nel mondo. «Non passa letteralmente giorno — scrive — senza che io trovi, sul giornale che sto leggendo, qualcosa che riguarda la Shoah: risarcimenti, antisemitismo, un nuovo studio, un libro interessante, un'intervista eccezionale, una testimonianza rara». Le gite scolastiche ad Auschwitz sono diventate un inderogabile appuntamento degli allievi delle scuole israeliane e le visite al memoriale di Yad Vashem sono ormai una tappa obbligata nel programma dei viaggi ufficiali di un uomo politico straniero.<br />Questo fenomeno non avrebbe grande importanza se non avesse avuto, secondo l'autore, effetti inquietanti. Il culto pervasivo e incessante della Shoah ha modificato la cultura politica dello Stato israeliano. È diventato la pubblica giustificazione della durezza poliziesca con cui Israele amministra i territori occupati.<br />Ha militarizzato la società israeliana. Ha generato una estrema destra brutale e fanatica che ricorda all'autore, paradossalmente, il nazismo.<br />Ha creato la convinzione, ormai radicata in larghi settori dell'ebraismo soprattutto americano e israeliano, che la Shoah sia un avvenimento incomparabile e non possa essere esaminato storicamente come altre tragiche vicende della storia mondiale, dai massacri degli armeni alla strage dei ruandesi, dal terrore sovietico a quello cinese. Ha creato un nemico permanente, l'eterno antisemitismo, contro il quale l'ebraismo ha l'obbligo di armarsi e mobilitarsi. Durante una sessione straordinaria del Parlamento israeliano sulla lotta contro l'antisemitismo, l'autore ha constatato amaramente: «Mentre tutto il mondo esprime solidarietà verso di noi, noi diciamo: il mondo è tutto contro di noi». Ma il più grave degli effetti provocati dal culto della Shoah, sempre secondo l'autore, è d'ordine morale. Dominato dal ricordo dal genocidio, l'ebraismo sembra avere rinunciato al proprio umanesimo, alla propria missione universale, alla propria sensibilità per gli umili e gli oppressi, agli straordinari valori morali del suo pensiero filosofico e religioso.<br />Alcune di queste considerazioni sono già state fatte da altri e potranno sembrare potenzialmente antisemite. Ma l'autore del saggio<br />Sconfiggere Hitler (Neri Pozza Editore) si chiama Avraham Burg e fa parte dell'aristocrazia dello Stato d'Israele. La madre apparteneva a una vecchia famiglia sionista di Hebron ed era sopravvissuta ai massacri del 1929 grazie alla protezione di un vicino arabo. Il padre era un ebreo tedesco, Yossel Burg, che fu leader del sionismo religioso, professore universitario, ministro di gabinetto con David Ben Gurion all'epoca del processo Eichmann (il solo, insieme a Levi Eshkol, che votò contro l'esecuzione della condanna a morte), poi ministro degli Interni con Menachem Begin durante la prima guerra del Libano e infine direttore di musei.<br />La carriera pubblica di Avraham è stata brillante. Ha militato nel movimento pacifista «Peace Now» e nel Partito laburista, ha diretto l'Agenzia ebraica e l'Organizzazione mondiale sionista, è stato presidente della Knesset (il parlamento israeliano) dal 1999 al 2003. Quando il Dalai Lama visitò Israele e chiese di fargli visita, il ministero degli Esteri gli mandò un emissario per raccomandargli di non fare un gesto che avrebbe attirato sul governo di Gerusalemme le ire della Repubblica popolare cinese. Burg rispose seccamente che la visita avrebbe avuto luogo e mantenne l'impegno. Il suo libro è un continuo intreccio di ricordi familiari, annotazioni autobiografiche, lunghi compiacimenti introspettivi e acute analisi storiche. Le pagine politicamente più interessanti sono quelle in cui Burg s'interroga sulle ragioni dell'importanza che la Shoah ha assunto nella politica israeliana. All'origine del fenomeno vi sarebbe il processo Eichmann, nel 1960. Ben Gurion era stato infastidito da un processo precedente nel corso del quale erano stati polemicamente discussi i contatti che la dirigenza sionista, tramite l'Agenzia ebraica, aveva avviato con il regime nazista negli anni Trenta per facilitare la partenza dalla Germania di alcune decine di migliaia di ebrei tedeschi. Questi fatti, anche se noti a molti, avevano provocato un dibattito sulla «purezza» della causa sionista che aveva ferito lo stesso Ben Gurion. La cattura di Eichmann e il suo processo in Israele dovettero sembrare al fondatore dello Stato israeliano, secondo Burg, il modo migliore per reagire alle accuse, chiudere il dibattito, concentrare l'attenzione dell'opinione pubblica israeliana sulla Shoah. Il risultato andò probabilmente al di là delle attese. Mentre «la morte di Eichmann — scrive Burg — avrebbe dovuto chiudere l'epoca della Shoah e aprire l'era del dopo Shoah (...), è avvenuto l'esatto contrario».<br />È una spiegazione interessante e plausibile. Ma esiste probabilmente un altro fattore, non meno importante. Gli anni Sessanta furono quelli in cui Israele divenne il partner privilegiato di Washington nella regione e la comunità ebraica negli Usa cominciò a esercitare una considerevole influenza sulla politica americana. In una delle sue pagine più critiche sugli ebrei d'America Burg scrive: «È molto difficile farsi eleggere contro la volontà dell'elettorato ebraico. Finanziamenti, organizzazione, sostegno pubblico e parimenti la legittimazione, nonché la capacità di nuocere ai candidati sgraditi, hanno reso la partecipazione ebraica alla vita politica americana un fattore di importanza strategica internazionale». Il libro di Burg ha irritato molti israeliani e, come osserva in una postfazione Elena Loewenthal, «potrà agevolmente far da sponda a chi non aspetta altro per negare, accusare». Ma è anche una dimostrazione di libertà, di coraggio, di spregiudicatezza, della capacità ebraica «di scardinare per costruire, di provocare per ispirare».</div>]]></description>
         <link>http://www.millepiani.net/archivesfilosofici/2008/10/30/lex_presidente_del_parlamento.html</link>
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         <pubDate>Thu, 30 Oct 2008 01:00:00 +0200</pubDate>
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         <title>Domenico Losurdo racconta in un saggio sul dittatore sovietico</title>
         <description>Corriere della Sera 30.10.08
Domenico Losurdo racconta in un saggio sul dittatore sovietico «storia e critica di una leggenda nera». Simile a quella di certi imperatori romani.
Dagli altari alla polvere. Perché il terribile Stalin somiglia a Giustiniano  - di Luciano Canfora

Fu il medesimo storico, Procopio di Cesarea, che mise in circolazione, vivo Giustiniano, numerosi libri di storia che ne esaltano la grandezza, la saggezza, le guerre vittoriose etc., e che però — al tempo stesso — si tenne in serbo — destinata alla circolazione dopo la morte del principe — una Storia segreta
in cui Giustiniano viene fatto letteralmente a pezzi ed appare come il ricettacolo di ogni nefandezza e debolezza e inutile crudeltà, oltre che vanità nell&apos;attribuirsi meriti spettanti ad altri. La Storia segreta fu scritta intorno al 558, Giustiniano morì il 14 novembre del 565 ad ottantatré anni. Morto lui la Storia segreta si incaricò di demolire il vincitore dei Goti, il riconquistatore del-l&apos;Italia e restauratore dell&apos;unità dell&apos;impero. I moderni possono liberamente oscillare tra i due estremi, come tra i due ritratti di Stalin scritti da Nikita Krusciov: da un lato il rapporto al XIX congresso del Pcus (ottobre 1952) in cui tutto il merito della forza economica, militare, sociale dell&apos;Urss è attribuito al «nostro amato capo e maestro compagno Stalin», e dall&apos;altro il rapporto segreto, letto in seduta riservata al XX congresso del Pcus (febbraio 1956), circa tre anni dopo la morte di Stalin. Qui, come nella Storia segreta di Procopio, «l&apos;amato maestro» è presentato come un tiranno ridicolo, imbelle e sanguinario (tanto da rendere quasi incomprensibile come avesse potuto tanto a lungo e con l&apos;appoggio di infiniti Krusciov governare). La visione, di matrice tolstojana, mirante a nullificare la «grandezza » delle «grandi personalità» della storia è senza dubbio un buon antidoto alla storiografia eroicizzante. Essa però non riesce a dar conto di quell&apos;intreccio tra meschinità individuale ed efficacia politica che fa sì che alcune personalità si trovino ad essere l&apos;epicentro di eventi e di trasformazioni epocali, che i posteri continueranno a considerare tali nonostante tutte le possibili «storie segrete».
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         <link>http://www.millepiani.net/archivesfilosofici/2008/10/30/domenico_losurdo_racconta_in_u.html</link>
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                  <category domain="http://www.sixapart.com/ns/types#category">una critica</category>
        
        
         <pubDate>Thu, 30 Oct 2008 00:00:00 +0200</pubDate>
      </item>
            <item>
         <title>Galimberti: &quot;Ho sbagliato a copiare&quot;</title>
         <description><![CDATA[da IL Giornale
Umberto Galimberti rompe il silenzio sul caso delle pagine copiate da un libro del collega Giulio Sissa. "Mi piacevano quelle frasi. E dopo dieci anni non ricordavo pi&ugrave; che erano sue..." 

Umberto Galimberti &egrave; a Milano, invitato allo spazio &laquo;Ismo&raquo;, per parlare di &laquo;Lavoro e senso della vita&raquo;. In una saletta conferenze affollatissima, spiega con sicurezza invidiabile. I suoi libri pi&ugrave; recenti, tra i quali L&rsquo;ospite inquietante - al centro delle polemiche innescate dall&rsquo;articolo di Roberto Farneti sul Giornale - sono in bella vista all&rsquo;ingresso e vengono acquistati a ritmo alacre. Molti, prima comprano e poi vanno a farsi fare, nelle pause, l&rsquo;autografo di rito. Nel frattempo il filosofo parla da par suo di tempo ciclico e lineare, di dialogo socratico, di filosofia classica e cristianesimo. Ripercorre tutti i temi che gli sono cari, a partire dall&rsquo;etica della responsabilit&agrave; sino ad arrivare alla sua personale formulazione, quella che definisce &laquo;l&rsquo;etica del viandante&raquo;, l&rsquo;unica adatta a un&rsquo;epoca governata dalla tecnica. Nessuno accenna all&rsquo;affaire delle pagine di L&rsquo;ospite inquietante copiate da Il piacere e il male di Giulia Sissa, libro uscito in Italia otto anni prima.
Raggiungo il professore alla fine, mentre stringe mani e, per l&rsquo;ennesima volta, firma il frontespizio dell&rsquo;Ospite inquietante. Andiamo a fare due passi, ci posizioniamo su un muretto vicino a Sant&rsquo;Ambrogio. Io chiedo e scrivo, Umberto Galimberti fuma una sigaretta dopo l&rsquo;altra e risponde.

Ieri la Feltrinelli ha fatto un comunicato ufficiale. Lei non ha ancora detto nulla, qual &egrave; la sua versione?
&laquo;Sostanzialmente ci&ograve; che ha scritto la Feltrinelli corrisponde al vero. Il libro &egrave; una raccolta di articoli, quelle pagine sono una rielaborazione di una recensione del 23 aprile 1999 che io scrissi parlando de Il piacere e il male di Giulia Sissa. Nella recensione io riassumevo ci&ograve; che diceva la professoressa Sissa...&raquo;.
Mi scusi ma nel libro non ci sono virgolettati, non c&rsquo;erano neanche nella recensione?
&laquo;No io lavoro cos&igrave;, leggo il libro e poi scrivo. Non faccio mai virgolettati, racconto. &Egrave; stato questo il mio errore. Non mettere i virgolettati allora e non metterli nel capitolo de L&rsquo;ospite inquietante&raquo;.
A dire il vero c&rsquo;&egrave; il problema che nel testo lei non cita nemmeno il titolo de Il piacere e il male. La nota di riferimento &egrave; sbagliata. Se alla base del capitolo c&rsquo;&egrave; una recensione, almeno il titolo...
&laquo;&Egrave; stato un altro errore di redazione, grave. Un errore mio. Con tanti materiali per le mani ho scritto il sottotitolo e non il titolo. Il mio sbaglio &egrave; che sono uno che si innamora della bella scrittura, e non sono abbastanza filologo... Mi piacevano le frasi della Sissa, le ho rielaborate, poi a dieci anni di distanza non mi ricordavo pi&ugrave; cosa fosse suo e cosa mio...&raquo;.
Non &egrave; una svista da poco...
&laquo;Ammetto lo sbaglio. Non c&rsquo;era per&ograve; intenzione di appropriarsi di cose altrui, non sono uno che copia apposta, &egrave; per questo che il polverone dei giornali...&raquo;.
Le sembra eccessivo? Insomma, si parla sempre di propriet&agrave; intellettuale, di malcostume editoriale. In pi&ugrave; lei &egrave; un nome noto... Ci sono tutti gli elementi perch&eacute; se ne parli...
&laquo;L&rsquo;intenzione &egrave; giusta. Per&ograve; da &#8220;Galimberti dimentica i virgolettati&#8221; a &#8220;Galimberti copia&#8221; il passo &egrave; stato breve. Nessuno ha fatto paginate sul mio libro per il disagio giovanile che racconta. Adesso s&igrave;...&raquo;.
Professor Galimberti, lei &egrave; famoso per avere come cavallo di battaglia il concetto di etica. Se nascono sospetti fondati su qualcuno che parla sempre di etica, poi fioccano le paginate.
&laquo;Io all&rsquo;etica tengo molto, &egrave; la base della societ&agrave;. Lo ridico: &egrave; stato un errore, non una furberia. Ho sbagliato per entusiasmo. Mi lascio prendere dalla scrittura...&raquo;.
Ha contattato Giulia Sissa?
&laquo;Le ho scritto una mail ieri. Non ho ancora visto se mi ha risposto. In ogni caso non voglio rovinare i rapporti, molti anni fa ci siamo conosciuti e la stimo&raquo;.
E la Feltrinelli in questa faccenda non ha responsabilit&agrave; di controllo editoriale?
&laquo;Secondo me no. I libri sono usciti a moltissimi anni di distanza, gli editor, le collane cambiano, come avrebbero potuto accorgersi?&raquo;.
Pensate a una riparazione?
&laquo;Sto valutando con l&rsquo;editore, disponibilissimo, il modo di cambiare parte del capitolo: voglio segnalare nel testo, ben visibile e non in nota, il contributo che la professoressa Sissa ha dato a quella parte del libro&raquo;.
Cambier&agrave; qualcosa nel suo metodo di lavoro dopo questo incidente?
&laquo;Nel mio modo di fare le recensioni e le note, s&igrave;. Sar&ograve; molto pi&ugrave; attento. Tra l&rsquo;altro Roberto Farneti &egrave; stato bravo ad accorgersi, delle similitudini, gliene do atto&raquo;.
Matteo Sacchi]]></description>
         <link>http://www.millepiani.net/archivesfilosofici/2008/04/22/galimberti_ho_sbagliato_a_copi.html</link>
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                  <category domain="http://www.sixapart.com/ns/types#category">una traccia</category>
        
        
         <pubDate>Tue, 22 Apr 2008 00:00:00 +0200</pubDate>
      </item>
            <item>
         <title><![CDATA[Galimberti e Sissa: La studiosa dell'Ucla &laquo;copiata&raquo; dal filosofo italiano: &laquo;Non &egrave; la prima volta che plagia testi altrui&raquo;]]></title>
         <description><![CDATA[Corriere della Sera 21.4.08
La studiosa dell'Ucla &laquo;copiata&raquo; dal filosofo italiano: &laquo;Non &egrave; la prima volta che plagia testi altrui&raquo;
Giulia Sissa: Galimberti si scusi davvero, non cerchi scuse
di Stefano Bucci

&laquo;Accolgo le scuse di un mio lettore che, forse, mi stima troppo. Ma per favore: che si scusi e basta!&raquo;. Giulia Sissa, la ricercatrice e storica dell'antichit&agrave; (oggi all'Ucla di Los Angeles) non sembra davvero soddisfatta dell'ammissione di colpa del filosofo Umberto Galimberti che ieri ha dichiarato di aver &laquo;rielaborato&raquo; e &laquo;riassunto&raquo; nel suo L'ospite inquietante. Il nichilismo e i giovani (Feltrinelli) brani tratti da un saggio della Sissa pubblicato nel 1999 (sempre da Feltrinelli), Il piacere e il male. Sesso, droga e filosofia. E quasi a voler abbassare il livello della sua adrenalina (&laquo;in questi giorni ha superato ogni limite&raquo;), Sissa cita Il nome della Rosa di Umberto Eco: &laquo;Ricorda quel manoscritto che lasciava tracce indelebili e velenose sulle dita e sulla lingua dei monaci curiosi? Leggere &egrave; fatale. Soprattutto quando si riscrive&raquo;.
Le scuse, fatte ieri in un'intervista sul &laquo;Giornale &raquo;, hanno ferito Sissa perch&eacute; &laquo;quello di Galimberti non &egrave; stato un chiedere scusa, piuttosto un cercare delle scuse, un patetico arrampicarsi sugli specchi &raquo;. Il filosofo aveva detto: &laquo;Il mio libro &egrave; una raccolta di articoli, quelle pagine sono una rielaborazione di una recensione del 23 aprile 1999 che io scrissi parlando de Il piacere e il male di Giulia Sissa. Nella recensione io riassumevo ci&ograve; che diceva la professoressa Sissa&raquo;. Pi&ugrave; onesto, per la ricercatrice, il comunicato della Feltrinelli che parlava invece di &laquo;riproduzione&raquo;, sia pure non integrale, della favorevolissima recensione di Galimberti in cui venivano riportati passi del libro della Sissa &laquo;senza le virgolette&raquo;, passi &laquo;che ora riemergono dopo otto anni in un capitolo de L'ospite inquietante &raquo;.
Ma c'&egrave; di pi&ugrave;: &laquo;Nel libro di Galimberti ci sono note riprese dal mio Il piacere e il male che non esistevano nella recensione del 23 aprile 1999 e che, quindi, devono essere state cercate e trovate nel mio libro&raquo;. E ancora: &laquo;Rispetto alla stessa recensione sono state fatte ulteriori aggiunte prelevate sempre dal mio libro&raquo;. Eccole: &laquo;A pagina 153 del mio libro io riassumo, ma con debito rinvio in nota, le idee dello psichiatra Edward Khantzian. Questo passo non si trova nella recensione del 1999, ma &egrave; stato inserito nel pezzo apparso su "La Repubblica" nell'agosto 2007 e poi a pagina 69 dell'Ospite
inquietante &raquo;. Oltretutto, dice Sissa, &laquo;per colmo dell'ironia Galimberti utilizza le mie parole come fossero una citazione letteraria di Khantzian, cos&igrave; negando anche il lavoro a suo tempo fatto dal traduttore del mio libro, originariamente scritto in francese, Alessandro Serra&raquo;. Altro esempio: a pagina 69 del suo libro, a proposito dei pazienti anedonici, Galimberti utilizza una espressione ("La finalit&agrave; del loro gesto identica") attribuendola a Peter Kremer quando invece &egrave; mia&raquo;.
Poi la stoccata finale: &laquo;Quello che &egrave; successo a me non &egrave;, purtroppo, un fatto isolato. Ho appena ricevuto una email da Alida Cresti, una studiosa fiorentina, che citava una sentenza del Tribunale di Roma che in data 30/5/2006 aveva condannato Galimberti per aver pubblicato a sua firma su "La Repubblica" l'articolo La stinta metropoli che spegne le emozioni completamente copiato da un saggio della stessa Cresti&raquo; (L'immaginario cromatico, Medical books, 1997). In quel caso il Tribunale aveva riconosciuto &laquo;un'attivit&agrave; di plagio dell'opera letteraria respingendo (in data 19/7/2006) il ricorso presentato dallo stesso Galimberti&raquo;.]]></description>
         <link>http://www.millepiani.net/archivesfilosofici/2008/04/21/galimberti_e_sissa_la_studiosa.html</link>
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         <pubDate>Mon, 21 Apr 2008 00:00:00 +0200</pubDate>
      </item>
            <item>
         <title>Galimberti La Feltrinelli difende le pagine fotocopia</title>
         <description><![CDATA[Galimberti La Feltrinelli difende le pagine fotocopia
di Redazione - Il Giornale

Partiamo facendo il punto della situazione. Sulle pagine di questo giornale Roberto Farneti ha messo in luce, nei giorni scorsi, una serie di insolite somiglianze tra L&rsquo;ospite inquietante di Umberto Galimberti - filosofo, psicologo e antropologo (oltre che intellettuale di riferimento per un quotidiano come Repubblica)- e Il piacere e il male, saggio di un&rsquo;antropologa meno nota in Italia, ma apprezzatissima all&rsquo;estero: Giulia Sissa. L&rsquo;ospite inquietante, scritto da Galimberti nel 2007 e tuttora nelle classifiche della saggistica, presenta nel sesto capitolo (precisamente tra pag. 65 e pag. 71) una serie di frasi che sembrano estrapolate, con variazioni men che minime, da Il piacere e il male, che era uscito in francese nel 1997 e nel 1999 in Italia. Giusto per fare un piccolo esempio, per chi non avesse seguito le puntate precedenti, riportiamo in questa pagina alcune delle frasi cos&igrave; simili da risultare quasi uguali. Le frasi &laquo;clonate&raquo; sono ovviamente molte di pi&ugrave;.
Fonte di ulteriore imbarazzo per entrambe le penne accademiche coinvolte nella vicenda, &egrave; che l&rsquo;editore dei due libri &egrave; lo stesso: Feltrinelli. Non proprio una piccola casa editrice di provincia, sprovvista di editor. Comprensibile quindi l&rsquo;irritazione di Giulia Sissa che, ieri, ha rilasciato un&rsquo;intervista al Giornale in cui dichiarava di non sentirsi tutelata dal suo editore.
Il caso, come c&rsquo;era da immaginarsi, non &egrave; passato sotto silenzio. Cos&igrave; molti quotidiani hanno commentato con toni sarcastici la vicenda. Mario Baudino sulla Stampa ha iniziato la sua rubrica (Cartesio) ironizzando sul titolo del saggio di cotanto filosofo: &laquo;Un&rsquo;ospite a sorpresa nel libro di Galimberti&raquo;. Sulla stessa lunghezza d&rsquo;onda Cristina Taglietti sul Corriere della sera. Al vetriolo, come sempre Andrea Marcenaro. Nella sua storica rubrica Andrea&rsquo;s Version, sul Foglio, ha esordito con: &laquo;Non &egrave; possibile, non ci vogliamo e non ci possiamo credere...&raquo;. E l&rsquo;autore? Silenzio. L&rsquo;editore? Silenzio. Nessuna reazione in una querelle mediatica che cerca un&rsquo;ovvia risposta. Interpellati direttamente, l&rsquo;imbarazzo &egrave; palpabile. La Feltrinelli prende tempo per preparare un comunicato.
Intercettiamo, invece, Umberto Galimberti nella sua casa milanese. All&rsquo;inizio si limita ad un laconico &laquo;Sono su un&rsquo;altra linea, mi pu&ograve; chiamare tra cinque minuti...&raquo;. Scaduti i minuti canonici si passa a un: &laquo;Adesso sono con una persona mi pu&ograve; richiamare tra un&rsquo;ora, ne parliamo...&raquo;. Scaduta anche l&rsquo;ora il professore &egrave; ancora attanagliato da comprensibili dubbi. La situazione non &egrave; delle pi&ugrave; gradevoli, e il tono non nasconde l&rsquo;impaccio: &laquo;Guardi non so se voglio fare un&rsquo;intervista... Oppure mandarvi una lettera... Mi ci faccia pensare...&raquo;. Dopo averlo pressato un poco, gli si lasciano gli ovvi recapiti, nell&rsquo;ipotesi che decida di &laquo;riferire sul caso&raquo;. Galimberti chiude dicendo: &laquo;Appena ho deciso comunque di sicuro l&rsquo;avviso...&raquo;.
Alla fine di un pomeriggio probabilmente concitato, alle 18.28, arriva per e-mail la presa di posizione dell&rsquo;editore, che riportiamo integralmente: &laquo;A proposito degli articoli usciti in questi giorni sul libro di Umberto Galimberti, L&rsquo;ospite inquietante, la Casa Editrice Feltrinelli precisa che il libro in parte raccoglie e rielabora gli articoli apparsi su Repubblica dal 1995 al 2007, come dichiarato nella nota in pagina del copyright. Il capitolo La seduzione della droga riproduce, non integralmente, la favorevolissima recensione di Umberto Galimberti al libro di Giulia Sissa Il piacere e il male pubblicata su Repubblica nel 1999. Nella recensione l&rsquo;autore riportava passi del libro di Giulia Sissa senza le virgolette e gli stessi brani sono ora riemersi, otto anni dopo, nel capitolo in questione. Nella prossima edizione del libro L&rsquo;ospite inquietante verranno apportate le correzioni necessarie e quindi sar&agrave; dato pieno riconoscimento allo stimato lavoro di Giulia Sissa. Milano, 18 aprile 2008&raquo;. Prendiamo atto della risposta. Ma comunque i conti non tornano. Mettiamo pure che a Galimberti rielaborando gli articoli sia scappata, in quelle cinque paginette, una vecchia recensione archiviata senza riferimenti. Restano comunque due fatti: 1) per uno studioso del suo calibro &egrave; una sciatteria grave; 2) com&rsquo;&egrave; che una recensione tratta da Repubblica, invece di essere un commento critico al lavoro della Sissa, si &egrave; trasformata in una serie di stralci di testo senza virgolettati? E come mai se il punto di partenza &egrave; una recensione non si cita correttamente nemmeno il titolo del libro in questione?
I dubbi rimangono e sono molti. Come diceva un tale: &laquo;A pensar male si fa peccato, ma spesso ci si azzecca&raquo;.]]></description>
         <link>http://www.millepiani.net/archivesfilosofici/2008/04/19/galimberti_la_feltrinelli_dife.html</link>
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                  <category domain="http://www.sixapart.com/ns/types#category">una traccia</category>
        
        
         <pubDate>Sat, 19 Apr 2008 00:00:00 +0200</pubDate>
      </item>
            <item>
         <title><![CDATA[Galimberti: Filosofia del &laquo;copia e incolla&raquo; - di Roberto Farneti]]></title>
         <description><![CDATA[da Il Giornale

A leggere L&rsquo;ospite inquietante. Il nichilismo e i giovani, di Umberto Galimberti (Feltrinelli, 2007, pagg. 180, euro 12) la sensazione di d&eacute;j&agrave;-vu raggiunge proporzioni tali da mettere in ombra le altre solite e collaudate propriet&agrave; del discorso filosofico del Nostro: l&rsquo;inconcludenza, la laudatio arcadica, l&rsquo;assenza di argomenti genuinamente filosofici... Ma si tratta di lavorare di memoria per risalire alle fonti del testo (e del pensiero) galimbertiano. Prendiamo il libro Le plaisir et le mal (Paris, Odile Jacob, 1997, traduzione italiana: Il piacere e il male, Feltrinelli, 1999) di Giulia Sissa. Il libro &egrave; effettivamente citato (una sola volta e di sfuggita, a pagina 71) nell&rsquo;Ospite inquietante, ma la sua menzione &egrave; sommersa in una fitta selva di note e rinvii, e il titolo dell&rsquo;edizione italiana viene reso, sia in nota sia nell&rsquo;indice, con Sesso, droga e filosofia, che in realt&agrave; &egrave; il sottotitolo del libro. Quel che segue &egrave; il risultato di una lettura comparata dei due testi.
Galimberti scrive che &laquo;iniettarsi eroina si dice in italiano &#8220;bucarsi&#8221;. Il corpo si fa &#8220;abisso&#8221;, che etimologicamente significa &#8220;senza fondo&#8221;. Allo stesso modo in francese &#8220;essere alcolizzato&#8221; si dice &#8220;bere come un buco (boire comme un trou)&#8221;. Tossici e alcolizzati parlano in greco antico e descrivono la loro incapacit&agrave; di &#8220;contenere&#8221; con immagini platoniche&raquo;. Confrontiamo ora con Il piacere e il male di Giulia Sissa: &laquo;Iniettarsi eroina si dice, in italiano, bucarsi \. Il corpo si fa abisso - che significa, etimologicamente, &#8220;senza fondo&#8221; \. Essere alcolizzato si dice, in francese, &#8220;boire comme un trou&#8221;, bere come un buco. \ E, anche se non parlano il greco attico, \ lo dicono con immagini platoniche&raquo;.
Galimberti: &laquo;perch&eacute; il desiderio &egrave; \ come la &#8220;giara bucata&#8221;, per stare alle immagini di Platone, o come il &#8220;piviere&#8221; che &egrave; quell&rsquo;uccello che mangia e nello stesso tempo evacua&raquo;.
Sissa: &laquo;in un linguaggio intessuto di immagini, Platone la rappresenta \ sotto forma di una giara sfondata, di piviere (un uccello che mangia e defeca nello stesso tempo)&raquo;.Galimberti: &laquo;Sotto questa forma il desiderio ci fa provare un dolore insopportabile eppure irresistibile, e il piacere che ne segue &egrave; cessazione di questa pena, anestesia, piacere negativo \&raquo;.]]></description>
         <link>http://www.millepiani.net/archivesfilosofici/2008/04/17/galimberti_filosofia_del_copia.html</link>
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         <pubDate>Thu, 17 Apr 2008 00:00:00 +0200</pubDate>
      </item>
            <item>
         <title><![CDATA[Tzvetan Todorov: le nostre radici sono nell'Illuminismo, che significa pluralit&agrave; di culture]]></title>
         <description><![CDATA[Corriere della Sera 9.4.08
Dialogo Il grande intellettuale bulgaro spiega il suo distacco dallo strutturalismo. E risponde alle obiezioni di Cesare Segre sulla funzione della critica. &laquo;La vera eredit&agrave; europea non &egrave; cristiana&raquo; Tzvetan Todorov: le nostre radici sono nell'Illuminismo, che significa pluralit&agrave; di culture di Paolo Di Stefano

PARIGI &#8212; Dalla critica letteraria alla storia della cultura. Dalla letteratura alla filosofia morale, al pensiero politico. E ritorno. L'itinerario di Tzvetan Todorov &egrave; solo in apparenza imprevedibile, e chi ha visto nell'ultimo libro dello studioso bulgaro il risultato di una &laquo;conversione&raquo; semplifica le cose. &Egrave; vero, &egrave; stato uno dei pionieri dello strutturalismo e ora, con La letteratura in pericolo (Garzanti), mette in guardia dall'abuso degli strumenti critici. Ma quarant'anni dopo, Todorov &egrave; diventato uno degli intellettuali europei pi&ugrave; autorevoli grazie alle sue riflessioni sulla memoria, sui regimi totalitari, sulle ideologie, sull'identit&agrave;. Un cammino molto lungo da quando, ventiquattrenne, nel '63 lasci&ograve; Sofia per stabilirsi a Parigi, accanto ai mostri sacri Barthes e Genette. C'&egrave; anche una questione autobiografica dietro la svolta di oggi.
&Egrave; di questo che Todorov parla, tranquillamente seduto a un tavolino del Caf&eacute; de la Contrescarpe, che guarda su una piazzetta a due passi dal Panth&eacute;on: &laquo;In Bulgaria era una necessit&agrave; affrontare gli elementi che sfuggivano all'ideologia: stile, forma narrativa, tecnica compositiva. Ma stando in Francia, &egrave; venuto meno il tab&ugrave; che pesava sulle idee, sulle relazioni tra letteratura e mondo. Dunque a poco a poco ho maturato una coscienza nuova: mi sono reso conto che per avanzare in una migliore comprensione dell'essere umano, che &egrave; l'obiettivo delle scienze umane, &egrave; necessario mettere in gioco la propria stessa esistenza&raquo;. Cos&igrave; le pretese scientiste del formalismo, nell'approccio alla letteratura, venivano messe in crisi: &laquo;Capii che non potevo pi&ugrave; esercitare la mia intelligenza su un oggetto come se mi fosse estraneo: &egrave; stata la mia biografia a portarmi verso argomenti come l'altro, l'incontro di culture, le scelte morali imposte all'individuo dal totalitarismo&raquo;.
Dopo studi memorabili quali I formalisti russi e La letteratura fantastica, nei primi anni '80 si arriver&agrave; a La conquista dell'America. Fino agli studi sull'Illuminismo (&laquo;il pensiero di un'epoca non abita solo nei libri di filosofia, ma anche nelle opere d'arte: il mio sogno &egrave; scrivere una storia dell'Illuminismo attraverso la pittura&raquo;) e al pamphlet
sull'Europa: &laquo;Si parla tanto di eredit&agrave; cristiana, ma l'Europa ha anche una tradizione greca, romana, ebraica, musulmana, del libero pensiero. Il suo statuto &egrave; la pluralit&agrave;. Il richiamo ai Lumi, che per la prima volta hanno percepito il pluralismo come virt&ugrave;, mi sembrerebbe pi&ugrave; attuale e indispensabile che il richiamo alle origini cristiane: la decisione di accogliere le diversit&agrave; &egrave; un'invenzione esclusiva dei Lumi e certamente non appartiene a nessuna tradizione religiosa. Lungi da me ogni velleit&agrave; di ignorare la funzione del Cristianesimo nella nostra cultura, ma sul piano politico, come cittadini dobbiamo riconoscere che sono stati i Lumi a svolgere il ruolo decisivo&raquo;.]]></description>
         <link>http://www.millepiani.net/archivesfilosofici/2008/04/09/tzvetan_todorov_le_nostre_radi.html</link>
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         <pubDate>Wed, 09 Apr 2008 18:50:42 +0200</pubDate>
      </item>
            <item>
         <title><![CDATA[La filosofia salver&agrave; l'Europa. Pensiero e scienza: condizioni fondamentali per costruire una nuova &laquo;potenza&raquo; - di Emanuele Severino]]></title>
         <description><![CDATA[Corriere della Sera 6.4.08
La vocazione del nostro continente &egrave; quella di superare i propri confini, anche ideologici. &Egrave; sufficiente che ne prenda coscienza
La filosofia salver&agrave; l'Europa. Pensiero e scienza: condizioni fondamentali per costruire una nuova &laquo;potenza&raquo; - di Emanuele Severino

La rivista. Saggi sul futuro - L'articolo pubblicato in questa pagina &egrave; un ampio stralcio del saggio di Emanuele Severino &laquo;La potenza e l'Europa&raquo;, contenuto nel numero 7 del bimestrale &laquo;Kos&raquo;, rivista dell'Editrice San Raffaele, in libreria da domani. Il fascicolo ospita, oltre a un portfolio di Gianluigi Colin, interventi di Giovanni Reale, Luca Canali, Maria Grazia Roncarolo e Gianvito Martino, nonch&eacute; il testo che il direttore e fondatore Luigi Maria Verz&eacute; ha pronunciato il giorno del suo ottantottesimo compleanno per la posa della statua dell'arcangelo Raffaele sulla cupola della nuova struttura detta Basilikon.

Per l'Europa, la sfavorevole congiuntura economica non &egrave; il pericolo maggiore. L'Europa &egrave; militarmente debole. Tradizionalmente collocata nella sfera della potenza militare statunitense, &egrave; per molti versi &#8212; cio&egrave; non solo dal punto di vista geografico, peraltro rilevante &#8212; pi&ugrave; vicina alla Russia che agli Stati Uniti. Gi&agrave; dagli anni dell'implosione dell'Urss osservavo che quanto sarebbe stato impossibile durante la guerra fredda, stava diventando una possibilit&agrave; non utopica anche se estremamente complessa e piena di incognite: quella collaborazione tra la ricchezza economica europea e il potenziale atomico russo, che avrebbe potuto prefigurare una vicinanza pi&ugrave; profonda sul piano politico. Tale possibilit&agrave; esiste tuttora. Ma dopo la guerra fredda l'Europa, confrontandosi con la Russia, poteva mettere sul piatto della bilancia un'economia forte, capace di aiutare la Russia in modo risolutivo. Quest'ultima aveva (come ha tuttora) un arsenale atomico in grado di distruggere qualsiasi nemico. Unica, insieme agli Usa, ad avere questa potenza. Che per&ograve; (a differenza di quella americana) era alimentata da un'economia vacillante. Di qui l'importanza dell'aiuto europeo. Oggi, invece, l'economia russa &egrave; in forte ripresa ed &egrave; capace di sostenere quel potenziale atomico che separa la sorte di Stati Uniti e Russia da quella di tutti gli altri Stati del pianeta. In un mondo sempre pi&ugrave; pericoloso, l'Europa tende pertanto a oscillare tra la consolidata protezione militare degli Stati Uniti &#8212; convinti peraltro di non dover rendere conto a nessuno, nemmeno ai loro alleati europei, delle loro decisioni di fondo &#8212; e una pi&ugrave; stretta collaborazione con una Russia che d'altra parte suscita molte diffidenze nei governi dell'Unione. Tuttavia il discorso sull'Europa si fa estremamente pi&ugrave; complesso di quanto gi&agrave; non sia sul piano economico-politico, quando ci si rivolga al significato della potenza.]]></description>
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         <pubDate>Mon, 07 Apr 2008 03:09:00 +0200</pubDate>
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         <title>Il naufragio di Heidegger nel gran mare dell&apos;Essere</title>
         <description><![CDATA[Il Giornale di Vicenza 1.04.2008
Filosofia. Il fallito tentativo di completare "Essere e Tempo" in un saggio rimasto inedito e che doveva essere pubblicato solo cent'anni dopo la morte. Il naufragio di Heidegger nel gran mare dell'Essere
di Franco Volpi

Dalla baita di Todtnauberg, nell'alta Foresta Nera, &laquo;dove tutto &egrave; ancora come una volta&raquo;, il 18 settembre 1932 Heidegger scriveva all'amica Elisabeth Blochmann: &laquo;Per il momento sto studiando i miei manoscritti, cio&egrave; leggo me stesso, e devo dire che, in positivo e in negativo, mi risulta molto pi&ugrave; fruttuoso di altre letture&raquo;. Forse che qui „la volpe Heidegger" - come lo apostrofava Hannah Arendt - cominciava a mordersi la coda? No, Heidegger cercava soltanto di ritrovare se stesso e di portare a termine Essere e tempo, l'opera pub blicata come „Prima parte&permil; nel 1927 e di cui il mondo filosofico aspettava la seconda. Nella stessa lettera aggiungeva: &laquo;Gi&agrave; si fanno speculazioni e discorsi sul fatto che starei scrivendo Essere e tempo II. E va bene. Tuttavia, dato che Essere e tempo I &egrave; stato per me un cammino che mi ha portato da qualche parte ma che adesso non &egrave; pi&ugrave; ba ttuto ed &egrave; ormai ricoperto di vegetazione, non posso pi&ugrave; assolutamente scrivere Essere e tempo II. N&eacute; sto scrivendo alcun libro&raquo;.]]></description>
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         <pubDate>Thu, 03 Apr 2008 23:41:49 +0200</pubDate>
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