Søren Kierkegaard fu un moroso difficile da gestire per la povera Regina Olsen. Quello che per la storia resta un grande filosofo, per la donna si trasformò in una disperazione. Convinto che esista un fidanzamento celeste, presso il Padre, e un altro visibile, tangibile, che si consuma sulla terra con baci, carezze e quel che è necessario, il giorno dopo essersi promesso alla diciassettenne signorina — era il 10 settembre 1840 — il ventisettenne pensatore si pentì, considerandosi incapace di una vera passione umana. E poi Regina gli pareva troppo vanitosa, incline alle cose del mondo, senza una vera disposizione religiosa. La faccenda finì con la restituzione dell’anello alla signorina (11 agosto 1841), quindi con la rottura definitiva (11 ottobre). L’«antiamore» cristiano e la sicurezza erotica non riuscirono ad abbracciarsi, come testimonia Kierkegaard in queste Lettere del fidanzamento (a cura di Gianni Garrera, Editrice Morcelliana, pp. 118, e 10). Un libro delizioso che precede, sempre da Morcelliana, la nuova edizione del Diario in due ponderosi tomi. Il primo dei quali uscirà a maggio.
Marzo 2009 Archives
Søren Kierkegaard fu un moroso difficile da gestire per la povera Regina Olsen. Quello che per la storia resta un grande filosofo, per la donna si trasformò in una disperazione. Convinto che esista un fidanzamento celeste, presso il Padre, e un altro visibile, tangibile, che si consuma sulla terra con baci, carezze e quel che è necessario, il giorno dopo essersi promesso alla diciassettenne signorina — era il 10 settembre 1840 — il ventisettenne pensatore si pentì, considerandosi incapace di una vera passione umana. E poi Regina gli pareva troppo vanitosa, incline alle cose del mondo, senza una vera disposizione religiosa. La faccenda finì con la restituzione dell’anello alla signorina (11 agosto 1841), quindi con la rottura definitiva (11 ottobre). L’«antiamore» cristiano e la sicurezza erotica non riuscirono ad abbracciarsi, come testimonia Kierkegaard in queste Lettere del fidanzamento (a cura di Gianni Garrera, Editrice Morcelliana, pp. 118, e 10). Un libro delizioso che precede, sempre da Morcelliana, la nuova edizione del Diario in due ponderosi tomi. Il primo dei quali uscirà a maggio.
ROMA -- «Archiviato quel che del fascismo rimaneva, si può archiviare l'antifascismo? »: è la domanda posta ieri dallo storico Angelo D'Orsi sulle pagine del quotidiano comunista Liberazione, nel giorno dello scioglimento di An. E la risposta data da lui stesso è netta: «No chiaro e tondo». L'antifascismo dunque secondo D'Orsi non deve andare in soffitta, per almeno due motivi: perché l'assorbimento di Alleanza nazionale nel Pdl «intensificherà la nascita di gruppi fascisti duri e puri». E perché «lo scioglimento di An nel Pdl appare un atto formale che si inserisce nel quadro del passaggio alla postdemocrazia che è il volto del nuovo fascismo». Una tesi che ha subito diviso gli intellettuali di sinistra.
«Ha ragione Angelo D'Orsi -- ha commentato lo storico Nicola Tranfaglia -- ma non tanto perché c'è il rischio concreto di un ritorno al fascismo, che come tale è un fenomeno superato e non potrà mai tornare. Ma perché c'è il rischio di un consolidamento del modello di autoritarismo populista mediatico che con Berlusconi già abbiamo e che è molto sviluppato, per esempio, in Francia con Sarkozy o in Venezuela con Chávez. E' giusto vigilare prendendo come riferimento i valori dell'antifascismo per evitare derive di questo tipo, che sono una nuova forma di fascismo per molti versi ».
Massimo Cacciari, filosofo e sindaco di Venezia, è invece in disaccordo: «Nulla è eterno e anche la democrazia come la intendiamo noi oggi un giorno non ci sarà più, come del resto era caduto l'Impero romano che sembrava invincibile. Il rischio di un ritorno al fascismo però non esiste nel quadro politico attuale e con gli attuali leader politici. Certo, è giusto vigilare contro gli autoritarismi e semmai intervenire con prontezza, ma in Italia la democrazia non è in pericolo ». Posizione condivisa dallo storico Biagio De Giovanni: «L'antifascismo come categoria filosofica non va in pensione e deve essere presente nella memoria storica di tutti, perché ha segnato in maniera importante il secolo scorso. Ma adesso non è il caso di scomodare l'antifascismo, non c'è alcun rischio di deriva anti-democratica nel nostro Paese».
Questioni di vita e di morte
di Maurizio Mori
Testamento biologico. Una tappa necessaria di quel grande processo storico chiamato rivoluzione biomedica, che a sua volta è una sorta di prosecuzione della rivoluzione industriale. Come questa ha prodotto l’Illuminismo e la filosofia moderna, sgretolando il millenario sistema aristocratico, così la bioetica, come movimento culturale, sta mandando in frantumi l’antico vitalismo ippocratico Come è stato riconosciuto anche dai vescovi tedeschi in un documento spacciato oggi come «apertura all’eutanasia» (documento datato già dal 1999, la cui traduzione viene anticipata dalla stampa italiana e sarà integralmente pubblicata sul prossimo numero di «Micromega») la richiesta del testamento biologico, sul quale si dibatte in questi giorni, dipende dal fatto che è aumentata l’esigenza di controllo sulla fase finale della propria vita. Mentre il normale testamento dà corpo alla volontà dell’interessato per quanto riguarda i beni materiali, il testamento biologico pretende di dar corso alla volontà dell’interessato circa la propria esistenza. Il termine americano esplicita ancor meglio questo aspetto: «living will» è la «volontà sul vivente» e allo stesso tempo «volontà vivente». Il volere dell’interessato è sovrano. Ma proprio questa sovranità disturba i fautori del vitalismo (oggi difeso dai cattolici) che preferiscono parlare di regolazione del «fine vita», espressione compatibile con posizioni che danno scarso o nullo rilievo alla nostra volontà. Mentre parlare di «testamento biologico» pone subito al centro, come sovrana, la volontà dell’interessato, parlare di «fine vita» potrebbe anche prescinderne o metterla in posizione marginale.
Repubblica 16.3.09
La teoria spiegata in un libro appena uscito in Gran Bretagna e già diventato un cult
E l’uguaglianza fa bene alla crescita della società
di Enrico Franceschini
L´ineguaglianza è la madre di tutti i mali: più ampio è il gap tra ricchi e poveri in una società, peggio quella società funziona da ogni punto di vista. È meno solida, meno stabile, più vittima del crimine, con più ignoranza, più gravidanze minorili, più detenuti, più malattie, più obesi, più depressi, più infelicità. Ecco un teorema che piacerebbe ai nostalgici del socialismo vecchia maniera. Eppure, sorpresa, viene da due sociologi che non vogliono affatto ricostruire il socialismo: consigliano semplicemente alle nazioni della terra di seguire il modello della Scandinavia o del Giappone, se vogliono avere una vita migliore. Lo spiegano, con tanto di cifre, grafici, statistiche, in un volume pubblicato in questi giorni in Gran Bretagna: The spirit level. Why more equal societies almost always do better.
Dalle aule di Oxford e Cambridge fino ai corridoi di Downing Street e Westminster, se ne parla come del libro dell´anno, un testo che ogni leader politico, sindacalista, imprenditore illuminato, dovrebbe leggere, specie nel momento in cui, di fronte a una recessione economica e finanziaria forse senza precedenti, tutti si chiedono come ricostruire il capitalismo.
Conversando con Maria Kodama
«Mio marito Jorges Luis Borges non voleva che la sua agonia fosse trasformata in spettacolo»
intervista di Laura Lucchini
María Kodama si trovava questa settimana a Berlino per presentare all’Istituto Cervantes la mostra El Atlas de Borges (L’Atlante di Borges), un percorso fotografico dei viaggi e degli incontri che insieme fecero in tutto il mondo. Kodama conobbe la malvagità dopo essersi sposata, quando la stampa argentina iniziò a scavare nell’intimo della coppia, scandalizzata per un matrimonio che considerava inopportuno (Borges era molto più vecchio di lei), mentre lei assisteva a Ginevra le ultime settimane dell’autore dell’Aleph. Ora è la proprietaria universale dei diritti d’autore dell’immensa opera dello scrittore e la sua gestione di questo inestimabile patrimonio culturale è stata spesso criticata da persone che furono vicine al maestro. Senz’altro però, la polemica più dolorosa è stato il recente tentativo del governo argentino, di portare le spoglie di Borges al cimitero de la Recoleta a Buenos Aires. Una lobby porteña (di Buenos Aires) insiste che quella di morire a Ginevra non era la volontà dello scrittore.
X-Phi, filosofi del domani nella caverna del nuovo pensiero
Il fenomeno dell´ "experimental philosophy"
di Massimiliano Panarari
X-Phi è l´acronimo che designa la experimental philosophy, una tendenza filosofica molto giovane, che si è fatta largo nella cultura anglosassone e che combina la dimensione della riflessione e dell´elaborazione concettuale con una serie di esperimenti pratici e di ricerche quantitative condotte mediante sondaggi e questionari. A rilanciare il dibattito sulla X-Phi, presentata come la corrente più trendy della filosofia contemporanea, è, tra gli altri, un lungo articolo dei filosofi David Edmonds e Nigel Warburton apparso sul numero di marzo di Prospect, la prestigiosa rivista politico-culturale londinese, in cui gli autori prendono le mosse dai test di una neurobiologa tedesca, Katja Wiech, che ha dimostrato come la somministrazione di scariche elettriche a cattolici osservanti in atto di contemplare un´immagine della Madonna risulti meno dolorosa di quanto accade nel caso di un ateo o di un agnostico. Esiti sperimentali su cui la giovane scienziata si è confrontata successivamente con un gruppo di pensatori convinti che il dato empirico non fornisca un semplice sostegno alla filosofia, ma sia, in qualche modo, il fondamento stesso del fare filosofia.

