Sulla Carta della democrazia insorgente
La carta della democrazia insorgente è interessante. Raccoglie varie sollecitazioni e alla fine le svela. Peraltro, mentre leggevo il documento, pensavo che molta della riflessione è presente da più di venti anni nel dibattito del post-operaismo italiano ealla fine il riferimento all'articolo di "Luogo comune" chiarisce questo punto. Mi sembra molto chiaro il discorso sulla rappresentanza che consegna alla sua inconcludenza l'attuale dibattito nella sinistra. E' troppo buono con la sinistra nelle istituzioni. Non è stata solo ingenua. C'ha zappato abbondantemente. Fare il parlamentare è comodo. Per tutti. Fare politica per professione pure. C'è vantaggio. Questo non è ininfluente. E' interessante la categoria dell'essere-in-comune (evidenti i riferimenti a Nancy, Agamben ...). Portare un pò di filosofia in politica non fa male. Negri traduce il tutto nel concetto del comune.
Forse non sbaglia. L'essere-in-comune attiene alla condizione di ognuno. Il comune è una categoria politica che nel definire la condizione immagina le istituzioni che la superano. In parte anche il documento prova a farlo.
In mezzo a tante cose interessanti ci sono due punti, a mio modo di vedere, deboli: il ragionamento sulla crisi e le tesi sulla non-violenza.
La crisi è qualcosa di più di quello che il documento dice. Non siamo dentro una parentesi, siamo immersi da tanti anni dentro una crisi strutturale. A differenza di quanto dica tanta parte della sinistra, peraltro, il neoliberismo è stata una risposta alla crisi piuttosto che la sua causa, ed il nuovo intervento degli stati sta continuando il lavoro per mantenere il differenziale sociale e consentire alle elites dominanti di vivere felici anche mentre tutto sta crollando. Non è un caso se la vendita di auto di lusso non ha subito flessioni. Sarebbe utile trovare momenti di approfondimento.
Certo è che l'alternativa non è la decrescita. La decrescita è miseria. Noi dobbiamo desiderare un modello produttivo superiore, non una frenata.
La non-violenza, poi, non mi va giù. Mi sembra così incredibile che la tesi venga espressa da uno storico. E' di una ingenuità allarmante. A parte che ha fatto danni indicibili nel movimento. Arrivando quasi a legittimare gli interventi repressivi. Peraltro è un problema inventato. La violenza, attualmente, sta tutta da una parte. E' chiaro che la "reazione" violenta finisce per "segnare" chi la esercita. Ma, buon dio, perchè non lo raccontiamo ai partigiani, ai parigini che assaltavano la Bastiglia, ai rivoluzionari che sfidavano l'esercito di Batista, ai giovani che si scontravano con la polizia nel maggio francese, ai meravigliosi ragazzi del '77 e a quelli di Genova?

