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Archivio delle categorie - Categoria: una traccia

27.03.2007

DOSSIER GRAMSCI - a 70 anni dalla morte

- Mario Tronti "L'uomo che ha afferrato il fulmine a mani nude";
- Giuseppe Vacca, "Questo anniversario";
- Bruno Gravagnuolo, "A 70 anni dalla morte";
- Carlo Antonio Biscotto, "Oltreoceano";
- Michele Prospero, "La laicità gramsciana";
- Simonetta Fiori, "Gramsci e i lager di Lenin";
- Eric J: Hobsbawm, "Gramsci, Grazie ai Quaderni sono uno storico";
- Mio padre Gramsci: di Giuliano Gramsci;
- "Le ceneri vietate";
- Bruno Gravagnuolo, "Quel lungo viaggio della libertà";
- il dossier di Liberazione di domenica 29.04.07 (utilizzare la form di ricerca con la parola 'Gramsci')
- Rocco Lacorte, "Un ricordo di Valentino Gerratana", curatore dei 'Quaderni';
- Raoul Mordenti, "Per una dialettica gramsciana del subalterno";
- "Gramsci: a 70 anni dalla morte" - Video di Rainews24;
- Una intervista a Giuseppe Vacca , tratta dal TG1;
- "Gramsci, viaggio infinito al centro dei «Quaderni»" - Intervista a Francioni, curatore dell'edizione nazionale degli scritti;
- Rossana Rossanda, "Gramsci";

- Il sito del progetto-spettacolo "Nino - Appunti su Antonio Gramsci" (da cui abbiamo tratto la fotografia wahroliana).


Pubblicato il 27.03.07 07:53 | Permalink

28.07.2007

Gramsci all'estero

il manifesto 11.7.07
La lunga marcia dell'autore italiano più tradotto all'estero
Efficaci strategie. In tutto il mondo e in particolare negli Stati Uniti corsi di studio sui testi gramsciani
di Adalberto Minucci

Sono in molti a ritenere che le vicende politiche che hanno segnato la fine del Novecento e i primi anni del nuovo secolo abbiamo coinciso con un abbassamento del livello culturale della società italiana e, in qualche misura, l'abbiano determinato.
Per un periodo assai lungo, delle opere e delle idee di Gramsci si sono occupati essenzialmente (come era giusto, del resto) alcuni studiosi. Più scarso l'interesse del mondo politico e della stessa sinistra - spesso impegnata in ridicole polemiche su chi includere nel «Pantheon» dei suoi padri nobili - proprio in una fase in cui il pensiero di Gramsci era più che mai attuale.
La ripresa di attenzione, oggi, compreso il lancio di nuove edizioni della sua opera, si deve molto, se non soprattutto, alla straordinaria diffusione delle sue idee, delle sue concezioni politiche e filosofiche a livello mondiale.

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Pubblicato il 28.07.07 16:27 | Permalink

Gramsci tra Mussolini e Stalin

il manifesto 11.7.07
Quello che non è scritto nei "Quaderni dal carcere"
di Guido Liguori

Data dagli anni Novanta un interesse reale per la vicenda carceraria di Gramsci, che accompagna l'ormai acquisita coscienza della necessità di leggere i Quaderni in modo diacronico. Essa si nutre di nuovi ritrovamenti negli archivi di Mosca e di un'attenta riconsiderazione degli epistolari di Gramsci e dei suoi interlocutori. Perfetto esempio di questo approccio è il recente libro di Angelo Rossi e Giuseppe Vacca, Gramsci tra Mussolini e Stalin (Fazi, pp. 245, euro 19) che presenta due documenti finora sconosciuti, scritti da Gennaro Gramsci dopo la celebre visita al fratello nel carcere di Turi, inviato da Togliatti per conoscere gli orientamenti del prigioniero in merito alla «svolta» del '29 che inaugurava la politica del socialfascismo.
Nuove ipotesi dai carteggi
Sebbene non contengano rivelazioni eclatanti, questi documenti confermano sia l'interesse con cui Gramsci seguiva gli avvenimenti del «mondo grande e terribile» («sono al corrente di tutto perché le molte riviste che leggo... riportano tutti i fatti salienti della vita mondiale»), sia la netta presa di posizione contro la previsione di repentino crollo del fascismo propria della «svolta» («non credo che la fine sia così vicina. Anzi ti dirò, noi non abbiamo ancora visto niente, il peggio ha da venire»).

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Pubblicato il 28.07.07 16:29 | Permalink

Se la sinistra riparte dall'eguaglianza - di Aldo Schiavone

Repubblica 10.7.07
Se la sinistra riparte dall'eguaglianza
di Aldo Schiavone

Un lavoro enorme attende la sinistra italiana – quel che ne rimane in piedi: la ricostituzione di un patrimonio culturale degno di questo nome. Non solo i concetti (che già non è poco), ma i sogni, le emozioni, le speranze, la capacità di discorso e di persuasione. "Beffato il mio amore, congedata la mia fantasia: di tutto il passato non mi resta che il dolore»: i versi dell´"Addio alla corte" di Walter Raleigh sembrano proprio scritti per lei.
E poiché si deve pur cominciare da qualche parte, proveremo a fare un esempio: un piccolo appunto per i nostri cari quarantacinque saggi impegnati a dare un´anima al Partito democratico, ma anche per gli amici che non condividono questo progetto, e che lavorano a costruire la "Cosa rossa". Parleremo dell´idea di eguaglianza (ne abbiamo fatto cenno, qui su "Repubblica", discutendo di socialismo): una bandiera dell´occidente, sin dal pensiero antico ("il nome di tutti più bello": così Erodoto, nel cuore del quinto secolo a. C. – e si stava riferendo all´"isonomia", alla legge eguale per tutti). Una bandiera che la modernità avrebbe consegnato, con diverso successo, al fuoco di due rivoluzioni: prima quella francese, e poi quella russa.
Oggi sembra una parola in difficoltà, che facciamo fatica a pronunciare (mentre tutti sproloquiano di libertà): messa in crisi dai fallimenti del ventesimo secolo, non meno che dall´onda del capitalismo totale che sta dominando l´orizzonte del pianeta. Ma sbagliamo, ed è un errore grave. Perché di eguaglianza avremo presto un gran bisogno, per riuscire a sottrarre il futuro che ci aspetta alla destabilizzazione di squilibri paurosi, indotti dalla forza stessa delle potenze in campo: l´intreccio titanico fra scienza e mercato, nella forma storica che stiamo sperimentando. Dismisure rispetto alle quali le ingiustizie del vecchio capitalismo industriale sembreranno presto non più di un pallido preludio.

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Pubblicato il 28.07.07 16:31 | Permalink

Croce, lettere su dio

Repubblica 7.7.07
Croce, lettere su dio
In un epistolario curato da Giovanni Russo il filosofo affronta temi religiosi
di Nello Ajello

Sono gli anni in cui compare il saggio "Perché non possiamo non dirci cristiani"
Un fitto dialogo, durato un decennio con un´aristocratica napoletana

«Lettura di un libretto di versi religiosi della signora Maria Curtopassi», scriveva Benedetto Croce nei suoi Taccuini di lavoro il 2 gennaio 1942, «del quale farò un annunzio per La Critica». È il sostanziale preludio ad una frequentazione epistolare durata oltre dieci anni, fin quasi alla morte del filosofo. Ne dà conto il volume di Benedetto Croce e Maria Curtopassi, Dialogo su Dio. Carteggio 1941-52, che esce a giorni in edizione Archinto, a cura di Giovanni Russo (pagg. 180, euro 18, 50).
La corrispondente del pensatore settantaseienne è un´aristocratica napoletana che sfiora i cinquant´anni. «Una donna cristiana e cattolica», così la definirà Croce, capace di sentire la religione «nella forma di verità che è propria della poesia». Dalle Liriche della Curtopassi il filosofo è vivamente colpito, al punto da scrivere la prefazione al libretto, che ha letto ancora inedito. La Curtopassi, dal suo canto, non esita a professarsi sua allieva. Croce le fa spedire la Storia d´Italia e le preannunzia l´invio della Storia d´Europa. Così, l´epistolario prende i colori dell´amicizia.

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Pubblicato il 28.07.07 16:34 | Permalink

Spinoza, Dio e il Nulla - di Emanuele Severino

Corriere della Sera 30.6.07
Il pensatore del Seicento, lontano dalla religione ma tentato di negare il mondo
Spinoza, Dio e il Nulla
Il paradosso del grande filosofo: un legame segreto lo avvicina a Cristo
di Emanuele Severino

La filosofia nasce volendo essere libera: indipendente da miti, fedi, religioni, opinioni, istinti, costumi sociali, oltre che da ogni costrizione e comandamento che provengano dall'esterno di ciò che essa porta alla luce, chiamandolo «verità». Ma lungo la sua storia la filosofia si è posta sempre in rapporto con tutte queste forze, da cui essa non intende farsi guidare, per indagarne il significato e la consistenza: soprattutto con le religioni monoteistiche (e con il potere politico) — e in particolare col cristianesimo. All'interno della grande epoca della tradizione filosofica, cioè del pensiero che pone l'Eterno al di sopra o nel cuore del Tempo, e al suo fondamento, Spinoza è certamente il più lontano dal mondo religioso. Si può dire che quello di Spinoza sia addirittura «il più radicale e alternativo sistema della storia filosofica dell'Occidente dopo la venuta di Cristo»? Lo sostiene Filippo Mignini, che con grande perizia e acume ha curato la prima edizione italiana di tutte le opere del filosofo, con la collaborazione di un'altro specialista, Omero Proietti, per i Meridiani di Arnoldo Mondadori editore: Spinoza Opere; quasi duemila pagine, ottime traduzioni inedite; un evento culturale importante.

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Pubblicato il 28.07.07 16:44 | Permalink

02.08.2007

Bruno Fanciullacci, l'uccisione di Giovanni Gentile e la storia

Repubblica Firenze 29.7.07
«Fanciullacci assassino»
Totaro esercitò "un diritto di critica politica"
di Franca Selvatici

Le sorprendenti motivazioni con cui il giudice Rocchi ha assolto il senatore di An dall´accusa di diffamazione
Totaro? Diritto di critica politica
Assassino vigliacco a Fanciullacci: offesa non punibile
La Procura non depone le armi ed ha deciso di ricorrere in appello contro la sentenza
"Un giudizio adeguato alla gravità del delitto Gentile: critica il fatto non l´eroe partigiano"

Achille Totaro, ex consigliere comunale a Firenze e oggi senatore di An, esercitò il diritto di critica politica quando definì Bruno Fanciullacci, medaglia d´oro della Resistenza, un «assassino vigliacco» in relazione all´uccisione del filosofo Giovanni Gentile, il massimo intellettuale del fascismo. Lo afferma il giudice Giacomo Rocchi nelle motivazioni della sentenza con la quale il 29 giugno ha assolto dall´accusa di diffamazione il senatore Totaro e altri cinque esponenti di An che solidarizzarono con lui nel gennaio del 2000, al culmine di un´aspra polemica politica.
Gentile fu ucciso il 15 aprile 1944 da un Gap (Gruppo di azione partigiana) guidato da Bruno Fanciullacci mentre rientrava in casa, al Salviatino, con l´autista, senza scorta e disarmato. Fanciullacci morì eroicamente tre mesi più tardi, il 17 luglio 1944, a 24 anni, gettandosi da una finestra di Villa Triste dopo essere stato orribilmente torturato.

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Pubblicato il 02.08.07 20:41 | Permalink

10.09.2007

Il maligno

Riprendo da azioneparallela - riprendo perchè mi trovo in disaccordo profondo. Lo faccio qui in forma breve. Meriterebbe di più.


"Il maligno è ciò la cui essenza implica l’esistenza.
In quanto il maligno è ciò che provoca male/dolore, cioè annienta la positività dell’esistente, esso è ciò di cui il vivente desidera la non esistenza. Ma dunque il maligno è definito dal fatto che nei suoi confronti si ha un atteggiamento ’maligno’. Il maligno dunque esiste necessariamente; perché anche la distruzione del maligno è opera dello spirito maligno."
(L. V. Tarca, Quattro variazioni sul tema negativo/positivo. Saggio di composizione filosofica, Ensemble ’900, p. 193)

Direi così:
"Il maligno è ciò la cui essenza implica l’esistenza.
Poichè il maligno è ciò che si dà alla positività dell’esistente come sua negazione, esso è ciò di cui il vivente non può far a meno per dirsi tale, proprio mentre desidera la sua non-esistenza. Il maligno esiste necessariamente proprio per questo: la sua ’contestazione’ lo implica, il desiderio di distruggerlo è la prova che esso pre-esiste alla positività dell’esistente, e grazie a lui che la positività dell’esistente si fa ’spazio’ come esistenza.
Per la positività dell’esistente, tutto il maligno può essere riportato alla ’fine’, deve esserlo: la sua distruzione, come la morte, è, per questo, un ritorno alla sua origine."

Pubblicato il 10.09.07 16:37 | Permalink

14.09.2007

Abbiate il coraggio di delirare. Apre la mente - di Remo Bodei

l’Unità 14.9.07
Abbiate il coraggio di delirare. Apre la mente
di Remo Bodei

Da Remo Bodei una lezione sulla necessità di aprirsi a ciò che «non è nella norma», perché l’«insensato» allarga i confini della nostra pigra, timorosa o iperdifensiva razionalità. E ci dà un sapere nuovo


Propongo a chi ascolta di cominciare con un esperimento mentale. Pensi al fluttuare degli astronauti nello spazio cosmico: sul piano del senso comune, eravamo abituati a credere che la forza di gravità possedesse una validità assoluta tale da trattenere con i piedi per terra anche gli abitanti degli antipodi, senza sospettare, a livello di senso comune, che la sua assenza, pur non negandola, desse luogo al levitare dei corpi. Allo stesso modo, quando riflettiamo sulla follia e sul delirio, dobbiamo liberarci concettualmente da quella «forza di gravità» psichica che ci assicurava immediatamente e indissolubilmente alla nostra immagine standardizzata della razionalità.
Dobbiamo cioè metterci di fronte a situazioni che, pur nel loro apparire spesso assurde e contorte, possono farci intravedere altri mondi non del tutto incompatibili con il nostro. In questo modo, la forza di gravità della ragione non viene negata dalla sua assenza, purché tale ragione, che definisco «ospitale», sia capace di considerare e di accogliere esperienze che vanno al di là dei limiti della norma o di ciò che è generalmente riconosciuto come ragionevole e sensato all’interno di una comunità, e di comprendere che esse, pur nella loro tragicità, ci arricchiscono, ci fanno vivere altre vite parallele alla nostra, ci consentono di esperire altre possibilità, anche creative, del linguaggio e della ideazione.

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Pubblicato il 14.09.07 00:00 | Permalink

17.09.2007

Ideologia senza ideali - di Zygmunt Bauman

Repubblica 17.9.07
L’ideologia senza ideali
di Zygmunt Bauman - L’intervento del sociologo al Festival di Filosofia a Modena


Lo scorso giugno, poco dopo la sua elezione a Presidente della Francia, Nicolas Sarkozy ha dichiarato in un´intervista televisiva: «non sono un teorico, non sono un ideologo, non sono certo un intellettuale: io sono uno concreto». Cosa voleva dire con queste parole? Con ogni probabilità voleva dire che crede fermamente in talune convinzioni mentre con altrettanta fermezza ne respinge risolutamente altre.
Dopo tutto ha affermato pubblicamente di essere un uomo che crede «nel fare, non nel pensare» e ha condotto la sua campagna presidenziale invitando i francesi a «lavorare di più e guadagnare di più». Ha detto più volte agli elettori che lavorare più duramente e più a lungo per diventare ricchi è cosa buona. (Si tratta di un invito che i francesi sembrano aver trovato attraente, anche se non l´hanno affatto ritenuto unanimemente sensato dal punto di vista pratico: secondo un sondaggio TBS-Sofres il 39% dei francesi ritiene che sia possibile diventare ricchi vincendo la lotteria, contro il 40% che ritiene che si diventi ricchi grazie al lavoro). Dichiarazioni come queste, se sono sincere, rispettano tutte le condizioni della credenza ed espletano la funzione principale che ci si attende dalle credenze: dicono cosa si deve fare e suscitano fiducia che, così facendo, si otterranno risultati positivi. Manifestano inoltre l´atteggiamento agonistico e partigiano normalmente connesso con una «ideologia».

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Pubblicato il 17.09.07 13:36 | Permalink

21.09.2007

Odissea Auschwitz - di Primo Levi

Odissea Auschwitz - di Primo Levi
La cattura da parte dei fascisti nel settembre 1943. Il trasferimento al campo di Fossoli. La deportazione in Polonia con le SS. Infine la liberazione e il ritorno a casa. Dagli archivi israeliani un’inedita deposizioneL’espresso riproduce fedelmente un documento trovato negli archivi di Yad Vashem (l’istituto per la memoria della Shoah) di Gerusalemme. Si tratta di una deposizione di Primo Levi, in cui lo scrittore dà conto delle sue vicende a partire dal 9 settembre 1943 e fino al ritorno a casa, nell’ottobre 1945.



Roma 14 Giugno 1960
DEPOSIZIONE DEL DOTT. PRIMO LEVI abitante in Torino - C.Vittorio 67.

Il 9 settembre 1943 insieme ad alcuni amici mi rifugiai in Val d’Aosta e precisamente a Brusson, sopra St.Vincent, a 54 km. dal capoluogo della regione. Avevamo costituito un gruppo partigiano nel quale figuravano parecchi ebrei fra i quali ricordo GUIDO BACHI, attualmente a Parigi in qualità di rappresentante della Soc. OLIVETTI, CESARE VITA, LUCIANA NISSIM sposatasi poi con Momigliano e attualmente domiciliata a Milano e autrice del libro: "Donne contro il mostro"; WANDA MAESTRO, deportata e deceduta in un campo di sterminio. Si aggregò a noi un tale che si faceva chiamare MEOLI e che, essendo una spia non tardò a denunciarci. Ad eccezione di CESARE VITA, che riuscì a fuggire, fummo tutti arrestati il 13 settembre 1943 e trasferiti ad AOSTA nella caserma della Milizia Fascista. Lì trovammo il centurione FERRO, il quale, saputo che eravamo tutti laureati, ci trattò benevolmente; egli fu poi ucciso dai partigiani nel 1945. Debbo confessare che, come partigiani, noi eravamo piuttosto inesperti; non meno inesperti però ci apparvero i militi fascisti che imbastirono una specie di processo. C’era fra loro un italiano dell’Alto Adige che parlava perfettamente il tedesco; un certo CAGNI che aveva già denunciato un’altra banda partigiana e c’era pure il "nostro" MEOLI.

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Pubblicato il 21.09.07 12:31 | Permalink

25.09.2007

Il suicidio di André Gorz e sua moglie

AFP | 24.09.07 | 17h20 • Mis à jour le 24.09.07 | 17h25

gorzLe philosophe André Gorz, cofondateur de l’hebdomadaire Le Nouvel Observateur, est mort, lundi 24 septembre, à l’âge de 84 ans. Il s’est suicidé avec sa femme à leur domicile de Vosnon, dans l’Aube, selon des proches du couple.
Né à Vienne en février 1923, sous le nom de Gerard Horst, André Gorz, considéré comme un penseur de l’écologie politique et de l’anticapitalisme, est notamment l’auteur d’Ecologie et Politique et d’Ecologie et Liberté. Il avait fondé, avec Jean Daniel notamment, Le Nouvel Observateur en 1964, sous le nom de Michel Bosquet.
Après sa retraite dans les années 1990, il s’était retiré dans une maison à Vosnon, à 35 kilomètres de Troyes, avec son épouse, dont il était très épris et qui était atteinte d’une affection évolutive depuis plusieurs années. Selon des proches, c’est une amie qui a constaté le drame lundi matin. Des messages affichés sur leur porte précisaient qu’il fallait "prévenir la gendarmerie".

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Pubblicato il 25.09.07 09:50 | Permalink

Heidegger e la Norimberga dei filosofi - di Armando Torno

Corriere della Sera 25.9.07
Nuove carte sui regolamenti di conti tra intellettuali nella Germania post nazista
Heidegger e la Norimberga dei filosofi
Compromesso con il Terzo Reich, fu epurato. Ma Romano Guardini non volle il suo posto - di Armando Torno

Nell’estate del 1945, con la resa incondizionata della Germania, ci fu chi pensò, dopo un processo esemplare ai capi politici, anche a una Norimberga degli intellettuali nazisti. Furono sostanzialmente esclusi, per quel che è noto sino a oggi, gli scienziati che avevano aderito al Terzo Reich e che si divisero tra Urss e Usa, senza problemi. Ma con un artista quale Arno Breker, che pur aveva aiutato Picasso durante la guerra, gli Alleati si comportarono diversamente: i suoi studi furono confiscati e distrutti, circa l’80% delle opere a lui attribuite venne disperso e qualcosa si ritroverà soltanto negli anni ’60 in una fonderia, dove le sculture erano vendute a peso (una legge del 1947 gli impedirà anche il riacquisto di quanto fosse riuscito a rintracciare). Né andò meglio per i filosofi.
Già all’indomani del 28 aprile 1945, allorché le truppe francesi entrarono a Friburgo, alcuni professori vennero arrestati per collaborazionismo e l’amministrazione comunale stilò una «lista nera» di quelli che si erano compromessi con il passato regime. I loro appartamenti furono posti sotto sequestro e si formò una «Commissione per l’epurazione», della quale fecero parte docenti appena scarcerati. Sarà questo organismo a proporre di pensionare in anticipo Martin Heidegger, che a Friburgo aveva la cattedra, ma non di allontanarlo dal suo posto. Mentre il filosofo teme la confisca della propria biblioteca, il Senato accademico impugna la decisione e le indagini sul suo conto vengono riaperte.

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Pubblicato il 25.09.07 10:49 | Permalink

Misère du présent, richesse du possible - Intervista ad André Gorz

Misère du présent, richesse du possible
Entretien avec Carlo Vercellone, Patrick Dieuaide, Pierre Peronnet - Par André Gorz - dalla rivista Multitudes - Mise en ligne le lundi 18 juin 2007

ALICE - Votre approche actuelle concernant un revenu garanti indépendant du travail (revenu de citoyenneté) est l’aboutissement d’une réflexion complexe et « tourmentée » sur la division capitaliste du travail et des dynamiques sociales susceptibles de la dépasser. Dans vos ouvrages, vous avez été amené à renoncer à une problématique axée sur la libération dans le travail pour privilégier une perspective visant essentiellement la libération du travail. C’est ainsi que dans Métamorphoses du travail, quête du sens vous affirmez que face à l’inappropriabilité de la masse des savoirs, nécessairement spécialisés, que combine la production sociale, la quête du sens de la métamorphose actuelle du travail consiste dans un projet de société du temps libéré. L’automatisation, réduisant comme peau de chagrin la sphère du travail dans l’entreprise régie par la rationalité économique du capital, devait être mise au service de l’expansion de sphères d’activité sans nécessité ni but économique ; et ce grâce à une réduction drastique et progressive du temps de travail. Ce projet de renversement de la logique de la société duale produite par le néo-libéralisme était tributaire, à notre sens, d’une vision classique de l’opposition entre travail et non-travail, c’est-à-dire entre les différentes formes d’emploi et les activités non-marchandes.

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Pubblicato il 25.09.07 11:10 | Permalink

26.09.2007

Per Gramsci. Crisi e potenza del moderno - di Alberto Burgio

il manifesto 26.9.07
La partitura teorica per la crisi di un’epoca
Pubblichiamo un brano del volume «Per Gramsci. Crisi e potenza del moderno». Il liberismo come risposta restauratrice alla espansione dei diritti del lavoro - di Alberto Burgio


Non c’è stata nessuna uscita dal Novecento. Le società occidentali sono ancora nel pieno di una classica «rivoluzione passiva» che non ha però determinanto una normalizzazione del paesaggio politico


Viviamo una grave crisi democratica. Non si tratta di una condizione eccezionale né abnorme. Si può sostenere, con un apparente paradosso, che lo stato di crisi è la condizione normale della democrazia, la quale è, a guardar bene, un processo. Quella che chiamiamo democrazia è il processo di conquista della capacità di autogoverno da parte dei corpi sociali. È la dinamica espansiva della cittadinanza che, con parole chiare e semplici, Gramsci chiama «passaggio molecolare dai gruppi diretti al gruppo dirigente». A questa cruciale dinamica si connettono inevitabilmente contraddizioni e conflitti. Crisi, appunto: provocate dalla continua tensione tra inclusione ed esclusione (tra tendenze «espansive» della classe dominante e tendenze «repressive»), e destinate ad influire sulla struttura dei soggetti (sui confini del demos), sulla forma dei poteri, sulla logica e le finalità del loro esercizio.

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Pubblicato il 26.09.07 17:45 | Permalink

La personne devient une entreprise - di André Gorz

« La personne devient une entreprise » par André Gorz (Écorev N° 7)
Note sur le travail de production de soi - par André Gorz, dalla rivista Multitudes
Mise en ligne le mardi 25 septembre 2007
Le 5 mai 2001, à Berlin, le Directeur des Ressources Humaines de Daimler Chrysler expliquait aux participants d’un congrès international que "les collaborateurs de l’entreprise font partie de son capital". Il précisait que leur comportement, leurs compétences sociales et émotionnelles jouent un rôle important dans l’évaluation de leur qualification. Par cette remarque, il faisait allusion au fait que le travail de production matérielle incorpore une proportion importante de travail immatériel.

Dans le système Toyota, en effet, les ouvriers des ateliers de montage final commandent eux-mêmes les pièces aux sous-traitants - les commandes remontent en une cascade inversée, du montage final aux sous-traitants de premier rang dont les ouvriers se font eux-mêmes livrer par ceux du deuxième rang etc. - et sont eux-mêmes en rapport avec la clientèle. Comme le précisait il y a quelques années le directeur de la formation de Volkswagen : « Si les groupes de travail ont une large autonomie pour planifier, exécuter et contrôler les processus, les flux matériels et les qualifications, on a une grande entreprise faite de petits entrepreneurs autonomes. » Ce « transfert des compétences entrepreneuriales vers la base » permet de « supprimer dans une large mesure les antagonismes entre travail et capital ».

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Pubblicato il 26.09.07 17:57 | Permalink

27.09.2007

André Gorz: cento anni avanti per chi va cento anni indietro - di 'http://ilcomeilperche.blogspot.com'

André Gorz: cento anni avanti per chi va cento anni indietro - di ’http://ilcomeilperche.blogspot.com/’

Nel testo L’Immateriale. Conoscenza, valore e capitale (2003) André Gorz risolve la vexata quaestio del post-capitalismo contemporaneo, tagliando alla radice la presunta continuità tra la struttura materiale delle società occidentali novecentesche e la post-modernità. Gorz parte dalla novità più rilevante del ciclo produttivo inaugurato dall’estensione globale del liberismo: la produzione di sé, come funzione che va sostituendo definitivamente la produzione materiale di ricchezza e di senso.
La produzione di sé è infatti la “messa al lavoro” dell’intero regesto delle facoltà umane, catturato nell’ordine simbolico e non più solo psico-fisico dell’antico salariato, in cui si dissolve l’obsoleta distinzione tra tempo di vita e tempo di lavoro.
Produzione di sé significa infatti che il regime globale della produzione, da un lato si individualizza per afferrare interamente l’esistenza, non più solo la sua parte lavorativa, che anzi diviene minoritaria, dall’altra che ogni singolo essere umano entra nel flusso economico globale mettendo a frutto intelligenza, affettività, sapere e cooperazione.
Si tratta niente di meno che dell’abolizione del lavoro, che del resto era stata pronosticata da Marx ne L’ideologia tedesca, così commentata: «In questo contesto Marx definiva il comunismo come abolizione del lavoro che ha perso ogni apparenza di attività personale…».

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Pubblicato il 27.09.07 02:43 | Permalink

La via heideggeriana al nazionalsocialismo - due articoli dell'Unità

l’Unità 27.9.07
«Heidegger? Nazista sì, ma un po’ strano» - di Marco Dolcetta

ARCHIVI Dalle carte del Terzo Reich riemerge quel che pensava la polizia politica di Hitler del filosofo dell’Essere: bravo antisemita, cittadino esemplare ma distaccato, pensatore con la testa tra le nuvole.

Recentemente sono ricomparsi una serie di documenti segreti della polizia del Terzo Reich sul filosofo Martin Heidegger, che possono contribuire alla definizione dell’annosa questione della partecipazione del filosofo all’ideologia dello Stato nazista.
Come tutti i cittadini del Terzo Reich anche Martin Heidegger era sottoposto allo stretto controllo della polizia politica tedesca. Un primo rapporto su di lui pubblicato in parte sulla rivista della Rdt Allemagne aujourd’hui nel 1966 è conservato negli archivi del Ministero degli Esteri francese con sede a Colmar, in quanto Friburgo, sua città di residenza alla fine della guerra passò sotto il controllo francese (sez. «Documenti storici»). In data 11 maggio 1938, nell’estratto da questa documentazione, Heidegger nel rispondere ad un questionario della polizia, alla richiesta se si fosse pronunciato a favore del partito nazionalsocialista prima della presa del potere, replica di sì. Altrettanto alla domanda se ricevesse la stampa del partito. Quando gli viene chiesto se i suoi figli sono membri della gioventù nazionalsocialista e se fosse un generoso donatore, risponde sempre di sì. Dice di partecipare, senza regolarità, alle manifestazioni del partito. Dice anche di approvare lo Stato nazionalsocialista e di non aver detto mai nulla di sfavorevole; rispetto agli ebrei dice di non comprare mai nulla da loro e di non aver legami politico-confessionali. La polizia fa delle considerazioni alla fine del questionario. Nella rubrica «Apprezzamento del carattere», c’è scritto: «Carattere un po’ chiuso, non molto vicino al popolo, non vive che per i propri studi, non ha sempre i piedi per terra. Reputazione morale: buona. Reputazione materiale: buona. È un reazionario: no! È un disfattista: no! È un critico: no!».

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Pubblicato il 27.09.07 17:41 | Permalink

29.09.2007

Une contribution sur Foucault - di Toni Negri

dimanche 23 septembre 2007 par Antonio Negri
Foucault est là, dans l’entre-deux, ni dans le passé dont il fait l’archéologie, ni dans le futur qu’il esquisse parfois.
L’oeuvre de Foucault : un article - interview avec Antonio Negri. Da "FSU - Nouveaux Regards", Agosto 2004

Question 1 : Les analyses de Foucault sont-elles d’actualité pour comprendre le mouvement des sociétés ? Dans quels domaines vous semble-t-il qu’elles devraient être renouvelées, réajustées, prolongées ?

Réponse 1 : L’oeuvre de Foucault est une étrange machine, elle ne permet en réalité de penser l’histoire que comme histoire présente. Probablement, une bonne partie de ce que Foucault a écrit (Deleuze l’a très justement souligné) devrait être aujourd’hui réécrit. Ce qui est étonnant - et touchant -, c’est qu’il ne cesse jamais de chercher, il fait des approximations, il déconstruit, il formule des hypothèses, il imagine, il construit des analogies et raconte des fables, lance des concepts, les retire ou les modifie... C’est une pensée d’une inventivité formidable. Mais cela n’est pas l’essentiel : je crois que c’est sa méthode qui est fondamentale, parce qu’elle lui permet d’étudier et de décrire à la fois le mouvement du passé au présent et celui du présent à l’avenir. C’est une méthode de transition dont le présent représente le centre. Foucault est là, dans l’entre-deux, ni dans le passé dont il fait l’archéologie, ni dans le futur qu’il esquisse parfois - “ comme à la limite de la mer un visage sur le sable ” - l’image. C’est à partir du présent qu’il est possible de distinguer les autres temps. On a souvent reproché à Foucault la légitimité scientifique de ses périodisations : on comprend les historiens, mais en même temps, j’aurais envie de dire que ce n’est pas un vrai problème : Foucault est là où s’installe le questionnement, il l’est toujours à partir de son propre temps.

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Pubblicato il 29.09.07 11:35 | Permalink

200 anni dalla 'Fenomenologia' hegeliana: un convegno

l’Unità 29.9.07
A Roma un convegno a duecento anni dalla pubblicazione della celebre opera hegeliana tradotta in Italia dal grande hegelista Enrico De Negri - La «Fenomenologia» di Hegel? Ottima per capire il mondo globale e le sue differenze di Bruno Gravagnuolo - "Le dispute tra hegeliani e antihegeliani sono un ricordo ma il fascino del filosofo resta. Il conflitto tra servo e signore è una chiave attualissima per capire la politica"
Ci fu un tempo in cui accapigliarsi su Hegel era d’obbligo. Da Marx in poi, certo. E già tra hegeliani: giovani, vecchi, di destra o di sinistra. In fondo in tutta la modernità otto-novecentesca non v’è stato filosofo che più di Hegel ha diviso gli animi, ha marcato scelte, e influenzato i movimenti politici. Per il tramite dei suoi interpreti, dei suo detrattori, o dei suoi «rovesciatori». Ben per questo Bobbio parlava di un «macigno» che ancora sta sulla nostra strada. E ben per questo Loewith vedeva nel tratto che va «Da Hegel a Nietzsche» il cuore di tutte le dispute culturali europee a venire.

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Pubblicato il 29.09.07 18:45 | Permalink

07.10.2007

"La potenza universale dell'amore" - Hannah Arendt

il manifesto 2.10.07
Grandezza e tragedia all'inizio di un mondo nuovo - di Hannah Arendt

L'amore è una potenza e non un sentimento. Si impadronisce dei cuori, ma non nasce dal cuore. L'amore è una potenza dell'universo, nella misura in cui l'universo è vivo. Essa è la potenza della vita e ne garantisce la continuazione contro la morte. Per questo l'amore «supera» la morte. Appena si è impossessato di un cuore, l'amore diventa una potenza ed eventualmente una forza.
L'amore brucia, colpisce l'infra, ovvero lo spazio-mondo fra gli uomini, come il fulmine. Questo è possibile soltanto se vi sono due uomini. Se si aggiunge il terzo, allora lo spazio si ristabilisce immediatamente. Dall'assoluta assenza di mondo (= spazio) degli amanti nasce il nuovo mondo, simboleggiato dal figlio. In questo nuovo infra, nel nuovo spazio di un mondo che inizia, devono stare ora gli amanti, essi vi appartengono e ne sono responsabili. Proprio questa è però la fine dell'amore. Se l'amore persiste, anche questo nuovo mondo viene distrutto. L'eternità dell'amore può esistere soltanto nell'assenza di mondo (dunque: «e se Dio vorrà, ti amerò anche di più dopo la morte» - ma non perché allora io non «vivrò» più e di conseguenza potrò forse essere fedele o qualcosa del genere, ma a condizione di continuare a vivere dopo la morte e di aver perduto in essa soltanto il mondo!) o come amore degli «abbandonati», non a causa dei sentimenti, ma perché, assieme agli amanti, è andata perduta la possibilità di un nuovo spazio mondano.
In quanto potenza universale (dell'universo) della vita, l'amore non ha propriamente una origine umana. Nulla ci inserisce in modo sicuro e inesorabile nell'universo vivente più dell'amore, al quale nessuno può sfuggire. Appena però questa potenza si impadronisce dell'uomo e lo getta verso un altro e brucia l'infra del mondo e del suo spazio fra i due, proprio l'amore diventa «ciò che vi è di più umano» nell'uomo, ovvero un'umanità che persiste senza mondo, senza oggetto (l'amato non è mai oggetto), senza spazio. L'amore consuma, consuma il mondo, e dà un'idea di che cosa sarebbe un uomo senza mondo. (Perciò lo si pensa spesso in relazione a una vita in «un altro mondo», ovvero in una vita senza mondo.)
L'amore è una vita senza mondo. In quanto tale, si manifesta come creatore di mondo; esso crea, genera un mondo nuovo. Ogni amore è l'inizio di un mondo nuovo; è questa la sua grandezza e la sua tragedia. Infatti, in questo mondo nuovo, nella misura in cui non è soltanto nuovo, ma anche appunto mondo, l'amore soccombe.
L'amore è dunque in primo luogo la potenza della vita; noi apparteniamo al vivente poiché sottostiamo a questa potenza. Chi non ha mai subito questa potenza non vive, non appartiene al vivente. In secondo luogo, esso è il principio che distrugge il mondo e indica così che l'uomo è ancora senza mondo, che egli è « più » del mondo, benché senza mondo non possa durare. Così, l'amore rivela proprio ciò che è specificamente umano nell'universo vivente. Il discorso degli amanti è così vicino alla poesia perché è il discorso puramente umano. E, in terzo luogo, l'amore è il principio creativo che oltrepassa il semplice fatto di essere vivi, poiché dalla sua amondanità nasce un nuovo mondo. In quanto tale, «supera» la morte, o ne è il vero e proprio principio opposto. Soltanto perché crea esso stesso un mondo nuovo, l'amore rimane (oppure sono gli amanti che tornano indietro) nel mondo. L'amore senza figli o senza un mondo nuovo è sempre distruttivo (antipolitico!); ma proprio allora produce ciò che è propriamente umano in tutta la sua purezza.
(dal Quaderno XVI, Maggio 1953-giugno 1953)

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Pubblicato il 07.10.07 12:47 | Permalink

30.10.2007

Unione Sovietica. L'onda lunga del terrore - di Simonetta Fiori

Repubblica 30.10.07 Unione Sovietica. L’onda lunga del terrore - di Simonetta Fiori Dagli anni Venti al 1953 furono eliminati oltre dodici milioni di persone con picchi di settecentomila fucilati nel ‘37. Intervista/ Andrea Graziosi ha ricostruito la storia dell´Urss dal 1914 al 1945 sulla base di nuovi documenti accessibili dal ‘91. Dal gennaio al giugno del 1933 i morti nelle campagne furono circa cinque milioni. Intanto nelle città fu reintrodotto il passaporto interno con discriminazioni infinite Spesso il filtro ideologico ha appannato l´occhio dello storico: per anni vi è stato chi ha negato la realtà del lavoro forzato o delle carestie e l´entità delle vittime Storia imprevedibile, tragica e a tratti grottesca quella dell´Unione Sovietica, dove ci si può imbattere nelle più luttuose epopee finora rimaste in penombra - oltre al già conosciuto Grande Terrore del ‘37-´38 - o in personaggi gogoliani come quel funzionario bolscevico che negli anni Venti voleva vendere un Rembrandt in cambio d´un trattore. Nel novantesimo anniversario dell´Ottobre rosso, esce dal Mulino il primo volume della Storia dell´Unione Sovietica di Andrea Graziosi, L´Urss di Lenin e Stalin (1914-1945), la prima scritta sui nuovi documenti scoperti dopo il 1991 negli archivi di Mosca (pagg. 630, euro 30). Una novità rilevante sul piano delle fonti, che consentono di analizzare dall´interno il formarsi dell´accidentato paesaggio storico, non di limitarsi - nel migliore dei casi - a una descrizione da lontano dei suoi contorni. Ma anche un importante contributo dal punto di vista interpretativo, che capovolge il tradizionale rapporto tra impero zarista e Unione Sovietica, quest´ultima raffigurata come sospinta dall´onda lunga della vitalità intellettuale e demografica del primo, destinata a consumarsi fino al 1939 tra guerre civili, repressioni e carestie. Nel lungo dopoguerra la storia sovietica ha alimentato passioni e lacerato coscienze, producendo anche in Italia lavori partigiani a sinistra come a destra. «Spesso», dice Graziosi, «il filtro ideologico ha finito per appannare l´occhio dello storico: nell´encomio e nella demonizzazione. Per anni vi è stato chi ha negato la realtà del lavoro forzato e della carestia e quando ciò non è stato più possibile ha ingaggiato battaglie sul numero dei morti». Oggi è possibile accostarsi a quella storia con uno sguardo più libero e attrezzato. E può indurre a riflessione la circostanza che ad affrontare l´impervio cammino sia uno studioso non di area postcomunista, segno d´una difficoltà a sinistra nel fare i conti con una storia così ingombrante. «Sì, credo che una rimozione da speranza delusa vi sia stata», dice Graziosi, 53 anni, professore di Storia contemporanea all´Università di Napoli, diversi incarichi tra le università di Yale, Harvard e l´Ecole des Hautes Etudes, una nutrita bibliografia anche in Russia e in edizioni anglosassoni, recente la nomina alla presidenza della Sissco, la Società di studi di storia contemporanea.

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Pubblicato il 30.10.07 00:00 | Permalink

Se la psicoanalisi volta le spalle a Edipo - di Fausto Petrella

il manifesto 19.10.07
Se la psicoanalisi volta le spalle a Edipo
Non è certo un caso se la distruttività che impedisce lo sviluppo del pensiero e dei processi simbolici finisce oggi per preoccupare più delle vicissitudini conflittuali legate all'oggetto del desiderio
di Fausto Petrella

Il grande mitografo Karol Kerényi mostra, in due importanti saggi del 1966 e del 1968, la persistente presenza del mito di Edipo nella cultura occidentale, a partire dalla più illustre tra le sue espressioni che l'antichità ci ha rimandato, la tragedia di Sofocle, Edipo re. A subire il fascino di un mito le cui origini si perdono nell'oscurità del passato più remoto, e a garantirne la continuità, sono stati moltissimi scrittori e poeti ai quali Kerényi fa riferimento: da Seneca a Hölderlin, sino a Hofmansthal, Cocteau e Gide nel '900. Ma furono profondamente attratti da Edipo anche Thomas Mann, Borges, Dürrenmatt, ognuno introducendo nuove varianti, adattando il mito al proprio tempo e al proprio sentire. Naturalmente, nel lungo tragitto percorso dal mito edipico nei secoli, lo spartiacque fondamentale resta l'incontro di Sigmund Freud con la tragedia di Sofocle: era questo il «classico» che studiò nel suo ultimo anno di liceo e dal quale avrebbe sviluppato, dopo una gestazione straordinariamente laboriosa, la nozione di «complesso edipico», formulata nella sua versione completa a ben dieci anni di distanza dall'Interpretazione dei sogni.
Slittamento di attenzione

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Pubblicato il 30.10.07 09:25 | Permalink

Tra musica e inconscio un legame profondo - di Pietro Bria

il manifesto 19.10.07
Attualità del mito - Tra musica e inconscio un legame profondo. Cinquant'anni prima che Freud scrivesse l'«Interpretazione dei sogni» Wagner scendeva, con la sua Valchiria, nei meandri dell'esperienza emotiva dominata dal non-detto
di Pietro Bria

«Come, dunque, si volge via il dio da te, così bacia via dai tuoi occhi la divinità»: sono le parole piene di commozione con cui il dio Wotan - nel finale della Valchiria - si congeda dalla figlia Brunilde, che è costretto ad allontanare da sé e a privare del suo essere divino. Ma è anche la frase che per Giuseppe Sinopoli traduce quello splendido ossimoro con cui Wagner tenta di descrivere e di mettere in musica la ferita degli affetti che si è aperta nell'animo del dio: Wotan, infatti, è spinto a recuperare l'unione perduta con la figlia e, al tempo stesso, a separarsene, a prendere commiato da lei. Proprio in questo momento drammaturgico di così forte impatto emotivo può riassumersi il senso più profondo della vocazione psicoanalitica di Sinopoli, che lega la musica all'inconscio delle passioni umane.

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Pubblicato il 30.10.07 09:28 | Permalink

Dossier anniversario rivoluzione d'ottobre - I

Repubblica 23.10.07
Ottobre - di Hannah Arendt

La rivoluzione d´ottobre ottenne la vittoria con stupefacente facilità in un paese dove una burocrazia dispotica e accentrata governava una massa amorfa, che né i residui del feudalesimo rurale né il debole, nascente capitalismo urbano avevano saputo organizzare. Quando Lenin affermava che in nessun altro paese del mondo sarebbe stato così facile conquistare il potere e così difficile conservarlo, si rendeva conto non solo della debolezza della classe operaia russa, ma altresì delle anarchiche condizioni sociali che favorivano i cambiamenti improvvisi. Privo com´era degli istinti del capo della massa, Lenin puntò subito su tutte le possibili differenziazioni, sociali, nazionali, professionali, capaci di introdurre delle strutture nella popolazione, nella palese convinzione che tale processo stratificatore avrebbe costituito la salvezza del potere rivoluzionario.

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Pubblicato il 30.10.07 09:36 | Permalink

La musica di Mahler sotto l'occhio del boia - di Milan Kundera

Repubblica 23.10.07
La musica di Mahler sotto l'occhio del boia - di Milan Kundera

Uno o due anni dopo la guerra, adolescente, incontrai una giovane coppia di ebrei che avevano all´incirca cinque anni più di me; avevano trascorso la giovinezza a Terezin, e poi in un altro campo. Mi sentivo intimidito davanti al loro destino. Il mio disagio li irritò: «Finiscila una buona volta!» e, con insistenza, mi fecero capire che la vita laggiù aveva conservato tutto il suo ventaglio di possibilità: dalle lacrime agli scherzi, dall´orrore alla tenerezza. Grazie all´amore nei confronti della loro stessa vita, essi si difendevano dall’essere trasformati in una leggenda, in statue di dolore o in documenti del libro nero del nazismo. Da allora li ho persi completamente di vista, ma non ho dimenticato quello che avevano cercato di farmi capire.
Terezin in ceco, Theresienstadt in tedesco. Una città trasformata in ghetto che i nazisti utilizzarono come paravento, come alibi, dove lasciarono vivere i prigionieri in modo relativamente civile per poter esporli ai curiosi della Croce rossa internazionale. Qui sono stati ammassati gli Ebrei dell´Europa Centrale, soprattutto coloro della parte austro-ceca; fra di loro molti intellettuali, compositori, scrittori, tutta una grande generazione che aveva vissuto alla luce di Freud, di Mahler, di Wittgenstein, di Schönberg, di Janácek, dello Strutturalismo praghese.
I prigionieri di Terezin seppero approfittare meravigliosamente della piccolissima particella di libertà concessa loro dai carcerieri; la loro attività intellettuale e artistica ci lascia stupefatti; non penso solo alle opere che riuscirono a creare (soprattutto i compositori), ma forse ancor di più a quella sete di vita culturale che s´impadronì di tutta la comunità di Terezin, che, in condizioni spaventose, frequentava teatri, concerti, mostre.
Che cosa rappresentava per loro l´arte? La maniera di mantenere completamente dispiegato il ventaglio dei sentimenti e delle idee affinché la vita non si riducesse alla sola dimensione dell´orrore. E per gli artisti detenuti laggiù? Costoro vedevano il loro destino personale confondersi con quello dell´arte moderna, l´arte cosiddetta «degenerata», l´arte perseguitata, irrisa, condannata a morte. Guardo la locandina di un concerto tenutosi nella Terezin di allora: in programma Mahler, Zemlinskij, Schönberg, Haba. Sotto gli occhi dei boia i condannati suonavano una musica condannata.
Penso agli ultimi anni del secolo passato, un secolo maledetto che, giunto alla fine, è stato preso dal desiderio di vomitarsi addosso il disgusto per se stesso. La memoria, il dovere della memoria, il lavoro della memoria, queste erano le parole d´ordine di quegli anni. Era ritenuto un atto onorevole perseguire i crimini politici del passato, dare la caccia perfino alle sue ombre, alle sue ultime sudice macchie.
Tuttavia, tale memoria del tutto particolare, «incriminatrice», serva premurosa del castigo, non aveva niente in comune con quella a cui avevano tenuto così tanto gli ebrei di Terezin, i quali se ne erano infischiati altamente dell´immortalità dei loro carcerieri e avevano fatto di tutto per conservare il ricordo di Mahler e Schönberg.
Un giorno, discutendo di questo argomento, chiesi a un amico:
«... conosci Un sopravvissuto di Varsavia? - Un sopravvissuto? Chi?» Non sapeva di che cosa stessi parlando. Eppure Un sopravvissuto di Varsavia (Ein berlebender aus Warschau), oratorio di Arnold Schönberg, è il più grande monumento che la musica abbia mai dedicato all´Olocausto. Tutta l´essenza esistenziale del dramma degli Ebrei del XX secolo è in quest´opera viva e presente. In tutta la sua atroce grandezza. In tutta la sua bellezza atroce. Ci si batte perché degli assassini non vengano dimenticati. E Schönberg, lo abbiamo dimenticato.

© Milan Kundera (traduzione di Massimo Rizzante)

Pubblicato il 30.10.07 09:39 | Permalink

02.11.2007

Dossier anniversario rivoluzione d'ottobre - II

Lo speciale pubblicato su l’Unità on-line

Ottobre 1917, l’assalto al cielo di una generazione - Roberto Arduini



Il 25 ottobre di novant’anni fa, iniziava in Russia una fase storica che ha segnato un secolo. Nella finestra sull’Europa voluta dallo Zar Pietro I, San Pietroburgo, i bolscevichi portavano a compimento un percorso iniziato mesi prima con una manifestazione di protesta per il prezzo del pane. Ma se dovessimo cercarne le cause, si potrebbe risalire al 1905.

Come sempre le date sono una convenzione degli storici, fatta a posteriori. Il flusso della Storia è continuo e non c’è evento che non sia conseguenza di azioni passate e causa di sviluppi futuri. Gli anniversari hanno però un senso in quanto le date portano con sé un significato simbolico su cui ogni generazione può tornare a ragionare.

A quasi un secolo di distanza e a quasi 20 anni dalla chiusura di quella stagione, vogliamo guardare a quegli eventi storici da un punto di vista diverso. Il comunismo russo dei primi anni fu anche una lente attraverso cui vedere e affrontare la realtà, nei suoi aspetti più diversi. Il materialismo storico applicato a un paese come la Russia pose il problema di ricreare un nuovo rapporto tra individuo e Stato, tra società e partito, senza buttar via per forza tutto il passato, ma trasformando e riplasmando l’esistente.

Lo stesso fecero intellettuali, artisti, medici. I movimenti d’avanguardia fecero propri gli ideali rivoluzionari e cercarono di tradurli in campo artistico, letterario e professionale, rompendo con i canoni tradizionali e sperimentando nuove forme espressive. Qui ne vogliamo ricordare alcuni, senza la presunzione di essere esaustivi.

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Pubblicato il 02.11.07 10:55 | Permalink

03.11.2007

«Il mondo è sparito da sempre» - di Jean Baudrillard

l’Unità 2.11.07
L’ultimo Baudrillard: «Il mondo è sparito da sempre» - di Jean Baudrillard, Marco Dolcetta

Fra le carte che gli amici hanno rinvenuto sulla scrivania di Jean Baudrillard dopo la sua morte, è stato trovato un testo datato 20 gennaio 2007, dal titolo Perché tutto non è già sparito. Sono una trentina di fogli di cui pubblichiamo un estratto e che può essere considerato il testamento filosofico di Jean Baudrillard. Il testo integrale verrà presto pubblicato dalle edizioni L'Herne.

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Pubblicato il 03.11.07 17:10 | Permalink

05.11.2007

Dossier anniversario rivoluzione d'ottobre - III

l’Unità 5.11.07
Cronaca di un Ottobre rosso - di Adriano Guerra

Se nell’ottobre del 1917 si fosse semplicemente conclusa in Russia con l’avvio dell’Assemblea Costituente la rivoluzione di febbraio con la nascita di una repubblica democratica, socialista e parlamentare. Se, se, se. Se i menscevichi e i socialisti rivoluzionari (Sr) non avessero abbandonato il 2° congresso dei Soviet lasciando con i bolscevichi soltanto un pugno di Sr «di sinistra»... Se i bolscevichi avessero accettato il risultato delle elezioni per la Costituente che assegnava la maggioranza dei seggi agli Sr (40%) ma assicurava col 24% dei bolscevichi e il 4% dei menscevichi la vittoria a una sinistra pluripartitica
Non ci sarebbe stato Stalin, lo stalinismo, il gulag.… Se, se, se.
Di nuovo, come era già avvenuto negli anni 70 del secolo scorso dopo che il Pci aveva proclamato con Berlinguer che la democrazia doveva essere considerata un «valore universale», si ricostruisce quel che è avvenuto nella Russia fra il febbraio e l’ottobre del 1917 alla ricerca dell’anello perduto. E di quel che è accaduto - fra spinte liberatorie e paurose involuzioni - in seguito a quella perdita. Si cercano risposte nuove (si vedano i libri di Marcello Flores (La rivoluzione, Einaudi, Torino, 2007, pp. 132) recensito su queste pagine da Bruno Gravagnuolo, e di Vittorio Strada, (La rivoluzione svelata, Liberal , Roma 2007, pp. 155), il convegno che si aprirà tra un paio di giorni alla Fondazione Basso a Roma con una relazione di Maria Ferretti, le pagine dedicate di continuo dai giornali a quei lontani eventi).

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Pubblicato il 05.11.07 13:13 | Permalink

07.11.2007

Quando la politica si affida alla paura - di Slavoj Zizek

Repubblica 6.11.07
Quando la politica si affida alla paura - di Slavoj Zizek

La modalità della politica che oggi predomina è la biopolitica postpolitica - esempio di gergo astratto che mette soggezione e che, tuttavia, può essere facilmente spiegato: la "postpolitica" è una politica che sostiene di lasciare dietro di sé le vecchie lotte ideologiche per concentrarsi invece su una gestione e su un´amministrazione competenti, mentre la «biopolitica» designa come proprio obiettivo principale la regolamentazione della sicurezza e del benessere delle vite umane. E´ chiaro in che modo queste due dimensioni si sovrappongano.
Una volta che si rinuncia alle grandi cause ideologiche, ciò che resta è solo l´amministrazione efficiente della vita... o quasi solo questo. In altre parole, quando il livello di base della politica è costituito dalle attività depoliticizzate e socialmente oggettive di un´amministrazione competente e di un coordinamento degli interessi, l´unico modo per introdurre passione in questo campo, per mobilitare attivamente la gente, è la paura, costituente fondamentale dell´odierna soggettività. Per questa ragione la biopolitica è in definitiva una politica della paura, incentrata sulla difesa contro potenziali persecuzioni o molestie.
E´ questo che distingue una politica di emancipazione radicale dal nostro status quo politico. Qui non stiamo parlando della differenza tra due visioni, o tra due insiemi di assiomi, ma tra la politica basata su una serie di assiomi universali e una politica che rinuncia alla dimensione costitutiva stessa di ciò che è politico, affidandosi alla paura come ultima risorsa di mobilitazione: paura degli immigrati, del crimine, dell´empia depravazione sessuale, di un eccesso di Stato, con il suo fardello di tasse pesanti, delle catastrofi ecologiche, paura delle molestie. Il politicamente corretto è la forma progressista esemplare della politica della paura. Una siffatta (post) politica si basa sempre sulla manipolazione di un ochlos, o moltitudine, paranoide: è la terrorizzante mobilitazione di un popolo terrorizzato.

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Pubblicato il 07.11.07 14:28 | Permalink

14.11.2007

Un attacco alla fede cristiana - di Giuseppe De Rosa S.I.

Un attacco alla fede cristiana
da “La Civiltà Cattolica”, quaderno 3755, 2 dicembre 2006
di Giuseppe De Rosa S.I.

È stato pubblicato nel settembre scorso — e se n’è stampata una seconda edizione nell’ottobre — il volume “Inchiesta su Gesù”, nel quale il giornalista Corrado Augias e il prof. Mauro Pesce, docente di storia del cristianesimo all’Università di Bologna, discutono — il primo ponendo domande e il secondo dando risposte — su Gesù, «l’uomo che ha cambiato il mondo». Augias si professa «non cattolico» e non ritiene Gesù «figlio di Dio» (p. 239), ma è interessato a «conoscere meglio Gesù detto il Cristo, che ha così profondamente influenzato la storia del mondo»: cioè a conoscere Gesù qual è stato veramente, prima che «la liturgia, la dottrina, il mito trasformassero la sua memoria in un culto, il culto in una fede, la fede in una delle grandi religioni dell’umanità» (p. 3).

Il prof. Pesce si è mantenuto sul piano della ricerca storica, esprimendo «convinzioni a cui è arrivato dopo una lunga ricerca che gli sembra onesta». Perciò — egli afferma — «nel dialogo condensato in questo libro ho sempre cercato di mantenermi sul piano storico, evitando di presentare le mie convinzioni personali sulla fede» (p. 236). Egli è «convinto che la ricerca storica rigorosa non allontani dalla fede, ma non spinga neppure verso di essa». In sostanza, il Gesù che la fede cristiana professa dev’essere distinto dal Gesù quale risulta dalla ricerca storica su di lui.

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Pubblicato il 14.11.07 00:00 | Permalink

Chi era l’uomo che ha cambiato il mondo - di Raniero Cantalamessa

A proposito del libro di Corrado Augias e Mauro Pesce
Chi era l’uomo che ha cambiato il mondo - di Raniero Cantalamessa
29-11-2006 "Avvenire

1. Nella scia del ciclone

Il ciclone “Il Codice da Vinci” di Dan Brown non è passato invano. Sulla sua scia stanno fiorendo, come sempre avviene in questi casi, nuovi studi sulla figura di Gesú di Nazareth con l’intenzione di svelarne il vero volto ricoperto finora sotto la coltre dell’ortodossia ecclesiastica. Anche chi ne prende a parole le distanze, se ne mostra per più versi influenzato.

A tale filone mi pare appartenga il libro a quattro mani di Corrado Augias e Mauro Pesce, Inchiesta su Gesú (Mondadori, 2006). Vi sono, come è naturale, differenze tra l’uno e l’altro autore, tra il giornalista e lo storico. Ma non voglio cadere io stesso nell’errore che più di ogni altro compromette a mio parere questa “inchiesta” su Gesú che è di tener conto solo e sempre delle differenze tra gli evangelisti, mai delle convergenze. Parto perciò da ciò che è comune ai due autori, Augias e Pesce. Esso si può riassumere così: Sono esistiti, all’inizio, non uno ma diversi cristianesimi. Una delle sue versioni ha preso il sopravvento sulle altre; ha stabilito, secondo il proprio punto di vista, il canone delle Scritture e si è imposta come ortodossia, relegando le altre al rango di eresie e cancellandone il ricordo. Noi possiamo però oggi, grazie a nuove scoperte di testi e a una rigorosa applicazione del metodo storico, ristabilire la verità e presentare finalmente Gesú di Nazareth per quello che fu veramente e che egli stesso intese essere, cioè una cosa totalmente diversa da quello che le varie chiese cristiane hanno finora preteso che fosse.

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Pubblicato il 14.11.07 00:00 | Permalink

15.11.2007

Diffondere la conoscenza del dibattito esegetico su Gesù è oggi necessario - di Mauro Pesce

Mauro Pesce - Risposta al Padre R. Cantalamessa
Diffondere la conoscenza del dibattito esegetico su Gesù è oggi necessario

Il Padre Raniero Cantalamessa ha dedicato un lunghissimo articolo al libro Inchiesta su Gesù di Mondadori scritto da Corrado Augias (intervistatore) e da Mauro Pesce (intervistato). Lo scopo principale delle mie risposte ad Augias in questo libro è di esporre ad un pubblico vasto alcune delle questioni dibattute da decenni nell’esegesi di tutte le parti del mondo sulla base della competenza che mi sono fatto in quasi quaranta anni di studio. Leggo nell'articolo di Cantalamessa la forte preoccupazione che questa diffusione di opinioni esegetiche possa nuocere alla fede dei lettori. Da qui il bisogno che un ecclesiastico noto critichi questo libro in modo che i lettori siano vaccinati.

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Pubblicato il 15.11.07 00:00 | Permalink

Gesù Nazareno. Un colloquio con Mauro Pesce. A cura di Cristiana Facchini

dal sito Storicamente

Inchiesta su Gesù è un libro di carattere divulgativo, scritto a quattro mani con Corrado Augias. Dopo tanti anni di ricerca accademica sul Gesù storico, come sei giunto all’idea di scrivere questo libro? Come è stato il rapporto tra domande e risposte al di fuori degli ambienti di specialisti?

Il mio libro Le parole dimenticate di Gesù (Mondadori-Lorenzo Valla) del settembre 2004 aveva avuto un successo inaspettato nonostante si trattasse di una voluminosa antologia in greco e in latino con un commento molto tecnico. Ho intuito perciò che un vasto pubblico aveva un interesse a conoscere i risultati scientifici delle indagini storiche su Gesù. Quando Augias mi propose un’intervista su Gesù ero quindi in qualche modo già pronto ad accettare.

Chiedendomi quale sia il rapporto tra domande e risposte tu metti il dito sulla questione centrale del libro. Augias non ha fatto domande sue, ma, da grande professionista quale è, si è fatto portavoce delle domande che — a suo giudizio — erano le più diffuse e sentite in un vasto pubblico. In un processo di divulgazione è fondamentale innestare i risultati della ricerca scientifica sul bisogno reale della gente. Non basta esprimersi in modo chiaro e semplice. È necessaria una accurata conoscenza della situazione culturale in cui la maggioranza della popolazione vive. C'è poi bisogno di un meccanismo di promozione che segnali il prodotto-libro a vasti strati della popolazione, in modo da suscitare interesse verso la lettura.

Devo però dire che il successo del libro ha per me anche un aspetto fastidioso, perché le cose che dico nelle mie risposte ad Augias erano già state da me esposte varie volte in una quantità di articoli e libri scientifici che non hanno riscosso un così vasto interesse. Questo fatto esige risposte pratiche sui modi di trasmissione del sapere nella società di oggi.

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Pubblicato il 15.11.07 03:38 | Permalink

28.11.2007

Repubblica 28.11.07 L’evoluzione incompiuta -

Repubblica 28.11.07
L’evoluzione incompiuta - di Luce Irigaray

A quale punto del loro percorso di emancipazione e di liberazione sono pervenute le donne? Come regolano, oggi, le relazioni fra vita privata e vita pubblica? Perché la questione decisiva dalla parte delle donne è stata per secoli e ancora rimane la seguente: come uscire dal letto matrimoniale e dalla cucina della casa familiare per acquisire un´autonomia civile che consenta loro un ruolo pubblico paritetico rispetto a quello dell´uomo. La cosa non è così semplice da potere essere risolta in qualche anno. Così oggi assistiamo a situazioni paradossali che possono scoraggiare chi ha pensato che le donne siano le protagoniste di cui la nostra Storia ha ormai bisogno.
E però va anche ricordato che è da poco tempo che le donne si trovano a doversi confrontare con l´impegno di passare da una semplice identità naturale a un´identità civile. Il carattere parossistico di certi atteggiamenti sembra dunque corrispondere all´emergere sintomatico di un´evoluzione incompiuta.

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Pubblicato il 28.11.07 00:00 | Permalink

02.01.2008

Dialogo al pianoforte con Maurizio Pollini

L’espresso n.51 21.12.07
Colloquio con Maurizio Pollini. Dialogo al pianoforte - di Riccardo Lenzi
La musica può cambiare il mondo. E il passato va letto alla luce del presente. Parla il maestro Maurizio Pollini. Alla vigilia di un ciclo di concerti a Roma

La visione storica e musicale di Maurizio Pollini pare, a chi ascolta la sua pensosa voce baritonale stratificare concetti in maniera pacata e assorta, chiara e confortante, in un'epoca in cui le concezioni prevalenti sono quelle di un tempo aperto, multiplo ed eterogeneo: il suo è un tempo ciclico, orientato secondo un asse con tutte le possibilità di arresto, ovvero conservatorismo, ritorno all'indietro, cioè rinascimento o reazione, e marcia in avanti, ossia riforma o rivoluzione. Illuministicamente, il suo modello interpretativo dell'evoluzione artistica e musicale si fonda sull'idea che la storia abbia un unico senso e che lo storico come il critico o l'artista debbano seguire tale filo per raccontarla e per giudicare le opere, singolare parafrasi della via alla salvezza agostiniana. Per Pollini, come a suo tempo per Luigi Nono e Claudio Abbado, la musica è apertura verso l'altro.

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Pubblicato il 02.01.08 21:52 | Permalink

L’operaio sconfitto. Gli studi di Mario Tronti e il dramma terribile delle morti bianche

Repubblica 21.12.07
L’operaio sconfitto. Gli studi di Mario Tronti e il dramma terribile delle morti bianche. L'uscita di scena di una classe protagonista
Da lungo tempo la figura del lavoratore è diventata impalpabile per il resto della società e per i vinti non c´è spazio, non c´è definizione
Quel che contava nelle lotte di fabbrica non era tanto la forza del passato e della tradizione, ma solo il presente nella sua casualità

C´è qualcosa di drammatico e ironico insieme, nel bilancio che Mario Tronti ha recentemente fatto dell´operaismo, della sua lontana stagione fiorita e della disfatta. C´è qualcosa che va a toccare non solo la storia di un uomo che ha pensato e scritto con molta passione e acume sul destino della classe operaia come soggetto rivoluzionario; ma quel nodo problematico si riflette e si interseca con un mondo che tutti, proprio tutti, davano per scomparso. Poi, una tragedia dalle proporzioni impreviste, attraversata dal ferro e dal fuoco, mette di fronte a un problema che non si capisce ancora fino a quando terrà desta la nostra attenzione. È la tragedia delle "morti bianche", come le notti, come le voci. Ma con un timbro diverso, e la conclusione che ci sgomenta: operai che cadono dalle impalcature, che restano folgorati da un filo dell´alta tensione, travolti da un treno, seppelliti da una frana, o divorati - come nel rogo della Thyssen - dal fuoco. Le chiamano "bianche" perché non c´è un vero mandante, non c´è lo scoppio di una follia improvvisa, non c´è l´assassino. C´è solo la vittima innocente, con il corpo inerte e senza storia. E quando accade, quando quel corpo viene esibito e sollevato da un nuovo e ulteriore dolore, allora improvvisamente ci si ricorda che quell´evento luttuoso appartiene a una memoria più profonda ed estesa che investe la classe operaia nel suo insieme. Essa esiste ancora o, come ormai sostengono numerosi fautori della società immateriale, è solo un pallido ricordo?

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Pubblicato il 02.01.08 21:54 | Permalink

La crociata contro Voltaire. L’enciclica del Papa - di Paolo Flores d’Arcais

l’Unità 21.12.07
La crociata contro Voltaire. L’enciclica del Papa - di Paolo Flores d’Arcais

La crociata continua. L’enciclica di Benedetto XVI «Spe salvi» ribadisce e anzi radicalizza l’anatema della Chiesa cattolica contro una modernità colpevole di disobbedire a Dio, e che precipita perciò nella disperazione del nichilismo. L’outing è ora completo. Anche la democrazia è menzogna se la sovranità degli uomini non si sottomette all’imperio della «legge naturale», cioè se la libertà non coincide con l’obbedienza agli ukase della Chiesa, unica interprete autorizzata di tale «legge naturale» e della volontà di Dio con cui essa coincide. La democrazia deve essere cristiana, altrimenti è disumana.
Il giallo è finalmente risolto. Il colpevole è Voltaire, anzi addirittura Bacone. Il Male è l’illuminismo, il progetto di autonomia dell’uomo.
Autos-nomos, il darsi da sé la propria legge, anziché riceverla da Dio, o dai suoi surrogati e ministri (la «Natura» e la Chiesa gerarchica), ecco la Colpa inespiabile. Il Nemico (proprio nel senso delle Scritture) è la ragione che prescinde da Dio, la ragione che lavora iuxta propria principia, la ragione che ragiona, insomma.
L’autos-nomos, la pretesa di sovranità di tutti e di ciascuno, precipita anzi l’umanità nella gehenna dei totalitarismi, dove è pianto e stridor di denti, e anche peggio: il Terrore di Robespierre e Saint Just e il Gulag di Stalin. A questo si arriva, inevitabilmente - Ratzinger dixit - se l’uomo nel suo rapporto con la natura e con gli altri uomini (scienza e politica), si comporta come se Dio non ci fosse, prende cioè sul serio la proposta di Grozio che ha salvato l’Europa dall’autodistruzione delle guerre civili di religione: «Etsi Deus non daretur». Precetto, dunque, che è - storicamente parlano - l’unica autentica e incontestabile radice dell’Europa.

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Pubblicato il 02.01.08 21:56 | Permalink

Hegel filosofo del conflitto che anticipò Einstein - di Bruno Gravagnuolo

l’Unità 21.12.07
ANNIVERSARI Due libri nel duecentenario della «Fenomenologia». Un saggio di Mariapaola Fiminani e la «Filosofia della natura» a cura di Marcello Del Vecchio
Hegel filosofo del conflitto che anticipò Einstein - di Bruno Gravagnuolo

Il 2007 è stato anno hegeliano. Non anniversario della nascita, che per lo svevo Hegel, morto a Berlino nel 1831, avvenne a Stoccarda nel 1770. Ma per il duecentenario di una sua opera davvero centrale: la Fenomenologia dello Spirito. Uscita nel 1807 per l’editore Cotta. Lì, sebbene sbilanciata dal lato dell’esperienza - la «teoria dell’esperienza della coscienza» - si mostra la «doppia anima» del filosofare hegeliano: logico e storico-psicologico. Concettuale e «vitale». Doppia anima che torna in altra maniera, astratta e speculativa, nella Scienza della Logica, tra il 1812 e il 1816.
Dunque, filosofia «ancipite», che due volumi diversissimi in questo «bicentenario» della Fenomenologia - già oggetto di un Convegno al Goethe di Roma mesi fa - ci aiutano a penetrare. Il primo, non in ordine di tempo, è Erotica e Filosofia, di Mariapaola Fimiani (Ombre Corte, cartografie, pp. 153, euro 13,50), studiosa salernitana di Berkeley e Foucault.

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Pubblicato il 02.01.08 21:56 | Permalink

L’Etica che viene dall’Asia - di Hans Küng

l'Unità 24.12.07
L’Etica che viene dall’Asia - di Hans Küng
Hans Küng è presidente della Fondazione per l’Etica Globale (Stiftung Weltethos) e professore emerito di teologia ecumenica all’università di Tubinga

Molti europei dubitano della capacità dell’Asia di raggiungere l’Europa sotto il profilo dell’integrazione regionale. Ma l’Asia non ha solamente il tipo di fondamenti etici comuni e stabili che furono così importanti per l’integrazione europea, ha anche una serie di princìpi morali, alcuni dei quali facevano saldamente parte della cultura dell’Asia molto prima che venissero adottati in Europa. Di fatto questi princìpi asiatici possono rappresentare un aspetto di una etica globale comune emergente.
Naturalmente l’Asia non ha ancora un nucleo culturale forte e coeso paragonabile a quello dell’Europa fondato sulla tradizione giudaico-cristiana e sull’Illuminismo. Ma gli europei non debbono essere troppo arroganti perché negli ultimi anni la cultura comune europea si è rivelata fragile, in particolare alla luce della strategia dell’amministrazione Bush del «divide et impera» tesa a mettere la «Vecchia Europa» contro la «nuova Europa». E, proprio come i disumani attentati terroristici dell’11 settembre 2001 hanno screditato l’Islam agli occhi di molti, l’invasione dell’Iraq, basata su innumerevoli menzogne, ha danneggiato sia il cristianesimo che la comunità occidentale dei valori.

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Pubblicato il 02.01.08 22:22 | Permalink

Le vite di santi e beati dal Rinascimento. Tra le braccia di Dio: estasi, visioni, agonie delle grandi mistiche

Corriere della Sera 27.12.07
Antologia. Le vite di santi e beati dal Rinascimento. Tra le braccia di Dio: estasi, visioni, agonie delle grandi mistiche
di Giorgio Montefoschi

«La mistica», così la descrive Carlo Ossola nell'ottima introduzione alla antologia einaudiana dei mistici italiani del Cinque e Seicento, «è un avanzare infinito verso ciò che si allontana». Splende, sopra questo orizzonte di tormento, la luce meravigliosa di due stelle. Due donne: Maria Maddalena de' Pazzi, Veronica Giuliani. Se l'esperienza mistica è una esperienza di vita e di perdita «che non si pensa, si compie» e, come scrive sempre Ossola, «al momento di enunciarla, argomentazione e articolazione semantica si ottundono»; insomma, le estasi, le visioni, le agonie d'amore sono assolutamente vere e però il linguaggio che dovrebbe esprimerle è un linguaggio balbettante, improprio, infinitamente perdente perché, scendendo da altezze inaccessibili, nulla più conserva della congiunzione amorosa e del perdersi in Dio, loro: Maria Maddalena e Veronica, di questa vicenda straordinaria, sono l'esempio più doloroso e fulgido.

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Pubblicato il 02.01.08 22:25 | Permalink

04.01.2008

L'anima razionale di Vito Mancuso

Corriere della Sera 4.1.08
Teologia. Il saggio di Vito Mancuso al centro di un dibattito. L'anima razionale mette in crisi laici e credenti - di Edoardo Boncinelli

«Il principale obiettivo di questo libro consiste nell'argomentare a favore della bellezza, della giustizia e della sensatezza della vita, fino a ipotizzare che da essa stessa, senza bisogno di interventi dal-l'alto, sorga un futuro di vita personale oltre la morte».
Gronda giubilo, serenità, sicurezza e fiducia il nuovo libro di Vito Mancuso L'anima e il suo destino
(Raffaello Cortina), impreziosito da una lettera di Carlo Maria Martini. Farà certamente felici tutti quelli che amano sentir dire certe cose. Sentir dire che «sono convinto che esista una sapienza cosmica al governo del mondo a causa del progressivo incremento di ordine e di informazione che l'evoluzione del mondo manifesta»; sentir dire che «l'Idea è l'essere più concreto e reale che esiste, ciò che ci ha condotto all'esistenza e che ci mantiene in essa. Ed è in questa dimensione ontologica fondamentale, origine e fine dell'energia, che in questo momento, un momento che dura sempre, c'è il Cristo risorto, cioè l'Idea sussistente di Uomo in cui il Primo Principio ci ha pensati e ci penserà sempre »; sentire argomentare che «con anima si intende l'ordine assunto dall'energia che ci costituisce. L'anima è energia libera rispetto al corpo e gerarchicamente ordinata. Più c'è ordine, più sale la qualità dell'anima. La quantità e la qualità dell'energia ordinata produce diversi livelli ontologici dell'anima. Ho mo-strato che se ne possono dare cinque: anima vegetativa, anima sensitiva, anima razionale, anima spirituale, anima spirituale unificata dal volere sempre e solo il bene e la giustizia ».

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Pubblicato il 04.01.08 13:41 | Permalink

14.01.2008

Carnevale, lo scandalo della resurrezione - di Massimo Cacciari

l’Unità 14.1.08
Carnevale, lo scandalo della resurrezione - di Massimo Cacciari
LA FESTA che precede la Pasqua è una pausa, un interregno tra la fine del vecchio anno e l’inizio del nuovo: come una nave di folli porta l’umanità in un’orgia necessaria per staccarsi da ciò che muore e per ricreare la vita che rinascerà

Che il Carnevale sia il carro- navale che, sullo sfondo d’arcaiche astrologie, riporta nel corso dell’anno al culmine del firmamento la ruota solare, o che esso non significhi se non, in Opposizione alla Quaresima, l’epoca in cui ritorna lecito il nutrimento «carnale» (...)poco importa ai fini della comprensione della «psicologia» del Carnevale. Comunque, esso si presenta come pausa, interregno. Un vuoto sembra aprirsi nel corso regolare dell’Anno. L’Isidis Navigium irrompe nella «normale» processione delle stelle. È il momento (da movere: pausa-che-passa, transito, fuggente interludio) tra il tramonto del vecchio Anno e la salita al trono del nuovo Signore: un momento pericoloso per eccellenza, poiché in esso non valgono più le antiche norme e le nuove non hanno ancora potere. Da qui il ricorrente fascino del simbolo della nave: si toglie l’àncora, si salpa dal porto un tempo sicuro, ci si arrischia per l’alto mare. (...)

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Pubblicato il 14.01.08 23:29 | Permalink

19.02.2008

Charles Baudelaire. Con gli occhi colmi di immagini - di Roberto Calasso

Repubblica 2.2.08
Charles Baudelaire. Con gli occhi colmi di immagini - di Roberto Calasso

Il grande poeta francese raccomandava la lettura dei "Salons" di Diderot a cui si era largamente ispirato. Pubblichiamo il testo letto ieri sera da alla Warburg-Haus di Amburgo, dove ha ricevuto il Premio Warburg

I Salons di Diderot sono l´inizio di ogni critica deambulante, capricciosa, insofferente, umorale, che si rivolge ai quadri come ad altrettante persone, si aggira curiosa fra paesaggi e figure, usa le immagini come trampolini e pretesti per esercizi di metamorfosi a cui si abbandona con la stessa prontezza con cui poi se ne sbarazza. Se si elimina la parola arte, sempre ingombrante e spesso improvvida, fare un Salon equivale a lasciarsi scorrere davanti agli occhi una sequenza di immagini che rappresentano, in ordinati drappelli, i momenti più disparati della vita: dalla mutezza inaccessibile della natura morta sino agli episodi solenni della Bibbia e alle cerimonie grandiloquenti della Storia. Per un uomo come Diderot, dalla mente cangiante e disponibile pressoché a tutto, il Salon diventava l´occasione più adatta per mettere in scena quell´officina turbolenta e perennemente attiva che aveva sede nella sua testa.
Diderot non aveva propriamente un pensiero, ma la capacità di far zampillare il pensiero. Bastava dargli una frase, un interrogativo. Da lì, se si abbandonava al suo febbrile automatismo, Diderot poteva arrivare ovunque. E, nel tragitto, scoprire molte cose. Ma non si fermava. Quasi non sapeva quel che scopriva. Perché era solo un passaggio, un aggancio fra tanti. Diderot era il contrario di Kant, che doveva legittimare ogni frase. Per lui, ogni frase era infondata in sé, ma accettabile se spingeva a procedere oltre. Il suo ideale era il moto perpetuo, una continua scossa nervosa che non concedeva di ricordare da dove si era partiti e lasciava decidere al caso il punto dove fermarsi. Per questo Diderot disse dei Salons: «Non c´è nessuna delle mie opere che mi somigli altrettanto».

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Pubblicato il 19.02.08 00:00 | Permalink

«Le gouvernement de soi er des autres»: Michel Foucault, Collège de France, 1983

L'indocile autonomia della presa di parola
Pubblicato in Francia «Le gouvernement de soi er des autres» il volume sul corso tenuto nel 1983 al Collège de France. Una ulteriore tappa del filosofo francese nella critica del Politico La virtù democratica per eccellenza non è la decisione, ma l'esercizio della libertà da parte dei dominati nella complessa relazione che li oppone al governo della città
Roberto Ciccarelli

Entrava nell'anfiteatro rapido e grintoso. Prima di iniziare le sue lezioni al Collège de France, Michel Foucault sembrava pronto a tuffarsi in acqua. A metà degli anni Settanta, le cronache ne descrivono la voce forte ed efficace, i suoi tentativi di posizionare gli appunti tra i magnetofoni, unica concessione alla modernità analogica in una sala semibuia ricolma di stucchi, appena rischiarata da una lampada che l'autore di Sorvegliare e punire accendeva prima di iniziare a parlare a cento all'ora.
Grazie ai quei magnetofoni, e alla cura filologica di Frédéric Gros, Gallimard e Seuil hanno da poco pubblicato il corso, registrato tra il gennaio e il marzo del 1983, Le gouvernement de soi et des autres (pp. 382, euro 27). Per quindici anni, le densissime dodici ore di insegnamento al Collège de France sono state affrontate da Foucault come un'esplorazione di territori remoti in vista di libri a venire. Nelle sue intenzioni, questo corso del 1983, insieme a quello tenuto all'università californiana di Berkeley nel secondo semestre dello stesso anno, raccolto dieci anni fa in Discorso e verità nella Grecia antica (Donzelli), avrebbero dovuto confluire in un libro dal titolo omonimo, mai pubblicato a causa della morte del loro autore.
Già nel corso del 1982 su L'ermeneutica del soggetto (Feltrinelli), Foucault aveva spiegato la sua intenzione di rivolgersi alla cultura classica, in quel caso la sessualità e la cura del sé in Grecia e a Roma, come parte di una storia delle pratiche attraverso le quali un soggetto si costituisce, e a partire dalle quali esso giunge ad un rapporto con la verità. Il corso del 1983 sposta il progetto su un terreno più direttamente politico, assumendo l'idea che il discorso filosofico in Occidente si è costituito sulla piega del governo di sé e degli altri.

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Pubblicato il 19.02.08 00:00 | Permalink

La morte di Michele Ranchetti

l’Unità 5.1.08
Lutti. Fu studioso del cattolicesimo e poeta - Addio a Ranchetti traduttore di Freud

È morto l’altro ieri Michele Ranchetti, intellettuale poliedrico ed eclettico. Traduttore, docente di storia, pittore e poeta, Ranchetti nacque a Milano nel 1925 ma si trasferì a Firenze nel 1967. Qui diventò professore ordinario di Storia della Chiesa all’Università degli studi di Firenze dal 1973 al 1998.
Ranchetti è stato studioso del cattolicesimo e della Chiesa; traduttore di Wittengstein, Freud, Celan e Rilke, ha lavorato per Feltrinelli, Boringhieri e Adelphi. La sua prima raccolta di poesie dal titolo La mente musicale risale al 1988, la seconda, Verbala, vinse il Viareggio-Repaci 2001, nella sezione poesia.
«Ranchetti è stato un grande intellettuale, figura eclettica e di spessore non comune - dice il sindaco di Firenze Leonardo Domenici in un messaggio alla famiglia -. I suoi studi e i commenti sul cattolicesimo e la Chiesa, le sue traduzioni di Wittengstein e Heidegger, le sue raccolte di poesie lasciano un grande patrimonio al mondo della cultura fiorentina e nazionale, nel segno di una curiosità intellettuale e di una libertà di pensiero ormai sempre più rare da incontrare». Severino Siccardi, direttore della rivista Testimonianze e consigliere regionale della Toscana, ricorda che «la sua attenzione e la sua vicinanza ad alcune figure di “frontiera” della tormentata relazione tra fede, storia e società nel nostro tempo, costituiscono un’eredità culturale preziosa, su cui tornare a concentrarsi e a meditare».

Pubblicato il 19.02.08 17:54 | Permalink

Ragione e fede - di Emanuele Severino

Corriere della Sera 6.2.08
Il rapporto tra ragione e fede. Solo la filosofia può essere laica - di Emanuele Severino

H a ragione Claudio Magris a rilevare che l'uso del termine «laico » (sul Corriere del 17 gennaio scorso) è pieno di equivoci. Gli equivoci dei concetti rendono equivoche anche le azioni.
Mi sembra utile discutere il suo intervento. E dico subito all'amico Magris che è mia abitudine discutere le cose di rilievo. «Laicità », egli scrive, «è essenzialmente la capacità di distinguere ciò che è dimostrabile razionalmente da ciò che è invece oggetto di fede». Questa capacità non è cosa da poco. Presuppone che si sappia che cosa sia «dimostrazione razionale » e che cosa sia «fede ». Questa capacità segna niente di meno che la nascita della filosofia, la presa di distanza della filosofia dal mito, cioè dalla fede. Nella sua essenza più profonda «laicità» significa «filosofia». Non si può dire, allora, quello che Magris dice: che quella capacità «non è un contenuto filosofico, bensì una forma mentis ». Si può sì avere una forma mentis più o meno vicina al pensare filosofico (nel qual caso sarà appropriato chiamarla «laicità »), ma se questa forma non vuol essere a sua volta una fede deve diventare filosofia.
Ma è ancora più interessante l'affermazione con cui Magris esprime uno dei luoghi centrali del pensiero liberale: «Laicità significa tolleranza, dubbio rivolto anche alle proprie certezze». Questa definizione di «laicità» intende completare la precedente, ma in effetti la mette in questione. Che la ragione vada distinta dalla fede è una certezza di Magris. Ma, allora, il «dubbio rivolto anche alle proprie certezze » mette in dubbio anche quella distinzione tra ragione e fede? Se non la mette in dubbio, allora c'è un sapere che non può esser messo in dubbio — e la definizione di «laicità» deve esser rivista. Se invece tutto è dubitabile, allora la «laicità» diventa, nonostante le intenzioni, quello scetticismo o quel relativismo nel quale la Chiesa ritiene consistere tutta la forza del pensiero del nostro tempo (che invece ha ben altra potenza) e che quindi la Chiesa fa presto a togliersi dattorno.
Nell'intervento di Magris c'è, tra le altre, una terza definizione di «laicità». Per lui (come per molti altri) la sentenza evangelica del dare a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio è un «principio laico ». Qui debbo fare quello stesso che egli dice di esser costretto a fare; devo ripetere cioè cose che vado richiamando da decenni anche su queste colonne — convinto peraltro che sia opportuna la ripetizione (della quale chiedo scusa pur avvedendomi che non è superflua, come il discorso di Magris conferma). Sia opportuna affinché non accada che ognuno parli per conto proprio. Si tratta di capire che, per Gesù, dando a Cesare quel che gli spetta non gli si può dare tuttavia qualcosa che sia contro Dio (Gesù non può pensare una cosa del genere); e che, per i Romani (e per molte altre concezioni dello Stato), dando a Dio quel che a sua volta gli spetta non gli si può dare qualcosa che sia contro Cesare (nemmeno lo Stato, Cesare, potrebbe pensare una cosa del genere).
Le conseguenze sono notevoli e tutt'altro che «laiche ».
Nella logica evangelica, le leggi dello Stato non possono contrastare le leggi di Dio. Devono essere cioè leggi cristiane. Lo Stato deve essere cristiano. Il peccato è anche delitto. Non può esserci una zona «neutra » dove le leggi siano indifferenti rispetto alle leggi di Dio. Teocrazia; non «laicità».
Nella logica di Cesare, le leggi di Dio non possono contrastare le leggi di Cesare. Devono essere leggi statali. La religione dev'esser controllata dallo Stato. Il vero peccato non è quello punito da un Dio che sta nei cieli: è il delitto punito dallo Stato. Assolutismo, totalitarismo politico; non «laicità».

Il vero senso della frase: «A Cesare quel che è di Cesare, a Dio quel che è di Dio»

Pubblicato il 19.02.08 17:58 | Permalink

Il funzionamento del cervello: dieci assunti

Corriere della Sera 9.2.08
Massimo Piattelli Palmarini illustra la ricerca sul funzionamento del cervello. Se la medicina sconfina nella filosofia. Biologia, psicoanalisi, etica: gli sviluppi delle neuroscienze - di Edoardo Boncinelli

Gli studi La scelta
In dieci assunti Piattelli Palmarini definisce il campo del nuovo sapere Intelligenze: la mente dell'uomo nella complessità delle sue funzioni secondo S.M. Sandford (Corbis).
Si parla oggi sempre più spesso di neuroscienze, anche se alcuni usano il termine neuroscienza, al singolare, e altri parlano più specificamente di neuroscienze cognitive o direttamente di scienze cognitive. Si tratta della nuova, ultima forma di conoscenza scientifica del cervello e del suo funzionamento, che include molte conclusioni tratte dalla ricerca sperimentale nei campi della neurobiologia e della psicologia, ma anche una certa dose di interpretazione e di speculazione.

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Pubblicato il 19.02.08 18:05 | Permalink

La sinistra contro il suo destino: Mario Tronti

il manifesto 10.2.08
La sinistra contro il suo destino - di Mario Tronti

Ragioniamo su questo passaggio di crisi politica. Cerchiamo di individuarne le cause nascoste. Spesso accade che si prendano per cause quelle che sono conseguenze e viceversa. Di qui, l'attuale confusione strategica, la vera madre di tutte le sconfitte tattiche. Sgombriamo il campo dalla tentazione di dire che siamo a un passaggio decisivo, che si tratta della crisi finale di qualcosa che c'è stato fin qui. Non è vero. Non c' è nessuno stato d'eccezione. C'è una normalità che stancamente si ripete, senza che uno scarto, un'eccedenza, un esodo, un che di incomprensibile, irrompa sulla scena pubblica domandando di essere appreso col pensiero.
E', se possibile, sobriamente che dobbiamo ragionare. Ad esempio: questo terrore di un cambio di governo, francamente non riesce, con tutta la buona volontà , ad innescare qualcosa di oscuramente perturbante. Per lo stesso motivo per cui l'altra, appena trascorsa, esperienza di governo non ha suscitato qualcosa di particolarmente affascinante. Piuttosto dovremmo imparare a utilizzare i passaggi dentro una prospettiva, a strumentalizzare il momento per pensare l'altro da questo.

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Pubblicato il 19.02.08 18:06 | Permalink

Illuminismo addio: comincia il secolo delle paure «liquide»: Bauman

Corriere della Sera 14.2.08
L'analisi Bauman teme la «globalizzazione cattiva», Illuminismo addio: comincia il secolo delle paure «liquide» - di Giuseppe Galasso

«Questo libro», dice Zygmunt Bauman, «è un inventario delle paure liquido- moderne», e tenta di individuare le loro radici comuni e i modi di vincerle.
La «modernità liquida» è per lui il mondo post-moderno, in cui «la vita liquida scorre da una sfida all'altra, da un episodio all'altro, e per la consuetudine che abbiamo con le sfide e gli episodi, essi tendono a non durare a lungo». Per le paure è lo stesso. La speranza illuministica di tagliarne le radici non si è realizzata. Anzi, «nel contesto liquido-moderno la lotta contro le paure si è rivelata un compito a vita », e i pericoli per cui nascono sono diventati «compagni permanenti e inseparabili della vita umana ».
Preoccupante è poi specialmente la prospettiva politica alla quale per Bauman il dilagare della paura sembra destinare l'umanità del XXI secolo. «La nostra globalizzazione negativa — egli scrive — oscilla tra il togliere la sicurezza a chi è libero e l'offrire sicurezza sotto forma di illibertà». Di più non c'è da sperare, e Bauman, che certo non pecca di incoerenza e non difetta di spirito consequenziario, ne deduce, infatti, che «ciò renderà la catastrofe "ineluttabile"».

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Pubblicato il 19.02.08 18:13 | Permalink

Se il moderno oscilla tra stasi e cambiamento - di Carlo Galli

Repubblica 15.2.08
L'ideologia del mutamento e il confronto fra tradizione e novità. Se il moderno oscilla tra stasi e cambiamento - di Carlo Galli
Nell´ambito politico, la dialettica tra Bene e Male si presenta nel fronteggiarsi di tradizione e rivoluzione, di conservazione e innovazione, di stabile identità e di metamorfosi infinita

La vertiginosa ebbrezza del nuovo e l´abissale profondità del sempre identico; la libertà da ogni legame e l´adesione a ciò che permane; il presente come eterno futuro e il passato come eterno presente; questi due volti dello Spirito si fronteggiano in ambito filosofico fino da Parmenide e Eraclito, dalle rispettive immaginazioni dell´immutabilità dell´Essere sempre identico a se stesso e dello svanire di ogni stabile identità nel perenne movimento e nei suoi milioni di attimi che incessantemente si cancellano e si superano. La percezione di questa ineliminabile duplicità si ripresenta nel corso della storia del pensiero; ad esempio, nel 1839 Feuerbach contrapponeva la sapienza biblica per cui non vi è nulla di nuovo sotto il sole, alla filosofia tedesca - Hegel in particolare - per la quale l´esperienza umana non è che un susseguirsi di novità, il corteo bacchico della ragione, un continuo cambiamento di condizioni e di interpretazioni.
È certo che in particolare l´età moderna ha avuto come propria legge di sviluppo la rottura d´orizzonti, l´apertura di spazi, il tracciare nuove rotte in mari continuamente scoperti. Non a caso nel Manifesto Marx scrive celebri pagine sulla potenza trasformatrice del capitalismo, sul ruolo rivoluzionario della borghesia e sullo sradicamento e il sovvertimento che essa introduce nella storia dell´umanità; e per questa via gli si fa presente uno dei modi di funzionamento della modernità: la rivoluzione economica e sociale come miccia che innesca il progresso, il quale è a sua volta la vera legge della storia. Il cambiamento e la novità - non l´immutabilità dell´Essere - sono di fatto il Bene.

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Pubblicato il 19.02.08 18:16 | Permalink

Contributi alla filosofia di Heidegger: una recensione di Marco Vozza

La Stampa Tuttolibri 16.2.08
Heidegger. Finalmente tradotti i "Contributi alla filosofia", testi degli anni 1936-38che segnarono la svolta del suo pensiero
Qui si assiste a un vero evento
di Marco Vozza

Nel 1989, l'anno della caduta del muro d iBerlino, uscì un libro postumo di Heidegger, uno dei più influenti e controversi filosofi del secolo scorso. L'attesa di una traduzione italiana è stata piuttosto lunga ma ora disponiamo di un volume di straordinaria densità teoretica e semantica (a cura di Franco Volpi) che presenta ben due titoli: uno pubblico e generico: Contributi alla filosofia ed uno più essenziale che mira all'identità stessa dell'essere: Dall'evento.
Dopo una «lunga esitazione», Heidegger concepì questo work in progress tra il 1936 eil 1938, anni segnati dal dominio europeo del nazionalsocialismo, successivi al fallimento dell'impegno politico del filosofo-rettore; la crisi non era soltanto di ordine sociopolitico («ovunque dilaga lo sradicamento») poiché coinvolgeva anche il ruolo della scienza (criticata da Husserl) e l'avvenire stesso della sua filosofia, ormai lontana dall'antropologia esistenzialista di Essere e tempo e avviata verso un problematico superamento dell'orizzonte metafisico di pensiero,sfociato nel nichilismo.

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Pubblicato il 19.02.08 18:17 | Permalink

21.02.2008

La riscoperta di Sartre - di Pier Aldo Rovatti

Repubblica 20.2.08
La riscoperta di Sartre - di Pier Aldo Rovatti
Il cantiere aperto dell´immaginario, riscoprire il maestro francese. Immaginare significa ampliare i confini senza affidarsi a un´idea rigida di verità. Dalla sua filosofia ricaviamo stimoli per rispondere alle domande urgenti del presente

L´Italia riscopre Sartre. Recenti pubblicazioni e convegni di studio danno vita postuma a una delle maggiori figure intellettuali del Novecento. Non si è finito di scavare tra i suoi lasciti, come attesta il lavoro di un piccolo editore milanese (Christian Marinotti) che ha da poco reso leggibile in italiano l´Intelligibilità della storia. E poi, solo per ricordare le ultimissime uscite, il volume degli scritti letterari giovanili Novelle e racconti e il saggio La libertà cartesiana del 1946, anno cruciale. Da segnalare anche L´immaginario del 1940, appena ripubblicato da Einaudi.
Recenti pubblicazioni, anche di notevole importanza, e convegni di studio danno vita postuma a una delle maggiori figure intellettuali del Novecento, mi riferisco a Jean-Paul Sartre. Un pensatore, uno che ha lasciato il segno anche nella letteratura e nel teatro, ma anche uno che da sempre sta stretto nelle etichette e di cui ancora oggi - diciamolo - non sappiamo bene che conto tenere. Non si è certo finito di scavare tra i suoi lasciti, come attesta il lavoro encomiabile di un piccolo editore milanese (Christian Marinotti) che ha da poco reso leggibile in italiano la corposa continuazione della Critica della ragione dialettica, un vero e proprio cantiere di analisi e di problemi intitolato Intelligibilità della storia, in cui Sartre mette alla prova il suo marxismo critico ed eretico con la esperienza di Stalin. E poi, solo per ricordare le ultimissime uscite, il volume degli scritti letterari giovanili Novelle e racconti e il saggio La libertà cartesiana del 1946, anno cruciale.

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Pubblicato il 21.02.08 22:36 | Permalink

09.03.2008

Derrida. Bioetica, giustizia, politica: che fare? «Il futuro è una chance, non ingabbiatelo» - di Jacques Derrida

Corriere della Sera 9.3.08
Derrida. Bioetica, giustizia, politica: che fare? «Il futuro è una chance, non ingabbiatelo» - di Jacques Derrida

Kant e Lenin un testamento per il domani
di Pierluigi Panza
Nel luglio del 2001, alcuni studiosi riuniti nel castello de Castries in Linguadoca per un convegno, decisero di raccogliere alcune riflessioni in un libro da pubblicare in occasione del 65mo compleanno di Jacques Derrida, il 15 luglio 2005. Ma la malattia si portò via il filosofo un anno prima.
Queste riflessioni, curate da René Major, escono comunque ora dall'editore Stock in Francia (AA.VV., Derrida, pour les temps à venir, Stock, pp. 530, e 30) con un contributo inedito del padre del Decostruzionismo offerto per la pubblicazione da Marguerite Derrida.
Questo contributo s'intitola Pensier ce qui vient e qui ne presentiamo un estratto tradotto.
Derrida, che si muove nell'ambito hegeliano dell'analisi della tradizione operando sulla scomposizione del linguaggio, invita in questo saggio a decostruire il presente per pensare a un futuro di «apertura» per il cittadino cosmopolita.
L'invito rivolto a politica, scienza e media è quello di interrogarsi nuovamente sulla domanda di Kant e di Lenin «che fare?» e in vista di «quale uomo».
Derrida, come da suo approccio, non fornisce una risposta definitoria, ma invita a non pensare agli esiti di scienza, giustizia e politica come un fine («telos») determinato a priori. In tutti i campi si deve sempre supporre una «inadeguatezza incalcolabile», una «disgiunzione infinita» che non è negativa, ma una chance per l'avvenire. Ecco il testo.

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Pubblicato il 09.03.08 00:00 | Permalink

10.03.2008

Galileo Galilei. L'"intervista impossibile" allo scienziato - di Piergiorgio Odifreddi

Repubblica 10.3.08
Galileo Galilei. L'"intervista impossibile" allo scienziato - di Piergiorgio Odifreddi

"Ho investigato la natura dell´Inferno: è come un cono, il cui vertice è al centro del mondo e la base verso la superficie della terra"
"Spero che lo scopritore della Teoria della Relatività non abbia dovuto subire gli stessi attacchi del potere costituito che toccarono a me"
Un viaggio nella sua concezione dell´universo, della filosofia e della letteratura. E i suoi punti in comune con Calvino, Primo Levi, Einstein

«La filosofia è scritta in questo grandissimo libro che continuamente ci sta aperto innanzi agli occhi (io dico l´universo), ma non si può intendere se prima non si impara a intender la lingua, e conoscer i caratteri, ne´ quali è scritto. Egli è scritto in lingua matematica, e i caratteri son triangoli, cerchi, e altre figure geometriche, senza i quali mezi è impossibile a intenderne umanamente parola».
Messer Galileo, ci scusi se l´interrompiamo per l´intervista che abbiamo concordato. Che cosa stava facendo?
«Stavo rileggendo una pagina del mio Saggiatore. Una delle poche rimaste attuali, visto che in quel libro sostenevo una teoria completamente errata: che le comete, cioè, fossero illusioni ottiche prodotte dalla luce solare sul materiale esalato dalla Terra verso la Luna e oltre, e non corpi reali».
Ma quella pagina vale da sola tutto il libro, e contribuì a far dichiarare a Italo Calvino che lei è stato «il più grande scrittore italiano di tutti i tempi».
«Addirittura? Più di Padre Dante e Messer Ariosto?»
Almeno fra i prosatori. Ma visto che ha citato i poeti, ci dica quale fu il suo rapporto con Dante e Ariosto.
«Su Dante ho tenuto nel 1588 Due lezioni all´Accademia Fiorentina circa la figura, sito e grandezza dell´Inferno, nelle quali notavo che, se è stata cosa difficile e mirabile l´aver potuto gli uomini, per lunghe osservazioni, con vigilie continue e per perigliose navigazioni, misurare e determinare gli intervalli dei cieli, le grandezze delle stelle e i siti della terra e dei mari, allora quanto più meravigliosa dobbiamo stimare l´investigazione del sito e della natura dell´Inferno, sepolto nelle viscere della terra, nascosto a tutti i sensi, e da nessuno per nessuna esperienza conosciuto!»

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12.03.2008

Severino e Bontadini - Tra allievi e maestri - di Emanuele Severino

Corriere della Sera 12.3.08
Filosofia Un libro dedicato al pensatore cattolico Gustavo Bontadini riapre la discussione sulla riflessione del suo maggior allievo
Severino: la mia autodifesa. Nietzsche e i credenti uniscono Essere e Nulla. Io riparto da Parmenide
di Emanuele Severino

Nietzsche crede che ad eccezione di Eraclito e di lui stesso tutti i filosofi si siano posti al seguito di Parmenide. Appunto per questo intende operare il «superamento dei filosofi ». E Karl Popper — filosofo della scienza e promotore del rinnovamento del neopositivismo logico — ritiene a sua volta che la maggior parte dei grandi fisici del nostro tempo (Boltzman, Minkowski, Weil, Schrödinger, Gödel, Einstein) si muovano sostanzialmente nell'ambito del pensiero parmenideo; sebbene a sua volta propenda per una interpretazione non parmenidea del mondo fisico, come quella di Heisenberg. Platone chiamava Parmenide «venerando e terribile», come un dio. E l'unico strappo di Aristotele al proprio sempre misurato linguaggio riguarda Parmenide: le sue dottrine, dice, sono «follie».
Ma le cose non stanno così. Tutti i filosofi, dopo Parmenide, hanno mirato a «superarlo»; la logica dei fisici non ha nulla a che vedere con il suo pensiero, la cui potenza è stata sempre, in ogni campo, misconosciuta. Sono più di cinquant'anni che vado mostrandolo. Molto pochi, se si tien conto della posta in gioco.

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Pubblicato il 12.03.08 18:32 | Permalink

26.03.2008

Platone e la globalizzazione - di Emanuele Severino

Corriere della Sera 22.3.08
Lo scenario Il futuro dell'Occidente, le sfide del mercato, il ruolo della Chiesa e dell'economia: il filosofo critica l'ultimo libro dell'ex ministro. Platone e la globalizzazione - di Emanuele Severino

Si dice: l'Europa si è allontanata dalle proprie radici cristiane, tuttavia, purché lo si voglia, esse possono salvarla già qui sulla terra. Ma si dice anche: nonostante il rinnovato vigore del cristianesimo nel mondo cattolico, e negli Stati Uniti e in Russia, tale rinnovamento appartiene a un processo dove quelle radici sono destinate alla decomposizione e dove la tecnica è la volontà che, al culmine di tale processo, si presenta come la suprema forza salvifica.Sostengo da tempo questa tesi, ma in un senso che però differisce essenzialmente dalle varie forme di tecnocrazia. La prima tesi è invece propria della Chiesa cattolica e di quanti seguono il suo insegnamento. Tra di essi, in Italia, ora anche Giulio Tremonti, nel suo libro La paura e la speranza (Mondadori, pp. 112, e16): per salvare l'Europa serve «una filosofia che ci sposti dal primato dell'economia al primato della politica», «serve una leva» il cui «punto di appoggio può essere uno solo: le radici giudaico-cristiane dell'Europa» (p. 62); e per Tremonti questo discorso «coincide perfettamente » con la dottrina, di Benedetto XVI, che «non si può governare la storia con mere strutture materiali, prescindendo da Dio» (p. 81). Si vuole dunque governare la storia, avere potenza su di essa; e, certo, lungo la tradizione occidentale si pensa per lo più che la vera potenza sia ottenuta alleandosi a Dio. Pertanto Tremonti aggiunge che «il principio della soluzione della crisi europea non sta nella tecnica, non sta nella supposta forza salvifica della tecnocrazia, sta nella politica e nel potere» (p. 62).
Egli non giustifica una così rapida liquidazione della tecnica. Forse perché, come altri, identifica ciò che non è identico: economia (di cui, certo, parla molto) e tecnica. Inoltre, nonostante l'intento di assegnare alla filosofia una posizione fondamentale, l'affermazione che «punto di appoggio» della «leva» filosofica siano le «radici giudaico-cristiane» implica che la filosofia debba fondarsi sulla fede cristiana — la qual cosa, come ho altre volte rilevato ( Corriere, 19 gennaio 2008) è daccapo un principio che, sebbene particolarmente sottolineato dall'attuale pontefice, è tuttavia una resa a quel «relativismo » da cui anche l'ortodossia cattolica di Tremonti vorrebbe prendere le distanze.

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Pubblicato il 26.03.08 17:38 | Permalink

07.04.2008

La filosofia salverà l'Europa. Pensiero e scienza: condizioni fondamentali per costruire una nuova «potenza» - di Emanuele Severino

Corriere della Sera 6.4.08
La vocazione del nostro continente è quella di superare i propri confini, anche ideologici. È sufficiente che ne prenda coscienza
La filosofia salverà l'Europa. Pensiero e scienza: condizioni fondamentali per costruire una nuova «potenza» - di Emanuele Severino

La rivista. Saggi sul futuro - L'articolo pubblicato in questa pagina è un ampio stralcio del saggio di Emanuele Severino «La potenza e l'Europa», contenuto nel numero 7 del bimestrale «Kos», rivista dell'Editrice San Raffaele, in libreria da domani. Il fascicolo ospita, oltre a un portfolio di Gianluigi Colin, interventi di Giovanni Reale, Luca Canali, Maria Grazia Roncarolo e Gianvito Martino, nonché il testo che il direttore e fondatore Luigi Maria Verzé ha pronunciato il giorno del suo ottantottesimo compleanno per la posa della statua dell'arcangelo Raffaele sulla cupola della nuova struttura detta Basilikon.

Per l'Europa, la sfavorevole congiuntura economica non è il pericolo maggiore. L'Europa è militarmente debole. Tradizionalmente collocata nella sfera della potenza militare statunitense, è per molti versi — cioè non solo dal punto di vista geografico, peraltro rilevante — più vicina alla Russia che agli Stati Uniti. Già dagli anni dell'implosione dell'Urss osservavo che quanto sarebbe stato impossibile durante la guerra fredda, stava diventando una possibilità non utopica anche se estremamente complessa e piena di incognite: quella collaborazione tra la ricchezza economica europea e il potenziale atomico russo, che avrebbe potuto prefigurare una vicinanza più profonda sul piano politico. Tale possibilità esiste tuttora. Ma dopo la guerra fredda l'Europa, confrontandosi con la Russia, poteva mettere sul piatto della bilancia un'economia forte, capace di aiutare la Russia in modo risolutivo. Quest'ultima aveva (come ha tuttora) un arsenale atomico in grado di distruggere qualsiasi nemico. Unica, insieme agli Usa, ad avere questa potenza. Che però (a differenza di quella americana) era alimentata da un'economia vacillante. Di qui l'importanza dell'aiuto europeo. Oggi, invece, l'economia russa è in forte ripresa ed è capace di sostenere quel potenziale atomico che separa la sorte di Stati Uniti e Russia da quella di tutti gli altri Stati del pianeta. In un mondo sempre più pericoloso, l'Europa tende pertanto a oscillare tra la consolidata protezione militare degli Stati Uniti — convinti peraltro di non dover rendere conto a nessuno, nemmeno ai loro alleati europei, delle loro decisioni di fondo — e una più stretta collaborazione con una Russia che d'altra parte suscita molte diffidenze nei governi dell'Unione. Tuttavia il discorso sull'Europa si fa estremamente più complesso di quanto già non sia sul piano economico-politico, quando ci si rivolga al significato della potenza.

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Pubblicato il 07.04.08 03:09 | Permalink

09.04.2008

Tzvetan Todorov: le nostre radici sono nell'Illuminismo, che significa pluralità di culture

Corriere della Sera 9.4.08
Dialogo Il grande intellettuale bulgaro spiega il suo distacco dallo strutturalismo. E risponde alle obiezioni di Cesare Segre sulla funzione della critica. «La vera eredità europea non è cristiana» Tzvetan Todorov: le nostre radici sono nell'Illuminismo, che significa pluralità di culture di Paolo Di Stefano

PARIGI — Dalla critica letteraria alla storia della cultura. Dalla letteratura alla filosofia morale, al pensiero politico. E ritorno. L'itinerario di Tzvetan Todorov è solo in apparenza imprevedibile, e chi ha visto nell'ultimo libro dello studioso bulgaro il risultato di una «conversione» semplifica le cose. È vero, è stato uno dei pionieri dello strutturalismo e ora, con La letteratura in pericolo (Garzanti), mette in guardia dall'abuso degli strumenti critici. Ma quarant'anni dopo, Todorov è diventato uno degli intellettuali europei più autorevoli grazie alle sue riflessioni sulla memoria, sui regimi totalitari, sulle ideologie, sull'identità. Un cammino molto lungo da quando, ventiquattrenne, nel '63 lasciò Sofia per stabilirsi a Parigi, accanto ai mostri sacri Barthes e Genette. C'è anche una questione autobiografica dietro la svolta di oggi.
È di questo che Todorov parla, tranquillamente seduto a un tavolino del Café de la Contrescarpe, che guarda su una piazzetta a due passi dal Panthéon: «In Bulgaria era una necessità affrontare gli elementi che sfuggivano all'ideologia: stile, forma narrativa, tecnica compositiva. Ma stando in Francia, è venuto meno il tabù che pesava sulle idee, sulle relazioni tra letteratura e mondo. Dunque a poco a poco ho maturato una coscienza nuova: mi sono reso conto che per avanzare in una migliore comprensione dell'essere umano, che è l'obiettivo delle scienze umane, è necessario mettere in gioco la propria stessa esistenza». Così le pretese scientiste del formalismo, nell'approccio alla letteratura, venivano messe in crisi: «Capii che non potevo più esercitare la mia intelligenza su un oggetto come se mi fosse estraneo: è stata la mia biografia a portarmi verso argomenti come l'altro, l'incontro di culture, le scelte morali imposte all'individuo dal totalitarismo».
Dopo studi memorabili quali I formalisti russi e La letteratura fantastica, nei primi anni '80 si arriverà a La conquista dell'America. Fino agli studi sull'Illuminismo («il pensiero di un'epoca non abita solo nei libri di filosofia, ma anche nelle opere d'arte: il mio sogno è scrivere una storia dell'Illuminismo attraverso la pittura») e al pamphlet
sull'Europa: «Si parla tanto di eredità cristiana, ma l'Europa ha anche una tradizione greca, romana, ebraica, musulmana, del libero pensiero. Il suo statuto è la pluralità. Il richiamo ai Lumi, che per la prima volta hanno percepito il pluralismo come virtù, mi sembrerebbe più attuale e indispensabile che il richiamo alle origini cristiane: la decisione di accogliere le diversità è un'invenzione esclusiva dei Lumi e certamente non appartiene a nessuna tradizione religiosa. Lungi da me ogni velleità di ignorare la funzione del Cristianesimo nella nostra cultura, ma sul piano politico, come cittadini dobbiamo riconoscere che sono stati i Lumi a svolgere il ruolo decisivo».

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Pubblicato il 09.04.08 18:50 | Permalink

17.04.2008

Galimberti: Filosofia del «copia e incolla» - di Roberto Farneti

da Il Giornale

A leggere L’ospite inquietante. Il nichilismo e i giovani, di Umberto Galimberti (Feltrinelli, 2007, pagg. 180, euro 12) la sensazione di déjà-vu raggiunge proporzioni tali da mettere in ombra le altre solite e collaudate proprietà del discorso filosofico del Nostro: l’inconcludenza, la laudatio arcadica, l’assenza di argomenti genuinamente filosofici... Ma si tratta di lavorare di memoria per risalire alle fonti del testo (e del pensiero) galimbertiano. Prendiamo il libro Le plaisir et le mal (Paris, Odile Jacob, 1997, traduzione italiana: Il piacere e il male, Feltrinelli, 1999) di Giulia Sissa. Il libro è effettivamente citato (una sola volta e di sfuggita, a pagina 71) nell’Ospite inquietante, ma la sua menzione è sommersa in una fitta selva di note e rinvii, e il titolo dell’edizione italiana viene reso, sia in nota sia nell’indice, con Sesso, droga e filosofia, che in realtà è il sottotitolo del libro. Quel che segue è il risultato di una lettura comparata dei due testi.
Galimberti scrive che «iniettarsi eroina si dice in italiano “bucarsi”. Il corpo si fa “abisso”, che etimologicamente significa “senza fondo”. Allo stesso modo in francese “essere alcolizzato” si dice “bere come un buco (boire comme un trou)”. Tossici e alcolizzati parlano in greco antico e descrivono la loro incapacità di “contenere” con immagini platoniche». Confrontiamo ora con Il piacere e il male di Giulia Sissa: «Iniettarsi eroina si dice, in italiano, bucarsi \. Il corpo si fa abisso - che significa, etimologicamente, “senza fondo” \. Essere alcolizzato si dice, in francese, “boire comme un trou”, bere come un buco. \ E, anche se non parlano il greco attico, \ lo dicono con immagini platoniche».
Galimberti: «perché il desiderio è \ come la “giara bucata”, per stare alle immagini di Platone, o come il “piviere” che è quell’uccello che mangia e nello stesso tempo evacua».
Sissa: «in un linguaggio intessuto di immagini, Platone la rappresenta \ sotto forma di una giara sfondata, di piviere (un uccello che mangia e defeca nello stesso tempo)».Galimberti: «Sotto questa forma il desiderio ci fa provare un dolore insopportabile eppure irresistibile, e il piacere che ne segue è cessazione di questa pena, anestesia, piacere negativo \».

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19.04.2008

Galimberti La Feltrinelli difende le pagine fotocopia

Galimberti La Feltrinelli difende le pagine fotocopia
di Redazione - Il Giornale

Partiamo facendo il punto della situazione. Sulle pagine di questo giornale Roberto Farneti ha messo in luce, nei giorni scorsi, una serie di insolite somiglianze tra L’ospite inquietante di Umberto Galimberti - filosofo, psicologo e antropologo (oltre che intellettuale di riferimento per un quotidiano come Repubblica)- e Il piacere e il male, saggio di un’antropologa meno nota in Italia, ma apprezzatissima all’estero: Giulia Sissa. L’ospite inquietante, scritto da Galimberti nel 2007 e tuttora nelle classifiche della saggistica, presenta nel sesto capitolo (precisamente tra pag. 65 e pag. 71) una serie di frasi che sembrano estrapolate, con variazioni men che minime, da Il piacere e il male, che era uscito in francese nel 1997 e nel 1999 in Italia. Giusto per fare un piccolo esempio, per chi non avesse seguito le puntate precedenti, riportiamo in questa pagina alcune delle frasi così simili da risultare quasi uguali. Le frasi «clonate» sono ovviamente molte di più.
Fonte di ulteriore imbarazzo per entrambe le penne accademiche coinvolte nella vicenda, è che l’editore dei due libri è lo stesso: Feltrinelli. Non proprio una piccola casa editrice di provincia, sprovvista di editor. Comprensibile quindi l’irritazione di Giulia Sissa che, ieri, ha rilasciato un’intervista al Giornale in cui dichiarava di non sentirsi tutelata dal suo editore.
Il caso, come c’era da immaginarsi, non è passato sotto silenzio. Così molti quotidiani hanno commentato con toni sarcastici la vicenda. Mario Baudino sulla Stampa ha iniziato la sua rubrica (Cartesio) ironizzando sul titolo del saggio di cotanto filosofo: «Un’ospite a sorpresa nel libro di Galimberti». Sulla stessa lunghezza d’onda Cristina Taglietti sul Corriere della sera. Al vetriolo, come sempre Andrea Marcenaro. Nella sua storica rubrica Andrea’s Version, sul Foglio, ha esordito con: «Non è possibile, non ci vogliamo e non ci possiamo credere...». E l’autore? Silenzio. L’editore? Silenzio. Nessuna reazione in una querelle mediatica che cerca un’ovvia risposta. Interpellati direttamente, l’imbarazzo è palpabile. La Feltrinelli prende tempo per preparare un comunicato.
Intercettiamo, invece, Umberto Galimberti nella sua casa milanese. All’inizio si limita ad un laconico «Sono su un’altra linea, mi può chiamare tra cinque minuti...». Scaduti i minuti canonici si passa a un: «Adesso sono con una persona mi può richiamare tra un’ora, ne parliamo...». Scaduta anche l’ora il professore è ancora attanagliato da comprensibili dubbi. La situazione non è delle più gradevoli, e il tono non nasconde l’impaccio: «Guardi non so se voglio fare un’intervista... Oppure mandarvi una lettera... Mi ci faccia pensare...». Dopo averlo pressato un poco, gli si lasciano gli ovvi recapiti, nell’ipotesi che decida di «riferire sul caso». Galimberti chiude dicendo: «Appena ho deciso comunque di sicuro l’avviso...».
Alla fine di un pomeriggio probabilmente concitato, alle 18.28, arriva per e-mail la presa di posizione dell’editore, che riportiamo integralmente: «A proposito degli articoli usciti in questi giorni sul libro di Umberto Galimberti, L’ospite inquietante, la Casa Editrice Feltrinelli precisa che il libro in parte raccoglie e rielabora gli articoli apparsi su Repubblica dal 1995 al 2007, come dichiarato nella nota in pagina del copyright. Il capitolo La seduzione della droga riproduce, non integralmente, la favorevolissima recensione di Umberto Galimberti al libro di Giulia Sissa Il piacere e il male pubblicata su Repubblica nel 1999. Nella recensione l’autore riportava passi del libro di Giulia Sissa senza le virgolette e gli stessi brani sono ora riemersi, otto anni dopo, nel capitolo in questione. Nella prossima edizione del libro L’ospite inquietante verranno apportate le correzioni necessarie e quindi sarà dato pieno riconoscimento allo stimato lavoro di Giulia Sissa. Milano, 18 aprile 2008». Prendiamo atto della risposta. Ma comunque i conti non tornano. Mettiamo pure che a Galimberti rielaborando gli articoli sia scappata, in quelle cinque paginette, una vecchia recensione archiviata senza riferimenti. Restano comunque due fatti: 1) per uno studioso del suo calibro è una sciatteria grave; 2) com’è che una recensione tratta da Repubblica, invece di essere un commento critico al lavoro della Sissa, si è trasformata in una serie di stralci di testo senza virgolettati? E come mai se il punto di partenza è una recensione non si cita correttamente nemmeno il titolo del libro in questione?
I dubbi rimangono e sono molti. Come diceva un tale: «A pensar male si fa peccato, ma spesso ci si azzecca».

Pubblicato il 19.04.08 00:00 | Permalink

21.04.2008

Galimberti e Sissa: La studiosa dell'Ucla «copiata» dal filosofo italiano: «Non è la prima volta che plagia testi altrui»

Corriere della Sera 21.4.08
La studiosa dell'Ucla «copiata» dal filosofo italiano: «Non è la prima volta che plagia testi altrui»
Giulia Sissa: Galimberti si scusi davvero, non cerchi scuse
di Stefano Bucci

«Accolgo le scuse di un mio lettore che, forse, mi stima troppo. Ma per favore: che si scusi e basta!». Giulia Sissa, la ricercatrice e storica dell'antichità (oggi all'Ucla di Los Angeles) non sembra davvero soddisfatta dell'ammissione di colpa del filosofo Umberto Galimberti che ieri ha dichiarato di aver «rielaborato» e «riassunto» nel suo L'ospite inquietante. Il nichilismo e i giovani (Feltrinelli) brani tratti da un saggio della Sissa pubblicato nel 1999 (sempre da Feltrinelli), Il piacere e il male. Sesso, droga e filosofia. E quasi a voler abbassare il livello della sua adrenalina («in questi giorni ha superato ogni limite»), Sissa cita Il nome della Rosa di Umberto Eco: «Ricorda quel manoscritto che lasciava tracce indelebili e velenose sulle dita e sulla lingua dei monaci curiosi? Leggere è fatale. Soprattutto quando si riscrive».
Le scuse, fatte ieri in un'intervista sul «Giornale », hanno ferito Sissa perché «quello di Galimberti non è stato un chiedere scusa, piuttosto un cercare delle scuse, un patetico arrampicarsi sugli specchi ». Il filosofo aveva detto: «Il mio libro è una raccolta di articoli, quelle pagine sono una rielaborazione di una recensione del 23 aprile 1999 che io scrissi parlando de Il piacere e il male di Giulia Sissa. Nella recensione io riassumevo ciò che diceva la professoressa Sissa». Più onesto, per la ricercatrice, il comunicato della Feltrinelli che parlava invece di «riproduzione», sia pure non integrale, della favorevolissima recensione di Galimberti in cui venivano riportati passi del libro della Sissa «senza le virgolette», passi «che ora riemergono dopo otto anni in un capitolo de L'ospite inquietante ».
Ma c'è di più: «Nel libro di Galimberti ci sono note riprese dal mio Il piacere e il male che non esistevano nella recensione del 23 aprile 1999 e che, quindi, devono essere state cercate e trovate nel mio libro». E ancora: «Rispetto alla stessa recensione sono state fatte ulteriori aggiunte prelevate sempre dal mio libro». Eccole: «A pagina 153 del mio libro io riassumo, ma con debito rinvio in nota, le idee dello psichiatra Edward Khantzian. Questo passo non si trova nella recensione del 1999, ma è stato inserito nel pezzo apparso su "La Repubblica" nell'agosto 2007 e poi a pagina 69 dell'Ospite
inquietante ». Oltretutto, dice Sissa, «per colmo dell'ironia Galimberti utilizza le mie parole come fossero una citazione letteraria di Khantzian, così negando anche il lavoro a suo tempo fatto dal traduttore del mio libro, originariamente scritto in francese, Alessandro Serra». Altro esempio: a pagina 69 del suo libro, a proposito dei pazienti anedonici, Galimberti utilizza una espressione ("La finalità del loro gesto identica") attribuendola a Peter Kremer quando invece è mia».
Poi la stoccata finale: «Quello che è successo a me non è, purtroppo, un fatto isolato. Ho appena ricevuto una email da Alida Cresti, una studiosa fiorentina, che citava una sentenza del Tribunale di Roma che in data 30/5/2006 aveva condannato Galimberti per aver pubblicato a sua firma su "La Repubblica" l'articolo La stinta metropoli che spegne le emozioni completamente copiato da un saggio della stessa Cresti» (L'immaginario cromatico, Medical books, 1997). In quel caso il Tribunale aveva riconosciuto «un'attività di plagio dell'opera letteraria respingendo (in data 19/7/2006) il ricorso presentato dallo stesso Galimberti».

Pubblicato il 21.04.08 00:00 | Permalink

22.04.2008

Galimberti: "Ho sbagliato a copiare"

da IL Giornale
Umberto Galimberti rompe il silenzio sul caso delle pagine copiate da un libro del collega Giulio Sissa. "Mi piacevano quelle frasi. E dopo dieci anni non ricordavo più che erano sue..."

Umberto Galimberti è a Milano, invitato allo spazio «Ismo», per parlare di «Lavoro e senso della vita». In una saletta conferenze affollatissima, spiega con sicurezza invidiabile. I suoi libri più recenti, tra i quali L’ospite inquietante - al centro delle polemiche innescate dall’articolo di Roberto Farneti sul Giornale - sono in bella vista all’ingresso e vengono acquistati a ritmo alacre. Molti, prima comprano e poi vanno a farsi fare, nelle pause, l’autografo di rito. Nel frattempo il filosofo parla da par suo di tempo ciclico e lineare, di dialogo socratico, di filosofia classica e cristianesimo. Ripercorre tutti i temi che gli sono cari, a partire dall’etica della responsabilità sino ad arrivare alla sua personale formulazione, quella che definisce «l’etica del viandante», l’unica adatta a un’epoca governata dalla tecnica. Nessuno accenna all’affaire delle pagine di L’ospite inquietante copiate da Il piacere e il male di Giulia Sissa, libro uscito in Italia otto anni prima.
Raggiungo il professore alla fine, mentre stringe mani e, per l’ennesima volta, firma il frontespizio dell’Ospite inquietante. Andiamo a fare due passi, ci posizioniamo su un muretto vicino a Sant’Ambrogio. Io chiedo e scrivo, Umberto Galimberti fuma una sigaretta dopo l’altra e risponde.

Ieri la Feltrinelli ha fatto un comunicato ufficiale. Lei non ha ancora detto nulla, qual è la sua versione?
«Sostanzialmente ciò che ha scritto la Feltrinelli corrisponde al vero. Il libro è una raccolta di articoli, quelle pagine sono una rielaborazione di una recensione del 23 aprile 1999 che io scrissi parlando de Il piacere e il male di Giulia Sissa. Nella recensione io riassumevo ciò che diceva la professoressa Sissa...».
Mi scusi ma nel libro non ci sono virgolettati, non c’erano neanche nella recensione?
«No io lavoro così, leggo il libro e poi scrivo. Non faccio mai virgolettati, racconto. È stato questo il mio errore. Non mettere i virgolettati allora e non metterli nel capitolo de L’ospite inquietante».
A dire il vero c’è il problema che nel testo lei non cita nemmeno il titolo de Il piacere e il male. La nota di riferimento è sbagliata. Se alla base del capitolo c’è una recensione, almeno il titolo...
«È stato un altro errore di redazione, grave. Un errore mio. Con tanti materiali per le mani ho scritto il sottotitolo e non il titolo. Il mio sbaglio è che sono uno che si innamora della bella scrittura, e non sono abbastanza filologo... Mi piacevano le frasi della Sissa, le ho rielaborate, poi a dieci anni di distanza non mi ricordavo più cosa fosse suo e cosa mio...».
Non è una svista da poco...
«Ammetto lo sbaglio. Non c’era però intenzione di appropriarsi di cose altrui, non sono uno che copia apposta, è per questo che il polverone dei giornali...».
Le sembra eccessivo? Insomma, si parla sempre di proprietà intellettuale, di malcostume editoriale. In più lei è un nome noto... Ci sono tutti gli elementi perché se ne parli...
«L’intenzione è giusta. Però da “Galimberti dimentica i virgolettati” a “Galimberti copia” il passo è stato breve. Nessuno ha fatto paginate sul mio libro per il disagio giovanile che racconta. Adesso sì...».
Professor Galimberti, lei è famoso per avere come cavallo di battaglia il concetto di etica. Se nascono sospetti fondati su qualcuno che parla sempre di etica, poi fioccano le paginate.
«Io all’etica tengo molto, è la base della società. Lo ridico: è stato un errore, non una furberia. Ho sbagliato per entusiasmo. Mi lascio prendere dalla scrittura...».
Ha contattato Giulia Sissa?
«Le ho scritto una mail ieri. Non ho ancora visto se mi ha risposto. In ogni caso non voglio rovinare i rapporti, molti anni fa ci siamo conosciuti e la stimo».
E la Feltrinelli in questa faccenda non ha responsabilità di controllo editoriale?
«Secondo me no. I libri sono usciti a moltissimi anni di distanza, gli editor, le collane cambiano, come avrebbero potuto accorgersi?».
Pensate a una riparazione?
«Sto valutando con l’editore, disponibilissimo, il modo di cambiare parte del capitolo: voglio segnalare nel testo, ben visibile e non in nota, il contributo che la professoressa Sissa ha dato a quella parte del libro».
Cambierà qualcosa nel suo metodo di lavoro dopo questo incidente?
«Nel mio modo di fare le recensioni e le note, sì. Sarò molto più attento. Tra l’altro Roberto Farneti è stato bravo ad accorgersi, delle similitudini, gliene do atto».
Matteo Sacchi

Pubblicato il 22.04.08 00:00 | Permalink

02.11.2008

Nell´era della grande crisi, la Germania riscopre Marx

Repubblica 2.11.08 Libri, tesi e corsi universitari la rivincita di Karl Marx Nell´era della grande crisi, la Germania riscopre il filosofo Triplicate le vendite de "Il capitale", riabilitato il padre del socialismo scientifico. Tra i "fan" un insospettabile vescovo di Andrea Tarquini

BERLINO - Si potrebbe quasi parafrasare la storica prima frase del "Manifesto del partito comunista": uno spettro s´aggira per l´Europa. Non lo spettro del comunismo, come nella frase originale, ma quello di Karl Marx. Scosso dalla tempesta della grande crisi finanziaria ed economica mondiale, il Vecchio continente riscopre il filosofo-politologo che insieme a Friedrich Engels scrisse quel volume e fu in sostanza il padre del socialismo scientifico e delle ideologie di sinistra poi degenerate con Lenin e Stalin. "Il capitale", l´opera più celebre di quei due austeri signori barbuti del 19mo secolo, va a ruba. Corsi di marxismo tornano materia di studi in ben trentuno università tedesche. E un casuale omonimo del grande pensatore riabilitato predica anche lui cambiamenti di fondo, perché «senza umanità, solidarietà e giustizia il capitalismo non ha futuro». Non è un ultrà di sinistra, bensì monsignor Reinhard Marx, vescovo di Monaco e Freising.
Il ritorno di Marx è il fatto culturale del momento, nella Germania cuore d´Europa che pure per la forza della sua struttura industriale e del suo welfare resiste meglio d´altre economie alla grande crisi. A riportare il Capitale negli atenei è stata la mitica Sds, l´associazione studentesca socialdemocratica, che nel Sessantotto, contaminata dai figli dei fiori e dal pacifismo, fu la culla della rivolta giovanile. «Abbiamo lasciato per troppo tempo Marx sugli scaffali», afferma Wolfgang Fritz Haug, docente di filosofia dell´università di Friburgo. Gli attivisti della Sds sono convinti che «il capitalismo è sull´orlo del baratro»: per loro rileggere Marx può aiutare a capire l´attuale crisi. «Leggere il capitale, comprendere il capitalismo, confrontare, superare!», è il loro motto. E le vendite del libro volano: triplicate in poco tempo, ristampe in corso in tutta fretta.
Volano anche le vendite de "Il capitale: una preghiera", l´opera in cui il vescovo Marx attacca i "rapaci´ e gli "avvoltoi" del sistema economico odierno. Propone riforme, non certo una rivoluzione violenta. Ma guarda caso, inizia il suo libro con una lettera immaginaria all´illustre filosofo. «Stimato Karl Marx, come suo omonimo le devo forse delle scuse. Abbiamo gettato troppo in fretta alle ortiche le sue opere». Monsignor Marx, che nella Chiesa è ritenuto più conservatore che non liberalprogressista, cita però volentieri l´enciclica Rerum Novarum e ogni altro passo sociale del cattolicesimo. E su un punto almeno è vicino alle sinistre giovanili: chiede «uno Stato forte che impedisca il formarsi di strutture dei peccatori», sostiene che la crisi finanziaria mostra come a volte la libertà abbia bisogno di confini. Del resto lo stesso ministro delle Finanze tedesco, Peer Steinbrueck, socialdemocratico riformista di scuola Schroeder-Tony Blair, ha appena detto che «alla luce della crisi attuale ammettiamo pure che non tutto quanto ha scritto Karl Marx era sbagliato».

Pubblicato il 02.11.08 00:00 | Permalink

Non ci sono più le epoche di una volta - di Jean-Luc Nancy

l’Unità 2.11.08 Non ci sono più le epoche di una volta - di Jean-Luc Nancy

Le «età del mondo» rappresentavano il più delle volte una forma di successione continua, uguale a quella delle età della vita e che spesso, come la vita, passava da un’infanzia a una maturità, poi a una vecchiaia. L’infanzia stessa poteva a volte essere luminosa e inaugurale, altre rude e oscura; ma l’invecchiare era assicurato, e con esso la perdita della brillantezza e del vigore, sia quelli dell’infanzia che dell’età matura. Si poteva anche concepire l’idea che alla vecchiaia seguisse una rinascita, ma sarebbe allora un altro mondo, non più un’altra età. Sarebbero un’altra vita e un’altra natura - oppure le stesse, ma sotto altri cieli.
LA STORIA COME MOVIMENTO
Passata l’età delle età, il mondo incontrò la storia, non più regolata sul modello di una vita, ma su quello di una concatenazione di azioni notevoli. Tali azioni erano quelle degli umani, e ci si allontanava così dal processo di un mondo. Gli uomini fondavano, inventavano, conquistavano, producevano. Producevano se stessi nelle loro civiltà, nelle loro culture, nei loro pensieri e nelle loro rappresentazioni. Questa produzione conosceva delle epoche e delle aree. La geografia delle aree - oriente o occidente, isole o continenti, spazi aperti o chiusi - incrociava nella sua distribuzione contingente delle successioni di epoche, cioè delle durate relativamente stabili e identificabili, come un ordine interno di significati, ossia come un «mondo» (il «mondo greco», il «mondo delle cattedrali», ecc.). Ma questa successione di mondi non apparteneva a sua volta a un mondo: la storia in quanto movimento eccedeva l’idea di mondo. Piuttosto, essa trasformava il mondo: sia con incessanti modificazioni o mutazioni di quella stessa idea - e soprattutto, con l’invenzione di «nuovi mondi» - sia al contrario proiettando la finalità di tutto questo processo - o progresso - come la produzione di un ultimo mondo che sarebbe di fatto una nuova natura: quella di un’umanità strappata agli assoggettamenti dell’antica.
La storia ha fatto epoca: la sua epoca al tempo stesso si richiude e si prolunga. Si richiude in quanto rappresentazione di un processo (e ancor più di un «progresso»), e si prolunga in quanto evento, mutazione, spostamento. Non c’è più fine né orizzonte. Niente più fine, né mirata (visée) né visibile (anche se pensiamo sempre - e dobbiamo farlo - di poterci dare degli «obiettivi»); e niente più fine come compimento. Né skopos né telos. Di conseguenza, più nessuna «fine ultima»: niente più eskaton - a meno che, potremmo anche pensare, non vi ci sia già, e senza saperlo procediamo verso il nostro giudizio finale in una conflagrazione cosmica.

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Pubblicato il 02.11.08 00:00 | Permalink

05.11.2008

Tra apocalittici e utopisti le "ragionevoli speranze" del filosofo Paolo Rossi

il Riformista 31.10.08
Arriva in libreria un pamphlet contro i nemici della modernità e della civiltà occidentale. Tra apocalittici e utopisti le "ragionevoli speranze" del filosofo Paolo Rossi
di Guido Vitiello - Dicono che l'occidente è diretto verso la catastrofe. Che la modernità non va riformata, ma abbattuta. Semmai per innalzare sulle sue rovine la Città ideale. Si trovano a destra e a sinistra, tra gli intellettuali e tra i leader di piazza. In "Speranze", il grande storico delle idee ci spiega perché faremmo meglio a dubitare delle loro visioni catastrofiche.

Profeti di sventura. Alcuni dei bersagli polemici del nuovo libro di Paolo Rossi: Martin Heidegger Alberto Asor Rosa Guido Ceronetti

Quella tra Paolo Rossi e i nemici della modernità è una contesa di vecchia data. Negli anni settanta lo storico delle idee, autore di studi ormai classici sulla filosofia moderna e la rivoluzione scientifica, polemizzava con gli «antimoderni a destra e a sinistra». E cioè quegli intellettuali, come Pier Paolo Pasolini ed Elémire Zolla, che pur da diverse postazioni ideologiche si esercitavano in un «fuoco concentrico» contro gli stessi nemici: la scienza, la tecnica, il razionalismo e altre teste di turco create allo scopo. Qualche lustro più tardi, in Paragone degli ingegni moderni e postmoderni (di cui è in arrivo un'edizione aggiornata), i bersagli di Paolo Rossi erano Emanuele Severino e gli heideggeriani «di provincia».
L'ultimo capitolo di questa battaglia culturale si intitola Speranze, ed è da pochi giorni in libreria per i tipi del Mulino (pp. 148, € 9). Un piccolo libro erudito e spassoso, diviso in tre sezioni: «Senza speranze», «Smisurate speranze», «Ragionevoli speranze». Ovvero, semplificando appena un po', gli apocalittici, gli utopisti e... i riformisti.

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Pubblicato il 05.11.08 01:50 | Permalink

17.03.2009

Né buona né cattiva, la Natura è indifferente

Questioni di vita e di morte
di Maurizio Mori

Testamento biologico. Una tappa necessaria di quel grande processo storico chiamato rivoluzione biomedica, che a sua volta è una sorta di prosecuzione della rivoluzione industriale. Come questa ha prodotto l’Illuminismo e la filosofia moderna, sgretolando il millenario sistema aristocratico, così la bioetica, come movimento culturale, sta mandando in frantumi l’antico vitalismo ippocratico Come è stato riconosciuto anche dai vescovi tedeschi in un documento spacciato oggi come «apertura all’eutanasia» (documento datato già dal 1999, la cui traduzione viene anticipata dalla stampa italiana e sarà integralmente pubblicata sul prossimo numero di «Micromega») la richiesta del testamento biologico, sul quale si dibatte in questi giorni, dipende dal fatto che è aumentata l’esigenza di controllo sulla fase finale della propria vita. Mentre il normale testamento dà corpo alla volontà dell’interessato per quanto riguarda i beni materiali, il testamento biologico pretende di dar corso alla volontà dell’interessato circa la propria esistenza. Il termine americano esplicita ancor meglio questo aspetto: «living will» è la «volontà sul vivente» e allo stesso tempo «volontà vivente». Il volere dell’interessato è sovrano. Ma proprio questa sovranità disturba i fautori del vitalismo (oggi difeso dai cattolici) che preferiscono parlare di regolazione del «fine vita», espressione compatibile con posizioni che danno scarso o nullo rilievo alla nostra volontà. Mentre parlare di «testamento biologico» pone subito al centro, come sovrana, la volontà dell’interessato, parlare di «fine vita» potrebbe anche prescinderne o metterla in posizione marginale.

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16.03.2009

E l’uguaglianza fa bene alla crescita della società

Repubblica 16.3.09
La teoria spiegata in un libro appena uscito in Gran Bretagna e già diventato un cult
E l’uguaglianza fa bene alla crescita della società
di Enrico Franceschini

L´ineguaglianza è la madre di tutti i mali: più ampio è il gap tra ricchi e poveri in una società, peggio quella società funziona da ogni punto di vista. È meno solida, meno stabile, più vittima del crimine, con più ignoranza, più gravidanze minorili, più detenuti, più malattie, più obesi, più depressi, più infelicità. Ecco un teorema che piacerebbe ai nostalgici del socialismo vecchia maniera. Eppure, sorpresa, viene da due sociologi che non vogliono affatto ricostruire il socialismo: consigliano semplicemente alle nazioni della terra di seguire il modello della Scandinavia o del Giappone, se vogliono avere una vita migliore. Lo spiegano, con tanto di cifre, grafici, statistiche, in un volume pubblicato in questi giorni in Gran Bretagna: The spirit level. Why more equal societies almost always do better.
Dalle aule di Oxford e Cambridge fino ai corridoi di Downing Street e Westminster, se ne parla come del libro dell´anno, un testo che ogni leader politico, sindacalista, imprenditore illuminato, dovrebbe leggere, specie nel momento in cui, di fronte a una recessione economica e finanziaria forse senza precedenti, tutti si chiedono come ricostruire il capitalismo.

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15.03.2009

«Mio marito Jorges Luis Borges non voleva che la sua agonia fosse trasformata in spettacolo»

Vedova dello scrittore argentino Jorge Luis Borges
Conversando con Maria Kodama
«Mio marito Jorges Luis Borges non voleva che la sua agonia fosse trasformata in spettacolo»
intervista di Laura Lucchini

L’UNnità - l’Unità 15.3.09 - BERLINO. Da quando aveva 16 anni, María Kodama (Buenos Aires 1945) è stata prima l’allieva, poi la segretaria e infine la sposa e la musa di Jorge Luis Borges. Ha viaggiato con lui per il mondo raccontando i luoghi che lo scrittore non poteva vedere, leggendo i libri che lui non poteva più leggere e scrivendo le parole che lui di notte sognava. Borges aveva perso la vista e lei era diventata i suoi occhi. Dice che per lei Borges è stato quello che Ettore fu per Andromaca, o anche semplicemente «la mia metà». Da 22 anni, questa donna minuta e distante è la memoria vivente dello scrittore argentino e gira il mondo con la missione di diffondere la sua opera. Lo fa con devozione religiosa.
María Kodama si trovava questa settimana a Berlino per presentare all’Istituto Cervantes la mostra El Atlas de Borges (L’Atlante di Borges), un percorso fotografico dei viaggi e degli incontri che insieme fecero in tutto il mondo. Kodama conobbe la malvagità dopo essersi sposata, quando la stampa argentina iniziò a scavare nell’intimo della coppia, scandalizzata per un matrimonio che considerava inopportuno (Borges era molto più vecchio di lei), mentre lei assisteva a Ginevra le ultime settimane dell’autore dell’Aleph. Ora è la proprietaria universale dei diritti d’autore dell’immensa opera dello scrittore e la sua gestione di questo inestimabile patrimonio culturale è stata spesso criticata da persone che furono vicine al maestro. Senz’altro però, la polemica più dolorosa è stato il recente tentativo del governo argentino, di portare le spoglie di Borges al cimitero de la Recoleta a Buenos Aires. Una lobby porteña (di Buenos Aires) insiste che quella di morire a Ginevra non era la volontà dello scrittore.

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14.03.2009

Il fenomeno dell´ "experimental philosophy"

Repubblica 14.3.09
X-Phi, filosofi del domani nella caverna del nuovo pensiero
Il fenomeno dell´ "experimental philosophy"
di Massimiliano Panarari
Nata in Inghilterra considera il dato empirico non un sostegno alla teoria ma il suo stesso fondamento. Una tendenza che combina la riflessione con esperimenti sondaggi e questionari. In controtendenza rispetto all´analisi tradizionale,sceglie di esprimersi sui blog e internet. Studia attraverso le neuroscienze l´attività mentale alle prese con problemi concettuali.
Suona un po´ come X Files, ma non è esattamente la stessa cosa, anche se il metodo scientifico rivendicato con forza dall´agente Dana Scully, tutto sommato, potrebbe trovarvi agevolmente il suo posto.
X-Phi è l´acronimo che designa la experimental philosophy, una tendenza filosofica molto giovane, che si è fatta largo nella cultura anglosassone e che combina la dimensione della riflessione e dell´elaborazione concettuale con una serie di esperimenti pratici e di ricerche quantitative condotte mediante sondaggi e questionari. A rilanciare il dibattito sulla X-Phi, presentata come la corrente più trendy della filosofia contemporanea, è, tra gli altri, un lungo articolo dei filosofi David Edmonds e Nigel Warburton apparso sul numero di marzo di Prospect, la prestigiosa rivista politico-culturale londinese, in cui gli autori prendono le mosse dai test di una neurobiologa tedesca, Katja Wiech, che ha dimostrato come la somministrazione di scariche elettriche a cattolici osservanti in atto di contemplare un´immagine della Madonna risulti meno dolorosa di quanto accade nel caso di un ateo o di un agnostico. Esiti sperimentali su cui la giovane scienziata si è confrontata successivamente con un gruppo di pensatori convinti che il dato empirico non fornisca un semplice sostegno alla filosofia, ma sia, in qualche modo, il fondamento stesso del fare filosofia.

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Pubblicato il 14.03.09 00:00 | Permalink

23.03.2009

Archiviare l'antifascismo?

Corriere della Sera 23.3.09 La provocazione Tranfaglia d'accordo con D'Orsi: rischi autoritari. Ma Cacciari e De Giovanni: la democrazia è salda Archiviare l'antifascismo? Ed è subito dibattito. Storico. Nicola Tranfaglia: «Rischio autoritarismo». Filosofo. Massimo Cacciari: «Nulla è eterno». Analisi. Biagio De Giovanni: «Non ci sono rischi»

ROMA -- «Archiviato quel che del fascismo rimaneva, si può archiviare l'antifascismo? »: è la domanda posta ieri dallo storico Angelo D'Orsi sulle pagine del quotidiano comunista Liberazione, nel giorno dello scioglimento di An. E la risposta data da lui stesso è netta: «No chiaro e tondo». L'antifascismo dunque secondo D'Orsi non deve andare in soffitta, per almeno due motivi: perché l'assorbimento di Alleanza nazionale nel Pdl «intensificherà la nascita di gruppi fascisti duri e puri». E perché «lo scioglimento di An nel Pdl appare un atto formale che si inserisce nel quadro del passaggio alla postdemocrazia che è il volto del nuovo fascismo». Una tesi che ha subito diviso gli intellettuali di sinistra.
«Ha ragione Angelo D'Orsi -- ha commentato lo storico Nicola Tranfaglia -- ma non tanto perché c'è il rischio concreto di un ritorno al fascismo, che come tale è un fenomeno superato e non potrà mai tornare. Ma perché c'è il rischio di un consolidamento del modello di autoritarismo populista mediatico che con Berlusconi già abbiamo e che è molto sviluppato, per esempio, in Francia con Sarkozy o in Venezuela con Chávez. E' giusto vigilare prendendo come riferimento i valori dell'antifascismo per evitare derive di questo tipo, che sono una nuova forma di fascismo per molti versi ».
Massimo Cacciari, filosofo e sindaco di Venezia, è invece in disaccordo: «Nulla è eterno e anche la democrazia come la intendiamo noi oggi un giorno non ci sarà più, come del resto era caduto l'Impero romano che sembrava invincibile. Il rischio di un ritorno al fascismo però non esiste nel quadro politico attuale e con gli attuali leader politici. Certo, è giusto vigilare contro gli autoritarismi e semmai intervenire con prontezza, ma in Italia la democrazia non è in pericolo ». Posizione condivisa dallo storico Biagio De Giovanni: «L'antifascismo come categoria filosofica non va in pensione e deve essere presente nella memoria storica di tutti, perché ha segnato in maniera importante il secolo scorso. Ma adesso non è il caso di scomodare l'antifascismo, non c'è alcun rischio di deriva anti-democratica nel nostro Paese».

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Søren Kierkegaard, un moroso difficile

Corriere della Sera 23.3.09 di Armando Torno
Søren Kierkegaard fu un moroso difficile da gestire per la povera Regina Olsen. Quello che per la storia resta un grande filosofo, per la donna si trasformò in una disperazione. Convinto che esista un fidanzamento celeste, presso il Padre, e un altro visibile, tangibile, che si consuma sulla terra con baci, carezze e quel che è necessario, il giorno dopo essersi promesso alla diciassettenne signorina — era il 10 settembre 1840 — il ventisettenne pensatore si pentì, considerandosi incapace di una vera passione umana. E poi Regina gli pareva troppo vanitosa, incline alle cose del mondo, senza una vera disposizione religiosa. La faccenda finì con la restituzione dell’anello alla signorina (11 agosto 1841), quindi con la rottura definitiva (11 ottobre). L’«antiamore» cristiano e la sicurezza erotica non riuscirono ad abbracciarsi, come testimonia Kierkegaard in queste Lettere del fidanzamento (a cura di Gianni Garrera, Editrice Morcelliana, pp. 118, e 10). Un libro delizioso che precede, sempre da Morcelliana, la nuova edizione del Diario in due ponderosi tomi. Il primo dei quali uscirà a maggio.

Pubblicato il 23.03.09 23:19 | Permalink

29.04.2009

"Torniamo al pensiero forte - Perchè servono le utopie" di S. Zizek

Repubblica 29.4.09
"Torniamo al pensiero forte" - Perché servono le utopie - "In difesa delle cause perse" il nuovo saggio del filosofo, di Slavoj Zizek
Tesi provocatoria: "Nonostante i crimini, l´aspirazione di redenzione dei totalitarismi può essere utile" - In tempo di crisi e rotture, si deve rischiare un Salto di Fede - La disperazione di chi ha combattuto i vecchi paradigmi estremisti

Il senso comune della nostra epoca ci dice che, rispetto alla vecchia distinzione tra doxa (opinione accidentale/empirica, Saggezza) e verità o, ancora più radicalmente, tra conoscenza positiva empirica e fede assoluta, si dovrebbe tracciare una linea tra ciò che si può pensare e si può fare oggi. Sul piano del senso comune, il punto più lontano a cui si può arrivare è un liberalismo conservatore illuminato: ovviamente non ci sono alternative praticabili al capitalismo; allo stesso tempo, lasciata a se stessa la dinamica capitalistica minaccia di minare le proprie fondamenta. (...) All´interno di questo orizzonte, la risposta non è né un liberalismo radicale alla Hayek, né un crudo conservatorismo, sempre meno aderente ai vecchi ideali dello Stato sociale, ma una miscela tra liberalismo economico e un minimo spirito «autoritario» di comunità (l´enfasi sulla stabilità sociale, i «valori» eccetera) che controbilanci gli eccessi del sistema - in altre parole ciò che hanno sviluppato i socialdemocratici della Terza Via, come Blair.
Questo è il limite del senso comune. Ciò che sta dietro di esso implica un Salto di Fede, una fede nelle Cause perse, Cause che, dall´interno dello spazio della saggezza scettica, non possono che apparire folli. E questo libro parla dall´interno di questo Salto di Fede. Ma perché? Il problema, ovviamente, è che in un tempo di crisi e rotture, la stessa saggezza empirica scettica, costretta nell´orizzonte della forma dominante del senso comune, non può fornire delle risposte, e dunque si deve rischiare un Salto di Fede. Questo passo è il passo da «io dico la verità» a «la verità stessa parla (in/attraverso di me)» (come nel «mathema» lacaniano del discorso dell´analista, in cui l´agente parla da una posizione di verità), sino al punto in cui posso dire, come Meister Eckhart, «è vero, e la verità stessa lo dice». Sul piano della conoscenza positiva, ovviamente, non è mai possibile raggiungere la verità o essere sicuri di averlo fatto - ci si può solo approssimare senza fine, poiché il linguaggio è in ultima istanza autoreferenziale, non c´è modo di tracciare una linea definitiva di separazione tra sofismi, esercizi sofistici, e la Verità stessa (questo è il problema di Platone). La scommessa di Lacan è, in questo senso, la stessa di Pascal: la scommessa della Verità. Ma in che modo? Non correndo appresso a una verità «oggettiva», ma basandosi sulla verità riguardo alla posizione da cui si parla.

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Pubblicato il 29.04.09 17:02 | Permalink

27.04.2009

I crimini di Edipo Re

Repubblica 27.4.09
Un raffronto tra il signore di Tebe e il biblico Giuseppe - I crimini di Edipo Re - di René Girard
Due "eroi" simili: ma il sovrano incestuoso è colpevole e basta mentre il figlio di Giacobbe smonta ogni inganno. L´antico testamento si oppone sempre in modo consapevole alle religioni mitologiche. Prendiamo "Caino e Abele" e "Romolo e Remo": il fratricidio è visto in modo quasi opposto

La città di Tebe è devastata dalla peste. Un oracolo religioso annuncia che il responsabile del disastro è un unico individuo che vive in città: egli ha offeso gli dei uccidendo suo padre e sposando sua madre. Si cerca il colpevole e un colpevole si trova: nientedimeno che il nuovo re. Egli non sapeva di aver commesso gli orrendi crimini che pure aveva commesso. Da bambino era stato abbandonato dai suoi genitori a causa di un oracolo, ancora, lo stesso che aveva previsto quello che più tardi sarebbe avvenuto, che cioè il bambino avrebbe un giorno ucciso suo padre e sposato sua madre. Diventato adulto, egli torna a Tebe da perfetto sconosciuto, e il vaticinio si avvera. Ancora una volta il risultato è l´espulsione di Edipo dalla sua comunità.
Esaminando questo mito da vicino, vi si scoprono alcune corrispondenze con la storia biblica di Giuseppe. Giuseppe ha dodici fratelli, Edipo nemmeno uno, ma entrambi vengono respinti dalle loro rispettive famiglie, Edipo dai genitori, Giuseppe dai fratelli. In entrambe le storie l´eroe viene espulso: prima dalla comunità a cui appartiene per diritto di nascita, poi dalla comunità che l´aveva adottato.
Sia Edipo, dopo il suo ritorno a Tebe, che Giuseppe dopo che fu portato in Egitto si potrebbero definire immigranti di successo. Grazie alla loro abilità nell´interpretare oscuri enigmi entrambi riescono a risolvere seri problemi e a diventare di conseguenza grandi leader. Edipo viene incoronato re di Tebe e Giuseppe nominato qualcosa come primo ministro dell´Egitto. Entrambi gli eroi si trovano a esercitare il loro potere contro un disastro naturale. Per Edipo si tratta di un´epidemia di peste; per Giuseppe di una devastante carestia.
Edipo è colpevole di parricidio e incesto. Giuseppe non commette questo tipo di crimini, ma la sua carriera è macchiata da un incidente che rassomiglia all´incesto di Edipo: la moglie del suo padrone e benefattore egizio accusa falsamente il giovane Giuseppe di aver tentato di sedurla. Il marito di lei aveva accolto a corte e trattato Giuseppe come un figlio ed egli avrebbe dovuto rispettarla come avrebbe fatto con la sua stessa madre. L´accusa richiama in qualche maniera alla mente l´incesto con la madre. Siccome Giuseppe è straniero e la donna egizia, i suoi compatrioti credono a lei e Giuseppe finisce per qualche tempo in galera.
Le corrispondenze esistono, e credo siano da evidenziare più che da tacere, se vogliamo arrivare a cogliere la differenza, quella che ha davvero un´enorme importanza.
Edipo fin da bambino è potenzialmente colpevole del parricidio e dell´incesto che commetterà successivamente. I suoi genitori hanno tutte le buone ragioni per abbandonarlo. Più avanti i tebani avranno anch´essi un buon motivo per espellere Edipo una seconda volta, dato che la sua presenza tra loro aveva provocato un´epidemia di peste.
Nel caso di Giuseppe le cose stanno molto diversamente. I suoi fratelli non hanno alcun valido motivo per eliminarlo, sono semplicemente gelosi di lui. Nemmeno gli egizi avevano motivo di incarcerare Giuseppe: il racconto biblico riferisce che era la moglie del suo benefattore a essere gelosa di lui. (...)
Nelle due storie, due eroi simili affrontano simili circostanze con conseguenze non tutto dissimili. Ma se guardiamo al ruolo dell´eroe all´interno della storia, l´interpretazione del mito e l´interpretazione della Bibbia si collocano ai poli opposti.
Si può affermare che le comunità a cui appartenevano Edipo e Giuseppe abbiamo agito giustamente nell´espellerli? Credo che questa sia la domanda predominante in entrambi i testi, ma che rimane implicita nel mito di Edipo, poiché la risposta silenziosa del mito è sempre sì. Quello che Edipo dovrà soffrire è la giusta punizione per i suoi crimini.
Nella Bibbia la domanda si fa del tutto esplicita, perché la risposta è un riecheggiante no. Quello che Giuseppe dovrà soffrire è un´ingiusta punizione. Egli non è che una vittima della gelosia. (...)
La storia biblica mette in ridicolo una dopo l´altra le prove senza senso che nel mito vengono presentate contro il capro espiatorio e le sostituisce con argomentazioni in favore della vittima. La mitologia ripudiata è ripudiata come menzogna. Tutte le volte che Giuseppe diventa vittima, dei suoi fratelli o degli egizi, le accuse contro di lui vengono denunciate come falsità prodotte dall´invidia o dall´odio. Abbiamo dunque sia il racconto dei fratelli al padre, sia la denuncia della falsità di quel racconto. I fratelli si sbarazzano di Giuseppe ma raccontano al padre che il giovane è stato sbranato da una bestia selvaggia. In molti miti il processo di vittimizzazione del capro espiatorio è descritto come un attacco da parte di un branco di animali a caccia o da parte di un singolo animale selvaggio. La storia raccontata dai fratelli è, a mio parere, un mito di questo tipo.
La storia di Giuseppe non è la sola nella Bibbia a ripudiare l´inganno e la violenza del mito. Potrei scegliere altri racconti biblici e mostrare che la differenza assolutamente essenziale di cui ho parlato è sempre presente. Denunciano il credo su cui si basa la mitologia come un sistema di rappresentazione coeso e crudele: l´eroe mitico è colpevole e viene giustamente punito anche se si tratta di un dio e anche se alla fine riesce a ripristinare l´ordine delle cose. L´eroe biblico, invece, viene punito ingiustamente, perché è innocente.
La Bibbia si oppone in modo perfettamente consapevole alle religioni mitologiche. Le taccia di idolatria, e credo che la rivelazione della natura fallace del sistema vittimario all´interno della mitologia sia parte essenziale della lotta biblica contro l´idolatria. Confrontiamo ad esempio la storia di Caino e Abele con il mito di Romolo e Remo.
Nella storia di Caino e Abele l´uccisione di un fratello da parte dell´altro è presentata come un crimine e simultaneamente come l´atto fondatore di una comunità.
Nella storia dei gemelli romani questo atto fondatore non può essere considerato un crimine, è l´azione legittima di Romolo. Il punto di vista della Bibbia è lontanissimo da quello del mito.
(Traduzione di Eliana Crestani)
Copyright 2009 Pier Vittorio e Associati, Transeuropa, Massa, www.transeuropaedizioni.it


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Girard, Caino e Abele

Pubblicato il 27.04.09 00:00 | Permalink

23.05.2009

Millepiani Editori

logomillepiani

Pubblicato il 23.05.09 18:51 | Permalink

24.05.2009

Il primo testo della 'Millepiani Editori': "Die Philosophie und die Idee einer Weltgesellschaft (Filosofia e globalizzazione) - Congresso internazionale"

libro

Pubblicato il 24.05.09 16:51 | Permalink

16.06.2009

Carta della democrazia insorgente

Carta della democrazia insorgente
Carta, associazione Cantieri sociali e molti altri compagni di strada
[21 Maggio 2009]


[Questo testo è un primo esito di una lunga discussione. La versione base è stata scritta da Mario Pezzella ed è stata poi rivista da varie persone incaricate di riassumere i contenuti degli incontri che i Cantieri sociali e Carta avevano organizzato ai primi di aprile 2008 a Roma, e a novembre in Val di Susa, sul tema dell«altra politica». è un documento aperto, che invitiamo a usare per incontri su come rimediare alla crisi della politica, e per continuare a dibattere su Carta. Alcuni interventi sono giàsu Carta 17 in edicola dal 22 maggio, mentre lunedì 25 il documento sarà presentato nel corso della Scuola per lAlternativa in programma a Torino [via Cialdini 4, ore 20,45]: intervengono Marina Clerico [Politecnico di Torino], Paolo Giardina [ConsulenteTecnico], Andrea Morniroli [Cantieri Sociali], Mario Pezzella [Scuola Normale di Pisa], Marco Revelli [Università del Piemonte Orientale] e Giuseppe Sergi [Università di Torino].]

1. Negli ultimi anni abbiamo assistito allo sgretolamento della democrazia rappresentativa e dello Stato di diritto, che ci eravamo abituati a considerare uno spazio pubblico inalienabile. A lungo la sinistra politica ha coltivato lillusione che lo Stato e le sue rappresentanze parlamentari potessero costituire un luogo «terzo» e neutrale di pacificazione dei conflitti, di superamento dellineguaglianza: per lungo tempo, il conflitto sociale non ha più ricevuto efficace espressione politica.
Il potere economico e politico dominante lascia ora sopravvivere le forme sempre più vuote delle istituzioni democratiche; non le cancella dun colpo e rapidamente, come fecero i totalitarismi del Novecento, ma le priva fino alla paralisi completa di ogni potere concreto e decisionale; le riduce, per sottrazione continua, a inerti simulacri. Questo lento colpo di Stato si è realizzato in Italia secondo un procedimento affine al programma redatto, anni fa, dalla loggia segreta P2, i cui esponenti sono oggi assurti alle più alte cariche dello Stato e a posizioni direttive nei giornali e nelle televisioni. Controllo dellinformazione; presidenzialismo; derisione delle leggi penali e intimidazione della magistratura; eliminazione delle lotte sindacali e dello spazio pubblico. A questi punti del vecchio programma si sono aggiunti il razzismo e il letterale neofascismo della Lega.

2. Parlamento, istituzioni tradizionali della rappresentanza, partiti, sopravvivono come forme di puro spettacolo, tanto più ossessivamente presenti nei talk show televisivi quanto più sostanzialmente privi di ogni potere di decisione. Il regime democratico viene integrato da centri decisionali ufficiosi, servizi e associazioni parallele, lobbies finanziarie e politiche. Questa attività in ombra affianca la scena politica mediatica e spettacolare. Essa si dispone accanto alle istituzioni, alle leggi e agli ordini professionali visibili.
Lo Stato di diritto resta apparentemente intatto: ma le decisioni spettano effettivamente ai poteri paralleli. Non si tratta solo di interventi clamorosi e violenti, ma anche di misure che riguardano lordinaria quotidianità. I concorsi pubblici sono sostituiti da riunioni preliminari ufficiose; le decisioni amministrative sono prese entro consorterie private sottratte a qualsiasi controllo degli elettori; molti reati finanziari sono di fatto depenalizzati, anche se le leggi che dovrebbero punirli restano ufficialmente in vigore.
Questo processo determina la separazione sistematica tra la regola pubblicamente ammessa e il centro decisionale occulto: cinismo, ipocrisia oggettiva, menzogna divengono comportamenti sociali indispensabili per orientarsi in questa sorta di doppio comandosociale permanente. Chi resta legato allapparenza pubblica dello spettacolo [e per esempio si oppone a una decisione di fatto in nome di una norma del diritto] viene minacciato o emarginato. Lunico ordine unificante e indiscusso è la moltiplicazione, laccumulazione del denaro. In suo nome tutto è finalizzato, autorizzato, concesso: e i politici si riducono a zelanti funzionari delle lobby finanziarie e immobiliari che controllano per mezzo loro i comuni e le amministrazioni, luso del territorio.

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Pubblicato il 16.06.09 11:30 | Permalink

19.06.2009

E' morto Aldo Giorgio Gargani


aldo giorgio gargani

Pubblicato il 19.06.09 08:57 | Permalink

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