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      <title>Milleplateaux</title>
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         <title>Farla finita con la Sinistra - Il saggio di Illuminati sul &apos;comune&apos;  - recensione di Toni Negri</title>
         <description>SAGGI - L&apos;eclissi della sinistra dopo la grande trasformazione. Movimenti sovversivi nel ritorno al comune - di Toni Negri

Impossibile riassumere questo libro. Guardate il rovescio di copertina: c&apos;è tutto quel che contiene, ma non assai, perché dovrebbe dare il succo di un libro che è uno scoppio di intelligenza e, insieme, un&apos;esperienza di buonsenso - allo scopo di farla finita con l&apos;idea di sinistra. 
Potreste infatti sostenere che non si tratta di semplice buonsenso quando si dice «basta con la sinistra»? Dov&apos;è più la sinistra, chi la trova più? Nel secolo scorso Norberto Bobbio vendeva cento e più mila copie del suo Destra e Sinistra, identificate come prevalente esercizio di libertà o di eguaglianza. C&apos;è da dire che già allora ci voleva un certo fegato ad opporre - anche solo in una prospettiva «idealtipica» - libertà ed eguaglianza, neppure il candido Isaiah Berlin osava più farlo. Era insomma già difficile, nelle costituzioni anticrisi e laburiste non lo si faceva più e ci avrebbero riprovato solo i prodromi del neoconservatorismo. La fine del fordismo e poi la caduta del Muro di Berlino, e il catafascio che ne è seguito, avevano fatto sì che nei regimi del biopotere contemporaneo nulla più funzionasse se una decente libertà non fosse stata concessa alla forza lavoro cognitiva ed una relativa eguaglianza non riuscisse a determinarsi fra i produttori: queste sono infatti le condizioni della valorizzazione capitalistica oggi. Per dirla più semplicemente, chi potrebbe sostenere che Bossi e Tremonti siano solo per la libertà contro il solidarismo? Il loro populismo, se vuol essere efficace, lo impedisce. Oppure - questione ancor più paradossale - chi potrebbe affermare che Bersani e D&apos;Alema siano per l&apos;eguaglianza contro la libertà? Così delira solo Berlusconi.</description>
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         <pubDate>Thu, 26 Nov 2009 02:00:49 +0100</pubDate>
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         <title>I tortuosi sentieri del capitale - Giovanni Arrighi intervistato da David Harvey</title>
         <description>Giovanni Arrighi, dall&apos;inizio degli anni Sessanta fino al giorno della sua scomparsa, il 18 giugno scorso, è stato qualcuno che ha creduto, con tenacia illuministica, nella possibilità di penetrare nel fatum capitalistico. Per questo suo sforzo è considerato, a livello mondiale, uno dei massimi studiosi del capitalismo in un&apos;ottica storico-comparativa. Avendo lasciato l&apos;Italia per gli Stati Uniti, nel 1979, il nostro paese lo ha ricambiato prestando poco interesse alla sua opera. Non credo che questo sia mai stato per lui un dispiacere. Gli era perfettamente chiaro che gli strumenti intellettuali che aveva elaborato sarebbero stati usati da generazioni di intellettuali asiatici, africani o americani piuttosto che europei. Un bel ricordo di Arrighi da parte di Piero Pagliani qui. A. I.

Traduzione di Gherardo Bortolotti

[da &apos;NAZIONE INDIANA: Presentiamo alcuni brani dall&apos;ultima intervista di Arrighi, rilasciata a David Harvey e apparsa sul numero 56 (mar.-apr. 2009) della New Left Review. Ringrazio David Harvey, Beverly Silver, Kheya Bag per la disponibilità, Nicola Montagna per i pareri sulla traduzione e la Fondazione Istituto Gramsci Emilia-Romagna per le indicazione bibliografiche. Gh. B.]
[...]

Come mai nel 1963 sei andato in Africa, per lavorare al University College of Rhodesia and Nyasaland?

Il perché ci sono andato è molto semplice. Venni a sapere che le università inglesi stavano pagando davvero delle persone per insegnare e fare ricerca - diversamente dal mio posto in Italia, dove si doveva prestare servizio per quattro o cinque anni come assistente volontario prima che ci fosse qualche speranza di avere un lavoro pagato. Nei primi anni &apos;60, gli inglesi stavano fondando delle università in tutto il loro ex-impero coloniale, come college di quelle britanniche. Il UCRN era un college della University of London. Mi sono presentato per due posti, uno in Rhodesia e uno a Singapore. Mi chiamarono per un colloquio a Londra e, dato che l&apos;UCRN era interessato, mi offrirono un impiego come Lecturer in Economics. E così sono andato.</description>
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         <pubDate>Tue, 17 Nov 2009 19:52:08 +0100</pubDate>
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         <title>Sul futuro delle socialdemocrazie europee  - di Toni Negri</title>
         <description>Le socialdemocrazie europee sembrano piuttosto acciaccate. Perché? Probabilmente perché, negli ultimi trent&apos;anni, non son riuscite a produrre un programma politico adeguato alle trasformazioni delle strutture produttive del capitalismo. È noto infatti come, a partire dalla metà degli anni &apos;70, le élite globali, politiche ed economiche, abbiano giocato su due terreni una medesima battaglia: da un lato quella del superamento dell&apos;organizzazione fordista del lavoro allo scopo di smantellare la regolazione sociale imposta dai movimenti operai e dalle socialdemocrazie già dagli anni &apos;30; d&apos;altro lato introducendo un modello di &quot;limitazione della democrazia&quot; che puntava a costruire nuovi parametri di controllo sociale, asserviti al &quot;libero mercato&quot; ed all&apos;egemonia sociale dell&apos;impresa. Le innovazioni tecnologiche che gravitavano attorno all&apos;automazione della produzione industriale e all&apos;informatizzazione della società sono state estremamente importanti nel qualificare il superamento del fordismo; la finanziarizzazione massiccia dell&apos;economia, assunta come criterio centrale - di misura e di indirizzo - nel riassetto dello sviluppo sociale della produzione, è stato l&apos;elemento centrale per organizzare il duro controllo di una società, aperta alla potenza del capitale, chiusa all&apos;estensione della democrazia ai lavoratori ed alle altre minoranze.</description>
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          <category domain="http://www.sixapart.com/ns/types#tag">socialdemocrazia</category>
        
         <pubDate>Sat, 14 Nov 2009 15:55:38 +0100</pubDate>
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         <title>E&apos; morto Aldo Giorgio Gargani</title>
         <description><![CDATA[<div align="center"> <br />

<div align="center"><img alt="aldo giorgio gargani" src="http://www.millepiani.net/filosofici/aldo giorgio gargani.jpg" height="193" hspace="8" width="290" align="center" border="0" /></div></div>]]></description>
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         <pubDate>Fri, 19 Jun 2009 08:57:10 +0100</pubDate>
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         <title>Alcune note di Gino S. su la &apos;Carta della democrazia insorgente&apos;</title>
         <description><![CDATA[<font face="Times New Roman" size=3>Sulla Carta della democrazia insorgente

La carta della democrazia insorgente è interessante. Raccoglie varie sollecitazioni e alla fine le svela. Peraltro, mentre leggevo il documento, pensavo che molta della riflessione è presente da più di venti anni nel dibattito del post-operaismo italiano ealla fine il riferimento all'articolo di "Luogo comune" chiarisce questo punto. Mi sembra molto chiaro il discorso sulla rappresentanza che consegna alla sua inconcludenza l'attuale dibattito nella sinistra. E' troppo buono con la sinistra nelle istituzioni. Non è stata solo ingenua. C'ha zappato abbondantemente. Fare il parlamentare è comodo. Per tutti. Fare politica per professione pure. C'è vantaggio. Questo non è ininfluente. E' interessante la categoria dell'essere-in-comune (evidenti i riferimenti a Nancy, Agamben ...). Portare un pò di filosofia in politica non fa male. Negri traduce il tutto nel concetto del comune.
Forse non sbaglia. L'essere-in-comune attiene alla condizione di ognuno. Il comune è una categoria politica che nel definire la condizione immagina le istituzioni che la superano. In parte anche il documento prova a farlo.
In mezzo a tante cose interessanti ci sono due punti, a mio modo di vedere, deboli: il ragionamento sulla crisi e le tesi sulla non-violenza.
La crisi è qualcosa di più di quello che il documento dice. Non siamo dentro una parentesi, siamo immersi da tanti anni dentro una crisi strutturale. A differenza di quanto dica tanta parte della sinistra, peraltro, il neoliberismo è stata una risposta alla crisi piuttosto che la sua causa, ed il nuovo intervento degli stati sta continuando il lavoro per mantenere il differenziale sociale e consentire alle elites dominanti di vivere felici anche mentre tutto sta crollando. Non è un caso se la vendita di auto di lusso non ha subito flessioni. Sarebbe utile trovare momenti di approfondimento.
Certo è che l'alternativa non è la decrescita. La decrescita è miseria. Noi dobbiamo desiderare un modello produttivo superiore, non una frenata.
La non-violenza, poi, non mi va giù. Mi sembra così incredibile che la tesi venga espressa da uno storico. E' di una ingenuità allarmante. A parte che ha fatto danni indicibili nel movimento. Arrivando quasi a legittimare gli interventi repressivi. Peraltro è un problema inventato. La violenza, attualmente, sta tutta da una parte. E' chiaro che la "reazione" violenta finisce per "segnare" chi la esercita. Ma, buon dio, perchè non lo raccontiamo ai partigiani, ai parigini che assaltavano la Bastiglia, ai rivoluzionari che sfidavano l'esercito di Batista, ai giovani che si scontravano con la polizia nel maggio francese, ai meravigliosi ragazzi del '77 e a quelli di Genova?</font>]]></description>
         <link>http://www.millepiani.net/archivesfilosofici/2009/06/16/alcune_note_di_gino_s_su_la_ca.html</link>
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          <category domain="http://www.sixapart.com/ns/types#category">una critica</category>
        
        
         <pubDate>Tue, 16 Jun 2009 19:32:37 +0100</pubDate>
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      <item>
         <title>Carta della democrazia insorgente</title>
         <description><![CDATA[<font face="Times New Roman" size=3>Carta della democrazia insorgente 
Carta, associazione Cantieri sociali e molti altri compagni di strada 
[21 Maggio 2009] </font>


<font face="Times New Roman" size=2>[Questo testo è un primo esito di una lunga discussione. La versione base è stata scritta da Mario Pezzella ed è stata poi rivista da varie persone incaricate di riassumere i contenuti degli incontri che i Cantieri sociali e Carta avevano organizzato ai primi di aprile 2008 a Roma, e a novembre in Val di Susa, sul tema dell«altra politica». è un documento aperto, che invitiamo a usare per incontri su come rimediare alla crisi della politica, e per continuare a dibattere su Carta. Alcuni interventi sono giàsu Carta 17 in edicola dal 22 maggio, mentre lunedì 25 il documento sarà presentato nel corso della Scuola per lAlternativa in programma a Torino [via Cialdini 4, ore 20,45]: intervengono Marina Clerico [Politecnico di Torino], Paolo Giardina [ConsulenteTecnico], Andrea Morniroli [Cantieri Sociali], Mario Pezzella [Scuola Normale di Pisa], Marco Revelli [Università del Piemonte Orientale] e Giuseppe Sergi [Università di Torino].]</font>

<font face="Times New Roman" size=3>1. Negli ultimi anni abbiamo assistito allo sgretolamento della democrazia rappresentativa e dello Stato di diritto, che ci eravamo abituati a considerare uno spazio pubblico inalienabile. A lungo la sinistra politica ha coltivato lillusione che lo Stato e le sue rappresentanze parlamentari potessero costituire un luogo «terzo» e neutrale di pacificazione dei conflitti, di superamento dellineguaglianza: per lungo tempo, il conflitto sociale non ha più ricevuto efficace espressione politica.
Il potere economico e politico dominante lascia ora sopravvivere le forme sempre più vuote delle istituzioni democratiche; non le cancella dun colpo e rapidamente, come fecero i totalitarismi del Novecento, ma le priva  fino alla paralisi completa  di ogni potere concreto e decisionale; le riduce, per sottrazione continua, a inerti simulacri. Questo lento colpo di Stato si è realizzato in Italia secondo un procedimento affine al programma redatto, anni fa, dalla loggia segreta P2, i cui esponenti sono oggi assurti alle più alte cariche dello Stato e a posizioni direttive nei giornali e nelle televisioni. Controllo dellinformazione; presidenzialismo; derisione delle leggi penali e intimidazione della magistratura; eliminazione delle lotte sindacali e dello spazio pubblico. A questi punti del vecchio programma si sono aggiunti il razzismo e il letterale neofascismo della Lega.

2. Parlamento, istituzioni tradizionali della rappresentanza, partiti, sopravvivono come forme di puro spettacolo, tanto più ossessivamente presenti nei talk show televisivi quanto più sostanzialmente privi di ogni potere di decisione. Il regime democratico viene integrato da centri decisionali ufficiosi, servizi e associazioni parallele, lobbies finanziarie e politiche. Questa attività in ombra affianca la scena politica mediatica e spettacolare. Essa si dispone accanto alle istituzioni, alle leggi e agli ordini professionali visibili.
Lo Stato di diritto resta apparentemente intatto: ma le decisioni spettano effettivamente ai poteri paralleli. Non si tratta solo di interventi clamorosi e violenti, ma anche di misure che riguardano lordinaria quotidianità. I concorsi pubblici sono sostituiti da riunioni preliminari ufficiose; le decisioni amministrative sono prese entro consorterie private sottratte a qualsiasi controllo degli elettori; molti reati finanziari sono di fatto depenalizzati, anche se le leggi che dovrebbero punirli restano ufficialmente in vigore.
Questo processo determina la separazione sistematica tra la regola pubblicamente ammessa e il centro decisionale occulto: cinismo, ipocrisia oggettiva, menzogna divengono comportamenti sociali indispensabili per orientarsi in questa sorta di doppio comandosociale permanente. Chi resta legato allapparenza pubblica dello spettacolo [e per esempio si oppone a una decisione di fatto in nome di una norma del diritto] viene minacciato o emarginato. Lunico ordine unificante e indiscusso è la moltiplicazione, laccumulazione del denaro. In suo nome tutto è finalizzato, autorizzato, concesso: e i politici si riducono a zelanti funzionari delle lobby finanziarie e immobiliari che controllano  per mezzo loro  i comuni e le amministrazioni, luso del territorio. ]]></description>
         <link>http://www.millepiani.net/archivesfilosofici/2009/06/16/carta_della_democrazia_insorge.html</link>
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         <pubDate>Tue, 16 Jun 2009 11:30:53 +0100</pubDate>
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      <item>
         <title>Il primo testo della &apos;Millepiani Editori&apos;: &quot;Die Philosophie und die Idee einer Weltgesellschaft (Filosofia e globalizzazione) - Congresso internazionale&quot;</title>
         <description><![CDATA[

<div align="center"><img src="http://www.millepiani.net/immagini/2009/5/libro.jpg" height="691" alt="libro" hspace="8" width="492" align="center" border="0" /></div>

]]></description>
         <link>http://www.millepiani.net/archivesfilosofici/2009/05/24/il_primo_testo_della_millepian.html</link>
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         <pubDate>Sun, 24 May 2009 16:51:30 +0100</pubDate>
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         <title>Millepiani Editori</title>
         <description><![CDATA[<div align="center"><img src="http://www.millepiani.net/filosofici/logomillepiani.jpg" height="168" alt="logomillepiani" hspace="8" width="450" align="top" border="0" /></div>
<div align="center"><br /> </div>]]></description>
         <link>http://www.millepiani.net/archivesfilosofici/2009/05/23/millepiani_editori.html</link>
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         <pubDate>Sat, 23 May 2009 18:51:56 +0100</pubDate>
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         <title>&apos;Hamletica&apos; - il nuovo libro di Cacciari per Adelphi di Armando Torno</title>
         <description>Corriere della Sera 5.5.09
Incapacità di decidere, agire e darsi uno scopo: i temi di «Hamletica» in uscita da Adelphi
Shakespeare, Kafka, Beckett Tre miti per capire il mondo. L&apos;analisi di Cacciari sul «brancolamento» dell&apos;uomo d&apos;oggi - di Armando Torno

Chi era Amleto? Per noi fu il principe di Danimarca, testimoniato nel dramma dall&apos;omonima tragedia di Shakespeare. Tuttavia, chi volesse cercarne le origini rischierebbe di perdersi in un labirinto medievale. Ecco il nome, per limitarci a qualche esempio, nelle gesta di Re Horn (siamo intorno al 1250); ed eccolo in un documento irlandese, gli Annals of the Four Masters. Nella seconda parte dell&apos;Edda si attesta una saga islandese di Amlodhi o Amled della fine del X secolo.
Massimo Cacciari nella sua nuova opera, Hamletica (Adelphi, pp. 144, e. 18), offre una soluzione per i nostri giorni: Amleto vive il dramma dei politici. Come dargli torto? Del resto, allorché nell&apos;opera di Shakespeare dichiara all&apos;ombra del padre di essere «prigioniero delle circostanze e della passione» (così i meglio informati traducono quel lapsed in time and passion nella quarta scena del terzo atto), la sua figura riflette i problemi della categoria di cui ha cominciato a far parte. Cacciari, però, non ha scritto un&apos;esegesi delle dichiarazioni del principe: in Hamletica ha riunito i tre grandi miti dell&apos;«ontologica insicurezza» dell&apos;Occidente contemporaneo, osservandoli -- oltre che in Shakespeare -- in Kafka e Beckett. Essi consentono di comprende­re e decifrare il «brancolamento» attuale della Terra e il tramonto di ogni Nomos, di tutte le leggi che hanno caratterizzato i ruoli, le immagini, i linguaggi. Se Amleto -- profetica anticipazione di quanto viviamo -- ora è il politico «costretto a obbedire alla logica dei fatti », che si dibatte nel dubbio e «marchia ogni sua azione di incompiutezza», l&apos;agrimensore K., il protagonista de Il castello, rivela l&apos;uomo che non ha più possibilità di azione. Su di lui i fatti pesano. È lo straniero nel quale l&apos;agire «si mani­festa così perfettamente prigioniero dell&apos;ordine dei fatti da rendere inconcepibile il timbro stesso della decisione».
E Beckett? Egli mostra l&apos;azione priva di qualunque fine, che ripete se stessa, senza uno scopo. Perché? Per comprendere quanto sta accadendo si può cominciare da una intuizione di Bonnefoy, consegnata a uno dei Racconti in sogno (edizioni Egea), dove si immagina l&apos;artista dell&apos;ultimo giorno: «Il mondo stava per finire», scrive il poeta francese, giacché «l&apos;insieme delle immagini prodotte dall&apos;umanità avrebbe superato il numero delle creature viventi». Succede insomma che l&apos;equilibrio tra la vita e il sembrare dei segni potrebbe spezzarsi e non ci sarà ritorno, poiché -- sottolinea Cacciari -- le immagini stanno com­piendo il proprio destino: «Sommergere la vita, trasporre il mondo nel multiverso dei linguaggi». Già, i linguaggi. Credevano di spiegarlo e possederlo questo nostro mondo.
E cosa può fare l&apos;artista dell&apos;ultimo giorno? Trattiene la mano, la sua opera è indugio; cerca, sperimenta, vuole purificare l&apos;immagine affinché cessi di essere «la rivale illecita di ciò che esiste». Si dibatte, spinge la parola al silenzio, infine potrebbe assumersi il compito di «farla finita». Il mondo reale e il suo «illecito rivale», forse a loro volta apparenze, lasciano allora spazio a infinite domande. Ne scegliamo una, tra quelle formulate da Cacciari: «Si risveglierà il nauseante gioco delle rappresentazioni, magari nella forma della dissacrante ironia? ». Beckett non è la risposta ma si presenta, collocandosi oltre l&apos;artista dell&apos;ultimo giorno. Per lui questo significa «oltre Joyce» (ma è un «oltre» che suona come l&apos;opposto di «oltrepassare», giacché «ora è possibile procedere solo ritirandosi» ).
Cacciari ricompone in Hamletica un tormentato dialogo a frammenti tra questi autori. Nelle sue pagine proseguono le ricerche sulla storia consegnate a Geofilosofia dell&apos;Europa e all&apos;Arcipelago, nonché a quelle sul rapporto tra nihilismo e linguaggio del mistico che sono il filo rosso in Dell&apos;inizio e Della cosa ultima.
Bergson, riprendendo un&apos;antica intuizione, scrisse che un uomo con gli abiti del comico può dirci che c&apos;è la nebbia, mentre il poeta racconta cosa c&apos;è oltre di essa. Cacciari, tra i molti scenari esaminati, ci ricorda che l&apos;esito possibile delle situazioni delineate è il comico.</description>
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         <pubDate>Tue, 05 May 2009 13:11:36 +0100</pubDate>
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         <title>Il Crepuscolo degli Dei - Maggio Fiorentino, Zubin Mehta</title>
         <description><![CDATA[Crepuscolo degli Dei da tripudio per il 72° del Maggio Musicale Fiorentino- di Valeria Ronzani (da &rsquo;Il Sole24ore)<br />
 
Quindici minuti di applausi hanno coronato ieri sera al Teatro Comunale di Firenze la prima de &quot;Il crepuscolo degli dei&quot;, di Richard Wagner, serata inaugurale del Settantaduesimo Maggio Musicale Fiorentino. Giornata conclusiva del monumentale, immaginifico ciclo cosmologico partorito dal genio wagneriano, è anche la più complessa. E&rsquo; stato un tripudio, dell&rsquo;Orchestra del Maggio, sontuosa come non mai, duttile, piena di colori sotto la guida di uno Zubin Mehta in stato di grazia. E dello spettacolo ideato dal gruppo catalano della Fura dels baus, ormai un mito nel teatro di ricerca, che nell&rsquo;allestimento della &quot;Tetralogia&quot; ha mostrato un rispetto e una sintonia col mondo di Wagner che dovrebbe essere di esempio a tanti registi. 
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Un mix di altissima tecnologia, proiezioni fantasmagoriche, macchine manovrate da sofisticatissimi computer e ingenua, quasi infantile manualità di un gruppo di affiatatissmi mimi, che appiccano il fuoco (vero), agitano le onde di bottiglie di plastica di un Reno solcato dalla barca di Siegfried, smuovono bastoni con dei cenci appiccicati che diventano alghe negli abissi, per creare momenti di vera poesia. Così come la musica, che nelle giornate precedenti Mehta aveva quasi contenuto in una chiave più lirica, avviluppa e sorge maestosa come non mai, anche le quinte del palcoscenico paiono insufficienti per contenere quel mondo parallelo creato dal regista Carlus Padrissa e dal suo team. Emozionante il funerale di Sigfrido, il cui corpo viene portato a braccia attraverso il buio della platea mentre l&rsquo;azione viene proiettata su un sipario nero, e pare quasi di vedere immagini rubate dai tanti luttuosi eventi che il mondo ci trasmette. 
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Catarchico, musicalmente e scenicamente, il finale, col rogo riparatore e il crollo del Walhalla, mai così potente. Menzione d&rsquo;onore agli interpreti, dall&rsquo;Hagen di impressionante vocalità di Hans Peter König, al Sigfrido giustamente guascone di Lance Ryan, che si è ritrovato pure a cantare appeso per i piedi, probabilmente la prima volta di un tenore nella storia dell&rsquo;opera, fino a Jennifer Wilson, che avevamo lasciato un anno fa in &quot;Sigfrido&quot; al suo debutto come Brunilde, e che un anno dopo ha maturato una vocalità pienamente wagneriana che le permette di superare alla grande l&rsquo;impervio ruolo. Sei ore di musica che hanno tenuto incollato il pubblico fino alla fine. Entusiasta il sovrintendente scaligero Stéphane Lissner, che ha in programma un &quot;Tannhäuser&quot; firmato Mehta Fura: «Spettacolo di levatura mondiale che fa onore all&rsquo;Italia». E si annunciano future collaborazioni Scala Maggio Fiorentino. Finanziamenti alla cultura permettendo. Spiccava ingombrante l&rsquo;assenza del minimo rappresentante governativo. <br />
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GÖTTERDÄMMERUNG (Il crepuscolo degli Dei), di Richard Wagner<br />Zubin Mehta direttore, Carlus Padrissa regia, La Fura dels Baus allestimento <br />Orchestra e coro del Maggio Musicale Fiorentino<br />Firenze, 72esimo Maggio Musicale Fiorentino<br />]]></description>
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          <category domain="http://www.sixapart.com/ns/types#category">un amore per la musica</category>
        
        
          <category domain="http://www.sixapart.com/ns/types#tag">Wagner Crepuscolo Mehta Firenze</category>
        
         <pubDate>Sat, 02 May 2009 17:48:35 +0100</pubDate>
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         <title>Platone era un illuminista - il nuovo libro di Mario Vegetti</title>
         <description>Repubblica 1.5.09
Mario Vegetti ha scritto un libro sulla visione politica del filosofo
&quot;Era un illuminista, non è stato capito&quot;
Platone tradito dal Novecento
di Antonio Gnoli

Non poteva prevedere Google e l´utopia della rete. Di fronte a un oggetto di cultura di massa come Matrix sarebbe rimasto interdetto. Ve lo immaginate un dialogo tra Socrate e Neo, il predestinato della grande saga dei fratelli Wachowsky? Eppure non c´è esperienza immateriale, o complicazione virtuale, che oggi non evochi le analisi platoniche. Quando estrasse, come da un cilindro, il mito della caverna avrebbe potuto inventare il cinema, se la tecnologia di allora glielo avesse consentito. Invece ne fece un involontario format in anticipo di 2500 anni sulla televisione. In fondo, realtà platonica e reality sono più contigui di quanto si immagini. Quello che nel quinto secolo fu concepito come una grande sistema speculativo, con tanto di demiurgo, rivive oggi in molte analisi. Platone è il filosofo più letto, più cliccato, più controverso. Il Novecento ne ha fatto un´icona politica, ma al tempo stesso se ne è spaventato. Su di lui è stato detto di tutto, di più. Platone totalitario e democratico, liberale e nazista, etico e immorale, amante dell´eros e fustigatore dei cattivi costumi, elitario e tollerante (o quasi). Non amava la democrazia, ne temeva le degenerazioni, la presa retorica sul popolo. Oggi guarderebbe con orrore ai populismi mediatici. Insomma perché un libro come La Repubblica ha attraversato la storia dell´Occidente sino a giungere a noi così carico di suggestioni?
 Mario Vegetti - tra i più grandi antichisti in attività - ha scritto un bellissimo libro sul Platone politico da Aristotele al Novecento. Un paradigma in cielo ne è il titolo, edito da Carocci (pagg. 181, euro 18.50).
 Un paradigma in cielo richiama il modo in cui Platone nella Repubblica definisce il suo modello di società giusta. Ma quel testo, credo si possa leggere e forzare in molte altre direzioni. È d´accordo?
 «La Repubblica è un repertorio ricchissimo di metafore, di immagini, di paradossi. I primi due libri presentano una teoria dell´origine della giustizia e una genealogia della morale che portano diritto a Hobbes e Nietzsche; il quarto una psicologia dell´io scisso e conflittuale che ha il suo parallelo in Freud; il quinto l´utopia comunistica, l´abolizione della proprietà privata e della famiglia; il settimo un saggio straordinario di epistemologia antiempiristica delle matematiche; l´ottavo una memorabile critica parallela della democrazia e della tirannide».
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          <category domain="http://www.sixapart.com/ns/types#category">una recensione</category>
        
        
          <category domain="http://www.sixapart.com/ns/types#tag">illuminismo</category>
        
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         <pubDate>Sat, 02 May 2009 10:38:40 +0100</pubDate>
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         <title>&quot;Cosa vuol dire la salvezza al di fuori della Chiesa&quot; - la risposta di Vito Manuso a Enzo Bianchi</title>
         <description><![CDATA[<div align="justify"><br />Cosa vuol dire la salvezza al di fuori della Chiesa - di Vito Mancuso, LA REPUBBLICA, 28.4.09</div>

<div align="justify">Proprio quando arriva in libreria una raccolta di saggi di Benedetto XVI dal titolo L&rsquo;Elogio della coscienza, è interessante chiedersi quale sia oggi la situazione della coscienza cattolica. Lo spunto mi è dato dall&rsquo;accusa mossami da Enzo Bianchi di essere gnostico, un&rsquo;accusa teologicamente infondata che scambia per eresia gnostica l&rsquo;esercizio della libertà di coscienza a livello teologico. Dietro l&rsquo; accusa di gnosi verso la mia teologia basata sul primato della coscienza, c&rsquo;è lo statuto attuale della verità dottrinale cattolica basata sulla tradizione e l&rsquo;autorità. Ovvero: è così perché è stato stabilito che è così, e chi l&rsquo;ha stabilito è più importante di te e tu devi obbedire. Insegnava Ignazio di Loyola al termine degli Esercizi spirituali: «Dobbiamo sempre tenere questo criterio: quello che io vedo bianco lo credo nero, se lo stabilisce la Chiesa gerarchica». Ancora oggi la forma della verità cattolica continua a essere basata sul passato (la tradizione) e sulla forza (l&rsquo;autorità) e per questo motivo si accusa di gnosi chi al primo posto nel suo rapporto con la verità non pone l&rsquo;autorità ma la coscienza personale, e in fedeltà alla coscienza dichiara bianco ciò che vede bianco. Un anno fa fu Bruno Forte sull&rsquo;Osservatore Romano a definire il mio pensiero &quot;una gnosi di ritorno&quot;. Ora Enzo Bianchi su Famiglia cristiana scrive: &quot;Quanto a Mancuso, teologo che ama definirsi eterodosso, occorre riconoscere che le domande che pone nei suoi scritti sono urgenti e necessitano di una risposta da parte della teologia cattolica e della Chiesa, ma, a mio giudizio, le risoluzioni che propone Mancuso si collocano nello spazio della gnosi, in cui la storia è di per sé storia di salvezza e in cui non c&rsquo;è da parte di Dio, né rivelazione, né grazia&quot;. Bianchi continua dicendo che nel mio ultimo libro (Disputa su Dio e dintorni, insieme a Corrado Augias) vi sono affermazioni che &quot;correggono la gnosi presente nel precedente&quot; (L&rsquo;anima e il suo destino) che però &quot;restano deboli&quot;. E conclude: &quot;Il regno dei cieli non è l&rsquo;equivalente del regno delle idee di Platone o del regno dei fini di Kant, come afferma il nostro teologo&quot;. Quanto al fatto che amerei definirmi eterodosso, dico semplicemente che ciò che amo è la trasparenza, e siccome so che certi miei pensieri non sono allineati alla dottrina ufficiale, lo dichiaro io per primo, per onestà ai lettori. Tutto qui.<br /><br />]]></description>
         <link>http://www.millepiani.net/archivesfilosofici/2009/04/30/_-_la_risposta_di_vito_manuso.html</link>
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          <category domain="http://www.sixapart.com/ns/types#category">una critica</category>
        
        
         <pubDate>Thu, 30 Apr 2009 07:03:07 +0100</pubDate>
      </item>
      
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         <title>La fatica di ascoltare - Enzo Bianchi, priore di Bose, su &apos;Disputa su Dio&apos; di Augias-Mancuso</title>
         <description><![CDATA[<div align="justify"><br />da &rsquo;Famiglia Cristiana&rsquo; di questa settimana<br /><br />Da anni vado ripetendo che con la fine della cristianità e lo sviluppo di una società civile sempre più consapevole della propria laicità e della molteplicità di culture e religioni che si incontrano e intrecciano nel quotidiano, la capacità di dialogo e di ascolto reciproco diventano condizioni indispensabili non solo per una crescita in umanità ma, in prospettiva, per la stessa sopravvivenza di una convivenza civile degna di tale nome. Ma accanto a questa convinzione se ne riafferma in me anche un&rsquo;altra: nonostante i numerosi sforzi che da più parti si compiono in questo senso, restiamo ancora “all&rsquo;età della pietra” per quello che concerne il dialogo, tuttora balbettanti nel definire e soprattutto nell&rsquo;assumere una autentica “deontologia del dialogo”. </div>

<div align="justify">Ne ho avuto un&rsquo;amara conferma nei giorni scorsi quando il mio ultimo libro, Per un&rsquo;etica condivisa, è stato fin troppo benevolmente recensito dal “laico” Corrado Augias su queste pagine. Man mano che procedevo nella lettura, mentre riconoscevo le mie affermazioni – sempre correttamente virgolettate – le vedevo interpolate con considerazioni a me estranee e con precisazioni che ne snaturavano le intenzioni. Augias, gli va dato atto, non mi attribuiva frasi da me mai scritte, ma le sue chiose, quasi sempre laudative, allontanavano il lettore dall&rsquo;humus in cui le mie affermazioni erano nate e ne facevano un&rsquo;applicazione a soggetti ecclesiastici secondo i suoi giudizi e non secondo le mie intenzioni, intenzioni che una lettura maggiormente disposta all&rsquo;ascolto non frammentario o preconcetto avrebbe potuto cogliere facilmente.<br />“Guàrdati dal criticare meschinamente e con amarezza, senza amore, la chiesa ... Nella chiesa non amare un&rsquo;astrazione o una visione troppo personale, ma la comunità vivente in cui Dio attende il tuo impegno e il tuo ministero. Se devi criticare, fallo senza ferire le persone, con l&rsquo;audacia evangelica, con la forza della parola di Dio, l&rsquo;umiltà di chi critica per fare un servizio di purificazione nei confronti di sua madre. Altrimenti è meglio tacere”. Così recita la Regola di Bose, e a questi principi ho sempre cercato di attenermi nel mio prendere la parola in pubblico, a voce o per iscritto.<br /><br />]]></description>
         <link>http://www.millepiani.net/archivesfilosofici/2009/04/30/la_fatica_di_ascoltare_-_enzo.html</link>
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          <category domain="http://www.sixapart.com/ns/types#category">una critica</category>
        
        
         <pubDate>Thu, 30 Apr 2009 06:45:40 +0100</pubDate>
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      <item>
         <title>&quot;Torniamo al pensiero forte - Perchè servono le utopie&quot; di S. Zizek</title>
         <description><![CDATA[<div align="justify">Repubblica 29.4.09<br />&quot;Torniamo al pensiero forte&quot; - Perché servono le utopie - &quot;In difesa delle cause perse&quot; il nuovo saggio del filosofo, di Slavoj Zizek<br />Tesi provocatoria: &quot;Nonostante i crimini, l´aspirazione di redenzione dei totalitarismi può essere utile&quot; - In tempo di crisi e rotture, si deve rischiare un Salto di Fede - La disperazione di chi ha combattuto i vecchi paradigmi estremisti</div><br />
<div align="justify">Il senso comune della nostra epoca ci dice che, rispetto alla vecchia distinzione tra doxa (opinione accidentale/empirica, Saggezza) e verità o, ancora più radicalmente, tra conoscenza positiva empirica e fede assoluta, si dovrebbe tracciare una linea tra ciò che si può pensare e si può fare oggi. Sul piano del senso comune, il punto più lontano a cui si può arrivare è un liberalismo conservatore illuminato: ovviamente non ci sono alternative praticabili al capitalismo; allo stesso tempo, lasciata a se stessa la dinamica capitalistica minaccia di minare le proprie fondamenta. (...) All´interno di questo orizzonte, la risposta non è né un liberalismo radicale alla Hayek, né un crudo conservatorismo, sempre meno aderente ai vecchi ideali dello Stato sociale, ma una miscela tra liberalismo economico e un minimo spirito «autoritario» di comunità (l´enfasi sulla stabilità sociale, i «valori» eccetera) che controbilanci gli eccessi del sistema - in altre parole ciò che hanno sviluppato i socialdemocratici della Terza Via, come Blair.<br />Questo è il limite del senso comune. Ciò che sta dietro di esso implica un Salto di Fede, una fede nelle Cause perse, Cause che, dall´interno dello spazio della saggezza scettica, non possono che apparire folli. E questo libro parla dall´interno di questo Salto di Fede. Ma perché? Il problema, ovviamente, è che in un tempo di crisi e rotture, la stessa saggezza empirica scettica, costretta nell´orizzonte della forma dominante del senso comune, non può fornire delle risposte, e dunque si deve rischiare un Salto di Fede. Questo passo è il passo da «io dico la verità» a «la verità stessa parla (in/attraverso di me)» (come nel «mathema» lacaniano del discorso dell´analista, in cui l´agente parla da una posizione di verità), sino al punto in cui posso dire, come Meister Eckhart, «è vero, e la verità stessa lo dice». Sul piano della conoscenza positiva, ovviamente, non è mai possibile raggiungere la verità o essere sicuri di averlo fatto - ci si può solo approssimare senza fine, poiché il linguaggio è in ultima istanza autoreferenziale, non c´è modo di tracciare una linea definitiva di separazione tra sofismi, esercizi sofistici, e la Verità stessa (questo è il problema di Platone). La scommessa di Lacan è, in questo senso, la stessa di Pascal: la scommessa della Verità. Ma in che modo? Non correndo appresso a una verità «oggettiva», ma basandosi sulla verità riguardo alla posizione da cui si parla.<br /><br />]]></description>
         <link>http://www.millepiani.net/archivesfilosofici/2009/04/29/torniamo_al_pensiero_forte_-_p.html</link>
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          <category domain="http://www.sixapart.com/ns/types#category">una traccia</category>
        
        
         <pubDate>Wed, 29 Apr 2009 17:02:08 +0100</pubDate>
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         <title>I crimini di Edipo Re</title>
         <description><![CDATA[<div style="TEXT-ALIGN: justify">Repubblica 27.4.09</div>
<div style="TEXT-ALIGN: justify">Un raffronto tra il signore di Tebe e il biblico Giuseppe - I crimini di Edipo Re - di René Girard</div>

<div style="TEXT-ALIGN: justify">Due &quot;eroi&quot; simili: ma il sovrano incestuoso è colpevole e basta mentre il figlio di Giacobbe smonta ogni inganno. L´antico testamento si oppone sempre in modo consapevole alle religioni mitologiche. Prendiamo &quot;Caino e Abele&quot; e &quot;Romolo e Remo&quot;: il fratricidio è visto in modo quasi opposto<br /><br />La città di Tebe è devastata dalla peste. Un oracolo religioso annuncia che il responsabile del disastro è un unico individuo che vive in città: egli ha offeso gli dei uccidendo suo padre e sposando sua madre. Si cerca il colpevole e un colpevole si trova: nientedimeno che il nuovo re. Egli non sapeva di aver commesso gli orrendi crimini che pure aveva commesso. Da bambino era stato abbandonato dai suoi genitori a causa di un oracolo, ancora, lo stesso che aveva previsto quello che più tardi sarebbe avvenuto, che cioè il bambino avrebbe un giorno ucciso suo padre e sposato sua madre. Diventato adulto, egli torna a Tebe da perfetto sconosciuto, e il vaticinio si avvera. Ancora una volta il risultato è l´espulsione di Edipo dalla sua comunità.<br />Esaminando questo mito da vicino, vi si scoprono alcune corrispondenze con la storia biblica di Giuseppe. Giuseppe ha dodici fratelli, Edipo nemmeno uno, ma entrambi vengono respinti dalle loro rispettive famiglie, Edipo dai genitori, Giuseppe dai fratelli. In entrambe le storie l´eroe viene espulso: prima dalla comunità a cui appartiene per diritto di nascita, poi dalla comunità che l´aveva adottato.<br />Sia Edipo, dopo il suo ritorno a Tebe, che Giuseppe dopo che fu portato in Egitto si potrebbero definire immigranti di successo. Grazie alla loro abilità nell´interpretare oscuri enigmi entrambi riescono a risolvere seri problemi e a diventare di conseguenza grandi leader. Edipo viene incoronato re di Tebe e Giuseppe nominato qualcosa come primo ministro dell´Egitto. Entrambi gli eroi si trovano a esercitare il loro potere contro un disastro naturale. Per Edipo si tratta di un´epidemia di peste; per Giuseppe di una devastante carestia.<br />Edipo è colpevole di parricidio e incesto. Giuseppe non commette questo tipo di crimini, ma la sua carriera è macchiata da un incidente che rassomiglia all´incesto di Edipo: la moglie del suo padrone e benefattore egizio accusa falsamente il giovane Giuseppe di aver tentato di sedurla. Il marito di lei aveva accolto a corte e trattato Giuseppe come un figlio ed egli avrebbe dovuto rispettarla come avrebbe fatto con la sua stessa madre. L´accusa richiama in qualche maniera alla mente l´incesto con la madre. Siccome Giuseppe è straniero e la donna egizia, i suoi compatrioti credono a lei e Giuseppe finisce per qualche tempo in galera.<br />Le corrispondenze esistono, e credo siano da evidenziare più che da tacere, se vogliamo arrivare a cogliere la differenza, quella che ha davvero un´enorme importanza.<br />Edipo fin da bambino è potenzialmente colpevole del parricidio e dell´incesto che commetterà successivamente. I suoi genitori hanno tutte le buone ragioni per abbandonarlo. Più avanti i tebani avranno anch´essi un buon motivo per espellere Edipo una seconda volta, dato che la sua presenza tra loro aveva provocato un´epidemia di peste.<br />Nel caso di Giuseppe le cose stanno molto diversamente. I suoi fratelli non hanno alcun valido motivo per eliminarlo, sono semplicemente gelosi di lui. Nemmeno gli egizi avevano motivo di incarcerare Giuseppe: il racconto biblico riferisce che era la moglie del suo benefattore a essere gelosa di lui. (...)<br />Nelle due storie, due eroi simili affrontano simili circostanze con conseguenze non tutto dissimili. Ma se guardiamo al ruolo dell´eroe all´interno della storia, l´interpretazione del mito e l´interpretazione della Bibbia si collocano ai poli opposti.<br />Si può affermare che le comunità a cui appartenevano Edipo e Giuseppe abbiamo agito giustamente nell´espellerli? Credo che questa sia la domanda predominante in entrambi i testi, ma che rimane implicita nel mito di Edipo, poiché la risposta silenziosa del mito è sempre sì. Quello che Edipo dovrà soffrire è la giusta punizione per i suoi crimini.<br />Nella Bibbia la domanda si fa del tutto esplicita, perché la risposta è un riecheggiante no. Quello che Giuseppe dovrà soffrire è un´ingiusta punizione. Egli non è che una vittima della gelosia. (...)<br />La storia biblica mette in ridicolo una dopo l´altra le prove senza senso che nel mito vengono presentate contro il capro espiatorio e le sostituisce con argomentazioni in favore della vittima. La mitologia ripudiata è ripudiata come menzogna. Tutte le volte che Giuseppe diventa vittima, dei suoi fratelli o degli egizi, le accuse contro di lui vengono denunciate come falsità prodotte dall´invidia o dall´odio. Abbiamo dunque sia il racconto dei fratelli al padre, sia la denuncia della falsità di quel racconto. I fratelli si sbarazzano di Giuseppe ma raccontano al padre che il giovane è stato sbranato da una bestia selvaggia. In molti miti il processo di vittimizzazione del capro espiatorio è descritto come un attacco da parte di un branco di animali a caccia o da parte di un singolo animale selvaggio. La storia raccontata dai fratelli è, a mio parere, un mito di questo tipo.<br />La storia di Giuseppe non è la sola nella Bibbia a ripudiare l´inganno e la violenza del mito. Potrei scegliere altri racconti biblici e mostrare che la differenza assolutamente essenziale di cui ho parlato è sempre presente. Denunciano il credo su cui si basa la mitologia come un sistema di rappresentazione coeso e crudele: l´eroe mitico è colpevole e viene giustamente punito anche se si tratta di un dio e anche se alla fine riesce a ripristinare l´ordine delle cose. L´eroe biblico, invece, viene punito ingiustamente, perché è innocente.<br />La Bibbia si oppone in modo perfettamente consapevole alle religioni mitologiche. Le taccia di idolatria, e credo che la rivelazione della natura fallace del sistema vittimario all´interno della mitologia sia parte essenziale della lotta biblica contro l´idolatria. Confrontiamo ad esempio la storia di Caino e Abele con il mito di Romolo e Remo.<br />Nella storia di Caino e Abele l´uccisione di un fratello da parte dell´altro è presentata come un crimine e simultaneamente come l´atto fondatore di una comunità.<br />Nella storia dei gemelli romani questo atto fondatore non può essere considerato un crimine, è l´azione legittima di Romolo. Il punto di vista della Bibbia è lontanissimo da quello del mito.<br />(Traduzione di Eliana Crestani)<br />Copyright 2009 Pier Vittorio e Associati, Transeuropa, Massa, www.transeuropaedizioni.it<br /></div><br /><br />
<div class="zemanta-pixie"><img src="http://img.zemanta.com/pixy.gif?x-id=ef3fe3f6-49ce-8c5a-b0ea-ff5f0c664eb3" class="zemanta-pixie-img" alt="pixy" border="0" /></div>
<p class="technorati-tags"><a href="http://technorati.com/tag/Girard" rel="tag" >Girard</a>, <a href="http://technorati.com/tag/Caino%20e%20Abele" rel="tag" >Caino e Abele</a></p>]]></description>
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         <pubDate>Mon, 27 Apr 2009 00:00:00 +0100</pubDate>
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