SAGGI - L'eclissi della sinistra dopo la grande trasformazione. Movimenti sovversivi nel ritorno al comune - di Toni Negri
Impossibile riassumere questo libro. Guardate il rovescio di copertina: c'è tutto quel che contiene, ma non assai, perché dovrebbe dare il succo di un libro che è uno scoppio di intelligenza e, insieme, un'esperienza di buonsenso - allo scopo di farla finita con l'idea di sinistra.
Potreste infatti sostenere che non si tratta di semplice buonsenso quando si dice «basta con la sinistra»? Dov'è più la sinistra, chi la trova più? Nel secolo scorso Norberto Bobbio vendeva cento e più mila copie del suo Destra e Sinistra, identificate come prevalente esercizio di libertà o di eguaglianza. C'è da dire che già allora ci voleva un certo fegato ad opporre - anche solo in una prospettiva «idealtipica» - libertà ed eguaglianza, neppure il candido Isaiah Berlin osava più farlo. Era insomma già difficile, nelle costituzioni anticrisi e laburiste non lo si faceva più e ci avrebbero riprovato solo i prodromi del neoconservatorismo. La fine del fordismo e poi la caduta del Muro di Berlino, e il catafascio che ne è seguito, avevano fatto sì che nei regimi del biopotere contemporaneo nulla più funzionasse se una decente libertà non fosse stata concessa alla forza lavoro cognitiva ed una relativa eguaglianza non riuscisse a determinarsi fra i produttori: queste sono infatti le condizioni della valorizzazione capitalistica oggi. Per dirla più semplicemente, chi potrebbe sostenere che Bossi e Tremonti siano solo per la libertà contro il solidarismo? Il loro populismo, se vuol essere efficace, lo impedisce. Oppure - questione ancor più paradossale - chi potrebbe affermare che Bersani e D'Alema siano per l'eguaglianza contro la libertà? Così delira solo Berlusconi.
Aggiungevamo che questo libro è intelligente: mostra infatti che, se il tema del dibattere e delle divisioni politiche non è più la scelta fra libertà ed eguaglianza, è piuttosto quella fra principi universali «vuoti» e nozioni comuni «piene». Quel che nella realtà si trova opposto oggi, è l'interesse comune contro quello individuale, il comune contro il privato e il pubblico (nell'economia e nell'ecologia, nel sapere e nella comunicazione, nel diritto e nella gestione della società). Insomma c'è un'ontologia del comune che il dibattito politico tra destra e sinistra non sfiora neppure più. E se proprio vogliamo tenere il termine «sinistra», chiediamoci che cosa esso possa più dire (che non sia solo impedimento, mistificazione e corruzione) a quelle nuove singolarità che pongono nuovi discrimini fra reazione e progresso, fra conservazione e riforme e li individuano nella costruzione (o no) del comune. Ora, destra e sinistra, privato e pubblico, rischiano davvero di essere finiti, ora libertà ed eguaglianza si riconfigurano (o no) nel comune.
Il problema infatti non sarà più quello di farla finita con l'idea di sinistra, è soprattutto quello di riuscire ad immaginare come le passioni e le pratiche di libertà ed eguaglianza possano ricominciare a rivivere in maniera organizzata nel comune, cioè dentro a processi costituenti che determinino istituzioni adeguate alle nuove forme di vita e di produzione.
Bene, allora, il ricorso (come si fa in questo libro) agli schemi alternativi che hanno segnato l'esordio della modernità: l'«esodo» atlantico e l'appello alla riacquisizione dei beni comuni, dei commons; bene il ritorno della «moltitudine», esorcizzata da Cromwell e da Hobbes e rilanciata dai Levellers e da Spinoza; bene con il radicalismo dell'illuminismo e del socialismo utopistico: ma tutto questo basta?
Chi vive fuori dall'Italia, e dalle sindromi autodistruttrici di questo paese, può tuttavia notare che anche su altri terreni l'idea di sinistra produce degli sfracelli. Essa ha sicuramente smesso di essere un riferimento di utili riflessioni ma resta un punto di incontro di oneste passioni: subito tradite tuttavia e corrotte. Come? Ecco un paradosso, udite: sembra che di nuovo l'idea di sinistra si sia trasformata in ipotesi di comunismo. Badiou, Zizek lo proclamano. C'è dunque uno spettro che di nuovo si aggira per l'Europa? Sì: ma purtroppo si tratta dell'ultimo travestimento dell'idea di sinistra e dell'apologia del passato, un prodotto di filosofi che nella nostalgia attendono un evento miracoloso. Si direbbe, al posto di quel vecchio rozzo materialismo che il comunismo interpretava, uno sfrenato idealismo. Ebbene, questo è peggio dell'idea di sinistra! Questo comunismo è di nuovo, infatti, affermazione di principi astratti invece che inchiesta e immersione storiche, fede politica contro potere costituente, proclamazione di una organizzazione ideale piuttosto che militanza, sperimentazione tattica e strategica, piantate nella crisi, lotta e costruzione di contropotere, invenzione di nuove istituzioni.
Il fatto è che gran parte dei movimenti che si chiamavano di sinistra, ivi compresi i residui dei partiti comunisti di osservanza moscovita ed anche e soprattutto i vari movimentini «marxisti-leninisti» (volgarmente detti "maoisti"), avevano, probabilmente già dall'inizio degli anni '70 perduta ogni capacità di lavorare concretamente al progetto comunista. Per quello che era: oltre la dialettica, oltre il lavoro, oltre la rappresentanza, quindi oltre la sinistra. La melassa di nazionalismo e di parlamentarismo, di corporativismo operaio e di riformismo sociale e soprattutto un odio per il marxismo come dispositivo creativo della storia e come tessuto esistenziale e politico, li avevano affogati in una retorica idealistica. Già allora l'universale si era sostituito al comune, un liberalismo sfilacciato di sinistra si era sovrapposto all'egoismo di classe - a quell'egoismo tanto poco avido di ideali quanto capace di generosità e di compassione per l'Altro. Quelle conversioni subdole e vischiose erano state previste e combattute dal marxismo occidentale militante di Socialisme ou barbarie, dall'anarchismo delirante di Debord e dall'operaismo di Tronti, ed aveva poi trovato un nuovo terreno teorico di resistenza «oltre la sinistra» nei Mille Plateaux di Deleuze e Guattari e nell'avventura di Foucault. Adesso quella nuova sinistra e quel comunismo che hanno dimenticato Marx, flirtano direttamente con la cultura borghese e con quel maoismo idealista che, rifiutata la storia, vive in apnea un sussulto di gloria.
Basta. Il libro di Augusto Illuminati si muove dentro un rifiuto che comprende la sinistra in tutte le sue derive e si dispone, invece (un dispositivo è un destino futuro), all'opera di rinnovamento del marxismo. Vale a dire, alla ripresa della lotta di classe ovunque e sempre, nella teoria e nella pratica, alla ricostruzione di istituzioni del comune.
Forse ha ragione Berlusconi che dietro quella povera bastarda sinistra che terrorizza vede rinascere quel comunismo che lo terrorizza.

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