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19.06.09


E' morto Aldo Giorgio Gargani


aldo giorgio gargani
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16.06.09


Alcune note di Gino S. su la 'Carta della democrazia insorgente'

Sulla Carta della democrazia insorgente

La carta della democrazia insorgente è interessante. Raccoglie varie sollecitazioni e alla fine le svela. Peraltro, mentre leggevo il documento, pensavo che molta della riflessione è presente da più di venti anni nel dibattito del post-operaismo italiano ealla fine il riferimento all'articolo di "Luogo comune" chiarisce questo punto. Mi sembra molto chiaro il discorso sulla rappresentanza che consegna alla sua inconcludenza l'attuale dibattito nella sinistra. E' troppo buono con la sinistra nelle istituzioni. Non è stata solo ingenua. C'ha zappato abbondantemente. Fare il parlamentare è comodo. Per tutti. Fare politica per professione pure. C'è vantaggio. Questo non è ininfluente. E' interessante la categoria dell'essere-in-comune (evidenti i riferimenti a Nancy, Agamben ...). Portare un pò di filosofia in politica non fa male. Negri traduce il tutto nel concetto del comune.
Forse non sbaglia. L'essere-in-comune attiene alla condizione di ognuno. Il comune è una categoria politica che nel definire la condizione immagina le istituzioni che la superano. In parte anche il documento prova a farlo.
In mezzo a tante cose interessanti ci sono due punti, a mio modo di vedere, deboli: il ragionamento sulla crisi e le tesi sulla non-violenza.
La crisi è qualcosa di più di quello che il documento dice. Non siamo dentro una parentesi, siamo immersi da tanti anni dentro una crisi strutturale. A differenza di quanto dica tanta parte della sinistra, peraltro, il neoliberismo è stata una risposta alla crisi piuttosto che la sua causa, ed il nuovo intervento degli stati sta continuando il lavoro per mantenere il differenziale sociale e consentire alle elites dominanti di vivere felici anche mentre tutto sta crollando. Non è un caso se la vendita di auto di lusso non ha subito flessioni. Sarebbe utile trovare momenti di approfondimento.
Certo è che l'alternativa non è la decrescita. La decrescita è miseria. Noi dobbiamo desiderare un modello produttivo superiore, non una frenata.
La non-violenza, poi, non mi va giù. Mi sembra così incredibile che la tesi venga espressa da uno storico. E' di una ingenuità allarmante. A parte che ha fatto danni indicibili nel movimento. Arrivando quasi a legittimare gli interventi repressivi. Peraltro è un problema inventato. La violenza, attualmente, sta tutta da una parte. E' chiaro che la "reazione" violenta finisce per "segnare" chi la esercita. Ma, buon dio, perchè non lo raccontiamo ai partigiani, ai parigini che assaltavano la Bastiglia, ai rivoluzionari che sfidavano l'esercito di Batista, ai giovani che si scontravano con la polizia nel maggio francese, ai meravigliosi ragazzi del '77 e a quelli di Genova?

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Carta della democrazia insorgente

Carta della democrazia insorgente
Carta, associazione Cantieri sociali e molti altri compagni di strada
[21 Maggio 2009]


[Questo testo è un primo esito di una lunga discussione. La versione base è stata scritta da Mario Pezzella ed è stata poi rivista da varie persone incaricate di riassumere i contenuti degli incontri che i Cantieri sociali e Carta avevano organizzato ai primi di aprile 2008 a Roma, e a novembre in Val di Susa, sul tema dell«altra politica». è un documento aperto, che invitiamo a usare per incontri su come rimediare alla crisi della politica, e per continuare a dibattere su Carta. Alcuni interventi sono giàsu Carta 17 in edicola dal 22 maggio, mentre lunedì 25 il documento sarà presentato nel corso della Scuola per lAlternativa in programma a Torino [via Cialdini 4, ore 20,45]: intervengono Marina Clerico [Politecnico di Torino], Paolo Giardina [ConsulenteTecnico], Andrea Morniroli [Cantieri Sociali], Mario Pezzella [Scuola Normale di Pisa], Marco Revelli [Università del Piemonte Orientale] e Giuseppe Sergi [Università di Torino].]

1. Negli ultimi anni abbiamo assistito allo sgretolamento della democrazia rappresentativa e dello Stato di diritto, che ci eravamo abituati a considerare uno spazio pubblico inalienabile. A lungo la sinistra politica ha coltivato lillusione che lo Stato e le sue rappresentanze parlamentari potessero costituire un luogo «terzo» e neutrale di pacificazione dei conflitti, di superamento dellineguaglianza: per lungo tempo, il conflitto sociale non ha più ricevuto efficace espressione politica.
Il potere economico e politico dominante lascia ora sopravvivere le forme sempre più vuote delle istituzioni democratiche; non le cancella dun colpo e rapidamente, come fecero i totalitarismi del Novecento, ma le priva fino alla paralisi completa di ogni potere concreto e decisionale; le riduce, per sottrazione continua, a inerti simulacri. Questo lento colpo di Stato si è realizzato in Italia secondo un procedimento affine al programma redatto, anni fa, dalla loggia segreta P2, i cui esponenti sono oggi assurti alle più alte cariche dello Stato e a posizioni direttive nei giornali e nelle televisioni. Controllo dellinformazione; presidenzialismo; derisione delle leggi penali e intimidazione della magistratura; eliminazione delle lotte sindacali e dello spazio pubblico. A questi punti del vecchio programma si sono aggiunti il razzismo e il letterale neofascismo della Lega.

2. Parlamento, istituzioni tradizionali della rappresentanza, partiti, sopravvivono come forme di puro spettacolo, tanto più ossessivamente presenti nei talk show televisivi quanto più sostanzialmente privi di ogni potere di decisione. Il regime democratico viene integrato da centri decisionali ufficiosi, servizi e associazioni parallele, lobbies finanziarie e politiche. Questa attività in ombra affianca la scena politica mediatica e spettacolare. Essa si dispone accanto alle istituzioni, alle leggi e agli ordini professionali visibili.
Lo Stato di diritto resta apparentemente intatto: ma le decisioni spettano effettivamente ai poteri paralleli. Non si tratta solo di interventi clamorosi e violenti, ma anche di misure che riguardano lordinaria quotidianità. I concorsi pubblici sono sostituiti da riunioni preliminari ufficiose; le decisioni amministrative sono prese entro consorterie private sottratte a qualsiasi controllo degli elettori; molti reati finanziari sono di fatto depenalizzati, anche se le leggi che dovrebbero punirli restano ufficialmente in vigore.
Questo processo determina la separazione sistematica tra la regola pubblicamente ammessa e il centro decisionale occulto: cinismo, ipocrisia oggettiva, menzogna divengono comportamenti sociali indispensabili per orientarsi in questa sorta di doppio comandosociale permanente. Chi resta legato allapparenza pubblica dello spettacolo [e per esempio si oppone a una decisione di fatto in nome di una norma del diritto] viene minacciato o emarginato. Lunico ordine unificante e indiscusso è la moltiplicazione, laccumulazione del denaro. In suo nome tutto è finalizzato, autorizzato, concesso: e i politici si riducono a zelanti funzionari delle lobby finanziarie e immobiliari che controllano per mezzo loro i comuni e le amministrazioni, luso del territorio.

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24.05.09


Il primo testo della 'Millepiani Editori': "Die Philosophie und die Idee einer Weltgesellschaft (Filosofia e globalizzazione) - Congresso internazionale"

libro
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23.05.09


Millepiani Editori

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05.05.09


'Hamletica' - il nuovo libro di Cacciari per Adelphi di Armando Torno

Corriere della Sera 5.5.09
Incapacità di decidere, agire e darsi uno scopo: i temi di «Hamletica» in uscita da Adelphi
Shakespeare, Kafka, Beckett Tre miti per capire il mondo. L'analisi di Cacciari sul «brancolamento» dell'uomo d'oggi - di Armando Torno

Chi era Amleto? Per noi fu il principe di Danimarca, testimoniato nel dramma dall'omonima tragedia di Shakespeare. Tuttavia, chi volesse cercarne le origini rischierebbe di perdersi in un labirinto medievale. Ecco il nome, per limitarci a qualche esempio, nelle gesta di Re Horn (siamo intorno al 1250); ed eccolo in un documento irlandese, gli Annals of the Four Masters. Nella seconda parte dell'Edda si attesta una saga islandese di Amlodhi o Amled della fine del X secolo.
Massimo Cacciari nella sua nuova opera, Hamletica (Adelphi, pp. 144, e. 18), offre una soluzione per i nostri giorni: Amleto vive il dramma dei politici. Come dargli torto? Del resto, allorché nell'opera di Shakespeare dichiara all'ombra del padre di essere «prigioniero delle circostanze e della passione» (così i meglio informati traducono quel lapsed in time and passion nella quarta scena del terzo atto), la sua figura riflette i problemi della categoria di cui ha cominciato a far parte. Cacciari, però, non ha scritto un'esegesi delle dichiarazioni del principe: in Hamletica ha riunito i tre grandi miti dell'«ontologica insicurezza» dell'Occidente contemporaneo, osservandoli -- oltre che in Shakespeare -- in Kafka e Beckett. Essi consentono di comprende­re e decifrare il «brancolamento» attuale della Terra e il tramonto di ogni Nomos, di tutte le leggi che hanno caratterizzato i ruoli, le immagini, i linguaggi. Se Amleto -- profetica anticipazione di quanto viviamo -- ora è il politico «costretto a obbedire alla logica dei fatti », che si dibatte nel dubbio e «marchia ogni sua azione di incompiutezza», l'agrimensore K., il protagonista de Il castello, rivela l'uomo che non ha più possibilità di azione. Su di lui i fatti pesano. È lo straniero nel quale l'agire «si mani­festa così perfettamente prigioniero dell'ordine dei fatti da rendere inconcepibile il timbro stesso della decisione».
E Beckett? Egli mostra l'azione priva di qualunque fine, che ripete se stessa, senza uno scopo. Perché? Per comprendere quanto sta accadendo si può cominciare da una intuizione di Bonnefoy, consegnata a uno dei Racconti in sogno (edizioni Egea), dove si immagina l'artista dell'ultimo giorno: «Il mondo stava per finire», scrive il poeta francese, giacché «l'insieme delle immagini prodotte dall'umanità avrebbe superato il numero delle creature viventi». Succede insomma che l'equilibrio tra la vita e il sembrare dei segni potrebbe spezzarsi e non ci sarà ritorno, poiché -- sottolinea Cacciari -- le immagini stanno com­piendo il proprio destino: «Sommergere la vita, trasporre il mondo nel multiverso dei linguaggi». Già, i linguaggi. Credevano di spiegarlo e possederlo questo nostro mondo.
E cosa può fare l'artista dell'ultimo giorno? Trattiene la mano, la sua opera è indugio; cerca, sperimenta, vuole purificare l'immagine affinché cessi di essere «la rivale illecita di ciò che esiste». Si dibatte, spinge la parola al silenzio, infine potrebbe assumersi il compito di «farla finita». Il mondo reale e il suo «illecito rivale», forse a loro volta apparenze, lasciano allora spazio a infinite domande. Ne scegliamo una, tra quelle formulate da Cacciari: «Si risveglierà il nauseante gioco delle rappresentazioni, magari nella forma della dissacrante ironia? ». Beckett non è la risposta ma si presenta, collocandosi oltre l'artista dell'ultimo giorno. Per lui questo significa «oltre Joyce» (ma è un «oltre» che suona come l'opposto di «oltrepassare», giacché «ora è possibile procedere solo ritirandosi» ).
Cacciari ricompone in Hamletica un tormentato dialogo a frammenti tra questi autori. Nelle sue pagine proseguono le ricerche sulla storia consegnate a Geofilosofia dell'Europa e all'Arcipelago, nonché a quelle sul rapporto tra nihilismo e linguaggio del mistico che sono il filo rosso in Dell'inizio e Della cosa ultima.
Bergson, riprendendo un'antica intuizione, scrisse che un uomo con gli abiti del comico può dirci che c'è la nebbia, mentre il poeta racconta cosa c'è oltre di essa. Cacciari, tra i molti scenari esaminati, ci ricorda che l'esito possibile delle situazioni delineate è il comico.

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02.05.09


Il Crepuscolo degli Dei - Maggio Fiorentino, Zubin Mehta

Crepuscolo degli Dei da tripudio per il 72° del Maggio Musicale Fiorentino- di Valeria Ronzani (da ’Il Sole24ore)


Quindici minuti di applausi hanno coronato ieri sera al Teatro Comunale di Firenze la prima de "Il crepuscolo degli dei", di Richard Wagner, serata inaugurale del Settantaduesimo Maggio Musicale Fiorentino. Giornata conclusiva del monumentale, immaginifico ciclo cosmologico partorito dal genio wagneriano, è anche la più complessa. E’ stato un tripudio, dell’Orchestra del Maggio, sontuosa come non mai, duttile, piena di colori sotto la guida di uno Zubin Mehta in stato di grazia. E dello spettacolo ideato dal gruppo catalano della Fura dels baus, ormai un mito nel teatro di ricerca, che nell’allestimento della "Tetralogia" ha mostrato un rispetto e una sintonia col mondo di Wagner che dovrebbe essere di esempio a tanti registi.


Un mix di altissima tecnologia, proiezioni fantasmagoriche, macchine manovrate da sofisticatissimi computer e ingenua, quasi infantile manualità di un gruppo di affiatatissmi mimi, che appiccano il fuoco (vero), agitano le onde di bottiglie di plastica di un Reno solcato dalla barca di Siegfried, smuovono bastoni con dei cenci appiccicati che diventano alghe negli abissi, per creare momenti di vera poesia. Così come la musica, che nelle giornate precedenti Mehta aveva quasi contenuto in una chiave più lirica, avviluppa e sorge maestosa come non mai, anche le quinte del palcoscenico paiono insufficienti per contenere quel mondo parallelo creato dal regista Carlus Padrissa e dal suo team. Emozionante il funerale di Sigfrido, il cui corpo viene portato a braccia attraverso il buio della platea mentre l’azione viene proiettata su un sipario nero, e pare quasi di vedere immagini rubate dai tanti luttuosi eventi che il mondo ci trasmette.


Catarchico, musicalmente e scenicamente, il finale, col rogo riparatore e il crollo del Walhalla, mai così potente. Menzione d’onore agli interpreti, dall’Hagen di impressionante vocalità di Hans Peter König, al Sigfrido giustamente guascone di Lance Ryan, che si è ritrovato pure a cantare appeso per i piedi, probabilmente la prima volta di un tenore nella storia dell’opera, fino a Jennifer Wilson, che avevamo lasciato un anno fa in "Sigfrido" al suo debutto come Brunilde, e che un anno dopo ha maturato una vocalità pienamente wagneriana che le permette di superare alla grande l’impervio ruolo. Sei ore di musica che hanno tenuto incollato il pubblico fino alla fine. Entusiasta il sovrintendente scaligero Stéphane Lissner, che ha in programma un "Tannhäuser" firmato Mehta Fura: «Spettacolo di levatura mondiale che fa onore all’Italia». E si annunciano future collaborazioni Scala Maggio Fiorentino. Finanziamenti alla cultura permettendo. Spiccava ingombrante l’assenza del minimo rappresentante governativo.



GÖTTERDÄMMERUNG (Il crepuscolo degli Dei), di Richard Wagner
Zubin Mehta direttore, Carlus Padrissa regia, La Fura dels Baus allestimento
Orchestra e coro del Maggio Musicale Fiorentino
Firenze, 72esimo Maggio Musicale Fiorentino

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Pubblicato da millepiani alle 17:48
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Platone era un illuminista - il nuovo libro di Mario Vegetti

Repubblica 1.5.09
Mario Vegetti ha scritto un libro sulla visione politica del filosofo
"Era un illuminista, non è stato capito"
Platone tradito dal Novecento
di Antonio Gnoli

Non poteva prevedere Google e l´utopia della rete. Di fronte a un oggetto di cultura di massa come Matrix sarebbe rimasto interdetto. Ve lo immaginate un dialogo tra Socrate e Neo, il predestinato della grande saga dei fratelli Wachowsky? Eppure non c´è esperienza immateriale, o complicazione virtuale, che oggi non evochi le analisi platoniche. Quando estrasse, come da un cilindro, il mito della caverna avrebbe potuto inventare il cinema, se la tecnologia di allora glielo avesse consentito. Invece ne fece un involontario format in anticipo di 2500 anni sulla televisione. In fondo, realtà platonica e reality sono più contigui di quanto si immagini. Quello che nel quinto secolo fu concepito come una grande sistema speculativo, con tanto di demiurgo, rivive oggi in molte analisi. Platone è il filosofo più letto, più cliccato, più controverso. Il Novecento ne ha fatto un´icona politica, ma al tempo stesso se ne è spaventato. Su di lui è stato detto di tutto, di più. Platone totalitario e democratico, liberale e nazista, etico e immorale, amante dell´eros e fustigatore dei cattivi costumi, elitario e tollerante (o quasi). Non amava la democrazia, ne temeva le degenerazioni, la presa retorica sul popolo. Oggi guarderebbe con orrore ai populismi mediatici. Insomma perché un libro come La Repubblica ha attraversato la storia dell´Occidente sino a giungere a noi così carico di suggestioni?
Mario Vegetti - tra i più grandi antichisti in attività - ha scritto un bellissimo libro sul Platone politico da Aristotele al Novecento. Un paradigma in cielo ne è il titolo, edito da Carocci (pagg. 181, euro 18.50).
Un paradigma in cielo richiama il modo in cui Platone nella Repubblica definisce il suo modello di società giusta. Ma quel testo, credo si possa leggere e forzare in molte altre direzioni. È d´accordo?
«La Repubblica è un repertorio ricchissimo di metafore, di immagini, di paradossi. I primi due libri presentano una teoria dell´origine della giustizia e una genealogia della morale che portano diritto a Hobbes e Nietzsche; il quarto una psicologia dell´io scisso e conflittuale che ha il suo parallelo in Freud; il quinto l´utopia comunistica, l´abolizione della proprietà privata e della famiglia; il settimo un saggio straordinario di epistemologia antiempiristica delle matematiche; l´ottavo una memorabile critica parallela della democrazia e della tirannide».

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30.04.09


"Cosa vuol dire la salvezza al di fuori della Chiesa" - la risposta di Vito Manuso a Enzo Bianchi


Cosa vuol dire la salvezza al di fuori della Chiesa - di Vito Mancuso, LA REPUBBLICA, 28.4.09
Proprio quando arriva in libreria una raccolta di saggi di Benedetto XVI dal titolo L’Elogio della coscienza, è interessante chiedersi quale sia oggi la situazione della coscienza cattolica. Lo spunto mi è dato dall’accusa mossami da Enzo Bianchi di essere gnostico, un’accusa teologicamente infondata che scambia per eresia gnostica l’esercizio della libertà di coscienza a livello teologico. Dietro l’ accusa di gnosi verso la mia teologia basata sul primato della coscienza, c’è lo statuto attuale della verità dottrinale cattolica basata sulla tradizione e l’autorità. Ovvero: è così perché è stato stabilito che è così, e chi l’ha stabilito è più importante di te e tu devi obbedire. Insegnava Ignazio di Loyola al termine degli Esercizi spirituali: «Dobbiamo sempre tenere questo criterio: quello che io vedo bianco lo credo nero, se lo stabilisce la Chiesa gerarchica». Ancora oggi la forma della verità cattolica continua a essere basata sul passato (la tradizione) e sulla forza (l’autorità) e per questo motivo si accusa di gnosi chi al primo posto nel suo rapporto con la verità non pone l’autorità ma la coscienza personale, e in fedeltà alla coscienza dichiara bianco ciò che vede bianco. Un anno fa fu Bruno Forte sull’Osservatore Romano a definire il mio pensiero "una gnosi di ritorno". Ora Enzo Bianchi su Famiglia cristiana scrive: "Quanto a Mancuso, teologo che ama definirsi eterodosso, occorre riconoscere che le domande che pone nei suoi scritti sono urgenti e necessitano di una risposta da parte della teologia cattolica e della Chiesa, ma, a mio giudizio, le risoluzioni che propone Mancuso si collocano nello spazio della gnosi, in cui la storia è di per sé storia di salvezza e in cui non c’è da parte di Dio, né rivelazione, né grazia". Bianchi continua dicendo che nel mio ultimo libro (Disputa su Dio e dintorni, insieme a Corrado Augias) vi sono affermazioni che "correggono la gnosi presente nel precedente" (L’anima e il suo destino) che però "restano deboli". E conclude: "Il regno dei cieli non è l’equivalente del regno delle idee di Platone o del regno dei fini di Kant, come afferma il nostro teologo". Quanto al fatto che amerei definirmi eterodosso, dico semplicemente che ciò che amo è la trasparenza, e siccome so che certi miei pensieri non sono allineati alla dottrina ufficiale, lo dichiaro io per primo, per onestà ai lettori. Tutto qui.

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La fatica di ascoltare - Enzo Bianchi, priore di Bose, su 'Disputa su Dio' di Augias-Mancuso


da ’Famiglia Cristiana’ di questa settimana

Da anni vado ripetendo che con la fine della cristianità e lo sviluppo di una società civile sempre più consapevole della propria laicità e della molteplicità di culture e religioni che si incontrano e intrecciano nel quotidiano, la capacità di dialogo e di ascolto reciproco diventano condizioni indispensabili non solo per una crescita in umanità ma, in prospettiva, per la stessa sopravvivenza di una convivenza civile degna di tale nome. Ma accanto a questa convinzione se ne riafferma in me anche un’altra: nonostante i numerosi sforzi che da più parti si compiono in questo senso, restiamo ancora “all’età della pietra” per quello che concerne il dialogo, tuttora balbettanti nel definire e soprattutto nell’assumere una autentica “deontologia del dialogo”.
Ne ho avuto un’amara conferma nei giorni scorsi quando il mio ultimo libro, Per un’etica condivisa, è stato fin troppo benevolmente recensito dal “laico” Corrado Augias su queste pagine. Man mano che procedevo nella lettura, mentre riconoscevo le mie affermazioni – sempre correttamente virgolettate – le vedevo interpolate con considerazioni a me estranee e con precisazioni che ne snaturavano le intenzioni. Augias, gli va dato atto, non mi attribuiva frasi da me mai scritte, ma le sue chiose, quasi sempre laudative, allontanavano il lettore dall’humus in cui le mie affermazioni erano nate e ne facevano un’applicazione a soggetti ecclesiastici secondo i suoi giudizi e non secondo le mie intenzioni, intenzioni che una lettura maggiormente disposta all’ascolto non frammentario o preconcetto avrebbe potuto cogliere facilmente.
“Guàrdati dal criticare meschinamente e con amarezza, senza amore, la chiesa ... Nella chiesa non amare un’astrazione o una visione troppo personale, ma la comunità vivente in cui Dio attende il tuo impegno e il tuo ministero. Se devi criticare, fallo senza ferire le persone, con l’audacia evangelica, con la forza della parola di Dio, l’umiltà di chi critica per fare un servizio di purificazione nei confronti di sua madre. Altrimenti è meglio tacere”. Così recita la Regola di Bose, e a questi principi ho sempre cercato di attenermi nel mio prendere la parola in pubblico, a voce o per iscritto.

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Pubblicato da millepiani alle 06:45
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