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Avetrana: una riflessione teologica laica.

il 20.10.10 19:25 | No Comments | No TrackBacks
Lo statuto creaturale pensato oggi poggia, ontologicamente, su una mancanza. La creatura ritorna alla sua pienezza nel momento in cui la sua esistenza ritrova ’il mancante’. La presenza del male nel cuore dell’esistenza creaturale, nella tipizzazione teologica che se ne è fatta in duemila anni, non mette in questione nulla della creazione, del creatore.Solo in alcune punte abissali questa presenza è stata pensata come consustanziale alla creazione stessa.

Fede e politica - di Gustavo Zagrebelsky

il 05.11.08 01:28

Repubblica 31.10.08
Un saggio su "Micromega". L’equivoco di una religione civile
È un fenomeno che avviene sotto i nostri occhi e che papa Benedetto XVI ha teorizzato. Ma che è in conflitto con lo Stato laico. La Chiesa offre la teologia e i suoi valori come tessuto connettivo alle società occidentali di cui si presume il disfacimento
La riproposizione di una funzione antichissima, addirittura originaria. L´attacco a un sistema definito materialista, nichilista, privo di nerbo morale

Sotto i nostri occhi, si svolge una mutazione nel rapporto tra la Chiesa e la società: dalla religio (o theologia) socialis dell´ultimo scorcio del XIX secolo, alla religio (o theologia) humana della seconda parte del secolo scorso, alla religio (o theologia) civilis (o politica) del tempo attuale, quando la religione si offre come tessuto connettivo di società politiche in auto-disfacimento: «Prendere una [�] chiara coscienza della funzione insostituibile della religione per la formazione delle coscienze e del contributo che essa può apportare, insieme ad altre istanze, alla creazione di un consenso etico di fondo nella società» (parole del papa Benedetto XVI, durante la visita a Parigi il 13 settembre 2008). Quest´ultimo � il «consenso etico di fondo» �, un concetto molto ambiguo che non si sa che cosa significhi (ma forse qualcuno, con lo sguardo rivolto alla storia della Chiesa, può temere di saperlo), è il punto che riguarda la situazione odierna. (...)
L´ultimo passaggio, la religio civilis, è presentato come un prodotto della «post-modernità» o del «post-secolarismo». Ma è un ricominciare da capo, poiché, in verità, essa è la ri-proposizione di una funzione antichissima, anzi addirittura originaria, della religione come fattore politico, secondo il senso che quella formula assume nella classica tripartizione sviluppata nelle Antiquitates di Marco Terenzio Varrone, di cui Agostino d´Ippona, nel De civitate dei (libri VI e VII), dà ampio ragguaglio: «religione civile» come pratica religiosa dei sacerdoti a vantaggio non della vita eterna delle anime, ma come salute dei popoli e delle città e come fattore connettivo, o presupposto socializzante della convivenza nelle comunità umane.

La politica è azione nell'attimo - di Giacomo Marramao

il 19.02.08 18:11

Liberazione 13.2.08
Marramao evoca Benjamin: la politica è azione nell'attimo - di Giacomo Marramao

Nel suo ultimo libro "La passione del presente" lo studioso ridà alla filosofia il compito di analizzare il proprio tempo. E riprende il pensiero del filosofo tedesco per il quale la potenza rivoluzionaria del messianico è tale quando è colta nella sua specificità. Pubblichiamo stralci dell'ultimo libro di Giacomo Marramao "La passione del presente" (Bollati Boringhieri, pp. 291, euro 10,00).

Nessun autore come Walter Benjamin è riuscito a esprimere la segreta cifra messianica che percorre, come una fenditura verticale, la struttura antagonistica della nostra modernità-mondo. E' questa decisiva circostanza a fare delle tesi «sul concetto di storia» un testo letteralmente estremo: a un tempo testamentario e testimoniale. Un testo che pare rivolto direttamente a noi: a noi tutti, collettivamente intesi, ma anche a ciascuno di noi, a chiunque sia in grado di coglierne la straordinaria tensione interna.
La chiave di lettura delle tesi Über den Begriff der Geschichte , che intendo qui prospettare, è espressa in forma deliberatamente provocatoria da un ossimoro: messianismo senza attesa . Sintagma letteralmente para-dossale : in contrasto con la doxa , con ogni common sense o opinione corrente circa i caratteri tradizionalmente attribuiti al «messianico». Come può darsi, in senso proprio, messianismo senza «orizzonte di aspettativa»: a prescindere, appunto, dalla dimensione dell'attesa messianica? E il venir meno dell'attesa non costituisce, allora, ragion sufficiente del dissolvimento della tensione messianica in quanto tale? Si trova qui racchiusa - è mia ferma convinzione - la cifra segreta di un testo a un tempo translucido ed enigmatico, che può ricevere un senso compiuto solo ricomponendo la costellazione multipolare dei suoi referenti concettuali e simbolici: reinterpretando, cioè, la radicalità del suo nucleo teologico-politico nella forma di un messianismo non semplicemente secolarizzato (come accade alle filosofie della storia stigmatizzate criticamente da Karl Löwith), ma - insieme - postsecolare e postreligioso. In breve: il tratto paradossale del messaggio benjaminiano di «redenzione» consiste nel suo simultaneo collocarsi al di là del profilo ancipite, del volto di Giano, del Futurismus occidentale, simboleggiato per un verso dalla promessa di salvezza delle religioni monoteistiche, per l'altro dalla Fortschrittsgläubigkeit della moderna filosofia della storia. Cercherò, dunque, di dimostrare come la singolare figura di un messianismo-senza-attesa si leghi in Benjamin alla proposta di un «Begriff der Geschichte» non dopo la fine della Storia, bensì dopo la fine della fede nella Storia.

Il traduttore di Platone in nome del Profeta.

il 19.02.08 18:02

Il manifesto 8.2.08
Il traduttore di Platone in nome del Profeta. Incontri Il volume, curato da Massimo Campanini, sarà presentato oggi alle 18 nella Biblioteca Ambrosiana di Milano Repubblica dell'imam Raccolti gli scritti politici di al-Fârâbî, lo studioso arabo che ha traghettato il pensiero greco nella filosofia islamica - di Augusto Illuminati

Con il titolo Scritti politici di al-Fârâbî, Massimo Campanini ha curato per la Utet (pp. 403), con una introduzione analitica e un denso apparato, la traduzione dei saggi fondamentali di quello che per il medioevo islamico ed ebraico fu «il secondo maestro», da sotto il cui mantello escono Avicenna, Averroé e Maimonide. (Il volume sarà presentato oggi a Milano, alle ore 18, presso la Biblioteca Ambrosiana (Piazza Pio XI, 2). Si tratta degli scritti più programmaticamente politici, anche se vi sono riepilogate vaste parti di metafisica e logica trattate in altre sedi: Il conseguimento della felicità, Gli aforismi dell'uomo di stato, Le idee degli abitanti della città virtuosa, Il libro dell'ordinamento politico, Il libro della religione - tutti in prima versione italiana, eccetto La città virtuosa, tradotta con qualche variante dallo stesso Campanini per la Rizzoli nel 1996.

Liberazione 30.12.07
Le "sfere separate" e la politica come mediatrice. Cosa è di Cesare e cosa di Dio. Il vero "nomos" della laicità
di Fausto Bertinotti

"A Cesare quel che è di Cesare, a Dio quel che è di Dio". Dietro l'apparente semplicità di questa risposta del Cristo, c'è non solo una straordinaria complessità, ma anche una difficoltà di interpretazione delle sue parole. Se non si parlasse del Cristo, si potrebbe dire che nella sua risposta c'è una malizia.
Forse allora non si può dire così, ma certo è evidente che c'è un elemento difensivo, un elemento con il quale egli si propone di non cadere in una trappola tesagli da parte di chi, e del resto è Luca a scriverlo, intendeva consegnarlo all'autorità e al potere del governatore.

Monoteismi Jan Assmann, le origini dell'intolleranza

il 29.11.07 15:18

Corriere della Sera 29.11.07
Monoteismi Jan Assmann, le origini dell'intolleranza
Quando la religione diventa un'arma nelle mani del potere
di Mario Andrea Rigoni

Non c'è, in apparenza, fenomeno più mostruoso della violenza praticata in nome della religione, del terrore scatenato in nome di Dio. Eppure esso è piuttosto una norma che un'eccezione storica, tragicamente confermata dal nostro tempo, anche se con modalità — come quelle dello stragismo suicida di origine islamica — che la fantasia più sinistra difficilmente avrebbe potuto concepire. A un tentativo di critica della violenza religiosa, compito dei più urgenti, si dedica nel volume Non avrai altro Dio (Il Mulino) l'egittologo tedesco Jan Assmann, un originale e notevole studioso che aveva già trattato i termini del problema con Mosè l'egizio (Adelphi) e che ha inaugurato un tipo di indagine, la «semantica culturale », attenta al rilievo che i fatti assumono, piuttosto che nella storia, nella rappresentazione della memoria (La memoria culturale, Einaudi). In conformità con questa metodologia, Assmann si chiede perché i testi sacri del monoteismo ebraico-cristiano- islamico siano caratterizzati da un linguaggio della violenza che interrompe la tradizione di «reciproco riconoscimento e traducibilità» propria delle precedenti religioni politeistiche.
La risposta è semplice: il monoteismo, con la sua concezione di un Dio unico, instaura un concetto di verità esclusiva, collegato a una rivelazione che riduce le verità di tutte le altre religioni al rango di aberrazioni e di menzogne da perseguitare, cosicché agli «idolatri» e agli «infedeli » non viene offerta altra alternativa che la conversione o l'eliminazione.
Mentre nell'antichità egiziana, babilonese, indiana, greca e romana tutti gli dei rappresentano infine un unico Dio e risultano dunque reciprocamente compatibili e traducibili l'uno nell'altro, nelle nuove religioni monoteistiche (precedute dalla breve ma significativa esperienza di Akhenaton nell'Egitto della XVIII dinastia) nessun dio può essere ammesso all'infuori dell'unico vero Dio.
Assmann non sostiene, ovviamente, che l'antico mondo politeistico fosse il regno della pace e della tranquillità, ma solo che la violenza che vi aveva luogo era motivata da ragioni di potere e di sovranità, ossia da ragioni politiche, anziché da questioni di verità, ossia di adesione o meno a un'ortodossia divina. Tuttavia lo studioso ritiene che la violenza sia appannaggio della politica e non della religione e che essa non costituisca dunque una conseguenza inevitabile del monoteismo. Le cose sarebbero potute andare diversamente se la religione non fosse stata usata dalla politica: esiste dunque anche per il presente o per il futuro la speranza che, sottratte all'ipoteca o al ricatto del potere, le religioni monoteistiche divengano tolleranti. Esse dovrebbero essere, conclude Assmann, «radicalmente depoliticizzate ». Come non condividere un tale auspicio? Ma di un auspicio appunto si tratta, di una considerazione che appartiene più all'ambito del «dover essere» che a quello dell'«essere», nel quale dobbiamo riflettere e operare. Un'obiezione che si può muovere all'analisi di Assmann è che egli trascura il nesso intrinseco e originario che unisce il sacro alla violenza indipendentemente dalla distinzione tra paganesimo e monoteismo. La terrorizzante crudeltà persecutoria connessa con il culto di Dioniso, quale appare dalle Baccanti di Euripide, non appartiene forse a un ambito puramente religioso? Ma è soltanto uno degli esempi adducibili. Né si possono dimenticare la diversa natura e la diversa evoluzione che hanno avuto i tre monoteismi.
Il cristianesimo, come l'ebraismo, è diventato più tollerante attraverso un processo di secolarizzazione contestuale con lo sviluppo di tutta la civiltà occidentale. A tale processo l'Islam è rimasto estraneo, arrestandosi a una fase arcaica, per ragioni che non sembrano solo di carattere storico, economico e culturale, ma anche religioso. Il cristianesimo ha distinto sempre di più la sfera civile e politica da quella religiosa, lo Stato dalla Chiesa. Non si è trattato unicamente di una strategia o di un accomodamento: Cristo stesso aveva prescritto di dare a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio. Niente di simile è invece accaduto nell'Islam, infeudato a un integralismo religioso che investe tutti gli aspetti della vita e dell'esperienza: in tale caso sarebbe difficile pensare che la politica si sia arbitrariamente sovrapposta alla religione, poiché le due cose fanno tutt'uno non solo di fatto, ma anche di diritto. Ne consegue che ogni discorso sui rapporti dell'Islam con l'Occidente, con la laicità, con la democrazia, con la non violenza, rischia di avere poco senso fino a che non sarà rimosso — per vie che adesso si possono solo ipotizzare — questo enorme ostacolo.

JAN ASSMANN, Non avrai altro Dio IL MULINO PAGINE 148, e 9

Le religioni e l'ombra del Male - di Elie Wiesel

il 28.07.07 16:49

Corriere della Sera 26.6.07
Elie Wiesel: le religioni e l'ombra del Male «Cristiani, ebrei, musulmani: ormai nel nome di tutti i credo i fanatici guadagnano terreno»
di Elie Wiesel

Il diritto al dubbio si basa sul dialogo contro ogni forma di assolutismo

Elie Wiesel (foto C.J. Walker / Corbis) è nato il 30 settembre 1928 a Sighet, in Romania: Premio Nobel per la Pace nel 1986, è oggi presidente della «Elie Wiesel Foundation for Humanity»

Cercare di descrivere l'Assoluto significa sminuirlo o tradirlo. Come l'amore, si può essere pro o contro, ma non parlarne dall'esterno. Il linguaggio dell'amore può essere ingannevole proprio come quello dell'Assoluto (...). In linea di principio, l'Assoluto offre visioni ai mistici e terrorizza i pensatori, che raramente sanno come affrontarlo: come si fa a parlare dell'Assoluto in termini assoluti? Per il credente, Dio è assoluto. Malgrado il suo comportamento apparentemente paradossale, che sembra essere al tempo stesso misericordioso e giusto, inflessibile e caritatevole? Sì, malgrado questo, malgrado tutto. Dio si può permettere di essere assoluto nella sua essenza e relativo nei suoi atteggiamenti. Di conseguenza, per dirla con Kafka, è possibile parlare con Dio ma non di Dio.

Michele Nicoletti - "Teologia politica" e filosofia politica

il 16.10.05 00:00

Un intervento di Nicoletti - pubblicato nel sito della SIFP- che chiarisce metodologicamente alcune distinzioni cruciali per la categoria di ’teologia-politica’. L’intervento è sottoposto a licenza Creative Commons.

Michele Nicoletti - "Teologia politica" e filosofia politica

Nelle riflessioni che seguono vorrei tentare una messa a fuoco, dal punto di vista della filosofia politica, del concetto di ‘teologia politica’ a partire dall’uso che di tale concetto è stato fatto e attraverso una sua collocazione sul più ampio orizzonte dei concetti legati al rapporto tra religione e politica.

Le mie osservazioni sono influenzate dal dibattito sulla ‘teologia politica’ che i contributi di Carl Schmitt hanno avviato nel corso del ‘900, ma esse tentano di tenere conto degli sviluppi più recenti del dibattito su religione e politica. Penso al dibattito che si è sviluppato negli Stati Uniti d’America sul rapporto tra liberalismo, democrazia e religione e allo stesso mutato atteggiamento di uno studioso come John Rawls su questo tema[1]. Ma non meno rilevanti al riguardo sono le profonde e stimolanti riflessioni di Jürgen Habermas dal titolo hegeliano Fede e sapere in occasione del conferimento del Premio per la pace del «Börsenverein des deutschen Buchhandels»[2].