Avvenire, 26 febbraio 2015 - Sull'adesione di Heidegger al nazismo, sugli atti del suo anno di rettorato, sul lungo processo di "epurazione" che egli subì dopo la guerra, sui rapporti con il suo maestro Husserl, con Jaspers e Hannah Arendt, sul suo distacco dalla Chiesa cattolica, sulle giustificazioni del suo operato esposte nell'intervista postuma molto è stato scritto. Indubbiamente, se ci sono ragioni che militano contro la tesi di quei detrattori di Heidegger per i quali la sua filosofia sarebbe puro e semplice nazismo, non può però non suscitare le più serie perplessità il fatto che le sue idee non gli furono di ostacolo all'accettazione della concezione nazionalsocialista della vita e dello Stato.

Deleuze - Una lezione sull'Anti-Oedipo

| No Comments

da Uninomade

Giacomo Leopardi, poeta del quale in anni di profonda solitudine sono stato amico, diceva: noi veniamo dal nulla e precipiteremo nel vuoto ma, fra questo vuoto e quel nulla, cââ?¬â?¢Ã?¨ il pieno dellââ?¬â?¢essere comune. Un filosofo che mi Ã?¨ compagno da molto tempo, Baruch Spinoza, riconosceva che attraverso lââ?¬â?¢odio della solitudine sorgeva e si sviluppava il desiderio della societÃ?  e cosÃ?¬ si formava lââ?¬â?¢amore del comune. Un altro italiano, sempre immerso in quel comune che chiamiamo ââ?¬Å?polisââ?¬Â, tale NiccolÃ?² Machiavelli, mentre la rivoluzione umanista stava sfiorendo, si diceva: la natura del comune si istituisce nel ritorno dellââ?¬â?¢attivitÃ?  politica alla propria origine, alla propria forma costituente.

Vorrei oggi intrattenermi con voi nel commento di questi atti di immaginazione: nella storia alternativa del moderno, in quella linea democratica e sovversiva che rompe quella modernitÃ?  che da Descartes porta a Hegel ââ?¬â?? fra Machiavelli, Spinoza e Leopardi, dunque ââ?¬â?? si definisce lââ?¬â?¢origine come forma costituente, amore e forza che producono il comune.

Questo articolo �¨ stato pubblicato dalla rivista Carmilla

Parlo del dolore fisico. Non di quello mentale, n�© del disagio psichico, n�© dei turbamenti d'amore che chi non ha provato in vita sua? Tutti dolori rispettabili, e capaci di produrre ferite a lunghissima rimarginazione; per�² in questi anni, lottando con un cancro (per il momento in maniera vittoriosa), ho sofferto parecchio nel corpo, per un incidente e per l'altro, e ho fatto alcune riflessioni che vorrei condividere con i lettori del giornale.
Primo dato, il pi�¹ ovvio: il dolore fisico �¨ multiforme. Al cento per cento. Assestarsi una martellata su un pollice o avere un'emicrania tremenda sono entrambe esperienze distruttive, per�² d'aroma diverso. Cos�¬ come il mal di denti �¨ differente, che so, dalla colite. Esiste un'amplissima gamma di dolori, sicch�© nessuno, in vita sua, potr�  mai dire di averli provati tutti. La macchina biologica che �¨ il corpo umano si sbizzarrisce ogni volta in nuove combinazioni, inedite variazioni sul tema. Come un grande compositore di musica sinfonica o, su un piano pi�¹ godereccio, un grande cuoco.

da Materiali resistenti

Ritorniamo a Genova, avevamo scritto nel documento di presentazione del seminario di Uninomade. Ritorniamo, simbolicamente, alla Genova delle magliette a strisce, inizio di uno straordinario ciclo di lotte operaie, e alla Genova del movimento globale, genealogia del nostro presente. Ma vi torniamo senza celebrazioni o amore per la continuità lineare: perché tanto è cambiato rispetto al 1960 e anche al 2001, perché il nostro presente è fatto di salti e di rotture, determinate innanzitutto dalle lotte. Allora, dopo un anno di straordinari movimenti dentro l’accelerazione della crisi globale, tornare a interrogarci sul tema della composizione di classe ha significato misurare l’irriproponibilità dei termini in cui tale categoria è stata elaborata dall’operaismo nel ciclo di lotte dell’operaio-massa, e al contempo la necessità di un suo radicale ripensamento nelle nuove coordinate spazio-temporali del lavoro vivo e del capitalismo contemporaneo, dentro la precarietà permanente e la produzione del comune.

Come, dunque, è possibile pensare nuovamente la composizione del lavoro vivo a partire dalle lotte della scuola e dell’università, dei precari e dei migranti, dal protagonismo delle donne e dai conflitti operai, in Europa e su entrambe le sponde del Mediterraneo, in rete e nella metropoli produttiva? Come si può, collettivamente e dentro il movimento, creare nuove forme di narrazione, mettere in rete le molteplici esperienze di inchiesta, produrre ipotesi comuni di conricerca? Queste e tante altre sono le domande a cui le molte attiviste e attivisti presenti, da varie città ed esperienze collettive, hanno cominciato a dare delle risposte, o quantomeno a mettere in ordine i problemi e i nodi politici. Il percorso di inchiesta avviato da Uninomade a Genova continuerà in autunno con un seminario a Milano sul welfare e uno in inverno a Torino sulle trasformazioni della forma-impresa. È attraverso questo percorso che proviamo ad aprire, insieme a molte e molti, un cantiere di conricerca, ossia un laboratorio in cui pensare e produrre i nuovi arnesi programmatici di una cassetta degli attrezzi comune.

Depuis quarante ans, ce disciple de Derrida vit en Alsace. Penseur politique, il nous engage �  aller au-del�  de la politique : vers le �«sensible�».
Par ��ric Aeschimann - Envoy�© sp�©cial �  Strasbourg - da Liberation del 2.07.11

Au dÃ?©but des annÃ?©es 70, un jeune philosophe, Jean-Luc Nancy, sââ?¬â?¢installe en communautÃ?©, avec femme et enfants, au 6, rue Charles-Grad dans le quartier allemand de Strasbourg. Lââ?¬â?¢autre couple est celui de son ami le philosophe Philippe Lacoue-Labarthe. Ensemble, ils vont publier un petit essai saluÃ?© par Lacan en personne comme la meilleure introduction Ã?  son Ã?â??uvre. Le Titre de la lettre est un best-seller chez les psys. A Strasbourg, leur sÃ?©minaire du samedi attire des centaines dââ?¬â?¢Ã?©tudiants. Pendant quelque temps, on ira jusquââ?¬â?¢Ã?  parler dââ?¬â?¢une Ã?«Ã?©cole de StrasbourgÃ?», comparaison (trop) flatteuse avec une autre Ã?©cole de Strasbourg, celle qui sââ?¬â?¢Ã?©tait formÃ?©e aprÃ?¨s-guerre autour de LÃ?©vinas.

Quatre d�©cennies plus tard, Nancy continue dâ���©crire des livres, grands ou petits. Ni d�©ploration finkielkrautienne ni col�¨re �  la Onfray, il ausculte avec douceur les d�©faites et les dilemmes que lâ���©poque m�¢chonne depuis trente ans : o�¹ nous sommes-nous tromp�©s ? Faut-il renoncer �  esp�©rer ? Sommes-nous condamn�©s �  choisir entre le r�¨gne de la marchandise ou le retour au religieux ? Dans V�©rit�© de la d�©mocratie, �  lâ��occasion du 40e anniversaire de Mai 68, il prenait ses distances avec la formule contestataire des ann�©es 70 : �«Tout est politique.�» Si la politique est indispensable, plaidait-il, lâ��erreur fut dâ��en faire une fin en soi. Tout passe par la politique, oui, mais pour nous conduire au-del�  de la politique - �  lâ��art, lâ��amour, la pens�©e, les paysages, tout ce quâ��il appelle le �«sensible�». Un autre livre, sorti en 2010, tranchait avec le pessimisme ambiant : lâ��Adoration. Et le sous-titre laisse planer une ambigu�¯t�© th�©ologique : D�©construction du christianisme. Nancy appartient �  la famille des penseurs radicaux, avec Balibar et Ranci�¨re (des copains de kh�¢gne), Agamben, Negri ou Badiou, dont la croisade pour le renouveau de �«lâ��id�©e communiste�» a toute sa sympathie. Nâ��est-ce pas contradictoire avec lâ��id�©e dâ��adoration ? Non, car pour lui, le communisme (d�©pouill�© de son barda r�©volutionnaire) est pr�©cis�©ment lâ��organisation collective qui permettra �  chacun de sâ��ouvrir au mouvement des sensations, �  leur miroitement, �  leur circulation, au �«sensible�» donc. Loin du grand soir ou de la pr�©sidentielle, lâ��enjeu est de sortir la politique de ses impasses, de la d�©sencombrer des fausses attentes. En ces temps de gauche maigre, voil�  qui donnait envie dâ��aller y voir de plus pr�¨s.

�«Simone Weil diceva che nel socialismo gli individui sono in grado di controllare la macchina tecnologica. Si tratta di capire perch�© �¨ un'illusione�». Emanuele Severino: �«Tecnologia e ideologie all'ultimo round di uno sviluppo insostenibile�»
di Carla Ravaioli (il manifesto del 03/07/2011)

Con il professor Emanuele Severino affrontiamo l'analisi sulla crescita produttiva, l'obiettivo pi�¹ tenacemente auspicato e perseguito da economisti, imprenditori, governi, politici di ogni colore, e di conseguenza da tutti invocato anche nel discorrere pi�¹ feriale.
Questo continuo parlare della crescita come di cosa ovvia �¨ in buona parte dovuto all'ignoranza. Sono decenni che si va intravvedendo l'equazione tra crescita economica e distruzione della terra. Comunque, �¨ tutt'altro che condivisibile l'auspicio di una crescita indefinita.

Professore, sta dicendo che l'economia �¨ una scienza consapevole delle conseguenze negative della crescita?

Ha incominciato a diventarne consapevole: l'auspicio di una crescita indefinita va ridimensionandosi. Anche nel mondo dell'intrapresa capitalistica - la forma ormai pressocch�¨ planetaria di produzione della ricchezza - ci si va rendendo conto del pericolo di una crescita illimitata; (anche se poi si fa ben poco per controllarla). Vent'anni fa, quando lei scrisse quel suo bel libro che interpellava numerosi economisti a proposito del problema dell'ambiente, la maggior parte degli intervistati affermava che quello del rapporto tra produzione economica ed ecologia era un falso problema. Oggi non pochi economisti sono molto pi�¹ cauti e anche le dichiarazioni dei politici sono diverse da venti o trent'anni.

Per�² non fanno che invocare crescita, senza nemmeno nominarne i rischi.

In periodo di crisi economica, di fronte al pericolo immediato di una recessione, �¨ naturale che si insista sulla necessit�  della crescita. Purtroppo per�² lo si fa riducendo il problema alle sue dimensioni tattiche, ignorandone la dimensione strategica.

Avant d'enseigner quoi que ce soit �  qui que ce soit, au moins faut-il le conna�®tre. Qui se pr�©sente, aujourd'hui, �  l'�©cole, au coll�¨ge, au lyc�©e, �  l'universit�© ?

Ce nouvel �©colier, cette jeune �©tudiante n'a jamais vu veau, vache, cochon ni couv�©e. En 1900, la majorit�© des humains, sur la plan�¨te, travaillaient au labour et �  la p�¢ture ; en 2011, la France, comme les pays analogues, ne compte plus qu'un pour cent de paysans. Sans doute faut-il voir l�  une des plus fortes ruptures de l'histoire, depuis le n�©olithique. Jadis r�©f�©r�©e aux pratiques g�©orgiques, la culture, soudain, changea. Celle ou celui que je vous pr�©sente ne vit plus en compagnie des vivants, n'habite plus la m�ªme Terre, n'a plus le m�ªme rapport au monde. Elle ou il n'admire qu'une nature arcadienne, celle du loisir ou du tourisme.

- Il habite la ville. Ses pr�©d�©cesseurs imm�©diats, pour plus de la moiti�©, hantaient les champs. Mais, devenu sensible �  l'environnement, il polluera moins, prudent et respectueux, que nous autres, adultes inconscients et narcisses. Il n'a plus la m�ªme vie physique, ni le m�ªme monde en nombre, la d�©mographie ayant soudain bondi vers sept milliards d'humains ; il habite un monde plein.

- Son esp�©rance de vie va vers quatre-vingts ans. Le jour de leur mariage, ses arri�¨re-grands-parents s'�©taient jur�© fid�©lit�© pour une d�©cennie �  peine. Qu'il et elle envisagent de vivre ensemble, vont-ils jurer de m�ªme pour soixante-cinq ans ? Leurs parents h�©rit�¨rent vers la trentaine, ils attendront la vieillesse pour recevoir ce legs. Ils ne connaissent plus les m�ªmes �¢ges, ni le m�ªme mariage ni la m�ªme transmission de biens. Partant pour la guerre, fleur au fusil, leurs parents offraient �  la patrie une esp�©rance de vie br�¨ve ; y courront-ils, de m�ªme, avec, devant eux, la promesse de six d�©cennies ?

- Depuis soixante ans, intervalle unique dans notre histoire, il et elle n'ont jamais connu de guerre, ni bientÃ?´t leurs dirigeants ni leurs enseignants. BÃ?©nÃ?©ficiant d ââ?¬Ë?une mÃ?©decine enfin efficace et, en pharmacie, d'antalgiques et d'anesthÃ?©siques, ils ont moins souffert, statistiquement parlant, que leurs prÃ?©dÃ?©cesseurs. Ont-ils eu faim ? Or, religieuse ou laÃ?¯que, toute morale se rÃ?©sumait en des exercices destinÃ?©s Ã?  supporter une douleur inÃ?©vitable et quotidienne : maladies, famine, cruautÃ?© du monde. Ils n'ont plus le mÃ?ªme corps ni la mÃ?ªme conduite ; aucun adulte ne sut leur inspirer une morale adaptÃ?©e.

- Alors que leurs parents furent con�§us �  l'aveuglette, leur naissance est programm�©e. Comme, pour le premier enfant, l'�¢ge moyen de la m�¨re a progress�© de dix �  quinze ans, les parents d'�©l�¨ves ont chang�© de g�©n�©ration. Pour plus de la moiti�©, ces parents ont divorc�©. Ils n'ont plus la m�ªme g�©n�©alogie.

- Alors que leurs prÃ?©dÃ?©cesseurs se rÃ?©unissaient dans des classes ou des amphis homogÃ?¨nes culturellement, ils Ã?©tudient au sein d'un collectif oÃ?¹ se cÃ?´toyent dÃ?©sormais plusieurs religions, langues, provenances et mÃ?â??urs. Pour eux et leurs enseignants, le multiculturalisme est de rÃ?¨gle. Pendant combien de temps pourront-ils encore chanter l'ignoble "sang impur" de quelque Ã?©tranger ? Ils n'ont plus le mÃ?ªme monde mondial, ils n'ont plus le mÃ?ªme monde humain. Mais autour d'eux, les filles et les fils d'immigrÃ?©s, venus de pays moins riches, ont vÃ?©cu des expÃ?©riences vitales inverses.

Bilan temporaire. Quelle litt�©rature, quelle histoire comprendront-ils, heureux, sans avoir v�©cu la rusticit�©, les b�ªtes domestiques, la moisson d'�©t�©, dix conflits, cimeti�¨res, bless�©s, affam�©s, patrie, drapeau sanglant, monuments aux morts, sans avoir exp�©riment�© dans la souffrance, l'urgence vitale d'une morale ?

Lo statuto creaturale pensato oggi poggia, ontologicamente, su una mancanza. La creatura ritorna alla sua pienezza nel momento in cui la sua esistenza ritrova ’il mancante’. La presenza del male nel cuore dell’esistenza creaturale, nella tipizzazione teologica che se ne Ã?¨ fatta in duemila anni, non mette in questione nulla della creazione, del creatore.Solo in alcune punte abissali questa presenza Ã?¨ stata pensata come consustanziale alla creazione stessa.

Cos'hanno in comune il razzismo nei quartieri, dei campi rom, l'enfasi di Maroni su Malpensa baluardo dell'Occidente? Lo spiega benissimo l'antropologo francese sul Corriere della Sera, 12 luglio 2010 (f.b.)

Alcuni anni fa, ho utilizzato il termine �«nonluoghi�» per designare quegli spazi della circolazione, del consumo e della comunicazione che si stanno diffondendo e moltiplicando su tutta la superficie del pianeta. Ai miei occhi, questi nonluoghi erano spazi della provvisoriet�  e del passaggio, spazi attraverso cui non si potevano decifrare n�© relazioni sociali, n�© storie condivise, n�© segni di appartenenza collettiva. In altre parole, erano tutto il contrario dei tradizionali villaggi africani che avevo studiato in precedenza e nei quali le regole di residenza, la divisione in met�  o in quartieri, gli altari religiosi delimitavano lo spazio e permettevano di cogliere nelle loro linee essenziali le relazioni tra gli abitanti.

Questa definizione di nonluoghi ha per�² due limiti. Da una parte, �¨ evidente che una qualche forma di legame sociale pu�² emergere ovunque: i giovani che si incontrano regolarmente in un ipermercato, per esempio, possono fare di esso un punto di incontro e inventarsi cos�¬ un luogo. Non esistono luoghi o nonluoghi in senso assoluto. Il luogo degli uni pu�² essere il nonluogo degli altri e viceversa. Gli spazi virtuali di comunicazione, poi, permettendo agli individui di scambiarsi messaggi, di mettersi in contatto tra loro, non possono facilmente essere definiti nonluoghi. Si tratta, in questo caso, di interrogarsi sulla natura della relazione che si stabilisce tramite determinate tecnologie della comunicazione per chiedersi anche come sia possibile che in questo mondo definito �«relazionale�» gli individui si sentano cos�¬ soli.

Le immagini che ci vengono presentate danno una prima risposta a questa domanda, o pi�¹ precisamente permettono di riformularla perch�© gettano una luce cruda sulla faccia nascosta della globalizzazione e, allo stesso tempo, mettono in evidenza un'altra dimensione dei nonluoghi. Quello che ci permettono di scoprire, infatti, non �¨ l'anonimato di quegli spazi in cui si passa soltanto, la solitudine provvisoria del viaggiatore in transito o la libert�  alienata del consumatore medio nei reparti dell'ipermercato, ma lo scontro tra due mondi ognuno dei quali si presenta come il negativo dell'altro. Coloro che fuggono davanti alla miseria, alla fame o alla tirannia, alle violenze della natura e della Storia, e che si gettano a volte in mare mettendo in pericolo la propria stessa vita, vivono in una logica del tutto o del niente, del �«si salvi chi pu�²�», e tagliano ogni legame con il luogo d'origine, anche se agiscono nella speranza di poter aiutare in seguito quelli che hanno lasciato a casa.

Ã?Ë? il momento della fuga insensata. L'esercito disordinato dei sopravvissuti sbarca sulle spiagge dell'esilio giÃ?  ingombre dei cadaveri che il mare ha rigettato: strano paradiso, quello che in genere, molto rapidamente, prende la forma di campi di internamento.
L'altro mondo, quello al quale vorrebbero accedere e che continua a sfuggirgli, non riescono mai a raggiungerlo. Resta un miraggio, anche per chi riesce a penetrarvi clandestinamente. Non c'�¨ niente di pi�¹ tragico del destino di questi individui presi in trappola tra due negazioni: quella dell'origine e quella del presente, ma condannati a sperare, tuttavia, o piuttosto a ripetere, per sfuggire al nonsenso totale. Finite, allora, o rinviate a pi�¹ tardi, le sottili distinzioni tra nonluoghi empirici e nonluoghi teorici, le considerazioni sfumate sulle varie relazioni che si possono avere con spazi diversi.

Le immagini che abbiamo sotto gli occhi ci mostrano innanzitutto individui che hanno perduto il loro luogo senza averne trovato un altro, individui doppiamente assegnati ai nonluoghi, in un certo senso. Spesso gli africani in fuga strappano i loro documenti di identit�  per evitare, una volta presi, di essere rimandati nel Paese d'origine: come non-persone hanno una maggiore possibilit�  di aggrapparsi un po' pi�¹ a lungo ai nonluoghi sui quali sono andati ad arenarsi. Del resto, sono proprio due mondi quelli che si scontrano: un mondo da cui bisogna fuggire per sopravvivere e un mondo che fa di tutto per respingere questa invasione della miseria, erige muri per contenerne gli assalti, fa pattugliare le frontiere dalle forze dell'ordine, raffina i metodi di indagine e apre campi per parcheggiarvi coloro che sono riusciti, malgrado tutto, ad arrivare.

Da un lato, quindi, i nonluoghi dell'abbondanza (aeroporti, autostrade, supermercati). Dall'altro, i nonluoghi della miseria: rifugio, a volte (quando accolgono, come accade in Africa, le masse in fuga a causa dei massacri e della repressione), e prigione (quando vi si rinchiudono quelli che hanno infine messo piede sulla terra promessa). Sempre, contemporaneamente, rifugio e prigione, oggetti, allo stesso tempo, del controllo poliziesco e dell'assistenza umanitaria.

Che cos'hanno in comune questi due tipi di nonluoghi? Pi�¹ di quanto non sembri, forse. Perch�© �¨ evidentemente proprio nei punti di contatto e di passaggio da un mondo all'altro -- gli aeroporti, i grandi assi stradali, i porti -- che si mettono in atto meccanismi di difesa. Inoltre, sono i mezzi di trasporto pi�¹ caratteristici della nostra epoca (gli aerei e i loro carrelli d'atterraggio, i grossi camion e i loro container) a fornire al clandestino un veicolo e un nascondiglio.

Gli aeroporti hanno le loro sale di detenzione e gli espulsi vengono caricati su aerei di linea o su charter. I punti di passaggio hanno un'importanza strategica. Ã?Ë? lÃ?  che si dispiegano i mezzi di sorveglianza piÃ?¹ perfezionati, ma Ã?¨ sempre lÃ? , nel punto di congiunzione tra i due mondi, che passano i turisti. Attratti dall'esotismo, dalla sabbia, dal sole o dal sesso, vi si affollano per recarsi nei Paesi che i migranti cercano di lasciare.
Questi due movimenti che vanno in senso inverso (il turismo e la migrazione) si incrociano e si ignorano. Ã?Ë? inevitabile pensare, vedendo una coppia occidentale distesa sotto l'ombrellone, intenta a rilassarsi contemplando il mare a due passi da un cadavere arenato sulla spiaggia, che l'immagine Ã?¨ emblematica della nostra epoca.