22.04.2008
Galimberti: "Ho sbagliato a copiare"
da IL Giornale
Umberto Galimberti rompe il silenzio sul caso delle pagine copiate da un libro del collega Giulio Sissa. "Mi piacevano quelle frasi. E dopo dieci anni non ricordavo più che erano sue..."
Umberto Galimberti è a Milano, invitato allo spazio «Ismo», per parlare di «Lavoro e senso della vita». In una saletta conferenze affollatissima, spiega con sicurezza invidiabile. I suoi libri più recenti, tra i quali L’ospite inquietante - al centro delle polemiche innescate dall’articolo di Roberto Farneti sul Giornale - sono in bella vista all’ingresso e vengono acquistati a ritmo alacre. Molti, prima comprano e poi vanno a farsi fare, nelle pause, l’autografo di rito. Nel frattempo il filosofo parla da par suo di tempo ciclico e lineare, di dialogo socratico, di filosofia classica e cristianesimo. Ripercorre tutti i temi che gli sono cari, a partire dall’etica della responsabilità sino ad arrivare alla sua personale formulazione, quella che definisce «l’etica del viandante», l’unica adatta a un’epoca governata dalla tecnica. Nessuno accenna all’affaire delle pagine di L’ospite inquietante copiate da Il piacere e il male di Giulia Sissa, libro uscito in Italia otto anni prima.
Raggiungo il professore alla fine, mentre stringe mani e, per l’ennesima volta, firma il frontespizio dell’Ospite inquietante. Andiamo a fare due passi, ci posizioniamo su un muretto vicino a Sant’Ambrogio. Io chiedo e scrivo, Umberto Galimberti fuma una sigaretta dopo l’altra e risponde.
Ieri la Feltrinelli ha fatto un comunicato ufficiale. Lei non ha ancora detto nulla, qual è la sua versione?
«Sostanzialmente ciò che ha scritto la Feltrinelli corrisponde al vero. Il libro è una raccolta di articoli, quelle pagine sono una rielaborazione di una recensione del 23 aprile 1999 che io scrissi parlando de Il piacere e il male di Giulia Sissa. Nella recensione io riassumevo ciò che diceva la professoressa Sissa...».
Mi scusi ma nel libro non ci sono virgolettati, non c’erano neanche nella recensione?
«No io lavoro così, leggo il libro e poi scrivo. Non faccio mai virgolettati, racconto. È stato questo il mio errore. Non mettere i virgolettati allora e non metterli nel capitolo de L’ospite inquietante».
A dire il vero c’è il problema che nel testo lei non cita nemmeno il titolo de Il piacere e il male. La nota di riferimento è sbagliata. Se alla base del capitolo c’è una recensione, almeno il titolo...
«È stato un altro errore di redazione, grave. Un errore mio. Con tanti materiali per le mani ho scritto il sottotitolo e non il titolo. Il mio sbaglio è che sono uno che si innamora della bella scrittura, e non sono abbastanza filologo... Mi piacevano le frasi della Sissa, le ho rielaborate, poi a dieci anni di distanza non mi ricordavo più cosa fosse suo e cosa mio...».
Non è una svista da poco...
«Ammetto lo sbaglio. Non c’era però intenzione di appropriarsi di cose altrui, non sono uno che copia apposta, è per questo che il polverone dei giornali...».
Le sembra eccessivo? Insomma, si parla sempre di proprietà intellettuale, di malcostume editoriale. In più lei è un nome noto... Ci sono tutti gli elementi perché se ne parli...
«L’intenzione è giusta. Però da “Galimberti dimentica i virgolettati” a “Galimberti copia” il passo è stato breve. Nessuno ha fatto paginate sul mio libro per il disagio giovanile che racconta. Adesso sì...».
Professor Galimberti, lei è famoso per avere come cavallo di battaglia il concetto di etica. Se nascono sospetti fondati su qualcuno che parla sempre di etica, poi fioccano le paginate.
«Io all’etica tengo molto, è la base della società. Lo ridico: è stato un errore, non una furberia. Ho sbagliato per entusiasmo. Mi lascio prendere dalla scrittura...».
Ha contattato Giulia Sissa?
«Le ho scritto una mail ieri. Non ho ancora visto se mi ha risposto. In ogni caso non voglio rovinare i rapporti, molti anni fa ci siamo conosciuti e la stimo».
E la Feltrinelli in questa faccenda non ha responsabilità di controllo editoriale?
«Secondo me no. I libri sono usciti a moltissimi anni di distanza, gli editor, le collane cambiano, come avrebbero potuto accorgersi?».
Pensate a una riparazione?
«Sto valutando con l’editore, disponibilissimo, il modo di cambiare parte del capitolo: voglio segnalare nel testo, ben visibile e non in nota, il contributo che la professoressa Sissa ha dato a quella parte del libro».
Cambierà qualcosa nel suo metodo di lavoro dopo questo incidente?
«Nel mio modo di fare le recensioni e le note, sì. Sarò molto più attento. Tra l’altro Roberto Farneti è stato bravo ad accorgersi, delle similitudini, gliene do atto».
Matteo Sacchi
21.04.2008
Galimberti e Sissa: La studiosa dell'Ucla «copiata» dal filosofo italiano: «Non è la prima volta che plagia testi altrui»
Corriere della Sera 21.4.08
La studiosa dell'Ucla «copiata» dal filosofo italiano: «Non è la prima volta che plagia testi altrui»
Giulia Sissa: Galimberti si scusi davvero, non cerchi scuse
di Stefano Bucci
«Accolgo le scuse di un mio lettore che, forse, mi stima troppo. Ma per favore: che si scusi e basta!». Giulia Sissa, la ricercatrice e storica dell'antichità (oggi all'Ucla di Los Angeles) non sembra davvero soddisfatta dell'ammissione di colpa del filosofo Umberto Galimberti che ieri ha dichiarato di aver «rielaborato» e «riassunto» nel suo L'ospite inquietante. Il nichilismo e i giovani (Feltrinelli) brani tratti da un saggio della Sissa pubblicato nel 1999 (sempre da Feltrinelli), Il piacere e il male. Sesso, droga e filosofia. E quasi a voler abbassare il livello della sua adrenalina («in questi giorni ha superato ogni limite»), Sissa cita Il nome della Rosa di Umberto Eco: «Ricorda quel manoscritto che lasciava tracce indelebili e velenose sulle dita e sulla lingua dei monaci curiosi? Leggere è fatale. Soprattutto quando si riscrive».
Le scuse, fatte ieri in un'intervista sul «Giornale », hanno ferito Sissa perché «quello di Galimberti non è stato un chiedere scusa, piuttosto un cercare delle scuse, un patetico arrampicarsi sugli specchi ». Il filosofo aveva detto: «Il mio libro è una raccolta di articoli, quelle pagine sono una rielaborazione di una recensione del 23 aprile 1999 che io scrissi parlando de Il piacere e il male di Giulia Sissa. Nella recensione io riassumevo ciò che diceva la professoressa Sissa». Più onesto, per la ricercatrice, il comunicato della Feltrinelli che parlava invece di «riproduzione», sia pure non integrale, della favorevolissima recensione di Galimberti in cui venivano riportati passi del libro della Sissa «senza le virgolette», passi «che ora riemergono dopo otto anni in un capitolo de L'ospite inquietante ».
Ma c'è di più: «Nel libro di Galimberti ci sono note riprese dal mio Il piacere e il male che non esistevano nella recensione del 23 aprile 1999 e che, quindi, devono essere state cercate e trovate nel mio libro». E ancora: «Rispetto alla stessa recensione sono state fatte ulteriori aggiunte prelevate sempre dal mio libro». Eccole: «A pagina 153 del mio libro io riassumo, ma con debito rinvio in nota, le idee dello psichiatra Edward Khantzian. Questo passo non si trova nella recensione del 1999, ma è stato inserito nel pezzo apparso su "La Repubblica" nell'agosto 2007 e poi a pagina 69 dell'Ospite
inquietante ». Oltretutto, dice Sissa, «per colmo dell'ironia Galimberti utilizza le mie parole come fossero una citazione letteraria di Khantzian, così negando anche il lavoro a suo tempo fatto dal traduttore del mio libro, originariamente scritto in francese, Alessandro Serra». Altro esempio: a pagina 69 del suo libro, a proposito dei pazienti anedonici, Galimberti utilizza una espressione ("La finalità del loro gesto identica") attribuendola a Peter Kremer quando invece è mia».
Poi la stoccata finale: «Quello che è successo a me non è, purtroppo, un fatto isolato. Ho appena ricevuto una email da Alida Cresti, una studiosa fiorentina, che citava una sentenza del Tribunale di Roma che in data 30/5/2006 aveva condannato Galimberti per aver pubblicato a sua firma su "La Repubblica" l'articolo La stinta metropoli che spegne le emozioni completamente copiato da un saggio della stessa Cresti» (L'immaginario cromatico, Medical books, 1997). In quel caso il Tribunale aveva riconosciuto «un'attività di plagio dell'opera letteraria respingendo (in data 19/7/2006) il ricorso presentato dallo stesso Galimberti».
19.04.2008
Galimberti La Feltrinelli difende le pagine fotocopia
Galimberti La Feltrinelli difende le pagine fotocopia
di Redazione - Il Giornale
Partiamo facendo il punto della situazione. Sulle pagine di questo giornale Roberto Farneti ha messo in luce, nei giorni scorsi, una serie di insolite somiglianze tra L’ospite inquietante di Umberto Galimberti - filosofo, psicologo e antropologo (oltre che intellettuale di riferimento per un quotidiano come Repubblica)- e Il piacere e il male, saggio di un’antropologa meno nota in Italia, ma apprezzatissima all’estero: Giulia Sissa. L’ospite inquietante, scritto da Galimberti nel 2007 e tuttora nelle classifiche della saggistica, presenta nel sesto capitolo (precisamente tra pag. 65 e pag. 71) una serie di frasi che sembrano estrapolate, con variazioni men che minime, da Il piacere e il male, che era uscito in francese nel 1997 e nel 1999 in Italia. Giusto per fare un piccolo esempio, per chi non avesse seguito le puntate precedenti, riportiamo in questa pagina alcune delle frasi così simili da risultare quasi uguali. Le frasi «clonate» sono ovviamente molte di più.
Fonte di ulteriore imbarazzo per entrambe le penne accademiche coinvolte nella vicenda, è che l’editore dei due libri è lo stesso: Feltrinelli. Non proprio una piccola casa editrice di provincia, sprovvista di editor. Comprensibile quindi l’irritazione di Giulia Sissa che, ieri, ha rilasciato un’intervista al Giornale in cui dichiarava di non sentirsi tutelata dal suo editore.
Il caso, come c’era da immaginarsi, non è passato sotto silenzio. Così molti quotidiani hanno commentato con toni sarcastici la vicenda. Mario Baudino sulla Stampa ha iniziato la sua rubrica (Cartesio) ironizzando sul titolo del saggio di cotanto filosofo: «Un’ospite a sorpresa nel libro di Galimberti». Sulla stessa lunghezza d’onda Cristina Taglietti sul Corriere della sera. Al vetriolo, come sempre Andrea Marcenaro. Nella sua storica rubrica Andrea’s Version, sul Foglio, ha esordito con: «Non è possibile, non ci vogliamo e non ci possiamo credere...». E l’autore? Silenzio. L’editore? Silenzio. Nessuna reazione in una querelle mediatica che cerca un’ovvia risposta. Interpellati direttamente, l’imbarazzo è palpabile. La Feltrinelli prende tempo per preparare un comunicato.
Intercettiamo, invece, Umberto Galimberti nella sua casa milanese. All’inizio si limita ad un laconico «Sono su un’altra linea, mi può chiamare tra cinque minuti...». Scaduti i minuti canonici si passa a un: «Adesso sono con una persona mi può richiamare tra un’ora, ne parliamo...». Scaduta anche l’ora il professore è ancora attanagliato da comprensibili dubbi. La situazione non è delle più gradevoli, e il tono non nasconde l’impaccio: «Guardi non so se voglio fare un’intervista... Oppure mandarvi una lettera... Mi ci faccia pensare...». Dopo averlo pressato un poco, gli si lasciano gli ovvi recapiti, nell’ipotesi che decida di «riferire sul caso». Galimberti chiude dicendo: «Appena ho deciso comunque di sicuro l’avviso...».
Alla fine di un pomeriggio probabilmente concitato, alle 18.28, arriva per e-mail la presa di posizione dell’editore, che riportiamo integralmente: «A proposito degli articoli usciti in questi giorni sul libro di Umberto Galimberti, L’ospite inquietante, la Casa Editrice Feltrinelli precisa che il libro in parte raccoglie e rielabora gli articoli apparsi su Repubblica dal 1995 al 2007, come dichiarato nella nota in pagina del copyright. Il capitolo La seduzione della droga riproduce, non integralmente, la favorevolissima recensione di Umberto Galimberti al libro di Giulia Sissa Il piacere e il male pubblicata su Repubblica nel 1999. Nella recensione l’autore riportava passi del libro di Giulia Sissa senza le virgolette e gli stessi brani sono ora riemersi, otto anni dopo, nel capitolo in questione. Nella prossima edizione del libro L’ospite inquietante verranno apportate le correzioni necessarie e quindi sarà dato pieno riconoscimento allo stimato lavoro di Giulia Sissa. Milano, 18 aprile 2008». Prendiamo atto della risposta. Ma comunque i conti non tornano. Mettiamo pure che a Galimberti rielaborando gli articoli sia scappata, in quelle cinque paginette, una vecchia recensione archiviata senza riferimenti. Restano comunque due fatti: 1) per uno studioso del suo calibro è una sciatteria grave; 2) com’è che una recensione tratta da Repubblica, invece di essere un commento critico al lavoro della Sissa, si è trasformata in una serie di stralci di testo senza virgolettati? E come mai se il punto di partenza è una recensione non si cita correttamente nemmeno il titolo del libro in questione?
I dubbi rimangono e sono molti. Come diceva un tale: «A pensar male si fa peccato, ma spesso ci si azzecca».
17.04.2008
Galimberti: Filosofia del «copia e incolla» - di Roberto Farneti
da Il Giornale
A leggere L’ospite inquietante. Il nichilismo e i giovani, di Umberto Galimberti (Feltrinelli, 2007, pagg. 180, euro 12) la sensazione di déjà-vu raggiunge proporzioni tali da mettere in ombra le altre solite e collaudate proprietà del discorso filosofico del Nostro: l’inconcludenza, la laudatio arcadica, l’assenza di argomenti genuinamente filosofici... Ma si tratta di lavorare di memoria per risalire alle fonti del testo (e del pensiero) galimbertiano. Prendiamo il libro Le plaisir et le mal (Paris, Odile Jacob, 1997, traduzione italiana: Il piacere e il male, Feltrinelli, 1999) di Giulia Sissa. Il libro è effettivamente citato (una sola volta e di sfuggita, a pagina 71) nell’Ospite inquietante, ma la sua menzione è sommersa in una fitta selva di note e rinvii, e il titolo dell’edizione italiana viene reso, sia in nota sia nell’indice, con Sesso, droga e filosofia, che in realtà è il sottotitolo del libro. Quel che segue è il risultato di una lettura comparata dei due testi.
Galimberti scrive che «iniettarsi eroina si dice in italiano “bucarsi”. Il corpo si fa “abisso”, che etimologicamente significa “senza fondo”. Allo stesso modo in francese “essere alcolizzato” si dice “bere come un buco (boire comme un trou)”. Tossici e alcolizzati parlano in greco antico e descrivono la loro incapacità di “contenere” con immagini platoniche». Confrontiamo ora con Il piacere e il male di Giulia Sissa: «Iniettarsi eroina si dice, in italiano, bucarsi \. Il corpo si fa abisso - che significa, etimologicamente, “senza fondo” \. Essere alcolizzato si dice, in francese, “boire comme un trou”, bere come un buco. \ E, anche se non parlano il greco attico, \ lo dicono con immagini platoniche».
Galimberti: «perché il desiderio è \ come la “giara bucata”, per stare alle immagini di Platone, o come il “piviere” che è quell’uccello che mangia e nello stesso tempo evacua».
Sissa: «in un linguaggio intessuto di immagini, Platone la rappresenta \ sotto forma di una giara sfondata, di piviere (un uccello che mangia e defeca nello stesso tempo)».Galimberti: «Sotto questa forma il desiderio ci fa provare un dolore insopportabile eppure irresistibile, e il piacere che ne segue è cessazione di questa pena, anestesia, piacere negativo \».
09.04.2008
Tzvetan Todorov: le nostre radici sono nell'Illuminismo, che significa pluralità di culture
Corriere della Sera 9.4.08
Dialogo Il grande intellettuale bulgaro spiega il suo distacco dallo strutturalismo. E risponde alle obiezioni di Cesare Segre sulla funzione della critica. «La vera eredità europea non è cristiana» Tzvetan Todorov: le nostre radici sono nell'Illuminismo, che significa pluralità di culture di Paolo Di Stefano
PARIGI — Dalla critica letteraria alla storia della cultura. Dalla letteratura alla filosofia morale, al pensiero politico. E ritorno. L'itinerario di Tzvetan Todorov è solo in apparenza imprevedibile, e chi ha visto nell'ultimo libro dello studioso bulgaro il risultato di una «conversione» semplifica le cose. È vero, è stato uno dei pionieri dello strutturalismo e ora, con La letteratura in pericolo (Garzanti), mette in guardia dall'abuso degli strumenti critici. Ma quarant'anni dopo, Todorov è diventato uno degli intellettuali europei più autorevoli grazie alle sue riflessioni sulla memoria, sui regimi totalitari, sulle ideologie, sull'identità. Un cammino molto lungo da quando, ventiquattrenne, nel '63 lasciò Sofia per stabilirsi a Parigi, accanto ai mostri sacri Barthes e Genette. C'è anche una questione autobiografica dietro la svolta di oggi.
È di questo che Todorov parla, tranquillamente seduto a un tavolino del Café de la Contrescarpe, che guarda su una piazzetta a due passi dal Panthéon: «In Bulgaria era una necessità affrontare gli elementi che sfuggivano all'ideologia: stile, forma narrativa, tecnica compositiva. Ma stando in Francia, è venuto meno il tabù che pesava sulle idee, sulle relazioni tra letteratura e mondo. Dunque a poco a poco ho maturato una coscienza nuova: mi sono reso conto che per avanzare in una migliore comprensione dell'essere umano, che è l'obiettivo delle scienze umane, è necessario mettere in gioco la propria stessa esistenza». Così le pretese scientiste del formalismo, nell'approccio alla letteratura, venivano messe in crisi: «Capii che non potevo più esercitare la mia intelligenza su un oggetto come se mi fosse estraneo: è stata la mia biografia a portarmi verso argomenti come l'altro, l'incontro di culture, le scelte morali imposte all'individuo dal totalitarismo».
Dopo studi memorabili quali I formalisti russi e La letteratura fantastica, nei primi anni '80 si arriverà a La conquista dell'America. Fino agli studi sull'Illuminismo («il pensiero di un'epoca non abita solo nei libri di filosofia, ma anche nelle opere d'arte: il mio sogno è scrivere una storia dell'Illuminismo attraverso la pittura») e al pamphlet
sull'Europa: «Si parla tanto di eredità cristiana, ma l'Europa ha anche una tradizione greca, romana, ebraica, musulmana, del libero pensiero. Il suo statuto è la pluralità. Il richiamo ai Lumi, che per la prima volta hanno percepito il pluralismo come virtù, mi sembrerebbe più attuale e indispensabile che il richiamo alle origini cristiane: la decisione di accogliere le diversità è un'invenzione esclusiva dei Lumi e certamente non appartiene a nessuna tradizione religiosa. Lungi da me ogni velleità di ignorare la funzione del Cristianesimo nella nostra cultura, ma sul piano politico, come cittadini dobbiamo riconoscere che sono stati i Lumi a svolgere il ruolo decisivo».
come una traccia
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07.04.2008
La filosofia salverà l'Europa. Pensiero e scienza: condizioni fondamentali per costruire una nuova «potenza» - di Emanuele Severino
Corriere della Sera 6.4.08
La vocazione del nostro continente è quella di superare i propri confini, anche ideologici. È sufficiente che ne prenda coscienza
La filosofia salverà l'Europa. Pensiero e scienza: condizioni fondamentali per costruire una nuova «potenza» - di Emanuele Severino
La rivista. Saggi sul futuro - L'articolo pubblicato in questa pagina è un ampio stralcio del saggio di Emanuele Severino «La potenza e l'Europa», contenuto nel numero 7 del bimestrale «Kos», rivista dell'Editrice San Raffaele, in libreria da domani. Il fascicolo ospita, oltre a un portfolio di Gianluigi Colin, interventi di Giovanni Reale, Luca Canali, Maria Grazia Roncarolo e Gianvito Martino, nonché il testo che il direttore e fondatore Luigi Maria Verzé ha pronunciato il giorno del suo ottantottesimo compleanno per la posa della statua dell'arcangelo Raffaele sulla cupola della nuova struttura detta Basilikon.
Per l'Europa, la sfavorevole congiuntura economica non è il pericolo maggiore. L'Europa è militarmente debole. Tradizionalmente collocata nella sfera della potenza militare statunitense, è per molti versi — cioè non solo dal punto di vista geografico, peraltro rilevante — più vicina alla Russia che agli Stati Uniti. Già dagli anni dell'implosione dell'Urss osservavo che quanto sarebbe stato impossibile durante la guerra fredda, stava diventando una possibilità non utopica anche se estremamente complessa e piena di incognite: quella collaborazione tra la ricchezza economica europea e il potenziale atomico russo, che avrebbe potuto prefigurare una vicinanza più profonda sul piano politico. Tale possibilità esiste tuttora. Ma dopo la guerra fredda l'Europa, confrontandosi con la Russia, poteva mettere sul piatto della bilancia un'economia forte, capace di aiutare la Russia in modo risolutivo. Quest'ultima aveva (come ha tuttora) un arsenale atomico in grado di distruggere qualsiasi nemico. Unica, insieme agli Usa, ad avere questa potenza. Che però (a differenza di quella americana) era alimentata da un'economia vacillante. Di qui l'importanza dell'aiuto europeo. Oggi, invece, l'economia russa è in forte ripresa ed è capace di sostenere quel potenziale atomico che separa la sorte di Stati Uniti e Russia da quella di tutti gli altri Stati del pianeta. In un mondo sempre più pericoloso, l'Europa tende pertanto a oscillare tra la consolidata protezione militare degli Stati Uniti — convinti peraltro di non dover rendere conto a nessuno, nemmeno ai loro alleati europei, delle loro decisioni di fondo — e una più stretta collaborazione con una Russia che d'altra parte suscita molte diffidenze nei governi dell'Unione. Tuttavia il discorso sull'Europa si fa estremamente più complesso di quanto già non sia sul piano economico-politico, quando ci si rivolga al significato della potenza.
Continua a leggere "La filosofia salverà l'Europa. Pensiero e scienza: condizioni fondamentali per costruire una nuova «potenza» - di Emanuele Severino"03.04.2008
Il naufragio di Heidegger nel gran mare dell'Essere
Il Giornale di Vicenza 1.04.2008
Filosofia. Il fallito tentativo di completare "Essere e Tempo" in un saggio rimasto inedito e che doveva essere pubblicato solo cent'anni dopo la morte. Il naufragio di Heidegger nel gran mare dell'Essere
di Franco Volpi
Dalla baita di Todtnauberg, nell'alta Foresta Nera, «dove tutto è ancora come una volta», il 18 settembre 1932 Heidegger scriveva all'amica Elisabeth Blochmann: «Per il momento sto studiando i miei manoscritti, cioè leggo me stesso, e devo dire che, in positivo e in negativo, mi risulta molto più fruttuoso di altre letture». Forse che qui „la volpe Heidegger" - come lo apostrofava Hannah Arendt - cominciava a mordersi la coda? No, Heidegger cercava soltanto di ritrovare se stesso e di portare a termine Essere e tempo, l'opera pub blicata come „Prima parte‰ nel 1927 e di cui il mondo filosofico aspettava la seconda. Nella stessa lettera aggiungeva: «Già si fanno speculazioni e discorsi sul fatto che starei scrivendo Essere e tempo II. E va bene. Tuttavia, dato che Essere e tempo I è stato per me un cammino che mi ha portato da qualche parte ma che adesso non è più ba ttuto ed è ormai ricoperto di vegetazione, non posso più assolutamente scrivere Essere e tempo II. Né sto scrivendo alcun libro».
Continua a leggere "Il naufragio di Heidegger nel gran mare dell'Essere"26.03.2008
I bambini e la giustizia. La legge dei più deboli. di Umberto Galimberti
Repubblica 21.3.08
Due saggi di Jean-Luc Nancy e Gherardo Colombo. I bambini e la giustizia. La legge dei più deboli. di Umberto Galimberti - Verticale è quella società che di fatto si comporta sul modello delle specie animali
La società orizzontale segue invece Aristotele: ciò che è ingiusto è anche ineguale
Quante volte ci capita di sentire un bambino gridare o dire fra i denti: «Non è giusto». Quante volte egli prova il sentimento di essere giudicato colpevole di un´azione che non ha commesso, o crede di non aver commesso, o non ritiene cattiva. E questo non capita solo ai bambini, ma anche agli adulti ogni volta che sentono l´ingiustizia di un´esclusione non meritata, di un risarcimento non ottenuto, di una prova non superata, di un licenziamento non giustificato, di un abuso subìto.
E ancora, siamo davvero convinti che la giustizia debba essere uguale per tutti, o riteniamo che debba essere diversa a secondo delle circostanze e soprattutto per ciascuno di noi, che sempre disponiamo di buoni e talvolta validi motivi per non sentirci inclusi nella regola che ci prevede comunque oggettivamente colpevoli? Ci sono davvero due giustizie diverse: una valida per tutti e una per ogni singolo individuo? A questo rispondono le attenuanti che possono ridurre anche sensibilmente la pena? Ma la giustizia che ogni individuo si immagina "giusta" e che, come un vestito, si "aggiusta" addosso, non rischia di provocare ulteriori conflitti e alla fine di creare ingiustizia?. E allora: che cos´è giusto?
come una recensione
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Platone e la globalizzazione - di Emanuele Severino
Corriere della Sera 22.3.08
Lo scenario Il futuro dell'Occidente, le sfide del mercato, il ruolo della Chiesa e dell'economia: il filosofo critica l'ultimo libro dell'ex ministro. Platone e la globalizzazione - di Emanuele Severino
Si dice: l'Europa si è allontanata dalle proprie radici cristiane, tuttavia, purché lo si voglia, esse possono salvarla già qui sulla terra. Ma si dice anche: nonostante il rinnovato vigore del cristianesimo nel mondo cattolico, e negli Stati Uniti e in Russia, tale rinnovamento appartiene a un processo dove quelle radici sono destinate alla decomposizione e dove la tecnica è la volontà che, al culmine di tale processo, si presenta come la suprema forza salvifica.Sostengo da tempo questa tesi, ma in un senso che però differisce essenzialmente dalle varie forme di tecnocrazia. La prima tesi è invece propria della Chiesa cattolica e di quanti seguono il suo insegnamento. Tra di essi, in Italia, ora anche Giulio Tremonti, nel suo libro La paura e la speranza (Mondadori, pp. 112, e16): per salvare l'Europa serve «una filosofia che ci sposti dal primato dell'economia al primato della politica», «serve una leva» il cui «punto di appoggio può essere uno solo: le radici giudaico-cristiane dell'Europa» (p. 62); e per Tremonti questo discorso «coincide perfettamente » con la dottrina, di Benedetto XVI, che «non si può governare la storia con mere strutture materiali, prescindendo da Dio» (p. 81). Si vuole dunque governare la storia, avere potenza su di essa; e, certo, lungo la tradizione occidentale si pensa per lo più che la vera potenza sia ottenuta alleandosi a Dio. Pertanto Tremonti aggiunge che «il principio della soluzione della crisi europea non sta nella tecnica, non sta nella supposta forza salvifica della tecnocrazia, sta nella politica e nel potere» (p. 62).
Egli non giustifica una così rapida liquidazione della tecnica. Forse perché, come altri, identifica ciò che non è identico: economia (di cui, certo, parla molto) e tecnica. Inoltre, nonostante l'intento di assegnare alla filosofia una posizione fondamentale, l'affermazione che «punto di appoggio» della «leva» filosofica siano le «radici giudaico-cristiane» implica che la filosofia debba fondarsi sulla fede cristiana — la qual cosa, come ho altre volte rilevato ( Corriere, 19 gennaio 2008) è daccapo un principio che, sebbene particolarmente sottolineato dall'attuale pontefice, è tuttavia una resa a quel «relativismo » da cui anche l'ortodossia cattolica di Tremonti vorrebbe prendere le distanze.
19.03.2008
La passione del presente: la filosofia come pratica per sopravvivere alla modernità - il nuovo libro di Marramao
l’Unità 19.3.08
Nel nuovo volume di Giacomo Marramao la proposta per l’inizio di un nuovo lessico per vivere il nostro complicato presente. Con il dialogo al centro
Senza fretta, con passione... la filosofia come pratica per sopravvivere alla modernità
di Gaspare Polizzi
La collana «incipit» di Bollati Boringhieri ospita l’ultimo libro di Giacomo Marramao, La passione del presente. Breve lessico della modernità-mondo (pp. 291, euro 10,00), «introduttivo» forse perché propone l’inizio di una nuova filosofia all’altezza del presente. Nel suo titolo, felice, il libro intende risvegliare la «passione» della filosofia rispetto al presente, il suo coinvolgimento con l’attualità che dovrà farsi anche «passione», subire il peso del presente, oltre le «passioni tristi» prodotte dalla crisi delle aspettative nel futuro e dall’affermarsi della sindrome della fretta e dell’intempestività.
Marramao presenta un lessico che mostri come «dietro le parole più familiari del nostro lessico si nascondano i paradossi più inquietanti (ma anche più fecondi) della nostra esperienza». Un lessico per quella nuova modernità che ha esteso la modernità-nazione, ponendoci dinanzi a un «passaggio» contingente e incerto, senza tuttavia trapassare nel coacervo del post-moderno, senza rompere con la matrice costitutiva della modernità. Un lessico che nella trama logica delle sue voci - Passaggi, Dilemmi, Costellazioni, Confini, Endiadi - propone un ordine circolare, a sostegno di un pensiero «forte», nell’ambizione di delineare «la costellazione della nostra modernità-mondo» tramite la «creazione di concetti nuovi» e la «ridefinizione di vecchi concetti».
Heidegger. L’ossessione dell´Inizio. Escono i "contributi alla filosofia" - di A. Gnoli
Repubblica 19.3.08
Heidegger. L’ossessione dell´Inizio. Escono i "contributi alla filosofia"
di Antonio Gnoli
Era una sorta di sfida notturna che il pensatore sull´orlo del suicidio lanciava a se stesso e alle proprie frustrazioni: tutto poteva ricominciare. Si aggrappava a una verbalità fantasiosa con parole inconsuete. In questo periodo tormentato vedeva infiochire la luce di "Essere e Tempo". Scrisse all´amico Karl Jaspers che si sentiva crescere solo nelle radici. Erano lontani i tempi in cui sbeffeggiava il kantiano Cassirer.
Fu sul finire del 1935 che una nube di disperazione cominciò ad avvolgere la mente di Heidegger. Erano gli anni del delirio quelli che si annunciavano per la Germania, che aveva posato il proprio sguardo aggressivo sull´Europa e sul mondo sognando segrete rivincite. Pochi allora constatavano la presenza di un virus che avrebbe lentamente trascinato una nazione dal trionfo alla catastrofe. E quell´uomo - piccolo, duro, schivo, arrogante che, come dopo una tempesta metafisica , aveva prodotto le pagine scintillanti di Essere e Tempo - avvertiva che qualcosa stava sfuggendo alla presa ferrea del suo pensiero. Era il segnale per una ritirata: una guerra dello spirito si stava concludendo e un´altra più dolorosa sarebbe iniziata.
Continua a leggere "Heidegger. L’ossessione dell´Inizio. Escono i "contributi alla filosofia" - di A. Gnoli"12.03.2008
Severino e Bontadini - Tra allievi e maestri - di Emanuele Severino
Corriere della Sera 12.3.08
Filosofia Un libro dedicato al pensatore cattolico Gustavo Bontadini riapre la discussione sulla riflessione del suo maggior allievo
Severino: la mia autodifesa. Nietzsche e i credenti uniscono Essere e Nulla. Io riparto da Parmenide
di Emanuele Severino
Nietzsche crede che ad eccezione di Eraclito e di lui stesso tutti i filosofi si siano posti al seguito di Parmenide. Appunto per questo intende operare il «superamento dei filosofi ». E Karl Popper — filosofo della scienza e promotore del rinnovamento del neopositivismo logico — ritiene a sua volta che la maggior parte dei grandi fisici del nostro tempo (Boltzman, Minkowski, Weil, Schrödinger, Gödel, Einstein) si muovano sostanzialmente nell'ambito del pensiero parmenideo; sebbene a sua volta propenda per una interpretazione non parmenidea del mondo fisico, come quella di Heisenberg. Platone chiamava Parmenide «venerando e terribile», come un dio. E l'unico strappo di Aristotele al proprio sempre misurato linguaggio riguarda Parmenide: le sue dottrine, dice, sono «follie».
Ma le cose non stanno così. Tutti i filosofi, dopo Parmenide, hanno mirato a «superarlo»; la logica dei fisici non ha nulla a che vedere con il suo pensiero, la cui potenza è stata sempre, in ogni campo, misconosciuta. Sono più di cinquant'anni che vado mostrandolo. Molto pochi, se si tien conto della posta in gioco.
come una traccia
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10.03.2008
Galileo Galilei. L'"intervista impossibile" allo scienziato - di Piergiorgio Odifreddi
Repubblica 10.3.08
Galileo Galilei. L'"intervista impossibile" allo scienziato - di Piergiorgio Odifreddi
"Ho investigato la natura dell´Inferno: è come un cono, il cui vertice è al centro del mondo e la base verso la superficie della terra"
"Spero che lo scopritore della Teoria della Relatività non abbia dovuto subire gli stessi attacchi del potere costituito che toccarono a me"
Un viaggio nella sua concezione dell´universo, della filosofia e della letteratura. E i suoi punti in comune con Calvino, Primo Levi, Einstein
«La filosofia è scritta in questo grandissimo libro che continuamente ci sta aperto innanzi agli occhi (io dico l´universo), ma non si può intendere se prima non si impara a intender la lingua, e conoscer i caratteri, ne´ quali è scritto. Egli è scritto in lingua matematica, e i caratteri son triangoli, cerchi, e altre figure geometriche, senza i quali mezi è impossibile a intenderne umanamente parola».
Messer Galileo, ci scusi se l´interrompiamo per l´intervista che abbiamo concordato. Che cosa stava facendo?
«Stavo rileggendo una pagina del mio Saggiatore. Una delle poche rimaste attuali, visto che in quel libro sostenevo una teoria completamente errata: che le comete, cioè, fossero illusioni ottiche prodotte dalla luce solare sul materiale esalato dalla Terra verso la Luna e oltre, e non corpi reali».
Ma quella pagina vale da sola tutto il libro, e contribuì a far dichiarare a Italo Calvino che lei è stato «il più grande scrittore italiano di tutti i tempi».
«Addirittura? Più di Padre Dante e Messer Ariosto?»
Almeno fra i prosatori. Ma visto che ha citato i poeti, ci dica quale fu il suo rapporto con Dante e Ariosto.
«Su Dante ho tenuto nel 1588 Due lezioni all´Accademia Fiorentina circa la figura, sito e grandezza dell´Inferno, nelle quali notavo che, se è stata cosa difficile e mirabile l´aver potuto gli uomini, per lunghe osservazioni, con vigilie continue e per perigliose navigazioni, misurare e determinare gli intervalli dei cieli, le grandezze delle stelle e i siti della terra e dei mari, allora quanto più meravigliosa dobbiamo stimare l´investigazione del sito e della natura dell´Inferno, sepolto nelle viscere della terra, nascosto a tutti i sensi, e da nessuno per nessuna esperienza conosciuto!»
09.03.2008
Derrida. Bioetica, giustizia, politica: che fare? «Il futuro è una chance, non ingabbiatelo» - di Jacques Derrida
Corriere della Sera 9.3.08
Derrida. Bioetica, giustizia, politica: che fare? «Il futuro è una chance, non ingabbiatelo» - di Jacques Derrida
Kant e Lenin un testamento per il domani
di Pierluigi Panza
Nel luglio del 2001, alcuni studiosi riuniti nel castello de Castries in Linguadoca per un convegno, decisero di raccogliere alcune riflessioni in un libro da pubblicare in occasione del 65mo compleanno di Jacques Derrida, il 15 luglio 2005. Ma la malattia si portò via il filosofo un anno prima.
Queste riflessioni, curate da René Major, escono comunque ora dall'editore Stock in Francia (AA.VV., Derrida, pour les temps à venir, Stock, pp. 530, e 30) con un contributo inedito del padre del Decostruzionismo offerto per la pubblicazione da Marguerite Derrida.
Questo contributo s'intitola Pensier ce qui vient e qui ne presentiamo un estratto tradotto.
Derrida, che si muove nell'ambito hegeliano dell'analisi della tradizione operando sulla scomposizione del linguaggio, invita in questo saggio a decostruire il presente per pensare a un futuro di «apertura» per il cittadino cosmopolita.
L'invito rivolto a politica, scienza e media è quello di interrogarsi nuovamente sulla domanda di Kant e di Lenin «che fare?» e in vista di «quale uomo».
Derrida, come da suo approccio, non fornisce una risposta definitoria, ma invita a non pensare agli esiti di scienza, giustizia e politica come un fine («telos») determinato a priori. In tutti i campi si deve sempre supporre una «inadeguatezza incalcolabile», una «disgiunzione infinita» che non è negativa, ma una chance per l'avvenire. Ecco il testo.
23.02.2008
Le passioni del presente. Intervista a Giacomo Marramao
Repubblica 23.2.08
Le passioni del presente. Intervista a Giacomo Marramao sulla nuova raccolta di saggi - di Antonio Gnoli
La tristezza della nostra epoca. Lo sguardo rivolto al passato appare opaco e quello verso il futuro è incerto. Come procedere in "una terra di mezzo" segnata dal rumore dell´attualità
La questione religiosa? Intrecciata al moderno non è una novità. Non è un caso che la Chiesa Cattolica faccia valere sopra ogni cosa logiche di schieramento
Viviamo in un mondo attraversato da numerose crisi: economiche, politiche, morali, identitarie. Viviamo su un territorio vasto, apparentemente omogeneo, in realtà complesso e oftalmicamente schiacciato sul presente. Lo sguardo rivolto al passato appare opaco. Quello verso il futuro risulta incerto. Manchiamo di profondità e di prospettiva. Per qualche anno ci siamo adagiati nel postmoderno, nell´eleganza ironica della superficie, del debole è bello, dell´annullamento del tempo: nel qui e ora dei sentimenti e dei pensieri. Non è detto che ciò sia necessariamente frustrante, avvilente, confuso. È come se una natura antropologica abituata ad agire e riflettere secondo collaudate esperienze spazio-temporali (il bisogno di rifarsi al passato, di sviluppare aspettative per il futuro, di definire i confini) abbia deposto strumenti tradizionali e collaudati e si trovi improvvisamente sola, nuda, inesperta in una grande terra di mezzo. Ecco, se si vuole, su quella terra di mezzo, in quell´intervallo tra ciò che si è chiuso e ciò che non si è ancora aperto, che è cresciuta la riflessione di Giacomo Marramao. Si legge con piacere la raccolta di articoli, saggi, lectures, interventi che egli ha svolto nel corso degli ultimi anni. Ne viene fuori un libretto denso e puntuto dal titolo La passione del presente (Bollati Boringhieri, pagg. 291, euro 10).
Continua a leggere "Le passioni del presente. Intervista a Giacomo Marramao"21.02.2008
La riscoperta di Sartre - di Pier Aldo Rovatti
Repubblica 20.2.08
La riscoperta di Sartre - di Pier Aldo Rovatti
Il cantiere aperto dell´immaginario, riscoprire il maestro francese. Immaginare significa ampliare i confini senza affidarsi a un´idea rigida di verità. Dalla sua filosofia ricaviamo stimoli per rispondere alle domande urgenti del presente
L´Italia riscopre Sartre. Recenti pubblicazioni e convegni di studio danno vita postuma a una delle maggiori figure intellettuali del Novecento. Non si è finito di scavare tra i suoi lasciti, come attesta il lavoro di un piccolo editore milanese (Christian Marinotti) che ha da poco reso leggibile in italiano l´Intelligibilità della storia. E poi, solo per ricordare le ultimissime uscite, il volume degli scritti letterari giovanili Novelle e racconti e il saggio La libertà cartesiana del 1946, anno cruciale. Da segnalare anche L´immaginario del 1940, appena ripubblicato da Einaudi.
Recenti pubblicazioni, anche di notevole importanza, e convegni di studio danno vita postuma a una delle maggiori figure intellettuali del Novecento, mi riferisco a Jean-Paul Sartre. Un pensatore, uno che ha lasciato il segno anche nella letteratura e nel teatro, ma anche uno che da sempre sta stretto nelle etichette e di cui ancora oggi - diciamolo - non sappiamo bene che conto tenere. Non si è certo finito di scavare tra i suoi lasciti, come attesta il lavoro encomiabile di un piccolo editore milanese (Christian Marinotti) che ha da poco reso leggibile in italiano la corposa continuazione della Critica della ragione dialettica, un vero e proprio cantiere di analisi e di problemi intitolato Intelligibilità della storia, in cui Sartre mette alla prova il suo marxismo critico ed eretico con la esperienza di Stalin. E poi, solo per ricordare le ultimissime uscite, il volume degli scritti letterari giovanili Novelle e racconti e il saggio La libertà cartesiana del 1946, anno cruciale.
Il capolavoro di Hegel spartiacque della modernità
Corriere della Sera 20.2.08
Classici dell’idealismo tedesco
Il capolavoro di Hegel spartiacque della modernità
di Armando Torno
Non è facile riassumere valore e significato di un monumento filosofico come la Fenomenologia dello spirito di Hegel. Karl Rosenkranz, che del pensatore tedesco scrisse una fondamentale vita, la considerò una linea di confine tra due diverse concezioni del mondo, notando con un pizzico di retorica: «Lo spirito dell'umanità si soffermò su quest'opera per un attimo, onde render conto a se stesso di ciò che esso era divenuto fino ad allora...». Per questi e altri motivi va salutata con interesse la nuova traduzione italiana dell'opera che ci ha dato Gianluca Garelli, dopo la storica di Enrico De Negri (La Nuova Italia, 1933-36; ampiamente rivista nel 1960) e quella di Vincenzo Cicero (Rusconi 1995, poi riproposta da Bompiani).
Garelli ha offerto il testo originale della Fenomenologia
del 1807, lasciando all'appendice gli interventi sulla prefazione del 1831. A questo studioso non ancora quarantenne va dato atto di uno scrupoloso e intelligente lavoro mirante a risolvere problemi non facili di traduzione e interpretazione che, nonostante i riferimenti ricordati, continuano a restare aperti. Si prenda, per esempio, il verbo aufheben:
risolto con «togliere» da De Negri e con l'innovativo «rimuovere» da Cicero, Garelli l'ha reso con «levare», evitando le secche della letteratura psicoanalitica che lo utilizza per parlare di «rimozione». Inoltre restituisce il gioco aufheben/erheben, «levare/ elevare», presente nella Fenomenologia: si rivela ottimo per il duplice «togliere» e «portare in alto».
FRIEDRICH HEGEL, Fenomenologia dello spirito, EINAUDI pp. 616, e 25
19.02.2008
Contributi alla filosofia di Heidegger: una recensione di Marco Vozza
La Stampa Tuttolibri 16.2.08
Heidegger. Finalmente tradotti i "Contributi alla filosofia", testi degli anni 1936-38che segnarono la svolta del suo pensiero
Qui si assiste a un vero evento
di Marco Vozza
Nel 1989, l'anno della caduta del muro d iBerlino, uscì un libro postumo di Heidegger, uno dei più influenti e controversi filosofi del secolo scorso. L'attesa di una traduzione italiana è stata piuttosto lunga ma ora disponiamo di un volume di straordinaria densità teoretica e semantica (a cura di Franco Volpi) che presenta ben due titoli: uno pubblico e generico: Contributi alla filosofia ed uno più essenziale che mira all'identità stessa dell'essere: Dall'evento.
Dopo una «lunga esitazione», Heidegger concepì questo work in progress tra il 1936 eil 1938, anni segnati dal dominio europeo del nazionalsocialismo, successivi al fallimento dell'impegno politico del filosofo-rettore; la crisi non era soltanto di ordine sociopolitico («ovunque dilaga lo sradicamento») poiché coinvolgeva anche il ruolo della scienza (criticata da Husserl) e l'avvenire stesso della sua filosofia, ormai lontana dall'antropologia esistenzialista di Essere e tempo e avviata verso un problematico superamento dell'orizzonte metafisico di pensiero,sfociato nel nichilismo.
Se il moderno oscilla tra stasi e cambiamento - di Carlo Galli
Repubblica 15.2.08
L'ideologia del mutamento e il confronto fra tradizione e novità. Se il moderno oscilla tra stasi e cambiamento - di Carlo Galli
Nell´ambito politico, la dialettica tra Bene e Male si presenta nel fronteggiarsi di tradizione e rivoluzione, di conservazione e innovazione, di stabile identità e di metamorfosi infinita
La vertiginosa ebbrezza del nuovo e l´abissale profondità del sempre identico; la libertà da ogni legame e l´adesione a ciò che permane; il presente come eterno futuro e il passato come eterno presente; questi due volti dello Spirito si fronteggiano in ambito filosofico fino da Parmenide e Eraclito, dalle rispettive immaginazioni dell´immutabilità dell´Essere sempre identico a se stesso e dello svanire di ogni stabile identità nel perenne movimento e nei suoi milioni di attimi che incessantemente si cancellano e si superano. La percezione di questa ineliminabile duplicità si ripresenta nel corso della storia del pensiero; ad esempio, nel 1839 Feuerbach contrapponeva la sapienza biblica per cui non vi è nulla di nuovo sotto il sole, alla filosofia tedesca - Hegel in particolare - per la quale l´esperienza umana non è che un susseguirsi di novità, il corteo bacchico della ragione, un continuo cambiamento di condizioni e di interpretazioni.
È certo che in particolare l´età moderna ha avuto come propria legge di sviluppo la rottura d´orizzonti, l´apertura di spazi, il tracciare nuove rotte in mari continuamente scoperti. Non a caso nel Manifesto Marx scrive celebri pagine sulla potenza trasformatrice del capitalismo, sul ruolo rivoluzionario della borghesia e sullo sradicamento e il sovvertimento che essa introduce nella storia dell´umanità; e per questa via gli si fa presente uno dei modi di funzionamento della modernità: la rivoluzione economica e sociale come miccia che innesca il progresso, il quale è a sua volta la vera legge della storia. Il cambiamento e la novità - non l´immutabilità dell´Essere - sono di fatto il Bene.
Illuminismo addio: comincia il secolo delle paure «liquide»: Bauman
Corriere della Sera 14.2.08
L'analisi Bauman teme la «globalizzazione cattiva», Illuminismo addio: comincia il secolo delle paure «liquide» - di Giuseppe Galasso
«Questo libro», dice Zygmunt Bauman, «è un inventario delle paure liquido- moderne», e tenta di individuare le loro radici comuni e i modi di vincerle.
La «modernità liquida» è per lui il mondo post-moderno, in cui «la vita liquida scorre da una sfida all'altra, da un episodio all'altro, e per la consuetudine che abbiamo con le sfide e gli episodi, essi tendono a non durare a lungo». Per le paure è lo stesso. La speranza illuministica di tagliarne le radici non si è realizzata. Anzi, «nel contesto liquido-moderno la lotta contro le paure si è rivelata un compito a vita », e i pericoli per cui nascono sono diventati «compagni permanenti e inseparabili della vita umana ».
Preoccupante è poi specialmente la prospettiva politica alla quale per Bauman il dilagare della paura sembra destinare l'umanità del XXI secolo. «La nostra globalizzazione negativa — egli scrive — oscilla tra il togliere la sicurezza a chi è libero e l'offrire sicurezza sotto forma di illibertà». Di più non c'è da sperare, e Bauman, che certo non pecca di incoerenza e non difetta di spirito consequenziario, ne deduce, infatti, che «ciò renderà la catastrofe "ineluttabile"».
La politica è azione nell'attimo - di Giacomo Marramao
Liberazione 13.2.08
Marramao evoca Benjamin: la politica è azione nell'attimo - di Giacomo Marramao
Nel suo ultimo libro "La passione del presente" lo studioso ridà alla filosofia il compito di analizzare il proprio tempo. E riprende il pensiero del filosofo tedesco per il quale la potenza rivoluzionaria del messianico è tale quando è colta nella sua specificità. Pubblichiamo stralci dell'ultimo libro di Giacomo Marramao "La passione del presente" (Bollati Boringhieri, pp. 291, euro 10,00).
Nessun autore come Walter Benjamin è riuscito a esprimere la segreta cifra messianica che percorre, come una fenditura verticale, la struttura antagonistica della nostra modernità-mondo. E' questa decisiva circostanza a fare delle tesi «sul concetto di storia» un testo letteralmente estremo: a un tempo testamentario e testimoniale. Un testo che pare rivolto direttamente a noi: a noi tutti, collettivamente intesi, ma anche a ciascuno di noi, a chiunque sia in grado di coglierne la straordinaria tensione interna.
La chiave di lettura delle tesi Über den Begriff der Geschichte , che intendo qui prospettare, è espressa in forma deliberatamente provocatoria da un ossimoro: messianismo senza attesa . Sintagma letteralmente para-dossale : in contrasto con la doxa , con ogni common sense o opinione corrente circa i caratteri tradizionalmente attribuiti al «messianico». Come può darsi, in senso proprio, messianismo senza «orizzonte di aspettativa»: a prescindere, appunto, dalla dimensione dell'attesa messianica? E il venir meno dell'attesa non costituisce, allora, ragion sufficiente del dissolvimento della tensione messianica in quanto tale? Si trova qui racchiusa - è mia ferma convinzione - la cifra segreta di un testo a un tempo translucido ed enigmatico, che può ricevere un senso compiuto solo ricomponendo la costellazione multipolare dei suoi referenti concettuali e simbolici: reinterpretando, cioè, la radicalità del suo nucleo teologico-politico nella forma di un messianismo non semplicemente secolarizzato (come accade alle filosofie della storia stigmatizzate criticamente da Karl Löwith), ma - insieme - postsecolare e postreligioso. In breve: il tratto paradossale del messaggio benjaminiano di «redenzione» consiste nel suo simultaneo collocarsi al di là del profilo ancipite, del volto di Giano, del Futurismus occidentale, simboleggiato per un verso dalla promessa di salvezza delle religioni monoteistiche, per l'altro dalla Fortschrittsgläubigkeit della moderna filosofia della storia. Cercherò, dunque, di dimostrare come la singolare figura di un messianismo-senza-attesa si leghi in Benjamin alla proposta di un «Begriff der Geschichte» non dopo la fine della Storia, bensì dopo la fine della fede nella Storia.
come una teologia politica
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La sinistra contro il suo destino: Mario Tronti
il manifesto 10.2.08
La sinistra contro il suo destino - di Mario Tronti
Ragioniamo su questo passaggio di crisi politica. Cerchiamo di individuarne le cause nascoste. Spesso accade che si prendano per cause quelle che sono conseguenze e viceversa. Di qui, l'attuale confusione strategica, la vera madre di tutte le sconfitte tattiche. Sgombriamo il campo dalla tentazione di dire che siamo a un passaggio decisivo, che si tratta della crisi finale di qualcosa che c'è stato fin qui. Non è vero. Non c' è nessuno stato d'eccezione. C'è una normalità che stancamente si ripete, senza che uno scarto, un'eccedenza, un esodo, un che di incomprensibile, irrompa sulla scena pubblica domandando di essere appreso col pensiero.
E', se possibile, sobriamente che dobbiamo ragionare. Ad esempio: questo terrore di un cambio di governo, francamente non riesce, con tutta la buona volontà , ad innescare qualcosa di oscuramente perturbante. Per lo stesso motivo per cui l'altra, appena trascorsa, esperienza di governo non ha suscitato qualcosa di particolarmente affascinante. Piuttosto dovremmo imparare a utilizzare i passaggi dentro una prospettiva, a strumentalizzare il momento per pensare l'altro da questo.
Il funzionamento del cervello: dieci assunti
Corriere della Sera 9.2.08
Massimo Piattelli Palmarini illustra la ricerca sul funzionamento del cervello. Se la medicina sconfina nella filosofia. Biologia, psicoanalisi, etica: gli sviluppi delle neuroscienze - di Edoardo Boncinelli
Gli studi La scelta
In dieci assunti Piattelli Palmarini definisce il campo del nuovo sapere Intelligenze: la mente dell'uomo nella complessità delle sue funzioni secondo S.M. Sandford (Corbis).
Si parla oggi sempre più spesso di neuroscienze, anche se alcuni usano il termine neuroscienza, al singolare, e altri parlano più specificamente di neuroscienze cognitive o direttamente di scienze cognitive. Si tratta della nuova, ultima forma di conoscenza scientifica del cervello e del suo funzionamento, che include molte conclusioni tratte dalla ricerca sperimentale nei campi della neurobiologia e della psicologia, ma anche una certa dose di interpretazione e di speculazione.
Il traduttore di Platone in nome del Profeta.
Il manifesto 8.2.08
Il traduttore di Platone in nome del Profeta. Incontri Il volume, curato da Massimo Campanini, sarà presentato oggi alle 18 nella Biblioteca Ambrosiana di Milano Repubblica dell'imam Raccolti gli scritti politici di al-Fârâbî, lo studioso arabo che ha traghettato il pensiero greco nella filosofia islamica - di Augusto Illuminati
Con il titolo Scritti politici di al-Fârâbî, Massimo Campanini ha curato per la Utet (pp. 403), con una introduzione analitica e un denso apparato, la traduzione dei saggi fondamentali di quello che per il medioevo islamico ed ebraico fu «il secondo maestro», da sotto il cui mantello escono Avicenna, Averroé e Maimonide. (Il volume sarà presentato oggi a Milano, alle ore 18, presso la Biblioteca Ambrosiana (Piazza Pio XI, 2). Si tratta degli scritti più programmaticamente politici, anche se vi sono riepilogate vaste parti di metafisica e logica trattate in altre sedi: Il conseguimento della felicità, Gli aforismi dell'uomo di stato, Le idee degli abitanti della città virtuosa, Il libro dell'ordinamento politico, Il libro della religione - tutti in prima versione italiana, eccetto La città virtuosa, tradotta con qualche variante dallo stesso Campanini per la Rizzoli nel 1996.
Continua a leggere "Il traduttore di Platone in nome del Profeta."Ragione e fede - di Emanuele Severino
Corriere della Sera 6.2.08
Il rapporto tra ragione e fede. Solo la filosofia può essere laica - di Emanuele Severino
H a ragione Claudio Magris a rilevare che l'uso del termine «laico » (sul Corriere del 17 gennaio scorso) è pieno di equivoci. Gli equivoci dei concetti rendono equivoche anche le azioni.
Mi sembra utile discutere il suo intervento. E dico subito all'amico Magris che è mia abitudine discutere le cose di rilievo. «Laicità », egli scrive, «è essenzialmente la capacità di distinguere ciò che è dimostrabile razionalmente da ciò che è invece oggetto di fede». Questa capacità non è cosa da poco. Presuppone che si sappia che cosa sia «dimostrazione razionale » e che cosa sia «fede ». Questa capacità segna niente di meno che la nascita della filosofia, la presa di distanza della filosofia dal mito, cioè dalla fede. Nella sua essenza più profonda «laicità» significa «filosofia». Non si può dire, allora, quello che Magris dice: che quella capacità «non è un contenuto filosofico, bensì una forma mentis ». Si può sì avere una forma mentis più o meno vicina al pensare filosofico (nel qual caso sarà appropriato chiamarla «laicità »), ma se questa forma non vuol essere a sua volta una fede deve diventare filosofia.
Ma è ancora più interessante l'affermazione con cui Magris esprime uno dei luoghi centrali del pensiero liberale: «Laicità significa tolleranza, dubbio rivolto anche alle proprie certezze». Questa definizione di «laicità» intende completare la precedente, ma in effetti la mette in questione. Che la ragione vada distinta dalla fede è una certezza di Magris. Ma, allora, il «dubbio rivolto anche alle proprie certezze » mette in dubbio anche quella distinzione tra ragione e fede? Se non la mette in dubbio, allora c'è un sapere che non può esser messo in dubbio — e la definizione di «laicità» deve esser rivista. Se invece tutto è dubitabile, allora la «laicità» diventa, nonostante le intenzioni, quello scetticismo o quel relativismo nel quale la Chiesa ritiene consistere tutta la forza del pensiero del nostro tempo (che invece ha ben altra potenza) e che quindi la Chiesa fa presto a togliersi dattorno.
Nell'intervento di Magris c'è, tra le altre, una terza definizione di «laicità». Per lui (come per molti altri) la sentenza evangelica del dare a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio è un «principio laico ». Qui debbo fare quello stesso che egli dice di esser costretto a fare; devo ripetere cioè cose che vado richiamando da decenni anche su queste colonne — convinto peraltro che sia opportuna la ripetizione (della quale chiedo scusa pur avvedendomi che non è superflua, come il discorso di Magris conferma). Sia opportuna affinché non accada che ognuno parli per conto proprio. Si tratta di capire che, per Gesù, dando a Cesare quel che gli spetta non gli si può dare tuttavia qualcosa che sia contro Dio (Gesù non può pensare una cosa del genere); e che, per i Romani (e per molte altre concezioni dello Stato), dando a Dio quel che a sua volta gli spetta non gli si può dare qualcosa che sia contro Cesare (nemmeno lo Stato, Cesare, potrebbe pensare una cosa del genere).
Le conseguenze sono notevoli e tutt'altro che «laiche ».
Nella logica evangelica, le leggi dello Stato non possono contrastare le leggi di Dio. Devono essere cioè leggi cristiane. Lo Stato deve essere cristiano. Il peccato è anche delitto. Non può esserci una zona «neutra » dove le leggi siano indifferenti rispetto alle leggi di Dio. Teocrazia; non «laicità».
Nella logica di Cesare, le leggi di Dio non possono contrastare le leggi di Cesare. Devono essere leggi statali. La religione dev'esser controllata dallo Stato. Il vero peccato non è quello punito da un Dio che sta nei cieli: è il delitto punito dallo Stato. Assolutismo, totalitarismo politico; non «laicità».
Il vero senso della frase: «A Cesare quel che è di Cesare, a Dio quel che è di Dio»
Spinoza e i fantasmi
l’Unità 5.1.08
Un carteggio del 1674 tra il filosofo e un avvocato appassionato di cose filosofiche sull’esistenza degli «spettri» - «I fantasmi? Offesa all’intelligenza di Dio», parola di Spinoza - di Bruno Gravagnuolo
Nel giugno del 1673 Baruch Spinoza, già notissimo filosofo in Olanda e bersaglio di polemiche, si reca Utrecht per far visita al principe di Condè che aveva conquistato la città. L’incontro mai avvenuto, per gli impegni del principe, fu sostituito da un altro incontro, casuale. Fra il filosofo e un avvocato della Corte d’Olanda. Tale Hugo Boxel, curioso di cose filosofiche e desideroso di conoscere l’opinione di Spinoza sull’esistenza degli spettri. Così, dal settembre del 1674 inizia un carteggio fra i due su quel tema: esistono o no i fantasmi?
Oggi, traendole dall’edizione Von Gebhardt delle Opere di Spinoza, un piccolo e «ponderoso» libretto del Melangolo rispolvera tutta la questione: Lettere sugli spiriti con testo latino a fronte (a cura di Francesco Chiossone, pp. 91, Euro 9). Ed è stata una bellissima idea. Non solo per il carattere di «incunabolo» prezioso della storia, che mostra come si possa fare editoria di massa in chiave filologica e antiquaria, con rigore ed eleganza. Ma per altri tre motivi. Il libro infatti è un piccolo squarcio su quell’Europa, ancora a mezzo tra superstizione e Lumi: solo nel 1670 in Olanda ebbero fine i processi di stregoneria. E inoltre è un piccolo breviario di come si conducevano le dispute filosofiche, nel «quotidiano» e tra persone colte. E nel latino che era (ancora) l’inglese dei dotti di allora. Infine c’è nel carteggio un assaggio del metodo e della filosofia di Spinoza, che scende in campo contro il senso comune e il fanatismo. Tra parentesi, Spinoza dovrebbe ritornare come un tempo il messale dei laici. Per la sua purezza etica, per l’ironia, per l’onestà scevra da fanatismi. Che lo indussero a fare «l’occhialaio» e a rifiutare la cattedra ad Heidelberg, per non sottostare a diktat politici, malgrado le influenti protezioni di cui godeva. E che lo portarono a diventare la bestia nera dei fanatici di tutta Europa. A cominciare da quelli che tentarono di pugnalarlo ad Amsterdam, evento di cui Baruch serbò la memoria, tenendo con sè il mantello «pugnalato» che lo salvò.
«Piccolo» biasimo, poiché nessuno è perfetto: fu troppo violento con le credenze teologiche degli ebrei, che lo espulsero dalla Sinagoga. E il suo Trattato teologico-politico, splendido peraltro, alimentò senza volerlo molti pregiudizi antigiudaici, che finirono per confluire nel grande mare antisemita d’Occidente. Ciò detto però la sua predicazione di ebreo della diaspora ebbe un potente influsso liberatorio sulla cultura europea. E malgrado tutto è intrisa di succhi cabalistici, di averroismo e «maimonidismo». In una sintesi multiculturale che fu un vero ponte tra le civiltà. Motivo di più per celebrarlo in tempi di fondamentalismo e guerre di civiltà.
Quanto agli spettri, ecco di che si tratta. Hugo Boxel chiede: non pensate che esistano? Visto che tanti autori li «certificano», e che in fondo inesauribile è la creatività di Dio? E visto che esistono corpi senza anima, perché non ipotizzare anime senza corpi? Spinoza risponde: tutte frottole! L’autorità degli antichi non prova nulla. E poi l’anima, così come la vista e l’udito, «ineriscono» ai corpi. Sono accidenti, che senza sostrato deperiscono. Caro Boxel, lasci perdere gli spettri: sono manifestazioni di desideri e sogni degli umani. Non c’è bisogno di ipotizzarli. Controreplica: caro Spinoza acutissimo, così voi ponete il mondo «a caso». Poiché negate l’infinita volontà di Dio. Negate il possibile, stante che la nostra conoscenza è solo ipotetica, sicché non può escludere nulla. Ma al congetturalismo popperiano, o meglio alla Feyerabend, di Boxel, Spinoza assesta il colpo decisivo. Ovvero: no, siete voi che ponete il mondo a caso. Perché se esso se fosse stato creato solo per volontà, allora poteva essere anche non creato. Sicché il mondo sarebbe solo un capriccio. Un capriccio assurdo come i vostri «spettri», che mascherano ben altro: ignoranza, paura, violenza.
La morte di Michele Ranchetti
l’Unità 5.1.08
Lutti. Fu studioso del cattolicesimo e poeta - Addio a Ranchetti traduttore di Freud
È morto l’altro ieri Michele Ranchetti, intellettuale poliedrico ed eclettico. Traduttore, docente di storia, pittore e poeta, Ranchetti nacque a Milano nel 1925 ma si trasferì a Firenze nel 1967. Qui diventò professore ordinario di Storia della Chiesa all’Università degli studi di Firenze dal 1973 al 1998.
Ranchetti è stato studioso del cattolicesimo e della Chiesa; traduttore di Wittengstein, Freud, Celan e Rilke, ha lavorato per Feltrinelli, Boringhieri e Adelphi. La sua prima raccolta di poesie dal titolo La mente musicale risale al 1988, la seconda, Verbala, vinse il Viareggio-Repaci 2001, nella sezione poesia.
«Ranchetti è stato un grande intellettuale, figura eclettica e di spessore non comune - dice il sindaco di Firenze Leonardo Domenici in un messaggio alla famiglia -. I suoi studi e i commenti sul cattolicesimo e la Chiesa, le sue traduzioni di Wittengstein e Heidegger, le sue raccolte di poesie lasciano un grande patrimonio al mondo della cultura fiorentina e nazionale, nel segno di una curiosità intellettuale e di una libertà di pensiero ormai sempre più rare da incontrare». Severino Siccardi, direttore della rivista Testimonianze e consigliere regionale della Toscana, ricorda che «la sua attenzione e la sua vicinanza ad alcune figure di “frontiera” della tormentata relazione tra fede, storia e società nel nostro tempo, costituiscono un’eredità culturale preziosa, su cui tornare a concentrarsi e a meditare».
Charles Baudelaire. Con gli occhi colmi di immagini - di Roberto Calasso
Repubblica 2.2.08
Charles Baudelaire. Con gli occhi colmi di immagini - di Roberto Calasso
Il grande poeta francese raccomandava la lettura dei "Salons" di Diderot a cui si era largamente ispirato. Pubblichiamo il testo letto ieri sera da alla Warburg-Haus di Amburgo, dove ha ricevuto il Premio Warburg
I Salons di Diderot sono l´inizio di ogni critica deambulante, capricciosa, insofferente, umorale, che si rivolge ai quadri come ad altrettante persone, si aggira curiosa fra paesaggi e figure, usa le immagini come trampolini e pretesti per esercizi di metamorfosi a cui si abbandona con la stessa prontezza con cui poi se ne sbarazza. Se si elimina la parola arte, sempre ingombrante e spesso improvvida, fare un Salon equivale a lasciarsi scorrere davanti agli occhi una sequenza di immagini che rappresentano, in ordinati drappelli, i momenti più disparati della vita: dalla mutezza inaccessibile della natura morta sino agli episodi solenni della Bibbia e alle cerimonie grandiloquenti della Storia. Per un uomo come Diderot, dalla mente cangiante e disponibile pressoché a tutto, il Salon diventava l´occasione più adatta per mettere in scena quell´officina turbolenta e perennemente attiva che aveva sede nella sua testa.
Diderot non aveva propriamente un pensiero, ma la capacità di far zampillare il pensiero. Bastava dargli una frase, un interrogativo. Da lì, se si abbandonava al suo febbrile automatismo, Diderot poteva arrivare ovunque. E, nel tragitto, scoprire molte cose. Ma non si fermava. Quasi non sapeva quel che scopriva. Perché era solo un passaggio, un aggancio fra tanti. Diderot era il contrario di Kant, che doveva legittimare ogni frase. Per lui, ogni frase era infondata in sé, ma accettabile se spingeva a procedere oltre. Il suo ideale era il moto perpetuo, una continua scossa nervosa che non concedeva di ricordare da dove si era partiti e lasciava decidere al caso il punto dove fermarsi. Per questo Diderot disse dei Salons: «Non c´è nessuna delle mie opere che mi somigli altrettanto».
«Le gouvernement de soi er des autres»: Michel Foucault, Collège de France, 1983
L'indocile autonomia della presa di parola
Pubblicato in Francia «Le gouvernement de soi er des autres» il volume sul corso tenuto nel 1983 al Collège de France. Una ulteriore tappa del filosofo francese nella critica del Politico La virtù democratica per eccellenza non è la decisione, ma l'esercizio della libertà da parte dei dominati nella complessa relazione che li oppone al governo della città
Roberto Ciccarelli
Entrava nell'anfiteatro rapido e grintoso. Prima di iniziare le sue lezioni al Collège de France, Michel Foucault sembrava pronto a tuffarsi in acqua. A metà degli anni Settanta, le cronache ne descrivono la voce forte ed efficace, i suoi tentativi di posizionare gli appunti tra i magnetofoni, unica concessione alla modernità analogica in una sala semibuia ricolma di stucchi, appena rischiarata da una lampada che l'autore di Sorvegliare e punire accendeva prima di iniziare a parlare a cento all'ora.
Grazie ai quei magnetofoni, e alla cura filologica di Frédéric Gros, Gallimard e Seuil hanno da poco pubblicato il corso, registrato tra il gennaio e il marzo del 1983, Le gouvernement de soi et des autres (pp. 382, euro 27). Per quindici anni, le densissime dodici ore di insegnamento al Collège de France sono state affrontate da Foucault come un'esplorazione di territori remoti in vista di libri a venire. Nelle sue intenzioni, questo corso del 1983, insieme a quello tenuto all'università californiana di Berkeley nel secondo semestre dello stesso anno, raccolto dieci anni fa in Discorso e verità nella Grecia antica (Donzelli), avrebbero dovuto confluire in un libro dal titolo omonimo, mai pubblicato a causa della morte del loro autore.
Già nel corso del 1982 su L'ermeneutica del soggetto (Feltrinelli), Foucault aveva spiegato la sua intenzione di rivolgersi alla cultura classica, in quel caso la sessualità e la cura del sé in Grecia e a Roma, come parte di una storia delle pratiche attraverso le quali un soggetto si costituisce, e a partire dalle quali esso giunge ad un rapporto con la verità. Il corso del 1983 sposta il progetto su un terreno più direttamente politico, assumendo l'idea che il discorso filosofico in Occidente si è costituito sulla piega del governo di sé e degli altri.
14.01.2008
Carnevale, lo scandalo della resurrezione - di Massimo Cacciari
l’Unità 14.1.08
Carnevale, lo scandalo della resurrezione - di Massimo Cacciari
LA FESTA che precede la Pasqua è una pausa, un interregno tra la fine del vecchio anno e l’inizio del nuovo: come una nave di folli porta l’umanità in un’orgia necessaria per staccarsi da ciò che muore e per ricreare la vita che rinascerà
Che il Carnevale sia il carro- navale che, sullo sfondo d’arcaiche astrologie, riporta nel corso dell’anno al culmine del firmamento la ruota solare, o che esso non significhi se non, in Opposizione alla Quaresima, l’epoca in cui ritorna lecito il nutrimento «carnale» (...)poco importa ai fini della comprensione della «psicologia» del Carnevale. Comunque, esso si presenta come pausa, interregno. Un vuoto sembra aprirsi nel corso regolare dell’Anno. L’Isidis Navigium irrompe nella «normale» processione delle stelle. È il momento (da movere: pausa-che-passa, transito, fuggente interludio) tra il tramonto del vecchio Anno e la salita al trono del nuovo Signore: un momento pericoloso per eccellenza, poiché in esso non valgono più le antiche norme e le nuove non hanno ancora potere. Da qui il ricorrente fascino del simbolo della nave: si toglie l’àncora, si salpa dal porto un tempo sicuro, ci si arrischia per l’alto mare. (...)
Matte Blanco l'inconscio è infinito
Repubblica 11.1.08
Esce una raccolta di saggi sull'opera dell’analista cileno. Matte Blanco l'inconscio è infinito - di Luciana Sica
Non ha ancora la collocazione che merita, nel pensiero psicoanalitico contemporaneo e nella clinica, Ignacio Matte Blanco - il grande analista cileno, romano d´adozione dal lontano aprile del 1966 al gennaio del ‘95, anno della sua scomparsa. Approdata ai territori della filosofia, soprattutto presocratica, e della logica matematica, la sua ricerca è considerata spesso troppo "difficile", sofisticata, astratta, eppure ha avuto straordinarie applicazioni: ad esempio, nel mondo della critica letteraria - da Orlando a Paduano, ad Agosti. Comunque sia, Matte Blanco rimarrà l´autore di due libri fondamentali usciti da Einaudi: il saggio sulla bi-logica L´inconscio come insiemi infiniti (1981) e Pensare sentire essere (1995). La lettura di queste opere restituisce pienamente la vertiginosa originalità di un modello di funzionamento della mente che l´analista sudamericano amava riassumere in una frase solo all´apparenza semplice: "L´inconscio: un infinito dentro di noi".
L´emozione come esperienza infinita (sottotitolo "Matte Blanco e la psicoanalisi contemporanea", FrancoAngeli, pagg. 311, euro 26,50): Alessandra Ginzburg e Riccardo Lombardi hanno curato una raccolta di saggi su quello che considerano - e che è, senza dubbio - un teorico estremamente innovativo e dalla singolare qualità umana. «Era la persona meno autoritaria, meno sgarbata, meno presuntuosa, meno di potere che si possa immaginare», così lo definiva - in un´intervista a Repubblica - Francesco Orlando che ora, in questo libro collettaneo, firma un saggio molto denso, "Le unità di un testo letterario e le classi di Matte Blanco" (tra i molti altri autori: Pietro Bria, James Grotstein, Antonio Di Benedetto, Salomon Resnik e Mauro Mancia, l´analista appassionato di neuroscienze scomparso l´estate scorsa).
04.01.2008
Giordano Bruno, segreti e magia
Repubblica 4.1.08
Una nuova biografia del filosofo scritta da Michele Ciliberto. Giordano Bruno, segreti e magia - di Franco Volpi
Il grande pensatore non è solo una figura chiave nella genesi della civiltà moderna, ma anche un pregevole scrittore
La lingua «in giova» e la bocca serrata in una morsa per impedirgli di parlare: così Giordano Bruno fu arso vivo in Campo dei Fiori a Roma il 17 febbraio del 1600. Tra le eresie per cui fu condannato al terribile supplizio dall´Inquisizione, figurava la tesi da lui sostenuta che «l´universo è uno, infinito, immobile». Alla lettura della sentenza il frate ribelle avrebbe gridato in faccia ai suoi accusatori che «se ne moriva martire e volentieri, et che se ne sarebbe la sua anima ascesa con quel fumo in paradiso». Analoga sorte fu riservata ai suoi libri per i quali si ordinò «che siano publicamente guasti et abbrugiati nella piazza di san Pietro, avanti le scale, et come tali che siano posti nel Indice de´ libri prohibiti».
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L'anima razionale di Vito Mancuso
Corriere della Sera 4.1.08
Teologia. Il saggio di Vito Mancuso al centro di un dibattito. L'anima razionale mette in crisi laici e credenti - di Edoardo Boncinelli
«Il principale obiettivo di questo libro consiste nell'argomentare a favore della bellezza, della giustizia e della sensatezza della vita, fino a ipotizzare che da essa stessa, senza bisogno di interventi dal-l'alto, sorga un futuro di vita personale oltre la morte».
Gronda giubilo, serenità, sicurezza e fiducia il nuovo libro di Vito Mancuso L'anima e il suo destino
(Raffaello Cortina), impreziosito da una lettera di Carlo Maria Martini. Farà certamente felici tutti quelli che amano sentir dire certe cose. Sentir dire che «sono convinto che esista una sapienza cosmica al governo del mondo a causa del progressivo incremento di ordine e di informazione che l'evoluzione del mondo manifesta»; sentir dire che «l'Idea è l'essere più concreto e reale che esiste, ciò che ci ha condotto all'esistenza e che ci mantiene in essa. Ed è in questa dimensione ontologica fondamentale, origine e fine dell'energia, che in questo momento, un momento che dura sempre, c'è il Cristo risorto, cioè l'Idea sussistente di Uomo in cui il Primo Principio ci ha pensati e ci penserà sempre »; sentire argomentare che «con anima si intende l'ordine assunto dall'energia che ci costituisce. L'anima è energia libera rispetto al corpo e gerarchicamente ordinata. Più c'è ordine, più sale la qualità dell'anima. La quantità e la qualità dell'energia ordinata produce diversi livelli ontologici dell'anima. Ho mo-strato che se ne possono dare cinque: anima vegetativa, anima sensitiva, anima razionale, anima spirituale, anima spirituale unificata dal volere sempre e solo il bene e la giustizia ».
02.01.2008
Thérèse philosophe
l’Unità 2.1.08
Sesso e metafisica nella Francia del Settecento - di Anna Tito
ARRIVA in edizione italiana Thérèse philosophe, capolavoro della letteratura erotica apparso nel 1748 e sequestrato per ben dodici volte. Attribuito a Denis Diderot, andò a ruba al mercato clandestino
Ecco infine proposto, in edizione italiana, grazie a Coniglio edizioni e alla cura dell’uomo di teatro e scrittore Riccardo Reim, Thérèse philosophe (pp. 140, euro 13), capolavoro della letteratura erotica del Settecento francese, apparso nel 1748, sequestrato per ben dodici volte, ristampato a sedici riprese, richiesto a migliaia di copie, e in cui gli argomenti filosofici in favore dell’ateismo e della sensualità vengono a intrecciarsi con la denuncia dei costumi del clero e le lezioni di contraccezione.
A conferma dell’intramontabile successo del libro libertino più venduto del XVIII secolo, nonché della sua incontestabile attualità, lo scorso aprile nel parigino Odéon-Théâtre de l’Europe, lo spettacolo della durata di 3 ore e 45 minuti messo in scena dal russo Anatoli Vassiliev, e dedicato a Thérèse, ha visto il tutto esaurito per la ventina e più di repliche proposte.
Le "sfere separate" e la politica come mediatrice Cosa è di Cesare e cosa di Dio. Il vero "nomos" della laicità - di Bertinotti
Liberazione 30.12.07
Le "sfere separate" e la politica come mediatrice. Cosa è di Cesare e cosa di Dio. Il vero "nomos" della laicità
di Fausto Bertinotti
"A Cesare quel che è di Cesare, a Dio quel che è di Dio". Dietro l'apparente semplicità di questa risposta del Cristo, c'è non solo una straordinaria complessità, ma anche una difficoltà di interpretazione delle sue parole. Se non si parlasse del Cristo, si potrebbe dire che nella sua risposta c'è una malizia.
Forse allora non si può dire così, ma certo è evidente che c'è un elemento difensivo, un elemento con il quale egli si propone di non cadere in una trappola tesagli da parte di chi, e del resto è Luca a scriverlo, intendeva consegnarlo all'autorità e al potere del governatore.
come una teologia politica
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Il versante domestico del genio di Heidegger
Corriere della Sera 29.12.07
Il versante domestico del genio di Heidegger
di Armando Torno
Per il trentesimo della scomparsa di nonno Martin, la nipote Gertrud Heidegger ha raccolto — scegliendole e commentandole — le lettere che l'illustre filosofo scrisse alla moglie Elfride. Il melangolo, che tanti meriti ha in Italia per la diffusione degli scritti heideggeriani, pubblica la traduzione di tale epistolario sotto il titolo «Anima mia diletta!» (locuzione d'inizio di molte missive). Sono pagine che contengono diversi particolari della vita del pensatore. Si noti, per fare due esempi, che nel marzo 1933, dopo l'andata al potere di Hitler, Heidegger si reca da Jaspers (che aveva una moglie ebrea) e a Elfride racconta impressioni e l'avvenuto scambio di idee; nel 1939, «davanti alla sostanziale incertezza di un Occidente ovunque in armi», Heidegger scrive una frase impressionante: «Attualmente non si trova un punto fermo e quanto è stato finora è alla fine, anche se esteriormente i rapporti si conserveranno forse ancora a lungo».
Ma queste lettere restituiscono anche sentimenti, problemi e vicissitudini del filosofo che trovò sempre nella moglie un sostegno pratico e tentò di scrivere, senza riuscirvi, l'opera definitiva, lasciando ai posteri il compito di orientarsi verso un «altro inizio del pensiero » rispetto alla metafisica classica e moderna, ormai giunta al tramonto. Sappiamo infine dalla postfazione che Hermann, figlio legittimo di Martin e Elfride Heidegger, ebbe come padre naturale Friedel Caesar.
MARTIN HEIDEGGER, Anima mia diletta! Lettere alla moglie Elfride IL MELANGOLO PP. 383, e 28
come una recensione
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Razionalisti non si nasce, si diventa - Spinoza è tra noi. Parola di Deleuze
Liberazione 28.12.07
Razionalisti non si nasce, si diventa - Spinoza è tra noi. Parola di Deleuze
In libreria per Ombre Corte, e a cura di Aldo Pardi, "Cosa può un corpo?", le lezioni del filosofo francese sui testi spinoziani
Una lettura dall'effetto terapeutico, capace di andare alla radice delle servitù che ancora oggi imprigionano menti e corpi
di Girolamo De Michele
Ci sono molte ragioni per regalarsi la lettura delle Lezioni su Spinoza di Gilles Deleuze, sino a ieri disponibili solo online in francese e adesso tradotte e curate col titolo Cosa può un corpo? per Ombre Corte (pp. 202, euro 18,50) da Aldo Pardi, autore di un densissimo saggio prefatorio, all'interno di una la felice congiuntura editoriale: sono da poco disponibili la prima traduzione integrale dei testi spinoziani (Baruch Spinoza Opere , Mondadori, Meridiani Classici dello Spirito, pp. 1885, 55 euro) e il primo dei due volumi che raccolgono tutti gli scritti brevi di Deleuze ( L'isola deserta e altri scritti. 1953-1974 , Einaudi, pp. 380, euro 24).
Le vite di santi e beati dal Rinascimento. Tra le braccia di Dio: estasi, visioni, agonie delle grandi mistiche
Corriere della Sera 27.12.07
Antologia. Le vite di santi e beati dal Rinascimento. Tra le braccia di Dio: estasi, visioni, agonie delle grandi mistiche
di Giorgio Montefoschi
«La mistica», così la descrive Carlo Ossola nell'ottima introduzione alla antologia einaudiana dei mistici italiani del Cinque e Seicento, «è un avanzare infinito verso ciò che si allontana». Splende, sopra questo orizzonte di tormento, la luce meravigliosa di due stelle. Due donne: Maria Maddalena de' Pazzi, Veronica Giuliani. Se l'esperienza mistica è una esperienza di vita e di perdita «che non si pensa, si compie» e, come scrive sempre Ossola, «al momento di enunciarla, argomentazione e articolazione semantica si ottundono»; insomma, le estasi, le visioni, le agonie d'amore sono assolutamente vere e però il linguaggio che dovrebbe esprimerle è un linguaggio balbettante, improprio, infinitamente perdente perché, scendendo da altezze inaccessibili, nulla più conserva della congiunzione amorosa e del perdersi in Dio, loro: Maria Maddalena e Veronica, di questa vicenda straordinaria, sono l'esempio più doloroso e fulgido.
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L’Etica che viene dall’Asia - di Hans Küng
l'Unità 24.12.07
L’Etica che viene dall’Asia - di Hans Küng
Hans Küng è presidente della Fondazione per l’Etica Globale (Stiftung Weltethos) e professore emerito di teologia ecumenica all’università di Tubinga
Molti europei dubitano della capacità dell’Asia di raggiungere l’Europa sotto il profilo dell’integrazione regionale. Ma l’Asia non ha solamente il tipo di fondamenti etici comuni e stabili che furono così importanti per l’integrazione europea, ha anche una serie di princìpi morali, alcuni dei quali facevano saldamente parte della cultura dell’Asia molto prima che venissero adottati in Europa. Di fatto questi princìpi asiatici possono rappresentare un aspetto di una etica globale comune emergente.
Naturalmente l’Asia non ha ancora un nucleo culturale forte e coeso paragonabile a quello dell’Europa fondato sulla tradizione giudaico-cristiana e sull’Illuminismo. Ma gli europei non debbono essere troppo arroganti perché negli ultimi anni la cultura comune europea si è rivelata fragile, in particolare alla luce della strategia dell’amministrazione Bush del «divide et impera» tesa a mettere la «Vecchia Europa» contro la «nuova Europa». E, proprio come i disumani attentati terroristici dell’11 settembre 2001 hanno screditato l’Islam agli occhi di molti, l’invasione dell’Iraq, basata su innumerevoli menzogne, ha danneggiato sia il cristianesimo che la comunità occidentale dei valori.
Hegel filosofo del conflitto che anticipò Einstein - di Bruno Gravagnuolo
l’Unità 21.12.07
ANNIVERSARI Due libri nel duecentenario della «Fenomenologia». Un saggio di Mariapaola Fiminani e la «Filosofia della natura» a cura di Marcello Del Vecchio
Hegel filosofo del conflitto che anticipò Einstein - di Bruno Gravagnuolo
Il 2007 è stato anno hegeliano. Non anniversario della nascita, che per lo svevo Hegel, morto a Berlino nel 1831, avvenne a Stoccarda nel 1770. Ma per il duecentenario di una sua opera davvero centrale: la Fenomenologia dello Spirito. Uscita nel 1807 per l’editore Cotta. Lì, sebbene sbilanciata dal lato dell’esperienza - la «teoria dell’esperienza della coscienza» - si mostra la «doppia anima» del filosofare hegeliano: logico e storico-psicologico. Concettuale e «vitale». Doppia anima che torna in altra maniera, astratta e speculativa, nella Scienza della Logica, tra il 1812 e il 1816.
Dunque, filosofia «ancipite», che due volumi diversissimi in questo «bicentenario» della Fenomenologia - già oggetto di un Convegno al Goethe di Roma mesi fa - ci aiutano a penetrare. Il primo, non in ordine di tempo, è Erotica e Filosofia, di Mariapaola Fimiani (Ombre Corte, cartografie, pp. 153, euro 13,50), studiosa salernitana di Berkeley e Foucault.
La crociata contro Voltaire. L’enciclica del Papa - di Paolo Flores d’Arcais
l’Unità 21.12.07
La crociata contro Voltaire. L’enciclica del Papa - di Paolo Flores d’Arcais
La crociata continua. L’enciclica di Benedetto XVI «Spe salvi» ribadisce e anzi radicalizza l’anatema della Chiesa cattolica contro una modernità colpevole di disobbedire a Dio, e che precipita perciò nella disperazione del nichilismo. L’outing è ora completo. Anche la democrazia è menzogna se la sovranità degli uomini non si sottomette all’imperio della «legge naturale», cioè se la libertà non coincide con l’obbedienza agli ukase della Chiesa, unica interprete autorizzata di tale «legge naturale» e della volontà di Dio con cui essa coincide. La democrazia deve essere cristiana, altrimenti è disumana.
Il giallo è finalmente risolto. Il colpevole è Voltaire, anzi addirittura Bacone. Il Male è l’illuminismo, il progetto di autonomia dell’uomo.
Autos-nomos, il darsi da sé la propria legge, anziché riceverla da Dio, o dai suoi surrogati e ministri (la «Natura» e la Chiesa gerarchica), ecco la Colpa inespiabile. Il Nemico (proprio nel senso delle Scritture) è la ragione che prescinde da Dio, la ragione che lavora iuxta propria principia, la ragione che ragiona, insomma.
L’autos-nomos, la pretesa di sovranità di tutti e di ciascuno, precipita anzi l’umanità nella gehenna dei totalitarismi, dove è pianto e stridor di denti, e anche peggio: il Terrore di Robespierre e Saint Just e il Gulag di Stalin. A questo si arriva, inevitabilmente - Ratzinger dixit - se l’uomo nel suo rapporto con la natura e con gli altri uomini (scienza e politica), si comporta come se Dio non ci fosse, prende cioè sul serio la proposta di Grozio che ha salvato l’Europa dall’autodistruzione delle guerre civili di religione: «Etsi Deus non daretur». Precetto, dunque, che è - storicamente parlano - l’unica autentica e incontestabile radice dell’Europa.
L’operaio sconfitto. Gli studi di Mario Tronti e il dramma terribile delle morti bianche
Repubblica 21.12.07
L’operaio sconfitto. Gli studi di Mario Tronti e il dramma terribile delle morti bianche. L'uscita di scena di una classe protagonista
Da lungo tempo la figura del lavoratore è diventata impalpabile per il resto della società e per i vinti non c&a