Novembre 2009 Archives

SAGGI - L'eclissi della sinistra dopo la grande trasformazione. Movimenti sovversivi nel ritorno al comune - di Toni Negri

Impossibile riassumere questo libro. Guardate il rovescio di copertina: c'è tutto quel che contiene, ma non assai, perché dovrebbe dare il succo di un libro che è uno scoppio di intelligenza e, insieme, un'esperienza di buonsenso - allo scopo di farla finita con l'idea di sinistra.
Potreste infatti sostenere che non si tratta di semplice buonsenso quando si dice «basta con la sinistra»? Dov'è più la sinistra, chi la trova più? Nel secolo scorso Norberto Bobbio vendeva cento e più mila copie del suo Destra e Sinistra, identificate come prevalente esercizio di libertà o di eguaglianza. C'è da dire che già allora ci voleva un certo fegato ad opporre - anche solo in una prospettiva «idealtipica» - libertà ed eguaglianza, neppure il candido Isaiah Berlin osava più farlo. Era insomma già difficile, nelle costituzioni anticrisi e laburiste non lo si faceva più e ci avrebbero riprovato solo i prodromi del neoconservatorismo. La fine del fordismo e poi la caduta del Muro di Berlino, e il catafascio che ne è seguito, avevano fatto sì che nei regimi del biopotere contemporaneo nulla più funzionasse se una decente libertà non fosse stata concessa alla forza lavoro cognitiva ed una relativa eguaglianza non riuscisse a determinarsi fra i produttori: queste sono infatti le condizioni della valorizzazione capitalistica oggi. Per dirla più semplicemente, chi potrebbe sostenere che Bossi e Tremonti siano solo per la libertà contro il solidarismo? Il loro populismo, se vuol essere efficace, lo impedisce. Oppure - questione ancor più paradossale - chi potrebbe affermare che Bersani e D'Alema siano per l'eguaglianza contro la libertà? Così delira solo Berlusconi.

Giovanni Arrighi, dall'inizio degli anni Sessanta fino al giorno della sua scomparsa, il 18 giugno scorso, è stato qualcuno che ha creduto, con tenacia illuministica, nella possibilità di penetrare nel fatum capitalistico. Per questo suo sforzo è considerato, a livello mondiale, uno dei massimi studiosi del capitalismo in un'ottica storico-comparativa. Avendo lasciato l'Italia per gli Stati Uniti, nel 1979, il nostro paese lo ha ricambiato prestando poco interesse alla sua opera. Non credo che questo sia mai stato per lui un dispiacere. Gli era perfettamente chiaro che gli strumenti intellettuali che aveva elaborato sarebbero stati usati da generazioni di intellettuali asiatici, africani o americani piuttosto che europei. Un bel ricordo di Arrighi da parte di Piero Pagliani qui. A. I.

Traduzione di Gherardo Bortolotti

[da 'NAZIONE INDIANA: Presentiamo alcuni brani dall'ultima intervista di Arrighi, rilasciata a David Harvey e apparsa sul numero 56 (mar.-apr. 2009) della New Left Review. Ringrazio David Harvey, Beverly Silver, Kheya Bag per la disponibilità, Nicola Montagna per i pareri sulla traduzione e la Fondazione Istituto Gramsci Emilia-Romagna per le indicazione bibliografiche. Gh. B.]
[...]

Come mai nel 1963 sei andato in Africa, per lavorare al University College of Rhodesia and Nyasaland?

Il perché ci sono andato è molto semplice. Venni a sapere che le università inglesi stavano pagando davvero delle persone per insegnare e fare ricerca - diversamente dal mio posto in Italia, dove si doveva prestare servizio per quattro o cinque anni come assistente volontario prima che ci fosse qualche speranza di avere un lavoro pagato. Nei primi anni '60, gli inglesi stavano fondando delle università in tutto il loro ex-impero coloniale, come college di quelle britanniche. Il UCRN era un college della University of London. Mi sono presentato per due posti, uno in Rhodesia e uno a Singapore. Mi chiamarono per un colloquio a Londra e, dato che l'UCRN era interessato, mi offrirono un impiego come Lecturer in Economics. E così sono andato.

Sul futuro delle socialdemocrazie europee - di Toni Negri

il 14.11.09 15:55 | No Comments

Le socialdemocrazie europee sembrano piuttosto acciaccate. Perché? Probabilmente perché, negli ultimi trent'anni, non son riuscite a produrre un programma politico adeguato alle trasformazioni delle strutture produttive del capitalismo. È noto infatti come, a partire dalla metà degli anni '70, le élite globali, politiche ed economiche, abbiano giocato su due terreni una medesima battaglia: da un lato quella del superamento dell'organizzazione fordista del lavoro allo scopo di smantellare la regolazione sociale imposta dai movimenti operai e dalle socialdemocrazie già dagli anni '30; d'altro lato introducendo un modello di "limitazione della democrazia" che puntava a costruire nuovi parametri di controllo sociale, asserviti al "libero mercato" ed all'egemonia sociale dell'impresa. Le innovazioni tecnologiche che gravitavano attorno all'automazione della produzione industriale e all'informatizzazione della società sono state estremamente importanti nel qualificare il superamento del fordismo; la finanziarizzazione massiccia dell'economia, assunta come criterio centrale - di misura e di indirizzo - nel riassetto dello sviluppo sociale della produzione, è stato l'elemento centrale per organizzare il duro controllo di una società, aperta alla potenza del capitale, chiusa all'estensione della democrazia ai lavoratori ed alle altre minoranze.