

Corriere della Sera 5.5.09
Incapacità di decidere, agire e darsi uno scopo: i temi di «Hamletica» in uscita da Adelphi
Shakespeare, Kafka, Beckett Tre miti per capire il mondo. L'analisi di Cacciari sul «brancolamento» dell'uomo d'oggi - di Armando Torno
Chi era Amleto? Per noi fu il principe di Danimarca, testimoniato nel dramma dall'omonima tragedia di Shakespeare. Tuttavia, chi volesse cercarne le origini rischierebbe di perdersi in un labirinto medievale. Ecco il nome, per limitarci a qualche esempio, nelle gesta di Re Horn (siamo intorno al 1250); ed eccolo in un documento irlandese, gli Annals of the Four Masters. Nella seconda parte dell'Edda si attesta una saga islandese di Amlodhi o Amled della fine del X secolo.
Massimo Cacciari nella sua nuova opera, Hamletica (Adelphi, pp. 144, e. 18), offre una soluzione per i nostri giorni: Amleto vive il dramma dei politici. Come dargli torto? Del resto, allorché nell'opera di Shakespeare dichiara all'ombra del padre di essere «prigioniero delle circostanze e della passione» (così i meglio informati traducono quel lapsed in time and passion nella quarta scena del terzo atto), la sua figura riflette i problemi della categoria di cui ha cominciato a far parte. Cacciari, però, non ha scritto un'esegesi delle dichiarazioni del principe: in Hamletica ha riunito i tre grandi miti dell'«ontologica insicurezza» dell'Occidente contemporaneo, osservandoli -- oltre che in Shakespeare -- in Kafka e Beckett. Essi consentono di comprendere e decifrare il «brancolamento» attuale della Terra e il tramonto di ogni Nomos, di tutte le leggi che hanno caratterizzato i ruoli, le immagini, i linguaggi. Se Amleto -- profetica anticipazione di quanto viviamo -- ora è il politico «costretto a obbedire alla logica dei fatti », che si dibatte nel dubbio e «marchia ogni sua azione di incompiutezza», l'agrimensore K., il protagonista de Il castello, rivela l'uomo che non ha più possibilità di azione. Su di lui i fatti pesano. È lo straniero nel quale l'agire «si manifesta così perfettamente prigioniero dell'ordine dei fatti da rendere inconcepibile il timbro stesso della decisione».
E Beckett? Egli mostra l'azione priva di qualunque fine, che ripete se stessa, senza uno scopo. Perché? Per comprendere quanto sta accadendo si può cominciare da una intuizione di Bonnefoy, consegnata a uno dei Racconti in sogno (edizioni Egea), dove si immagina l'artista dell'ultimo giorno: «Il mondo stava per finire», scrive il poeta francese, giacché «l'insieme delle immagini prodotte dall'umanità avrebbe superato il numero delle creature viventi». Succede insomma che l'equilibrio tra la vita e il sembrare dei segni potrebbe spezzarsi e non ci sarà ritorno, poiché -- sottolinea Cacciari -- le immagini stanno compiendo il proprio destino: «Sommergere la vita, trasporre il mondo nel multiverso dei linguaggi». Già, i linguaggi. Credevano di spiegarlo e possederlo questo nostro mondo.
E cosa può fare l'artista dell'ultimo giorno? Trattiene la mano, la sua opera è indugio; cerca, sperimenta, vuole purificare l'immagine affinché cessi di essere «la rivale illecita di ciò che esiste». Si dibatte, spinge la parola al silenzio, infine potrebbe assumersi il compito di «farla finita». Il mondo reale e il suo «illecito rivale», forse a loro volta apparenze, lasciano allora spazio a infinite domande. Ne scegliamo una, tra quelle formulate da Cacciari: «Si risveglierà il nauseante gioco delle rappresentazioni, magari nella forma della dissacrante ironia? ». Beckett non è la risposta ma si presenta, collocandosi oltre l'artista dell'ultimo giorno. Per lui questo significa «oltre Joyce» (ma è un «oltre» che suona come l'opposto di «oltrepassare», giacché «ora è possibile procedere solo ritirandosi» ).
Cacciari ricompone in Hamletica un tormentato dialogo a frammenti tra questi autori. Nelle sue pagine proseguono le ricerche sulla storia consegnate a Geofilosofia dell'Europa e all'Arcipelago, nonché a quelle sul rapporto tra nihilismo e linguaggio del mistico che sono il filo rosso in Dell'inizio e Della cosa ultima.
Bergson, riprendendo un'antica intuizione, scrisse che un uomo con gli abiti del comico può dirci che c'è la nebbia, mentre il poeta racconta cosa c'è oltre di essa. Cacciari, tra i molti scenari esaminati, ci ricorda che l'esito possibile delle situazioni delineate è il comico.
Crepuscolo degli Dei da tripudio per il 72° del Maggio Musicale Fiorentino- di Valeria Ronzani (da ’Il Sole24ore)
Quindici minuti di applausi hanno coronato ieri sera al Teatro Comunale di Firenze la prima de "Il crepuscolo degli dei", di Richard Wagner, serata inaugurale del Settantaduesimo Maggio Musicale Fiorentino. Giornata conclusiva del monumentale, immaginifico ciclo cosmologico partorito dal genio wagneriano, è anche la più complessa. E’ stato un tripudio, dell’Orchestra del Maggio, sontuosa come non mai, duttile, piena di colori sotto la guida di uno Zubin Mehta in stato di grazia. E dello spettacolo ideato dal gruppo catalano della Fura dels baus, ormai un mito nel teatro di ricerca, che nell’allestimento della "Tetralogia" ha mostrato un rispetto e una sintonia col mondo di Wagner che dovrebbe essere di esempio a tanti registi.
Un mix di altissima tecnologia, proiezioni fantasmagoriche, macchine manovrate da sofisticatissimi computer e ingenua, quasi infantile manualità di un gruppo di affiatatissmi mimi, che appiccano il fuoco (vero), agitano le onde di bottiglie di plastica di un Reno solcato dalla barca di Siegfried, smuovono bastoni con dei cenci appiccicati che diventano alghe negli abissi, per creare momenti di vera poesia. Così come la musica, che nelle giornate precedenti Mehta aveva quasi contenuto in una chiave più lirica, avviluppa e sorge maestosa come non mai, anche le quinte del palcoscenico paiono insufficienti per contenere quel mondo parallelo creato dal regista Carlus Padrissa e dal suo team. Emozionante il funerale di Sigfrido, il cui corpo viene portato a braccia attraverso il buio della platea mentre l’azione viene proiettata su un sipario nero, e pare quasi di vedere immagini rubate dai tanti luttuosi eventi che il mondo ci trasmette.
Catarchico, musicalmente e scenicamente, il finale, col rogo riparatore e il crollo del Walhalla, mai così potente. Menzione d’onore agli interpreti, dall’Hagen di impressionante vocalità di Hans Peter König, al Sigfrido giustamente guascone di Lance Ryan, che si è ritrovato pure a cantare appeso per i piedi, probabilmente la prima volta di un tenore nella storia dell’opera, fino a Jennifer Wilson, che avevamo lasciato un anno fa in "Sigfrido" al suo debutto come Brunilde, e che un anno dopo ha maturato una vocalità pienamente wagneriana che le permette di superare alla grande l’impervio ruolo. Sei ore di musica che hanno tenuto incollato il pubblico fino alla fine. Entusiasta il sovrintendente scaligero Stéphane Lissner, che ha in programma un "Tannhäuser" firmato Mehta Fura: «Spettacolo di levatura mondiale che fa onore all’Italia». E si annunciano future collaborazioni Scala Maggio Fiorentino. Finanziamenti alla cultura permettendo. Spiccava ingombrante l’assenza del minimo rappresentante governativo.
GÖTTERDÄMMERUNG (Il crepuscolo degli Dei), di Richard Wagner
Zubin Mehta direttore, Carlus Padrissa regia, La Fura dels Baus allestimento
Orchestra e coro del Maggio Musicale Fiorentino
Firenze, 72esimo Maggio Musicale Fiorentino
Repubblica 1.5.09
Mario Vegetti ha scritto un libro sulla visione politica del filosofo
"Era un illuminista, non è stato capito"
Platone tradito dal Novecento
di Antonio Gnoli
Non poteva prevedere Google e l´utopia della rete. Di fronte a un oggetto di cultura di massa come Matrix sarebbe rimasto interdetto. Ve lo immaginate un dialogo tra Socrate e Neo, il predestinato della grande saga dei fratelli Wachowsky? Eppure non c´è esperienza immateriale, o complicazione virtuale, che oggi non evochi le analisi platoniche. Quando estrasse, come da un cilindro, il mito della caverna avrebbe potuto inventare il cinema, se la tecnologia di allora glielo avesse consentito. Invece ne fece un involontario format in anticipo di 2500 anni sulla televisione. In fondo, realtà platonica e reality sono più contigui di quanto si immagini. Quello che nel quinto secolo fu concepito come una grande sistema speculativo, con tanto di demiurgo, rivive oggi in molte analisi. Platone è il filosofo più letto, più cliccato, più controverso. Il Novecento ne ha fatto un´icona politica, ma al tempo stesso se ne è spaventato. Su di lui è stato detto di tutto, di più. Platone totalitario e democratico, liberale e nazista, etico e immorale, amante dell´eros e fustigatore dei cattivi costumi, elitario e tollerante (o quasi). Non amava la democrazia, ne temeva le degenerazioni, la presa retorica sul popolo. Oggi guarderebbe con orrore ai populismi mediatici. Insomma perché un libro come La Repubblica ha attraversato la storia dell´Occidente sino a giungere a noi così carico di suggestioni?
Mario Vegetti - tra i più grandi antichisti in attività - ha scritto un bellissimo libro sul Platone politico da Aristotele al Novecento. Un paradigma in cielo ne è il titolo, edito da Carocci (pagg. 181, euro 18.50).
Un paradigma in cielo richiama il modo in cui Platone nella Repubblica definisce il suo modello di società giusta. Ma quel testo, credo si possa leggere e forzare in molte altre direzioni. È d´accordo?
«La Repubblica è un repertorio ricchissimo di metafore, di immagini, di paradossi. I primi due libri presentano una teoria dell´origine della giustizia e una genealogia della morale che portano diritto a Hobbes e Nietzsche; il quarto una psicologia dell´io scisso e conflittuale che ha il suo parallelo in Freud; il quinto l´utopia comunistica, l´abolizione della proprietà privata e della famiglia; il settimo un saggio straordinario di epistemologia antiempiristica delle matematiche; l´ottavo una memorabile critica parallela della democrazia e della tirannide».
E il Platone più familiare, quello delle idee, del bene e dell´immortalità dell´anima?
«C´è anche quello. Ma la cosa impressionante è lo sforzo di tenere tutto questo insieme, se non in un sistema almeno in un movimento dialettico unitario. Certo, un progetto eccessivo, che avrebbe destato la comprensibile irritazione di Aristotele. Ma l´eccesso credo sia la cifra dello stile filosofico di Platone, al quale egli rimedia spesso attenuandolo con un certo distacco ironico».
A proposito di eccesso, il Novecento è sceso a valanga su questo filosofo.
«C´è stata un´orgia di appropriazioni e di usurpazioni di Platone per motivi ideologici che risultano alla fine intollerabili».
Pensa alle letture "totalitarie" del suo pensiero?
«Nonostante l´assimilazione proposta da Popper fra i "totalitarismi", bisogna distinguere. I nazisti negli anni Trenta hanno trovato un´immagine di Platone in qualche modo già predisposta al loro abuso. Questa storia comincia con Hegel che aveva negato il carattere utopistico della Repubblica e vi aveva letto lo spirito del tempo, il riflesso dell´eticità sostanziale del popolo greco. E questa eticità consisteva nell´unità organica della comunità statale, la sua incommensurabile superiorità rispetto all´individuo. Quello che per Hegel era un limite di Platone, fu considerato un suo merito, un´idea forza nella Germania della crisi post-bellica, ostile tanto al capitalismo liberale quanto all´anarchismo socialista».
Ma in che modo il nazismo se ne appropriò?
«Platone divenne una bandiera ideologica già con illustri filologi "umanisti" come Wilamowitz, Jaeger e Stenzel. Quando il programma del partito nazional-socialista diceva che i nazisti si proponevano di "governare l´ordine come guardiani nel più alto senso platonico del termine", o quando Hitler scriveva nel Mein Kampf che "grecità e germanesimo" sono alleati nell´imminente lotta per la "civiltà", essi non facevano che citare parole già scritte dai professori berlinesi di filologia classica».
C´era anche Nietzsche alle spalle.
«C´era, ma con questa precisazione: l´idea che si dovesse formare un uomo nuovo e superiore, una "razza di signori", i nazisti la trovarono in parte almeno nella lettura nicciana di Platone».
Nietzsche se ne serve, Marx invece liquida Platone. Perché?
«Marx lo descrive come "l´ideologo ateniese del sistema egiziano delle caste". Sfortunatamente quel Platone divenne una specie di mantra nelle interpretazioni marxiste-leniniste».
A cosa si deve la fortuna della lettura popperiana di Platone?
«Più che di fortuna direi che si debba parlare di impatto. L´aggressione di Popper ha turbato il sonno di tanti che consideravano Platone, come dice Gadamer, "uno dei padri fondatori della nostra tradizione cristiana e liberale". Ma come, abbiamo da sempre avuto in casa il nemico totalitario e non solo non ce ne siamo accorti, ma l´abbiamo studiato e onorato? Si trattava di un attacco alle radici stesse della cultura occidentale, troppo forte per venire accettato. La seconda metà del Novecento ha quindi assistito a una sequenza interminabile di tentativi di difendere Platone da Popper».
Difesa legittima?
«Credo che un nemico come Popper aiuti a pensare Platone meglio di tanti suoi pretesi amici che ne fanno una caricatura perbenista per renderlo simile a se stessi e al loro "pensiero unico". La questione non è di capire se Popper ha bene interpretato Platone, e di segnalare i suoi errori con la matita rossa. La questione è di confrontare i presupposti teorici del pensiero politico di Platone con quelli di Popper, non dando per scontati né gli uni né gli altri: per esempio egualitarismo e antiegualitarismo, liberalismo democratico e governo delle élites, individualismo e comunitarismo. A questo livello, per contrasto, la critica di Popper ci aiuta a capire meglio Platone, e forse Platone può aiutarci a capire i limiti del pensiero liberal-democratico».
Leo Strauss fornì una lettura ironica e dissimulatrice di Platone. Nel farlo pose al centro il complicato legame tra l´intellettuale e il potere. È un rapporto che ha ancora senso?
«Strauss pensava che la filosofia fosse superiore alla politica perché il suo oggetto non è storico umano ma eterno e trascendente, e che quindi l´intellettuale non dovesse farsi coinvolgere nel gioco politico. Al contrario, il suo amico-rivale Kojève pensava hegelianamente che un filosofo non può rimanere estraneo alla storia e alla grande riflessione sulla verità che accade solo nel movimento storico. Questa discussione è interessante, ma a me pare molto viziata dal fatto che entrambi hanno un´idea del tutto astratta dei termini "intellettuale" e "potere", come se in ogni epoca si trattasse sempre delle stesse figure. Quanto a Platone, il suo era un progetto in fondo illuministico: il governo delle élites dell´intelligenza e della conoscenza. Chi crede che oggi governino i tecnocrati pensa che in qualche modo il progetto sia stato realizzato. Chi pensa invece che siamo in preda all´anarchia capitalista e ai suoi imbonitori populisti, può ancora nutrire qualche nostalgia per quel programma».