Luglio 2011 Archives
Col titolo "Ontologia della libertà" (ed. Einaudi), Giuseppe Riconda e Gianni Vattimo raccolgono gli ultimi scritti del loro maestro Luigi Pareyson. Anche in queste pagine importanti lo sfondo è l’esistenzialismo, lungo la linea che va da Pascal a Kierkegaard. "Tutto dipende dal pari" (la "scommessa" di cui parla Pascal): "Dio esiste o non esiste? La vita ha un senso o è assurda?" Pareyson sceglie il Dio e il senso della vita indicati dal cristianesimo. Come filosofo contemporaneo, egli ritiene che la filosofia non sia un sistema assoluto e necessario; ma crede anche che la filosofia sia "interpretazione" della "verità " contenuta nel "mito" cristiano.
da Uninomade
Giacomo Leopardi, poeta del quale in anni di profonda solitudine sono stato amico, diceva: noi veniamo dal nulla e precipiteremo nel vuoto ma, fra questo vuoto e quel nulla, c’è il pieno dell’essere comune. Un filosofo che mi è compagno da molto tempo, Baruch Spinoza, riconosceva che attraverso l’odio della solitudine sorgeva e si sviluppava il desiderio della società e così si formava l’amore del comune. Un altro italiano, sempre immerso in quel comune che chiamiamo “polis”, tale Niccolò Machiavelli, mentre la rivoluzione umanista stava sfiorendo, si diceva: la natura del comune si istituisce nel ritorno dell’attività politica alla propria origine, alla propria forma costituente.
Vorrei oggi intrattenermi con voi nel commento di questi atti di immaginazione: nella storia alternativa del moderno, in quella linea democratica e sovversiva che rompe quella modernità che da Descartes porta a Hegel – fra Machiavelli, Spinoza e Leopardi, dunque – si definisce l’origine come forma costituente, amore e forza che producono il comune.
Questo articolo è stato pubblicato dalla rivista Carmilla
Parlo del dolore fisico. Non di quello mentale, né del disagio psichico, né dei turbamenti d'amore che chi non ha provato in vita sua? Tutti dolori rispettabili, e capaci di produrre ferite a lunghissima rimarginazione; però in questi anni, lottando con un cancro (per il momento in maniera vittoriosa), ho sofferto parecchio nel corpo, per un incidente e per l'altro, e ho fatto alcune riflessioni che vorrei condividere con i lettori del giornale.
Primo dato, il più ovvio: il dolore fisico è multiforme. Al cento per cento. Assestarsi una martellata su un pollice o avere un'emicrania tremenda sono entrambe esperienze distruttive, però d'aroma diverso. Così come il mal di denti è differente, che so, dalla colite. Esiste un'amplissima gamma di dolori, sicché nessuno, in vita sua, potrà mai dire di averli provati tutti. La macchina biologica che è il corpo umano si sbizzarrisce ogni volta in nuove combinazioni, inedite variazioni sul tema. Come un grande compositore di musica sinfonica o, su un piano più godereccio, un grande cuoco.
Ritorniamo a Genova, avevamo scritto nel documento di presentazione del seminario di Uninomade. Ritorniamo, simbolicamente, alla Genova delle magliette a strisce, inizio di uno straordinario ciclo di lotte operaie, e alla Genova del movimento globale, genealogia del nostro presente. Ma vi torniamo senza celebrazioni o amore per la continuità lineare: perché tanto è cambiato rispetto al 1960 e anche al 2001, perché il nostro presente è fatto di salti e di rotture, determinate innanzitutto dalle lotte. Allora, dopo un anno di straordinari movimenti dentro l’accelerazione della crisi globale, tornare a interrogarci sul tema della composizione di classe ha significato misurare l’irriproponibilità dei termini in cui tale categoria è stata elaborata dall’operaismo nel ciclo di lotte dell’operaio-massa, e al contempo la necessità di un suo radicale ripensamento nelle nuove coordinate spazio-temporali del lavoro vivo e del capitalismo contemporaneo, dentro la precarietà permanente e la produzione del comune.
Come, dunque, è possibile pensare nuovamente la composizione del lavoro vivo a partire dalle lotte della scuola e dell’università, dei precari e dei migranti, dal protagonismo delle donne e dai conflitti operai, in Europa e su entrambe le sponde del Mediterraneo, in rete e nella metropoli produttiva? Come si può, collettivamente e dentro il movimento, creare nuove forme di narrazione, mettere in rete le molteplici esperienze di inchiesta, produrre ipotesi comuni di conricerca? Queste e tante altre sono le domande a cui le molte attiviste e attivisti presenti, da varie città ed esperienze collettive, hanno cominciato a dare delle risposte, o quantomeno a mettere in ordine i problemi e i nodi politici. Il percorso di inchiesta avviato da Uninomade a Genova continuerà in autunno con un seminario a Milano sul welfare e uno in inverno a Torino sulle trasformazioni della forma-impresa. È attraverso questo percorso che proviamo ad aprire, insieme a molte e molti, un cantiere di conricerca, ossia un laboratorio in cui pensare e produrre i nuovi arnesi programmatici di una cassetta degli attrezzi comune.
Depuis quarante ans, ce disciple de Derrida vit en Alsace. Penseur politique, il nous engage à aller au-delà de la politique : vers le «sensible».
Par Éric Aeschimann - Envoyé spécial à Strasbourg - da Liberation del 2.07.11
Au début des années 70, un jeune philosophe, Jean-Luc Nancy, s’installe en communauté, avec femme et enfants, au 6, rue Charles-Grad dans le quartier allemand de Strasbourg. L’autre couple est celui de son ami le philosophe Philippe Lacoue-Labarthe. Ensemble, ils vont publier un petit essai salué par Lacan en personne comme la meilleure introduction à son œuvre. Le Titre de la lettre est un best-seller chez les psys. A Strasbourg, leur séminaire du samedi attire des centaines d’étudiants. Pendant quelque temps, on ira jusqu’à parler d’une «école de Strasbourg», comparaison (trop) flatteuse avec une autre école de Strasbourg, celle qui s’était formée après-guerre autour de Lévinas.
Quatre décennies plus tard, Nancy continue d’écrire des livres, grands ou petits. Ni déploration finkielkrautienne ni colère à la Onfray, il ausculte avec douceur les défaites et les dilemmes que l’époque mâchonne depuis trente ans : où nous sommes-nous trompés ? Faut-il renoncer à espérer ? Sommes-nous condamnés à choisir entre le règne de la marchandise ou le retour au religieux ? Dans Vérité de la démocratie, à l’occasion du 40e anniversaire de Mai 68, il prenait ses distances avec la formule contestataire des années 70 : «Tout est politique.» Si la politique est indispensable, plaidait-il, l’erreur fut d’en faire une fin en soi. Tout passe par la politique, oui, mais pour nous conduire au-delà de la politique - à l’art, l’amour, la pensée, les paysages, tout ce qu’il appelle le «sensible». Un autre livre, sorti en 2010, tranchait avec le pessimisme ambiant : l’Adoration. Et le sous-titre laisse planer une ambiguïté théologique : Déconstruction du christianisme. Nancy appartient à la famille des penseurs radicaux, avec Balibar et Rancière (des copains de khâgne), Agamben, Negri ou Badiou, dont la croisade pour le renouveau de «l’idée communiste» a toute sa sympathie. N’est-ce pas contradictoire avec l’idée d’adoration ? Non, car pour lui, le communisme (dépouillé de son barda révolutionnaire) est précisément l’organisation collective qui permettra à chacun de s’ouvrir au mouvement des sensations, à leur miroitement, à leur circulation, au «sensible» donc. Loin du grand soir ou de la présidentielle, l’enjeu est de sortir la politique de ses impasses, de la désencombrer des fausses attentes. En ces temps de gauche maigre, voilà qui donnait envie d’aller y voir de plus près.
«Simone Weil diceva che nel socialismo gli individui sono in grado di controllare la macchina tecnologica. Si tratta di capire perché è un'illusione». Emanuele Severino: «Tecnologia e ideologie all'ultimo round di uno sviluppo insostenibile»
di Carla Ravaioli (il manifesto del 03/07/2011)
Con il professor Emanuele Severino affrontiamo l'analisi sulla crescita produttiva, l'obiettivo più tenacemente auspicato e perseguito da economisti, imprenditori, governi, politici di ogni colore, e di conseguenza da tutti invocato anche nel discorrere più feriale.
Questo continuo parlare della crescita come di cosa ovvia è in buona parte dovuto all'ignoranza. Sono decenni che si va intravvedendo l'equazione tra crescita economica e distruzione della terra. Comunque, è tutt'altro che condivisibile l'auspicio di una crescita indefinita.
Professore, sta dicendo che l'economia è una scienza consapevole delle conseguenze negative della crescita?
Ha incominciato a diventarne consapevole: l'auspicio di una crescita indefinita va ridimensionandosi. Anche nel mondo dell'intrapresa capitalistica - la forma ormai pressocchè planetaria di produzione della ricchezza - ci si va rendendo conto del pericolo di una crescita illimitata; (anche se poi si fa ben poco per controllarla). Vent'anni fa, quando lei scrisse quel suo bel libro che interpellava numerosi economisti a proposito del problema dell'ambiente, la maggior parte degli intervistati affermava che quello del rapporto tra produzione economica ed ecologia era un falso problema. Oggi non pochi economisti sono molto più cauti e anche le dichiarazioni dei politici sono diverse da venti o trent'anni.
Però non fanno che invocare crescita, senza nemmeno nominarne i rischi.
In periodo di crisi economica, di fronte al pericolo immediato di una recessione, è naturale che si insista sulla necessità della crescita. Purtroppo però lo si fa riducendo il problema alle sue dimensioni tattiche, ignorandone la dimensione strategica.

