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Archivio delle categorie - Categoria: una traccia

28.07.2007

Gramsci all'estero

il manifesto 11.7.07
La lunga marcia dell'autore italiano più tradotto all'estero
Efficaci strategie. In tutto il mondo e in particolare negli Stati Uniti corsi di studio sui testi gramsciani
di Adalberto Minucci

Sono in molti a ritenere che le vicende politiche che hanno segnato la fine del Novecento e i primi anni del nuovo secolo abbiamo coinciso con un abbassamento del livello culturale della società italiana e, in qualche misura, l'abbiano determinato.
Per un periodo assai lungo, delle opere e delle idee di Gramsci si sono occupati essenzialmente (come era giusto, del resto) alcuni studiosi. Più scarso l'interesse del mondo politico e della stessa sinistra - spesso impegnata in ridicole polemiche su chi includere nel «Pantheon» dei suoi padri nobili - proprio in una fase in cui il pensiero di Gramsci era più che mai attuale.
La ripresa di attenzione, oggi, compreso il lancio di nuove edizioni della sua opera, si deve molto, se non soprattutto, alla straordinaria diffusione delle sue idee, delle sue concezioni politiche e filosofiche a livello mondiale.

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Pubblicato il 28.07.07 16:27 | Permalink

Gramsci tra Mussolini e Stalin

il manifesto 11.7.07
Quello che non è scritto nei "Quaderni dal carcere"
di Guido Liguori

Data dagli anni Novanta un interesse reale per la vicenda carceraria di Gramsci, che accompagna l'ormai acquisita coscienza della necessità di leggere i Quaderni in modo diacronico. Essa si nutre di nuovi ritrovamenti negli archivi di Mosca e di un'attenta riconsiderazione degli epistolari di Gramsci e dei suoi interlocutori. Perfetto esempio di questo approccio è il recente libro di Angelo Rossi e Giuseppe Vacca, Gramsci tra Mussolini e Stalin (Fazi, pp. 245, euro 19) che presenta due documenti finora sconosciuti, scritti da Gennaro Gramsci dopo la celebre visita al fratello nel carcere di Turi, inviato da Togliatti per conoscere gli orientamenti del prigioniero in merito alla «svolta» del '29 che inaugurava la politica del socialfascismo.
Nuove ipotesi dai carteggi
Sebbene non contengano rivelazioni eclatanti, questi documenti confermano sia l'interesse con cui Gramsci seguiva gli avvenimenti del «mondo grande e terribile» («sono al corrente di tutto perché le molte riviste che leggo... riportano tutti i fatti salienti della vita mondiale»), sia la netta presa di posizione contro la previsione di repentino crollo del fascismo propria della «svolta» («non credo che la fine sia così vicina. Anzi ti dirò, noi non abbiamo ancora visto niente, il peggio ha da venire»).

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Pubblicato il 28.07.07 16:29 | Permalink

Se la sinistra riparte dall'eguaglianza - di Aldo Schiavone

Repubblica 10.7.07
Se la sinistra riparte dall'eguaglianza
di Aldo Schiavone

Un lavoro enorme attende la sinistra italiana – quel che ne rimane in piedi: la ricostituzione di un patrimonio culturale degno di questo nome. Non solo i concetti (che già non è poco), ma i sogni, le emozioni, le speranze, la capacità di discorso e di persuasione. "Beffato il mio amore, congedata la mia fantasia: di tutto il passato non mi resta che il dolore»: i versi dell´"Addio alla corte" di Walter Raleigh sembrano proprio scritti per lei.
E poiché si deve pur cominciare da qualche parte, proveremo a fare un esempio: un piccolo appunto per i nostri cari quarantacinque saggi impegnati a dare un´anima al Partito democratico, ma anche per gli amici che non condividono questo progetto, e che lavorano a costruire la "Cosa rossa". Parleremo dell´idea di eguaglianza (ne abbiamo fatto cenno, qui su "Repubblica", discutendo di socialismo): una bandiera dell´occidente, sin dal pensiero antico ("il nome di tutti più bello": così Erodoto, nel cuore del quinto secolo a. C. – e si stava riferendo all´"isonomia", alla legge eguale per tutti). Una bandiera che la modernità avrebbe consegnato, con diverso successo, al fuoco di due rivoluzioni: prima quella francese, e poi quella russa.
Oggi sembra una parola in difficoltà, che facciamo fatica a pronunciare (mentre tutti sproloquiano di libertà): messa in crisi dai fallimenti del ventesimo secolo, non meno che dall´onda del capitalismo totale che sta dominando l´orizzonte del pianeta. Ma sbagliamo, ed è un errore grave. Perché di eguaglianza avremo presto un gran bisogno, per riuscire a sottrarre il futuro che ci aspetta alla destabilizzazione di squilibri paurosi, indotti dalla forza stessa delle potenze in campo: l´intreccio titanico fra scienza e mercato, nella forma storica che stiamo sperimentando. Dismisure rispetto alle quali le ingiustizie del vecchio capitalismo industriale sembreranno presto non più di un pallido preludio.

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Pubblicato il 28.07.07 16:31 | Permalink

Croce, lettere su dio

Repubblica 7.7.07
Croce, lettere su dio
In un epistolario curato da Giovanni Russo il filosofo affronta temi religiosi
di Nello Ajello

Sono gli anni in cui compare il saggio "Perché non possiamo non dirci cristiani"
Un fitto dialogo, durato un decennio con un´aristocratica napoletana

«Lettura di un libretto di versi religiosi della signora Maria Curtopassi», scriveva Benedetto Croce nei suoi Taccuini di lavoro il 2 gennaio 1942, «del quale farò un annunzio per La Critica». È il sostanziale preludio ad una frequentazione epistolare durata oltre dieci anni, fin quasi alla morte del filosofo. Ne dà conto il volume di Benedetto Croce e Maria Curtopassi, Dialogo su Dio. Carteggio 1941-52, che esce a giorni in edizione Archinto, a cura di Giovanni Russo (pagg. 180, euro 18, 50).
La corrispondente del pensatore settantaseienne è un´aristocratica napoletana che sfiora i cinquant´anni. «Una donna cristiana e cattolica», così la definirà Croce, capace di sentire la religione «nella forma di verità che è propria della poesia». Dalle Liriche della Curtopassi il filosofo è vivamente colpito, al punto da scrivere la prefazione al libretto, che ha letto ancora inedito. La Curtopassi, dal suo canto, non esita a professarsi sua allieva. Croce le fa spedire la Storia d´Italia e le preannunzia l´invio della Storia d´Europa. Così, l´epistolario prende i colori dell´amicizia.

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Pubblicato il 28.07.07 16:34 | Permalink

Spinoza, Dio e il Nulla - di Emanuele Severino

Corriere della Sera 30.6.07
Il pensatore del Seicento, lontano dalla religione ma tentato di negare il mondo
Spinoza, Dio e il Nulla
Il paradosso del grande filosofo: un legame segreto lo avvicina a Cristo
di Emanuele Severino

La filosofia nasce volendo essere libera: indipendente da miti, fedi, religioni, opinioni, istinti, costumi sociali, oltre che da ogni costrizione e comandamento che provengano dall'esterno di ciò che essa porta alla luce, chiamandolo «verità». Ma lungo la sua storia la filosofia si è posta sempre in rapporto con tutte queste forze, da cui essa non intende farsi guidare, per indagarne il significato e la consistenza: soprattutto con le religioni monoteistiche (e con il potere politico) — e in particolare col cristianesimo. All'interno della grande epoca della tradizione filosofica, cioè del pensiero che pone l'Eterno al di sopra o nel cuore del Tempo, e al suo fondamento, Spinoza è certamente il più lontano dal mondo religioso. Si può dire che quello di Spinoza sia addirittura «il più radicale e alternativo sistema della storia filosofica dell'Occidente dopo la venuta di Cristo»? Lo sostiene Filippo Mignini, che con grande perizia e acume ha curato la prima edizione italiana di tutte le opere del filosofo, con la collaborazione di un'altro specialista, Omero Proietti, per i Meridiani di Arnoldo Mondadori editore: Spinoza Opere; quasi duemila pagine, ottime traduzioni inedite; un evento culturale importante.

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Pubblicato il 28.07.07 16:44 | Permalink

02.08.2007

Bruno Fanciullacci, l'uccisione di Giovanni Gentile e la storia

Repubblica Firenze 29.7.07
«Fanciullacci assassino»
Totaro esercitò "un diritto di critica politica"
di Franca Selvatici

Le sorprendenti motivazioni con cui il giudice Rocchi ha assolto il senatore di An dall´accusa di diffamazione
Totaro? Diritto di critica politica
Assassino vigliacco a Fanciullacci: offesa non punibile
La Procura non depone le armi ed ha deciso di ricorrere in appello contro la sentenza
"Un giudizio adeguato alla gravità del delitto Gentile: critica il fatto non l´eroe partigiano"

Achille Totaro, ex consigliere comunale a Firenze e oggi senatore di An, esercitò il diritto di critica politica quando definì Bruno Fanciullacci, medaglia d´oro della Resistenza, un «assassino vigliacco» in relazione all´uccisione del filosofo Giovanni Gentile, il massimo intellettuale del fascismo. Lo afferma il giudice Giacomo Rocchi nelle motivazioni della sentenza con la quale il 29 giugno ha assolto dall´accusa di diffamazione il senatore Totaro e altri cinque esponenti di An che solidarizzarono con lui nel gennaio del 2000, al culmine di un´aspra polemica politica.
Gentile fu ucciso il 15 aprile 1944 da un Gap (Gruppo di azione partigiana) guidato da Bruno Fanciullacci mentre rientrava in casa, al Salviatino, con l´autista, senza scorta e disarmato. Fanciullacci morì eroicamente tre mesi più tardi, il 17 luglio 1944, a 24 anni, gettandosi da una finestra di Villa Triste dopo essere stato orribilmente torturato.

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Pubblicato il 02.08.07 20:41 | Permalink

10.09.2007

Il maligno

Riprendo da azioneparallela - riprendo perchè mi trovo in disaccordo profondo. Lo faccio qui in forma breve. Meriterebbe di più.


"Il maligno è ciò la cui essenza implica l’esistenza.
In quanto il maligno è ciò che provoca male/dolore, cioè annienta la positività dell’esistente, esso è ciò di cui il vivente desidera la non esistenza. Ma dunque il maligno è definito dal fatto che nei suoi confronti si ha un atteggiamento ’maligno’. Il maligno dunque esiste necessariamente; perché anche la distruzione del maligno è opera dello spirito maligno."
(L. V. Tarca, Quattro variazioni sul tema negativo/positivo. Saggio di composizione filosofica, Ensemble ’900, p. 193)

Direi così:
"Il maligno è ciò la cui essenza implica l’esistenza.
Poichè il maligno è ciò che si dà alla positività dell’esistente come sua negazione, esso è ciò di cui il vivente non può far a meno per dirsi tale, proprio mentre desidera la sua non-esistenza. Il maligno esiste necessariamente proprio per questo: la sua ’contestazione’ lo implica, il desiderio di distruggerlo è la prova che esso pre-esiste alla positività dell’esistente, e grazie a lui che la positività dell’esistente si fa ’spazio’ come esistenza.
Per la positività dell’esistente, tutto il maligno può essere riportato alla ’fine’, deve esserlo: la sua distruzione, come la morte, è, per questo, un ritorno alla sua origine."

Pubblicato il 10.09.07 16:37 | Permalink

14.09.2007

Abbiate il coraggio di delirare. Apre la mente - di Remo Bodei

l’Unità 14.9.07
Abbiate il coraggio di delirare. Apre la mente
di Remo Bodei

Da Remo Bodei una lezione sulla necessità di aprirsi a ciò che «non è nella norma», perché l’«insensato» allarga i confini della nostra pigra, timorosa o iperdifensiva razionalità. E ci dà un sapere nuovo


Propongo a chi ascolta di cominciare con un esperimento mentale. Pensi al fluttuare degli astronauti nello spazio cosmico: sul piano del senso comune, eravamo abituati a credere che la forza di gravità possedesse una validità assoluta tale da trattenere con i piedi per terra anche gli abitanti degli antipodi, senza sospettare, a livello di senso comune, che la sua assenza, pur non negandola, desse luogo al levitare dei corpi. Allo stesso modo, quando riflettiamo sulla follia e sul delirio, dobbiamo liberarci concettualmente da quella «forza di gravità» psichica che ci assicurava immediatamente e indissolubilmente alla nostra immagine standardizzata della razionalità.
Dobbiamo cioè metterci di fronte a situazioni che, pur nel loro apparire spesso assurde e contorte, possono farci intravedere altri mondi non del tutto incompatibili con il nostro. In questo modo, la forza di gravità della ragione non viene negata dalla sua assenza, purché tale ragione, che definisco «ospitale», sia capace di considerare e di accogliere esperienze che vanno al di là dei limiti della norma o di ciò che è generalmente riconosciuto come ragionevole e sensato all’interno di una comunità, e di comprendere che esse, pur nella loro tragicità, ci arricchiscono, ci fanno vivere altre vite parallele alla nostra, ci consentono di esperire altre possibilità, anche creative, del linguaggio e della ideazione.

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Pubblicato il 14.09.07 00:00 | Permalink

17.09.2007

Ideologia senza ideali - di Zygmunt Bauman

Repubblica 17.9.07
L’ideologia senza ideali
di Zygmunt Bauman - L’intervento del sociologo al Festival di Filosofia a Modena


Lo scorso giugno, poco dopo la sua elezione a Presidente della Francia, Nicolas Sarkozy ha dichiarato in un´intervista televisiva: «non sono un teorico, non sono un ideologo, non sono certo un intellettuale: io sono uno concreto». Cosa voleva dire con queste parole? Con ogni probabilità voleva dire che crede fermamente in talune convinzioni mentre con altrettanta fermezza ne respinge risolutamente altre.
Dopo tutto ha affermato pubblicamente di essere un uomo che crede «nel fare, non nel pensare» e ha condotto la sua campagna presidenziale invitando i francesi a «lavorare di più e guadagnare di più». Ha detto più volte agli elettori che lavorare più duramente e più a lungo per diventare ricchi è cosa buona. (Si tratta di un invito che i francesi sembrano aver trovato attraente, anche se non l´hanno affatto ritenuto unanimemente sensato dal punto di vista pratico: secondo un sondaggio TBS-Sofres il 39% dei francesi ritiene che sia possibile diventare ricchi vincendo la lotteria, contro il 40% che ritiene che si diventi ricchi grazie al lavoro). Dichiarazioni come queste, se sono sincere, rispettano tutte le condizioni della credenza ed espletano la funzione principale che ci si attende dalle credenze: dicono cosa si deve fare e suscitano fiducia che, così facendo, si otterranno risultati positivi. Manifestano inoltre l´atteggiamento agonistico e partigiano normalmente connesso con una «ideologia».

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Pubblicato il 17.09.07 13:36 | Permalink

21.09.2007

Odissea Auschwitz - di Primo Levi

Odissea Auschwitz - di Primo Levi
La cattura da parte dei fascisti nel settembre 1943. Il trasferimento al campo di Fossoli. La deportazione in Polonia con le SS. Infine la liberazione e il ritorno a casa. Dagli archivi israeliani un’inedita deposizioneL’espresso riproduce fedelmente un documento trovato negli archivi di Yad Vashem (l’istituto per la memoria della Shoah) di Gerusalemme. Si tratta di una deposizione di Primo Levi, in cui lo scrittore dà conto delle sue vicende a partire dal 9 settembre 1943 e fino al ritorno a casa, nell’ottobre 1945.



Roma 14 Giugno 1960
DEPOSIZIONE DEL DOTT. PRIMO LEVI abitante in Torino - C.Vittorio 67.

Il 9 settembre 1943 insieme ad alcuni amici mi rifugiai in Val d’Aosta e precisamente a Brusson, sopra St.Vincent, a 54 km. dal capoluogo della regione. Avevamo costituito un gruppo partigiano nel quale figuravano parecchi ebrei fra i quali ricordo GUIDO BACHI, attualmente a Parigi in qualità di rappresentante della Soc. OLIVETTI, CESARE VITA, LUCIANA NISSIM sposatasi poi con Momigliano e attualmente domiciliata a Milano e autrice del libro: "Donne contro il mostro"; WANDA MAESTRO, deportata e deceduta in un campo di sterminio. Si aggregò a noi un tale che si faceva chiamare MEOLI e che, essendo una spia non tardò a denunciarci. Ad eccezione di CESARE VITA, che riuscì a fuggire, fummo tutti arrestati il 13 settembre 1943 e trasferiti ad AOSTA nella caserma della Milizia Fascista. Lì trovammo il centurione FERRO, il quale, saputo che eravamo tutti laureati, ci trattò benevolmente; egli fu poi ucciso dai partigiani nel 1945. Debbo confessare che, come partigiani, noi eravamo piuttosto inesperti; non meno inesperti però ci apparvero i militi fascisti che imbastirono una specie di processo. C’era fra loro un italiano dell’Alto Adige che parlava perfettamente il tedesco; un certo CAGNI che aveva già denunciato un’altra banda partigiana e c’era pure il "nostro" MEOLI.

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Pubblicato il 21.09.07 12:31 | Permalink

25.09.2007

Il suicidio di André Gorz e sua moglie

AFP | 24.09.07 | 17h20 • Mis à jour le 24.09.07 | 17h25

gorzLe philosophe André Gorz, cofondateur de l’hebdomadaire Le Nouvel Observateur, est mort, lundi 24 septembre, à l’âge de 84 ans. Il s’est suicidé avec sa femme à leur domicile de Vosnon, dans l’Aube, selon des proches du couple.
Né à Vienne en février 1923, sous le nom de Gerard Horst, André Gorz, considéré comme un penseur de l’écologie politique et de l’anticapitalisme, est notamment l’auteur d’Ecologie et Politique et d’Ecologie et Liberté. Il avait fondé, avec Jean Daniel notamment, Le Nouvel Observateur en 1964, sous le nom de Michel Bosquet.
Après sa retraite dans les années 1990, il s’était retiré dans une maison à Vosnon, à 35 kilomètres de Troyes, avec son épouse, dont il était très épris et qui était atteinte d’une affection évolutive depuis plusieurs années. Selon des proches, c’est une amie qui a constaté le drame lundi matin. Des messages affichés sur leur porte précisaient qu’il fallait "prévenir la gendarmerie".

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Pubblicato il 25.09.07 09:50 | Permalink

Heidegger e la Norimberga dei filosofi - di Armando Torno

Corriere della Sera 25.9.07
Nuove carte sui regolamenti di conti tra intellettuali nella Germania post nazista
Heidegger e la Norimberga dei filosofi
Compromesso con il Terzo Reich, fu epurato. Ma Romano Guardini non volle il suo posto - di Armando Torno

Nell’estate del 1945, con la resa incondizionata della Germania, ci fu chi pensò, dopo un processo esemplare ai capi politici, anche a una Norimberga degli intellettuali nazisti. Furono sostanzialmente esclusi, per quel che è noto sino a oggi, gli scienziati che avevano aderito al Terzo Reich e che si divisero tra Urss e Usa, senza problemi. Ma con un artista quale Arno Breker, che pur aveva aiutato Picasso durante la guerra, gli Alleati si comportarono diversamente: i suoi studi furono confiscati e distrutti, circa l’80% delle opere a lui attribuite venne disperso e qualcosa si ritroverà soltanto negli anni ’60 in una fonderia, dove le sculture erano vendute a peso (una legge del 1947 gli impedirà anche il riacquisto di quanto fosse riuscito a rintracciare). Né andò meglio per i filosofi.
Già all’indomani del 28 aprile 1945, allorché le truppe francesi entrarono a Friburgo, alcuni professori vennero arrestati per collaborazionismo e l’amministrazione comunale stilò una «lista nera» di quelli che si erano compromessi con il passato regime. I loro appartamenti furono posti sotto sequestro e si formò una «Commissione per l’epurazione», della quale fecero parte docenti appena scarcerati. Sarà questo organismo a proporre di pensionare in anticipo Martin Heidegger, che a Friburgo aveva la cattedra, ma non di allontanarlo dal suo posto. Mentre il filosofo teme la confisca della propria biblioteca, il Senato accademico impugna la decisione e le indagini sul suo conto vengono riaperte.

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Pubblicato il 25.09.07 10:49 | Permalink

Misère du présent, richesse du possible - Intervista ad André Gorz

Misère du présent, richesse du possible
Entretien avec Carlo Vercellone, Patrick Dieuaide, Pierre Peronnet - Par André Gorz - dalla rivista Multitudes - Mise en ligne le lundi 18 juin 2007

ALICE - Votre approche actuelle concernant un revenu garanti indépendant du travail (revenu de citoyenneté) est l’aboutissement d’une réflexion complexe et « tourmentée » sur la division capitaliste du travail et des dynamiques sociales susceptibles de la dépasser. Dans vos ouvrages, vous avez été amené à renoncer à une problématique axée sur la libération dans le travail pour privilégier une perspective visant essentiellement la libération du travail. C’est ainsi que dans Métamorphoses du travail, quête du sens vous affirmez que face à l’inappropriabilité de la masse des savoirs, nécessairement spécialisés, que combine la production sociale, la quête du sens de la métamorphose actuelle du travail consiste dans un projet de société du temps libéré. L’automatisation, réduisant comme peau de chagrin la sphère du travail dans l’entreprise régie par la rationalité économique du capital, devait être mise au service de l’expansion de sphères d’activité sans nécessité ni but économique ; et ce grâce à une réduction drastique et progressive du temps de travail. Ce projet de renversement de la logique de la société duale produite par le néo-libéralisme était tributaire, à notre sens, d’une vision classique de l’opposition entre travail et non-travail, c’est-à-dire entre les différentes formes d’emploi et les activités non-marchandes.

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Pubblicato il 25.09.07 11:10 | Permalink

26.09.2007

Per Gramsci. Crisi e potenza del moderno - di Alberto Burgio

il manifesto 26.9.07
La partitura teorica per la crisi di un’epoca
Pubblichiamo un brano del volume «Per Gramsci. Crisi e potenza del moderno». Il liberismo come risposta restauratrice alla espansione dei diritti del lavoro - di Alberto Burgio


Non c’è stata nessuna uscita dal Novecento. Le società occidentali sono ancora nel pieno di una classica «rivoluzione passiva» che non ha però determinanto una normalizzazione del paesaggio politico


Viviamo una grave crisi democratica. Non si tratta di una condizione eccezionale né abnorme. Si può sostenere, con un apparente paradosso, che lo stato di crisi è la condizione normale della democrazia, la quale è, a guardar bene, un processo. Quella che chiamiamo democrazia è il processo di conquista della capacità di autogoverno da parte dei corpi sociali. È la dinamica espansiva della cittadinanza che, con parole chiare e semplici, Gramsci chiama «passaggio molecolare dai gruppi diretti al gruppo dirigente». A questa cruciale dinamica si connettono inevitabilmente contraddizioni e conflitti. Crisi, appunto: provocate dalla continua tensione tra inclusione ed esclusione (tra tendenze «espansive» della classe dominante e tendenze «repressive»), e destinate ad influire sulla struttura dei soggetti (sui confini del demos), sulla forma dei poteri, sulla logica e le finalità del loro esercizio.

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Pubblicato il 26.09.07 17:45 | Permalink

La personne devient une entreprise - di André Gorz

« La personne devient une entreprise » par André Gorz (Écorev N° 7)
Note sur le travail de production de soi - par André Gorz, dalla rivista Multitudes
Mise en ligne le mardi 25 septembre 2007
Le 5 mai 2001, à Berlin, le Directeur des Ressources Humaines de Daimler Chrysler expliquait aux participants d’un congrès international que "les collaborateurs de l’entreprise font partie de son capital". Il précisait que leur comportement, leurs compétences sociales et émotionnelles jouent un rôle important dans l’évaluation de leur qualification. Par cette remarque, il faisait allusion au fait que le travail de production matérielle incorpore une proportion importante de travail immatériel.

Dans le système Toyota, en effet, les ouvriers des ateliers de montage final commandent eux-mêmes les pièces aux sous-traitants - les commandes remontent en une cascade inversée, du montage final aux sous-traitants de premier rang dont les ouvriers se font eux-mêmes livrer par ceux du deuxième rang etc. - et sont eux-mêmes en rapport avec la clientèle. Comme le précisait il y a quelques années le directeur de la formation de Volkswagen : « Si les groupes de travail ont une large autonomie pour planifier, exécuter et contrôler les processus, les flux matériels et les qualifications, on a une grande entreprise faite de petits entrepreneurs autonomes. » Ce « transfert des compétences entrepreneuriales vers la base » permet de « supprimer dans une large mesure les antagonismes entre travail et capital ».

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Pubblicato il 26.09.07 17:57 | Permalink

27.09.2007

André Gorz: cento anni avanti per chi va cento anni indietro - di 'http://ilcomeilperche.blogspot.com'

André Gorz: cento anni avanti per chi va cento anni indietro - di ’http://ilcomeilperche.blogspot.com/’

Nel testo L’Immateriale. Conoscenza, valore e capitale (2003) André Gorz risolve la vexata quaestio del post-capitalismo contemporaneo, tagliando alla radice la presunta continuità tra la struttura materiale delle società occidentali novecentesche e la post-modernità. Gorz parte dalla novità più rilevante del ciclo produttivo inaugurato dall’estensione globale del liberismo: la produzione di sé, come funzione che va sostituendo definitivamente la produzione materiale di ricchezza e di senso.
La produzione di sé è infatti la “messa al lavoro” dell’intero regesto delle facoltà umane, catturato nell’ordine simbolico e non più solo psico-fisico dell’antico salariato, in cui si dissolve l’obsoleta distinzione tra tempo di vita e tempo di lavoro.
Produzione di sé significa infatti che il regime globale della produzione, da un lato si individualizza per afferrare interamente l’esistenza, non più solo la sua parte lavorativa, che anzi diviene minoritaria, dall’altra che ogni singolo essere umano entra nel flusso economico globale mettendo a frutto intelligenza, affettività, sapere e cooperazione.
Si tratta niente di meno che dell’abolizione del lavoro, che del resto era stata pronosticata da Marx ne L’ideologia tedesca, così commentata: «In questo contesto Marx definiva il comunismo come abolizione del lavoro che ha perso ogni apparenza di attività personale…».

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Pubblicato il 27.09.07 02:43 | Permalink

La via heideggeriana al nazionalsocialismo - due articoli dell'Unità

l’Unità 27.9.07
«Heidegger? Nazista sì, ma un po’ strano» - di Marco Dolcetta

ARCHIVI Dalle carte del Terzo Reich riemerge quel che pensava la polizia politica di Hitler del filosofo dell’Essere: bravo antisemita, cittadino esemplare ma distaccato, pensatore con la testa tra le nuvole.

Recentemente sono ricomparsi una serie di documenti segreti della polizia del Terzo Reich sul filosofo Martin Heidegger, che possono contribuire alla definizione dell’annosa questione della partecipazione del filosofo all’ideologia dello Stato nazista.
Come tutti i cittadini del Terzo Reich anche Martin Heidegger era sottoposto allo stretto controllo della polizia politica tedesca. Un primo rapporto su di lui pubblicato in parte sulla rivista della Rdt Allemagne aujourd’hui nel 1966 è conservato negli archivi del Ministero degli Esteri francese con sede a Colmar, in quanto Friburgo, sua città di residenza alla fine della guerra passò sotto il controllo francese (sez. «Documenti storici»). In data 11 maggio 1938, nell’estratto da questa documentazione, Heidegger nel rispondere ad un questionario della polizia, alla richiesta se si fosse pronunciato a favore del partito nazionalsocialista prima della presa del potere, replica di sì. Altrettanto alla domanda se ricevesse la stampa del partito. Quando gli viene chiesto se i suoi figli sono membri della gioventù nazionalsocialista e se fosse un generoso donatore, risponde sempre di sì. Dice di partecipare, senza regolarità, alle manifestazioni del partito. Dice anche di approvare lo Stato nazionalsocialista e di non aver detto mai nulla di sfavorevole; rispetto agli ebrei dice di non comprare mai nulla da loro e di non aver legami politico-confessionali. La polizia fa delle considerazioni alla fine del questionario. Nella rubrica «Apprezzamento del carattere», c’è scritto: «Carattere un po’ chiuso, non molto vicino al popolo, non vive che per i propri studi, non ha sempre i piedi per terra. Reputazione morale: buona. Reputazione materiale: buona. È un reazionario: no! È un disfattista: no! È un critico: no!».

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Pubblicato il 27.09.07 17:41 | Permalink

29.09.2007

Une contribution sur Foucault - di Toni Negri

dimanche 23 septembre 2007 par Antonio Negri
Foucault est là, dans l’entre-deux, ni dans le passé dont il fait l’archéologie, ni dans le futur qu’il esquisse parfois.
L’oeuvre de Foucault : un article - interview avec Antonio Negri. Da "FSU - Nouveaux Regards", Agosto 2004

Question 1 : Les analyses de Foucault sont-elles d’actualité pour comprendre le mouvement des sociétés ? Dans quels domaines vous semble-t-il qu’elles devraient être renouvelées, réajustées, prolongées ?

Réponse 1 : L’oeuvre de Foucault est une étrange machine, elle ne permet en réalité de penser l’histoire que comme histoire présente. Probablement, une bonne partie de ce que Foucault a écrit (Deleuze l’a très justement souligné) devrait être aujourd’hui réécrit. Ce qui est étonnant - et touchant -, c’est qu’il ne cesse jamais de chercher, il fait des approximations, il déconstruit, il formule des hypothèses, il imagine, il construit des analogies et raconte des fables, lance des concepts, les retire ou les modifie... C’est une pensée d’une inventivité formidable. Mais cela n’est pas l’essentiel : je crois que c’est sa méthode qui est fondamentale, parce qu’elle lui permet d’étudier et de décrire à la fois le mouvement du passé au présent et celui du présent à l’avenir. C’est une méthode de transition dont le présent représente le centre. Foucault est là, dans l’entre-deux, ni dans le passé dont il fait l’archéologie, ni dans le futur qu’il esquisse parfois - “ comme à la limite de la mer un visage sur le sable ” - l’image. C’est à partir du présent qu’il est possible de distinguer les autres temps. On a souvent reproché à Foucault la légitimité scientifique de ses périodisations : on comprend les historiens, mais en même temps, j’aurais envie de dire que ce n’est pas un vrai problème : Foucault est là où s’installe le questionnement, il l’est toujours à partir de son propre temps.

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Pubblicato il 29.09.07 11:35 | Permalink

200 anni dalla 'Fenomenologia' hegeliana: un convegno

l’Unità 29.9.07
A Roma un convegno a duecento anni dalla pubblicazione della celebre opera hegeliana tradotta in Italia dal grande hegelista Enrico De Negri - La «Fenomenologia» di Hegel? Ottima per capire il mondo globale e le sue differenze di Bruno Gravagnuolo - "Le dispute tra hegeliani e antihegeliani sono un ricordo ma il fascino del filosofo resta. Il conflitto tra servo e signore è una chiave attualissima per capire la politica"
Ci fu un tempo in cui accapigliarsi su Hegel era d’obbligo. Da Marx in poi, certo. E già tra hegeliani: giovani, vecchi, di destra o di sinistra. In fondo in tutta la modernità otto-novecentesca non v’è stato filosofo che più di Hegel ha diviso gli animi, ha marcato scelte, e influenzato i movimenti politici. Per il tramite dei suoi interpreti, dei suo detrattori, o dei suoi «rovesciatori». Ben per questo Bobbio parlava di un «macigno» che ancora sta sulla nostra strada. E ben per questo Loewith vedeva nel tratto che va «Da Hegel a Nietzsche» il cuore di tutte le dispute culturali europee a venire.

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Pubblicato il 29.09.07 18:45 | Permalink

07.10.2007

"La potenza universale dell'amore" - Hannah Arendt

il manifesto 2.10.07
Grandezza e tragedia all'inizio di un mondo nuovo - di Hannah Arendt

L'amore è una potenza e non un sentimento. Si impadronisce dei cuori, ma non nasce dal cuore. L'amore è una potenza dell'universo, nella misura in cui l'universo è vivo. Essa è la potenza della vita e ne garantisce la continuazione contro la morte. Per questo l'amore «supera» la morte. Appena si è impossessato di un cuore, l'amore diventa una potenza ed eventualmente una forza.
L'amore brucia, colpisce l'infra, ovvero lo spazio-mondo fra gli uomini, come il fulmine. Questo è possibile soltanto se vi sono due uomini. Se si aggiunge il terzo, allora lo spazio si ristabilisce immediatamente. Dall'assoluta assenza di mondo (= spazio) degli amanti nasce il nuovo mondo, simboleggiato dal figlio. In questo nuovo infra, nel nuovo spazio di un mondo che inizia, devono stare ora gli amanti, essi vi appartengono e ne sono responsabili. Proprio questa è però la fine dell'amore. Se l'amore persiste, anche questo nuovo mondo viene distrutto. L'eternità dell'amore può esistere soltanto nell'assenza di mondo (dunque: «e se Dio vorrà, ti amerò anche di più dopo la morte» - ma non perché allora io non «vivrò» più e di conseguenza potrò forse essere fedele o qualcosa del genere, ma a condizione di continuare a vivere dopo la morte e di aver perduto in essa soltanto il mondo!) o come amore degli «abbandonati», non a causa dei sentimenti, ma perché, assieme agli amanti, è andata perduta la possibilità di un nuovo spazio mondano.
In quanto potenza universale (dell'universo) della vita, l'amore non ha propriamente una origine umana. Nulla ci inserisce in modo sicuro e inesorabile nell'universo vivente più dell'amore, al quale nessuno può sfuggire. Appena però questa potenza si impadronisce dell'uomo e lo getta verso un altro e brucia l'infra del mondo e del suo spazio fra i due, proprio l'amore diventa «ciò che vi è di più umano» nell'uomo, ovvero un'umanità che persiste senza mondo, senza oggetto (l'amato non è mai oggetto), senza spazio. L'amore consuma, consuma il mondo, e dà un'idea di che cosa sarebbe un uomo senza mondo. (Perciò lo si pensa spesso in relazione a una vita in «un altro mondo», ovvero in una vita senza mondo.)
L'amore è una vita senza mondo. In quanto tale, si manifesta come creatore di mondo; esso crea, genera un mondo nuovo. Ogni amore è l'inizio di un mondo nuovo; è questa la sua grandezza e la sua tragedia. Infatti, in questo mondo nuovo, nella misura in cui non è soltanto nuovo, ma anche appunto mondo, l'amore soccombe.
L'amore è dunque in primo luogo la potenza della vita; noi apparteniamo al vivente poiché sottostiamo a questa potenza. Chi non ha mai subito questa potenza non vive, non appartiene al vivente. In secondo luogo, esso è il principio che distrugge il mondo e indica così che l'uomo è ancora senza mondo, che egli è « più » del mondo, benché senza mondo non possa durare. Così, l'amore rivela proprio ciò che è specificamente umano nell'universo vivente. Il discorso degli amanti è così vicino alla poesia perché è il discorso puramente umano. E, in terzo luogo, l'amore è il principio creativo che oltrepassa il semplice fatto di essere vivi, poiché dalla sua amondanità nasce un nuovo mondo. In quanto tale, «supera» la morte, o ne è il vero e proprio principio opposto. Soltanto perché crea esso stesso un mondo nuovo, l'amore rimane (oppure sono gli amanti che tornano indietro) nel mondo. L'amore senza figli o senza un mondo nuovo è sempre distruttivo (antipolitico!); ma proprio allora produce ciò che è propriamente umano in tutta la sua purezza.
(dal Quaderno XVI, Maggio 1953-giugno 1953)

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Pubblicato il 07.10.07 12:47 | Permalink

30.10.2007

Unione Sovietica. L'onda lunga del terrore - di Simonetta Fiori

Repubblica 30.10.07 Unione Sovietica. L’onda lunga del terrore - di Simonetta Fiori Dagli anni Venti al 1953 furono eliminati oltre dodici milioni di persone con picchi di settecentomila fucilati nel ‘37. Intervista/ Andrea Graziosi ha ricostruito la storia dell´Urss dal 1914 al 1945 sulla base di nuovi documenti accessibili dal ‘91. Dal gennaio al giugno del 1933 i morti nelle campagne furono circa cinque milioni. Intanto nelle città fu reintrodotto il passaporto interno con discriminazioni infinite Spesso il filtro ideologico ha appannato l´occhio dello storico: per anni vi è stato chi ha negato la realtà del lavoro forzato o delle carestie e l´entità delle vittime Storia imprevedibile, tragica e a tratti grottesca quella dell´Unione Sovietica, dove ci si può imbattere nelle più luttuose epopee finora rimaste in penombra - oltre al già conosciuto Grande Terrore del ‘37-´38 - o in personaggi gogoliani come quel funzionario bolscevico che negli anni Venti voleva vendere un Rembrandt in cambio d´un trattore. Nel novantesimo anniversario dell´Ottobre rosso, esce dal Mulino il primo volume della Storia dell´Unione Sovietica di Andrea Graziosi, L´Urss di Lenin e Stalin (1914-1945), la prima scritta sui nuovi documenti scoperti dopo il 1991 negli archivi di Mosca (pagg. 630, euro 30). Una novità rilevante sul piano delle fonti, che consentono di analizzare dall´interno il formarsi dell´accidentato paesaggio storico, non di limitarsi - nel migliore dei casi - a una descrizione da lontano dei suoi contorni. Ma anche un importante contributo dal punto di vista interpretativo, che capovolge il tradizionale rapporto tra impero zarista e Unione Sovietica, quest´ultima raffigurata come sospinta dall´onda lunga della vitalità intellettuale e demografica del primo, destinata a consumarsi fino al 1939 tra guerre civili, repressioni e carestie. Nel lungo dopoguerra la storia sovietica ha alimentato passioni e lacerato coscienze, producendo anche in Italia lavori partigiani a sinistra come a destra. «Spesso», dice Graziosi, «il filtro ideologico ha finito per appannare l´occhio dello storico: nell´encomio e nella demonizzazione. Per anni vi è stato chi ha negato la realtà del lavoro forzato e della carestia e quando ciò non è stato più possibile ha ingaggiato battaglie sul numero dei morti». Oggi è possibile accostarsi a quella storia con uno sguardo più libero e attrezzato. E può indurre a riflessione la circostanza che ad affrontare l´impervio cammino sia uno studioso non di area postcomunista, segno d´una difficoltà a sinistra nel fare i conti con una storia così ingombrante. «Sì, credo che una rimozione da speranza delusa vi sia stata», dice Graziosi, 53 anni, professore di Storia contemporanea all´Università di Napoli, diversi incarichi tra le università di Yale, Harvard e l´Ecole des Hautes Etudes, una nutrita bibliografia anche in Russia e in edizioni anglosassoni, recente la nomina alla presidenza della Sissco, la Società di studi di storia contemporanea.

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Pubblicato il 30.10.07 00:00 | Permalink

Se la psicoanalisi volta le spalle a Edipo - di Fausto Petrella

il manifesto 19.10.07
Se la psicoanalisi volta le spalle a Edipo
Non è certo un caso se la distruttività che impedisce lo sviluppo del pensiero e dei processi simbolici finisce oggi per preoccupare più delle vicissitudini conflittuali legate all'oggetto del desiderio
di Fausto Petrella

Il grande mitografo Karol Kerényi mostra, in due importanti saggi del 1966 e del 1968, la persistente presenza del mito di Edipo nella cultura occidentale, a partire dalla più illustre tra le sue espressioni che l'antichità ci ha rimandato, la tragedia di Sofocle, Edipo re. A subire il fascino di un mito le cui origini si perdono nell'oscurità del passato più remoto, e a garantirne la continuità, sono stati moltissimi scrittori e poeti ai quali Kerényi fa riferimento: da Seneca a Hölderlin, sino a Hofmansthal, Cocteau e Gide nel '900. Ma furono profondamente attratti da Edipo anche Thomas Mann, Borges, Dürrenmatt, ognuno introducendo nuove varianti, adattando il mito al proprio tempo e al proprio sentire. Naturalmente, nel lungo tragitto percorso dal mito edipico nei secoli, lo spartiacque fondamentale resta l'incontro di Sigmund Freud con la tragedia di Sofocle: era questo il «classico» che studiò nel suo ultimo anno di liceo e dal quale avrebbe sviluppato, dopo una gestazione straordinariamente laboriosa, la nozione di «complesso edipico», formulata nella sua versione completa a ben dieci anni di distanza dall'Interpretazione dei sogni.
Slittamento di attenzione

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Pubblicato il 30.10.07 09:25 | Permalink

Tra musica e inconscio un legame profondo - di Pietro Bria

il manifesto 19.10.07
Attualità del mito - Tra musica e inconscio un legame profondo. Cinquant'anni prima che Freud scrivesse l'«Interpretazione dei sogni» Wagner scendeva, con la sua Valchiria, nei meandri dell'esperienza emotiva dominata dal non-detto
di Pietro Bria

«Come, dunque, si volge via il dio da te, così bacia via dai tuoi occhi la divinità»: sono le parole piene di commozione con cui il dio Wotan - nel finale della Valchiria - si congeda dalla figlia Brunilde, che è costretto ad allontanare da sé e a privare del suo essere divino. Ma è anche la frase che per Giuseppe Sinopoli traduce quello splendido ossimoro con cui Wagner tenta di descrivere e di mettere in musica la ferita degli affetti che si è aperta nell'animo del dio: Wotan, infatti, è spinto a recuperare l'unione perduta con la figlia e, al tempo stesso, a separarsene, a prendere commiato da lei. Proprio in questo momento drammaturgico di così forte impatto emotivo può riassumersi il senso più profondo della vocazione psicoanalitica di Sinopoli, che lega la musica all'inconscio delle passioni umane.

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Pubblicato il 30.10.07 09:28 | Permalink

Dossier anniversario rivoluzione d'ottobre - I

Repubblica 23.10.07
Ottobre - di Hannah Arendt

La rivoluzione d´ottobre ottenne la vittoria con stupefacente facilità in un paese dove una burocrazia dispotica e accentrata governava una massa amorfa, che né i residui del feudalesimo rurale né il debole, nascente capitalismo urbano avevano saputo organizzare. Quando Lenin affermava che in nessun altro paese del mondo sarebbe stato così facile conquistare il potere e così difficile conservarlo, si rendeva conto non solo della debolezza della classe operaia russa, ma altresì delle anarchiche condizioni sociali che favorivano i cambiamenti improvvisi. Privo com´era degli istinti del capo della massa, Lenin puntò subito su tutte le possibili differenziazioni, sociali, nazionali, professionali, capaci di introdurre delle strutture nella popolazione, nella palese convinzione che tale processo stratificatore avrebbe costituito la salvezza del potere rivoluzionario.

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Pubblicato il 30.10.07 09:36 | Permalink

La musica di Mahler sotto l'occhio del boia - di Milan Kundera

Repubblica 23.10.07
La musica di Mahler sotto l'occhio del boia - di Milan Kundera

Uno o due anni dopo la guerra, adolescente, incontrai una giovane coppia di ebrei che avevano all´incirca cinque anni più di me; avevano trascorso la giovinezza a Terezin, e poi in un altro campo. Mi sentivo intimidito davanti al loro destino. Il mio disagio li irritò: «Finiscila una buona volta!» e, con insistenza, mi fecero capire che la vita laggiù aveva conservato tutto il suo ventaglio di possibilità: dalle lacrime agli scherzi, dall´orrore alla tenerezza. Grazie all´amore nei confronti della loro stessa vita, essi si difendevano dall’essere trasformati in una leggenda, in statue di dolore o in documenti del libro nero del nazismo. Da allora li ho persi completamente di vista, ma non ho dimenticato quello che avevano cercato di farmi capire.
Terezin in ceco, Theresienstadt in tedesco. Una città trasformata in ghetto che i nazisti utilizzarono come paravento, come alibi, dove lasciarono vivere i prigionieri in modo relativamente civile per poter esporli ai curiosi della Croce rossa internazionale. Qui sono stati ammassati gli Ebrei dell´Europa Centrale, soprattutto coloro della parte austro-ceca; fra di loro molti intellettuali, compositori, scrittori, tutta una grande generazione che aveva vissuto alla luce di Freud, di Mahler, di Wittgenstein, di Schönberg, di Janácek, dello Strutturalismo praghese.
I prigionieri di Terezin seppero approfittare meravigliosamente della piccolissima particella di libertà concessa loro dai carcerieri; la loro attività intellettuale e artistica ci lascia stupefatti; non penso solo alle opere che riuscirono a creare (soprattutto i compositori), ma forse ancor di più a quella sete di vita culturale che s´impadronì di tutta la comunità di Terezin, che, in condizioni spaventose, frequentava teatri, concerti, mostre.
Che cosa rappresentava per loro l´arte? La maniera di mantenere completamente dispiegato il ventaglio dei sentimenti e delle idee affinché la vita non si riducesse alla sola dimensione dell´orrore. E per gli artisti detenuti laggiù? Costoro vedevano il loro destino personale confondersi con quello dell´arte moderna, l´arte cosiddetta «degenerata», l´arte perseguitata, irrisa, condannata a morte. Guardo la locandina di un concerto tenutosi nella Terezin di allora: in programma Mahler, Zemlinskij, Schönberg, Haba. Sotto gli occhi dei boia i condannati suonavano una musica condannata.
Penso agli ultimi anni del secolo passato, un secolo maledetto che, giunto alla fine, è stato preso dal desiderio di vomitarsi addosso il disgusto per se stesso. La memoria, il dovere della memoria, il lavoro della memoria, queste erano le parole d´ordine di quegli anni. Era ritenuto un atto onorevole perseguire i crimini politici del passato, dare la caccia perfino alle sue ombre, alle sue ultime sudice macchie.
Tuttavia, tale memoria del tutto particolare, «incriminatrice», serva premurosa del castigo, non aveva niente in comune con quella a cui avevano tenuto così tanto gli ebrei di Terezin, i quali se ne erano infischiati altamente dell´immortalità dei loro carcerieri e avevano fatto di tutto per conservare il ricordo di Mahler e Schönberg.
Un giorno, discutendo di questo argomento, chiesi a un amico:
«... conosci Un sopravvissuto di Varsavia? - Un sopravvissuto? Chi?» Non sapeva di che cosa stessi parlando. Eppure Un sopravvissuto di Varsavia (Ein berlebender aus Warschau), oratorio di Arnold Schönberg, è il più grande monumento che la musica abbia mai dedicato all´Olocausto. Tutta l´essenza esistenziale del dramma degli Ebrei del XX secolo è in quest´opera viva e presente. In tutta la sua atroce grandezza. In tutta la sua bellezza atroce. Ci si batte perché degli assassini non vengano dimenticati. E Schönberg, lo abbiamo dimenticato.

© Milan Kundera (traduzione di Massimo Rizzante)

Pubblicato il 30.10.07 09:39 | Permalink

02.11.2007

Dossier anniversario rivoluzione d'ottobre - II

Lo speciale pubblicato su l’Unità on-line

Ottobre 1917, l’assalto al cielo di una generazione - Roberto Arduini



Il 25 ottobre di novant’anni fa, iniziava in Russia una fase storica che ha segnato un secolo. Nella finestra sull’Europa voluta dallo Zar Pietro I, San Pietroburgo, i bolscevichi portavano a compimento un percorso iniziato mesi prima con una manifestazione di protesta per il prezzo del pane. Ma se dovessimo cercarne le cause, si potrebbe risalire al 1905.

Come sempre le date sono una convenzione degli storici, fatta a posteriori. Il flusso della Storia è continuo e non c’è evento che non sia conseguenza di azioni passate e causa di sviluppi futuri. Gli anniversari hanno però un senso in quanto le date portano con sé un significato simbolico su cui ogni generazione può tornare a ragionare.

A quasi un secolo di distanza e a quasi 20 anni dalla chiusura di quella stagione, vogliamo guardare a quegli eventi storici da un punto di vista diverso. Il comunismo russo dei primi anni fu anche una lente attraverso cui vedere e affrontare la realtà, nei suoi aspetti più diversi. Il materialismo storico applicato a un paese come la Russia pose il problema di ricreare un nuovo rapporto tra individuo e Stato, tra società e partito, senza buttar via per forza tutto il passato, ma trasformando e riplasmando l’esistente.

Lo stesso fecero intellettuali, artisti, medici. I movimenti d’avanguardia fecero propri gli ideali rivoluzionari e cercarono di tradurli in campo artistico, letterario e professionale, rompendo con i canoni tradizionali e sperimentando nuove forme espressive. Qui ne vogliamo ricordare alcuni, senza la presunzione di essere esaustivi.

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Pubblicato il 02.11.07 10:55 | Permalink

03.11.2007

«Il mondo è sparito da sempre» - di Jean Baudrillard

l’Unità 2.11.07
L’ultimo Baudrillard: «Il mondo è sparito da sempre» - di Jean Baudrillard, Marco Dolcetta

Fra le carte che gli amici hanno rinvenuto sulla scrivania di Jean Baudrillard dopo la sua morte, è stato trovato un testo datato 20 gennaio 2007, dal titolo Perché tutto non è già sparito. Sono una trentina di fogli di cui pubblichiamo un estratto e che può essere considerato il testamento filosofico di Jean Baudrillard. Il testo integrale verrà presto pubblicato dalle edizioni L'Herne.

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Pubblicato il 03.11.07 17:10 | Permalink

05.11.2007

Dossier anniversario rivoluzione d'ottobre - III

l’Unità 5.11.07
Cronaca di un Ottobre rosso - di Adriano Guerra

Se nell’ottobre del 1917 si fosse semplicemente conclusa in Russia con l’avvio dell’Assemblea Costituente la rivoluzione di febbraio con la nascita di una repubblica democratica, socialista e parlamentare. Se, se, se. Se i menscevichi e i socialisti rivoluzionari (Sr) non avessero abbandonato il 2° congresso dei Soviet lasciando con i bolscevichi soltanto un pugno di Sr «di sinistra»... Se i bolscevichi avessero accettato il risultato delle elezioni per la Costituente che assegnava la maggioranza dei seggi agli Sr (40%) ma assicurava col 24% dei bolscevichi e il 4% dei menscevichi la vittoria a una sinistra pluripartitica
Non ci sarebbe stato Stalin, lo stalinismo, il gulag.… Se, se, se.
Di nuovo, come era già avvenuto negli anni 70 del secolo scorso dopo che il Pci aveva proclamato con Berlinguer che la democrazia doveva essere considerata un «valore universale», si ricostruisce quel che è avvenuto nella Russia fra il febbraio e l’ottobre del 1917 alla ricerca dell’anello perduto. E di quel che è accaduto - fra spinte liberatorie e paurose involuzioni - in seguito a quella perdita. Si cercano risposte nuove (si vedano i libri di Marcello Flores (La rivoluzione, Einaudi, Torino, 2007, pp. 132) recensito su queste pagine da Bruno Gravagnuolo, e di Vittorio Strada, (La rivoluzione svelata, Liberal , Roma 2007, pp. 155), il convegno che si aprirà tra un paio di giorni alla Fondazione Basso a Roma con una relazione di Maria Ferretti, le pagine dedicate di continuo dai giornali a quei lontani eventi).

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Pubblicato il 05.11.07 13:13 | Permalink

07.11.2007

Quando la politica si affida alla paura - di Slavoj Zizek

Repubblica 6.11.07
Quando la politica si affida alla paura - di Slavoj Zizek

La modalità della politica che oggi predomina è la biopolitica postpolitica - esempio di gergo astratto che mette soggezione e che, tuttavia, può essere facilmente spiegato: la "postpolitica" è una politica che sostiene di lasciare dietro di sé le vecchie lotte ideologiche per concentrarsi invece su una gestione e su un´amministrazione competenti, mentre la «biopolitica» designa come proprio obiettivo principale la regolamentazione della sicurezza e del benessere delle vite umane. E´ chiaro in che modo queste due dimensioni si sovrappongano.
Una volta che si rinuncia alle grandi cause ideologiche, ciò che resta è solo l´amministrazione efficiente della vita... o quasi solo questo. In altre parole, quando il livello di base della politica è costituito dalle attività depoliticizzate e socialmente oggettive di un´amministrazione competente e di un coordinamento degli interessi, l´unico modo per introdurre passione in questo campo, per mobilitare attivamente la gente, è la paura, costituente fondamentale dell´odierna soggettività. Per questa ragione la biopolitica è in definitiva una politica della paura, incentrata sulla difesa contro potenziali persecuzioni o molestie.
E´ questo che distingue una politica di emancipazione radicale dal nostro status quo politico. Qui non stiamo parlando della differenza tra due visioni, o tra due insiemi di assiomi, ma tra la politica basata su una serie di assiomi universali e una politica che rinuncia alla dimensione costitutiva stessa di ciò che è politico, affidandosi alla paura come ultima risorsa di mobilitazione: paura degli immigrati, del crimine, dell´empia depravazione sessuale, di un eccesso di Stato, con il suo fardello di tasse pesanti, delle catastrofi ecologiche, paura delle molestie. Il politicamente corretto è la forma progressista esemplare della politica della paura. Una siffatta (post) politica si basa sempre sulla manipolazione di un ochlos, o moltitudine, paranoide: è la terrorizzante mobilitazione di un popolo terrorizzato.

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Pubblicato il 07.11.07 14:28 | Permalink

14.11.2007

Un attacco alla fede cristiana - di Giuseppe De Rosa S.I.

Un attacco alla fede cristiana
da “La Civiltà Cattolica”, quaderno 3755, 2 dicembre 2006
di Giuseppe De Rosa S.I.

È stato pubblicato nel settembre scorso — e se n’è stampata una seconda edizione nell’ottobre — il volume “Inchiesta su Gesù”, nel quale il giornalista Corrado Augias e il prof. Mauro Pesce, docente di storia del cristianesimo all’Università di Bologna, discutono — il primo ponendo domande e il secondo dando risposte — su Gesù, «l’uomo che ha cambiato il mondo». Augias si professa «non cattolico» e non ritiene Gesù «figlio di Dio» (p. 239), ma è interessato a «conoscere meglio Gesù detto il Cristo, che ha così profondamente influenzato la storia del mondo»: cioè a conoscere Gesù qual è stato veramente, prima che «la liturgia, la dottrina, il mito trasformassero la sua memoria in un culto, il culto in una fede, la fede in una delle grandi religioni dell’umanità» (p. 3).

Il prof. Pesce si è mantenuto sul piano della ricerca storica, esprimendo «convinzioni a cui è arrivato dopo una lunga ricerca che gli sembra onesta». Perciò — egli afferma — «nel dialogo condensato in questo libro ho sempre cercato di mantenermi sul piano storico, evitando di presentare le mie convinzioni personali sulla fede» (p. 236). Egli è «convinto che la ricerca storica rigorosa non allontani dalla fede, ma non spinga neppure verso di essa». In sostanza, il Gesù che la fede cristiana professa dev’essere distinto dal Gesù quale risulta dalla ricerca storica su di lui.

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Pubblicato il 14.11.07 00:00 | Permalink

Chi era l’uomo che ha cambiato il mondo - di Raniero Cantalamessa

A proposito del libro di Corrado Augias e Mauro Pesce
Chi era l’uomo che ha cambiato il mondo - di Raniero Cantalamessa
29-11-2006 "Avvenire

1. Nella scia del ciclone

Il ciclone “Il Codice da Vinci” di Dan Brown non è passato invano. Sulla sua scia stanno fiorendo, come sempre avviene in questi casi, nuovi studi sulla figura di Gesú di Nazareth con l’intenzione di svelarne il vero volto ricoperto finora sotto la coltre dell’ortodossia ecclesiastica. Anche chi ne prende a parole le distanze, se ne mostra per più versi influenzato.

A tale filone mi pare appartenga il libro a quattro mani di Corrado Augias e Mauro Pesce, Inchiesta su Gesú (Mondadori, 2006). Vi sono, come è naturale, differenze tra l’uno e l’altro autore, tra il giornalista e lo storico. Ma non voglio cadere io stesso nell’errore che più di ogni altro compromette a mio parere questa “inchiesta” su Gesú che è di tener conto solo e sempre delle differenze tra gli evangelisti, mai delle convergenze. Parto perciò da ciò che è comune ai due autori, Augias e Pesce. Esso si può riassumere così: Sono esistiti, all’inizio, non uno ma diversi cristianesimi. Una delle sue versioni ha preso il sopravvento sulle altre; ha stabilito, secondo il proprio punto di vista, il canone delle Scritture e si è imposta come ortodossia, relegando le altre al rango di eresie e cancellandone il ricordo. Noi possiamo però oggi, grazie a nuove scoperte di testi e a una rigorosa applicazione del metodo storico, ristabilire la verità e presentare finalmente Gesú di Nazareth per quello che fu veramente e che egli stesso intese essere, cioè una cosa totalmente diversa da quello che le varie chiese cristiane hanno finora preteso che fosse.

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Pubblicato il 14.11.07 00:00 | Permalink

15.11.2007

Diffondere la conoscenza del dibattito esegetico su Gesù è oggi necessario - di Mauro Pesce

Mauro Pesce - Risposta al Padre R. Cantalamessa
Diffondere la conoscenza del dibattito esegetico su Gesù è oggi necessario

Il Padre Raniero Cantalamessa ha dedicato un lunghissimo articolo al libro Inchiesta su Gesù di Mondadori scritto da Corrado Augias (intervistatore) e da Mauro Pesce (intervistato). Lo scopo principale delle mie risposte ad Augias in questo libro è di esporre ad un pubblico vasto alcune delle questioni dibattute da decenni nell’esegesi di tutte le parti del mondo sulla base della competenza che mi sono fatto in quasi quaranta anni di studio. Leggo nell'articolo di Cantalamessa la forte preoccupazione che questa diffusione di opinioni esegetiche possa nuocere alla fede dei lettori. Da qui il bisogno che un ecclesiastico noto critichi questo libro in modo che i lettori siano vaccinati.

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Pubblicato il 15.11.07 00:00 | Permalink

Gesù Nazareno. Un colloquio con Mauro Pesce. A cura di Cristiana Facchini

dal sito Storicamente

Inchiesta su Gesù è un libro di carattere divulgativo, scritto a quattro mani con Corrado Augias. Dopo tanti anni di ricerca accademica sul Gesù storico, come sei giunto all’idea di scrivere questo libro? Come è stato il rapporto tra domande e risposte al di fuori degli ambienti di specialisti?

Il mio libro Le parole dimenticate di Gesù (Mondadori-Lorenzo Valla) del settembre 2004 aveva avuto un successo inaspettato nonostante si trattasse di una voluminosa antologia in greco e in latino con un commento molto tecnico. Ho intuito perciò che un vasto pubblico aveva un interesse a conoscere i risultati scientifici delle indagini storiche su Gesù. Quando Augias mi propose un’intervista su Gesù ero quindi in qualche modo già pronto ad accettare.

Chiedendomi quale sia il rapporto tra domande e risposte tu metti il dito sulla questione centrale del libro. Augias non ha fatto domande sue, ma, da grande professionista quale è, si è fatto portavoce delle domande che — a suo giudizio — erano le più diffuse e sentite in un vasto pubblico. In un processo di divulgazione è fondamentale innestare i risultati della ricerca scientifica sul bisogno reale della gente. Non basta esprimersi in modo chiaro e semplice. È necessaria una accurata conoscenza della situazione culturale in cui la maggioranza della popolazione vive. C'è poi bisogno di un meccanismo di promozione che segnali il prodotto-libro a vasti strati della popolazione, in modo da suscitare interesse verso la lettura.

Devo però dire che il successo del libro ha per me anche un aspetto fastidioso, perché le cose che dico nelle mie risposte ad Augias erano già state da me esposte varie volte in una quantità di articoli e libri scientifici che non hanno riscosso un così vasto interesse. Questo fatto esige risposte pratiche sui modi di trasmissione del sapere nella società di oggi.

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Pubblicato il 15.11.07 03:38 | Permalink

28.11.2007

Repubblica 28.11.07 L’evoluzione incompiuta -

Repubblica 28.11.07
L’evoluzione incompiuta - di Luce Irigaray

A quale punto del loro percorso di emancipazione e di liberazione sono pervenute le donne? Come regolano, oggi, le relazioni fra vita privata e vita pubblica? Perché la questione decisiva dalla parte delle donne è stata per secoli e ancora rimane la seguente: come uscire dal letto matrimoniale e dalla cucina della casa familiare per acquisire un´autonomia civile che consenta loro un ruolo pubblico paritetico rispetto a quello dell´uomo. La cosa non è così semplice da potere essere risolta in qualche anno. Così oggi assistiamo a situazioni paradossali che possono scoraggiare chi ha pensato che le donne siano le protagoniste di cui la nostra Storia ha ormai bisogno.
E però va anche ricordato che è da poco tempo che le donne si trovano a doversi confrontare con l´impegno di passare da una semplice identità naturale a un´identità civile. Il carattere parossistico di certi atteggiamenti sembra dunque corrispondere all´emergere sintomatico di un´evoluzione incompiuta.

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Pubblicato il 28.11.07 00:00 | Permalink

02.01.2008

Dialogo al pianoforte con Maurizio Pollini

L’espresso n.51 21.12.07
Colloquio con Maurizio Pollini. Dialogo al pianoforte - di Riccardo Lenzi
La musica può cambiare il mondo. E il passato va letto alla luce del presente. Parla il maestro Maurizio Pollini. Alla vigilia di un ciclo di concerti a Roma

La visione storica e musicale di Maurizio Pollini pare, a chi ascolta la sua pensosa voce baritonale stratificare concetti in maniera pacata e assorta, chiara e confortante, in un'epoca in cui le concezioni prevalenti sono quelle di un tempo aperto, multiplo ed eterogeneo: il suo è un tempo ciclico, orientato secondo un asse con tutte le possibilità di arresto, ovvero conservatorismo, ritorno all'indietro, cioè rinascimento o reazione, e marcia in avanti, ossia riforma o rivoluzione. Illuministicamente, il suo modello interpretativo dell'evoluzione artistica e musicale si fonda sull'idea che la storia abbia un unico senso e che lo storico come il critico o l'artista debbano seguire tale filo per raccontarla e per giudicare le opere, singolare parafrasi della via alla salvezza agostiniana. Per Pollini, come a suo tempo per Luigi Nono e Claudio Abbado, la musica è apertura verso l'altro.

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Pubblicato il 02.01.08 21:52 | Permalink

L’operaio sconfitto. Gli studi di Mario Tronti e il dramma terribile delle morti bianche

Repubblica 21.12.07
L’operaio sconfitto. Gli studi di Mario Tronti e il dramma terribile delle morti bianche. L'uscita di scena di una classe protagonista
Da lungo tempo la figura del lavoratore è diventata impalpabile per il resto della società e per i vinti non c´è spazio, non c´è definizione
Quel che contava nelle lotte di fabbrica non era tanto la forza del passato e della tradizione, ma solo il presente nella sua casualità

C´è qualcosa di drammatico e ironico insieme, nel bilancio che Mario Tronti ha recentemente fatto dell´operaismo, della sua lontana stagione fiorita e della disfatta. C´è qualcosa che va a toccare non solo la storia di un uomo che ha pensato e scritto con molta passione e acume sul destino della classe operaia come soggetto rivoluzionario; ma quel nodo problematico si riflette e si interseca con un mondo che tutti, proprio tutti, davano per scomparso. Poi, una tragedia dalle proporzioni impreviste, attraversata dal ferro e dal fuoco, mette di fronte a un problema che non si capisce ancora fino a quando terrà desta la nostra attenzione. È la tragedia delle "morti bianche", come le notti, come le voci. Ma con un timbro diverso, e la conclusione che ci sgomenta: operai che cadono dalle impalcature, che restano folgorati da un filo dell´alta tensione, travolti da un treno, seppelliti da una frana, o divorati - come nel rogo della Thyssen - dal fuoco. Le chiamano "bianche" perché non c´è un vero mandante, non c´è lo scoppio di una follia improvvisa, non c´è l´assassino. C´è solo la vittima innocente, con il corpo inerte e senza storia. E quando accade, quando quel corpo viene esibito e sollevato da un nuovo e ulteriore dolore, allora improvvisamente ci si ricorda che quell´evento luttuoso appartiene a una memoria più profonda ed estesa che investe la classe operaia nel suo insieme. Essa esiste ancora o, come ormai sostengono numerosi fautori della società immateriale, è solo un pallido ricordo?

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Pubblicato il 02.01.08 21:54 | Permalink

La crociata contro Voltaire. L’enciclica del Papa - di Paolo Flores d’Arcais

l’Unità 21.12.07
La crociata contro Voltaire. L’enciclica del Papa - di Paolo Flores d’Arcais

La crociata continua. L’enciclica di Benedetto XVI «Spe salvi» ribadisce e anzi radicalizza l’anatema della Chiesa cattolica contro una modernità colpevole di disobbedire a Dio, e che precipita perciò nella disperazione del nichilismo. L’outing è ora completo. Anche la democrazia è menzogna se la sovranità degli uomini non si sottomette all’imperio della «legge naturale», cioè se la libertà non coincide con l’obbedienza agli ukase della Chiesa, unica interprete autorizzata di tale «legge naturale» e della volontà di Dio con cui essa coincide. La democrazia deve essere cristiana, altrimenti è disumana.
Il giallo è finalmente risolto. Il colpevole è Voltaire, anzi addirittura Bacone. Il Male è l’illuminismo, il progetto di autonomia dell’uomo.
Autos-nomos, il darsi da sé la propria legge, anziché riceverla da Dio, o dai suoi surrogati e ministri (la «Natura» e la Chiesa gerarchica), ecco la Colpa inespiabile. Il Nemico (proprio nel senso delle Scritture) è la ragione che prescinde da Dio, la ragione che lavora iuxta propria principia, la ragione che ragiona, insomma.
L’autos-nomos, la pretesa di sovranità di tutti e di ciascuno, precipita anzi l’umanità nella gehenna dei totalitarismi, dove è pianto e stridor di denti, e anche peggio: il Terrore di Robespierre e Saint Just e il Gulag di Stalin. A questo si arriva, inevitabilmente - Ratzinger dixit - se l’uomo nel suo rapporto con la natura e con gli altri uomini (scienza e politica), si comporta come se Dio non ci fosse, prende cioè sul serio la proposta di Grozio che ha salvato l’Europa dall’autodistruzione delle guerre civili di religione: «Etsi Deus non daretur». Precetto, dunque, che è - storicamente parlano - l’unica autentica e incontestabile radice dell’Europa.

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Pubblicato il 02.01.08 21:56 | Permalink

Hegel filosofo del conflitto che anticipò Einstein - di Bruno Gravagnuolo

l’Unità 21.12.07
ANNIVERSARI Due libri nel duecentenario della «Fenomenologia». Un saggio di Mariapaola Fiminani e la «Filosofia della natura» a cura di Marcello Del Vecchio
Hegel filosofo del conflitto che anticipò Einstein - di Bruno Gravagnuolo

Il 2007 è stato anno hegeliano. Non anniversario della nascita, che per lo svevo Hegel, morto a Berlino nel 1831, avvenne a Stoccarda nel 1770. Ma per il duecentenario di una sua opera davvero centrale: la Fenomenologia dello Spirito. Uscita nel 1807 per l’editore Cotta. Lì, sebbene sbilanciata dal lato dell’esperienza - la «teoria dell’esperienza della coscienza» - si mostra la «doppia anima» del filosofare hegeliano: logico e storico-psicologico. Concettuale e «vitale». Doppia anima che torna in altra maniera, astratta e speculativa, nella Scienza della Logica, tra il 1812 e il 1816.
Dunque, filosofia «ancipite», che due volumi diversissimi in questo «bicentenario» della Fenomenologia - già oggetto di un Convegno al Goethe di Roma mesi fa - ci aiutano a penetrare. Il primo, non in ordine di tempo, è Erotica e Filosofia, di Mariapaola Fimiani (Ombre Corte, cartografie, pp. 153, euro 13,50), studiosa salernitana di Berkeley e Foucault.

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Pubblicato il 02.01.08 21:56 | Permalink

L’Etica che viene dall’Asia - di Hans Küng

l'Unità 24.12.07
L’Etica che viene dall’Asia - di Hans Küng
Hans Küng è presidente della Fondazione per l’Etica Globale (Stiftung Weltethos) e professore emerito di teologia ecumenica all’università di Tubinga

Molti europei dubitano della capacità dell’Asia di raggiungere l’Europa sotto il profilo dell’integrazione regionale. Ma l’Asia non ha solamente il tipo di fondamenti etici comuni e stabili che furono così importanti per l’integrazione europea, ha anche una serie di princìpi morali, alcuni dei quali facevano saldamente parte della cultura dell’Asia molto prima che venissero adottati in Europa. Di fatto questi princìpi asiatici possono rappresentare un aspetto di una etica globale comune emergente.
Naturalmente l’Asia non ha ancora un nucleo culturale forte e coeso paragonabile a quello dell’Europa fondato sulla tradizione giudaico-cristiana e sull’Illuminismo. Ma gli europei non debbono essere troppo arroganti perché negli ultimi anni la cultura comune europea si è rivelata fragile, in particolare alla luce della strategia dell’amministrazione Bush del «divide et impera» tesa a mettere la «Vecchia Europa» contro la «nuova Europa». E, proprio come i disumani attentati terroristici dell’11 settembre 2001 hanno screditato l’Islam agli occhi di molti, l’invasione dell’Iraq, basata su innumerevoli menzogne, ha danneggiato sia il cristianesimo che la comunità occidentale dei valori.

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