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23.03.09

Søren Kierkegaard, un moroso difficile

Corriere della Sera 23.3.09 di Armando Torno
Søren Kierkegaard fu un moroso difficile da gestire per la povera Regina Olsen. Quello che per la storia resta un grande filosofo, per la donna si trasformò in una disperazione. Convinto che esista un fidanzamento celeste, presso il Padre, e un altro visibile, tangibile, che si consuma sulla terra con baci, carezze e quel che è necessario, il giorno dopo essersi promesso alla diciassettenne signorina — era il 10 settembre 1840 — il ventisettenne pensatore si pentì, considerandosi incapace di una vera passione umana. E poi Regina gli pareva troppo vanitosa, incline alle cose del mondo, senza una vera disposizione religiosa. La faccenda finì con la restituzione dell’anello alla signorina (11 agosto 1841), quindi con la rottura definitiva (11 ottobre). L’«antiamore» cristiano e la sicurezza erotica non riuscirono ad abbracciarsi, come testimonia Kierkegaard in queste Lettere del fidanzamento (a cura di Gianni Garrera, Editrice Morcelliana, pp. 118, e 10). Un libro delizioso che precede, sempre da Morcelliana, la nuova edizione del Diario in due ponderosi tomi. Il primo dei quali uscirà a maggio.
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Archiviare l'antifascismo?

Corriere della Sera 23.3.09 La provocazione Tranfaglia d'accordo con D'Orsi: rischi autoritari. Ma Cacciari e De Giovanni: la democrazia è salda Archiviare l'antifascismo? Ed è subito dibattito. Storico. Nicola Tranfaglia: «Rischio autoritarismo». Filosofo. Massimo Cacciari: «Nulla è eterno». Analisi. Biagio De Giovanni: «Non ci sono rischi»

ROMA -- «Archiviato quel che del fascismo rimaneva, si può archiviare l'antifascismo? »: è la domanda posta ieri dallo storico Angelo D'Orsi sulle pagine del quotidiano comunista Liberazione, nel giorno dello scioglimento di An. E la risposta data da lui stesso è netta: «No chiaro e tondo». L'antifascismo dunque secondo D'Orsi non deve andare in soffitta, per almeno due motivi: perché l'assorbimento di Alleanza nazionale nel Pdl «intensificherà la nascita di gruppi fascisti duri e puri». E perché «lo scioglimento di An nel Pdl appare un atto formale che si inserisce nel quadro del passaggio alla postdemocrazia che è il volto del nuovo fascismo». Una tesi che ha subito diviso gli intellettuali di sinistra.
«Ha ragione Angelo D'Orsi -- ha commentato lo storico Nicola Tranfaglia -- ma non tanto perché c'è il rischio concreto di un ritorno al fascismo, che come tale è un fenomeno superato e non potrà mai tornare. Ma perché c'è il rischio di un consolidamento del modello di autoritarismo populista mediatico che con Berlusconi già abbiamo e che è molto sviluppato, per esempio, in Francia con Sarkozy o in Venezuela con Chávez. E' giusto vigilare prendendo come riferimento i valori dell'antifascismo per evitare derive di questo tipo, che sono una nuova forma di fascismo per molti versi ».
Massimo Cacciari, filosofo e sindaco di Venezia, è invece in disaccordo: «Nulla è eterno e anche la democrazia come la intendiamo noi oggi un giorno non ci sarà più, come del resto era caduto l'Impero romano che sembrava invincibile. Il rischio di un ritorno al fascismo però non esiste nel quadro politico attuale e con gli attuali leader politici. Certo, è giusto vigilare contro gli autoritarismi e semmai intervenire con prontezza, ma in Italia la democrazia non è in pericolo ». Posizione condivisa dallo storico Biagio De Giovanni: «L'antifascismo come categoria filosofica non va in pensione e deve essere presente nella memoria storica di tutti, perché ha segnato in maniera importante il secolo scorso. Ma adesso non è il caso di scomodare l'antifascismo, non c'è alcun rischio di deriva anti-democratica nel nostro Paese».

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17.03.09

Né buona né cattiva, la Natura è indifferente

Questioni di vita e di morte
di Maurizio Mori

Testamento biologico. Una tappa necessaria di quel grande processo storico chiamato rivoluzione biomedica, che a sua volta è una sorta di prosecuzione della rivoluzione industriale. Come questa ha prodotto l’Illuminismo e la filosofia moderna, sgretolando il millenario sistema aristocratico, così la bioetica, come movimento culturale, sta mandando in frantumi l’antico vitalismo ippocratico Come è stato riconosciuto anche dai vescovi tedeschi in un documento spacciato oggi come «apertura all’eutanasia» (documento datato già dal 1999, la cui traduzione viene anticipata dalla stampa italiana e sarà integralmente pubblicata sul prossimo numero di «Micromega») la richiesta del testamento biologico, sul quale si dibatte in questi giorni, dipende dal fatto che è aumentata l’esigenza di controllo sulla fase finale della propria vita. Mentre il normale testamento dà corpo alla volontà dell’interessato per quanto riguarda i beni materiali, il testamento biologico pretende di dar corso alla volontà dell’interessato circa la propria esistenza. Il termine americano esplicita ancor meglio questo aspetto: «living will» è la «volontà sul vivente» e allo stesso tempo «volontà vivente». Il volere dell’interessato è sovrano. Ma proprio questa sovranità disturba i fautori del vitalismo (oggi difeso dai cattolici) che preferiscono parlare di regolazione del «fine vita», espressione compatibile con posizioni che danno scarso o nullo rilievo alla nostra volontà. Mentre parlare di «testamento biologico» pone subito al centro, come sovrana, la volontà dell’interessato, parlare di «fine vita» potrebbe anche prescinderne o metterla in posizione marginale.
Un salto di paradigma morale La terminologia usata non è innocente, e rimanda invece a un vero e proprio salto di paradigma morale, forse analogo a quello che si è avuto nel XIX secolo circa il diritto di voto. Come osservava Antonio Rosmini «la dottrina della rappresentanza personale fu recata al suo colmo dalla Rivoluzione francese ...(quando) poche centinaia al più di prepotenti sofisti decidevano la sorte di trenta milioni .... La massa del popolo non cerca e non cercherà mai tanto (di investigare le ragioni della legittimità dei sovrani) ma si sottometterà ben volentieri a que’ padroni che comandano, e se fosse altramente sarebbe ben presto distrutto il mondo. ... il popolo (è) ... nato per venir diretto e condotto da capi ... (per) un sentimento ... infuso dalla benefica natura ... sentimento comprovato dai fatti di tutti i tempi ... (che) smentisce tutti i diritti che i ragionatori politici dei nostri tempi danno ai popoli». Oggi qualcosa di simile si dice dell’autodeterminazione in campo biomedico, e in particolare della fonte del testamento biologico: il consenso informato. C’è chi lo considera il punto cruciale, e chi invece ritiene che valga solo nel rispetto del disegno proprio del processo vitale - l’analogo della legittimità dei sovrani. Si suppone che la vita corra su dei propri binari, così la libertà umana sarebbe «autentica» o «vera» solo quando rispetta gli scambi previsti: come un locomotore è libero se viaggia rispettando i segnali e seguendo gli scambi, così l’uomo può dare il consenso informato solo per le scelte previste dal disegno insito nella vita, e la libertà (morale) sta nell’accettare o rifiutare quanto già indicato. Per questo il consenso dovrebbe essere solo «attuale» ossia dato quando si è già malati, e non prima. Si può anche dire, però, che l’uomo somiglia, più che a una locomotiva, a un fuoristrada o a un overcraft capace di andare ovunque, e che la libertà gli consente di spingersi anche nei terreni più scoscesi e accidentati. Grazie al consenso informato può esercitare questa libertà e scegliere tra diverse forme di contraccezione, di riproduzione, di modificazione del corpo e via dicendo. Nelle fasi finali della vita il consenso prende corpo nel testamento biologico, che consente all’individuo di far valere la propria libertà e le proprie volontà anche ove non fosse più in grado di scegliere di persona. Il testamento, quindi, allarga il consenso informato, e questo ampliamento è richiesto dal principio di eguaglianza che impone di trattare in modo uguale situazioni uguali: sarebbe incongruo, infatti, che la libertà valesse fino a che il soggetto è in grado di esercitarla e poi cessasse al punto che le volontà precedenti non contino e gli operatori sanitari o chi per essi possano operare in modo difforme da quelle volontà solo perché l’interessato ha perso la forza fisica di farle valere. L’eguaglianza richiede che ciò che vale nelle situazioni di coscienza continui a valere anche ove questa sia venuta meno. L’esito di un lungo processo Il testamento biologico estende il principio del consenso informato in due direzioni diverse: verso il futuro, in quanto consente la scelta «ora per allora»; e verso altre persone, perché consente all’interessato di scegliere un «fiduciario» che decida al suo posto in caso di incapacità. Dati gli elementi nuovi di questo ampliamento della libertà umana, sembra auspicabile una qualche norma che ne regoli la pratica. Ma deve essere una norma rivolta a garantire la puntuale esecuzione della volontà sovrana dell’interessato, e non studiata per far rientrare dalla finestra il vecchio paradigma che rimanda solo alla scelta del binario previsto dallo scambio. Purtroppo, l’attuale disegno di legge Calabrò in discussione in Parlamento sembra essere un attacco esplicito alla dottrina del «consenso informato» prima ancora che una farsa di regolazione del «testamento biologico». Il dibattito in corso nella politica italiana è di grande interesse perché non fa altro che dar voce al profondo contrasto tra i due paradigmi morali delineati. Il testamento biologico è un portato della bioetica come movimento culturale, e va visto non come evento isolato ma come tappa all’interno di quel grande processo storico chiamato rivoluzione biomedica, ossia una sorta di prosecuzione della rivoluzione industriale: come quest’ultima ha consentito un ampio controllo sul mondo inorganico, la rivoluzione biomedica sta consentendo un più puntuale controllo sul mondo organico. Come la rivoluzione industriale è stata «la più grande trasformazione dell’umanità di cui abbiamo documenti scritti» (Hobsbawm), così la rivoluzione biomedica comporterà trasformazioni di enorme portata (forse, ancor più sconvolgenti). Come la rivoluzione industriale ha prodotto l’Illuminismo e la filosofia moderna, sgretolando il millenario sistema aristocratico, così la rivoluzione biomedica sta producendo la bioetica come movimento culturale e mandando in frantumi l’antico vitalismo ippocratico. La concezione della vita che informa il paradigma vitalista risale a una protoreligione naturale che sta alla base delle diverse religioni storiche (ebraismo, cristianesimo, Islam, ecc.), le quali declinano in modo diverso la comune base della sacralità della vita (umana). Sacro e inviolabile, però, è il finalismo proprio del processo vitale, non la vita della persona. La sacralità della vita non vieta affatto l’«omicidio», dal momento che il divieto che lo riguarda ammette eccezioni, mentre i divieti derivanti dalla sacralità sono divieti assoluti, ossia che non ammettono mai deroghe. Ecco perché i fautori della sacralità si scagliano con forza contro la contraccezione, l’aborto, e così via, mentre possono tranquillamente avere reazioni più blande verso la guerra e altri attentati alla vita delle persone. Il cattolicesimo romano è l’indirizzo religioso che più di ogni altro ha elaborato con organicità e sistematicità il vitalismo ippocratico, la cui dottrina a molti appare essere una «cifra dell’umano» essendo stata da sempre presente nelle attuali condizioni d’esistenza. Ogni interferenza col disegno vitale appare quindi una profanazione, un atto contro la religiosità naturale che sgorgherebbe dall’osservazione del mistero della vita. Per questo i cattolici romani sostengono che le loro posizioni non sono affatto «religiose» (di fede) ma che sono semplicemente «umane» (di ragione), e sottolineano che gli argomenti addotti non si basano sulla Rivelazione, ma su considerazioni concernenti la natura della vita. Protestano di fronte ai tentativi di relegare nella dimensione «di fede» le loro pretese, osservando che la religiosità ha una valenza pubblica e una imprescindibile dimensione sociale, proprio perché sarebbe insita nella struttura dell’umano. Si può riconoscere che in effetti i cattolici romani tendono a evitare il ricorso a tesi rivelate, ma questo non risolve la difficoltà al riguardo. Il punto cruciale, infatti, sta nel fatto che le nuove conoscenze e capacità di controllo introdotte dalla rivoluzione biomedica stanno togliendo l’alone di mistero che ha avvolto il vivente fino a pochi anni fa. Assistiamo così ad un ampliamento del processo di secolarizzazione, che dopo aver coinvolto il mondo astronomico e fisico viene ora a coinvolgere il mondo biologico e biomedico. Se la rivoluzione astronomica ha reso silenziosi i cieli generando lo sgomento di Pascal, la rivoluzione biomedica rende silenziosi i finalismi vitali, sconvolgendo gli animi di molti abituati al vecchio paradigma vitalista. Dal punto di vista etico il nodo dirimente è che l’applicazione del metodo scientifico al vivente dissolve l’assioma cardine del vitalismo ippocratico, ossia che la vita (umana) sia buona in sé, e che la morte sia il peggiore dei mali. Al contrario, la concezione scientifica assume il principio di indifferenza della natura, che ci porta a distinguere tra la mera «vita biologica», che in sé non è né buona né cattiva, e la «vita biografica» che è buona o cattiva a seconda dei contenuti che presenta: è buona se i contenuti sono positivi, ed è cattiva se sono negativi. Per questo il consenso informato diventa il cardine dell’esistenza del cittadino. Non possiamo più presumere di sapere a priori se un dato intervento sia buono o cattivo per l’interessato. Per saperlo bisogna spiegarglielo e chiedergli il parere al riguardo, perché nessuno meglio dell’interessato può sapere che cosa gli interessa veramente. È vero che talvolta le persone sono confuse e non sanno discernere. Ma questa situazione è transitoria, e non può essere assunta come emblematica. Tra lasciar accadere e causare Per ora la richiesta avanzata nel testamento biologico riguarda solo la sospensione delle terapie o il rifiuto di interventi non voluti. Questo perché secondo alcuni c’è una significativa differenza logica tra il «lasciar accadere» e il «causare», cosicché in certe circostanze il lasciar morire sarebbe lecito, mentre l’uccidere sarebbe sempre illecito. Tralasciando qui le analisi fatte per mostrarne la sostanziale equivalenza, si può dire che l’idea che ci sia una radicale differenza sembra essere una sopravvivenza culturale derivante dall’idea che la natura è in sé buona e che l’uomo non è responsabile dell’azione della natura. Se, invece, si assume il principio d’indifferenza della natura, allora a parità di conseguenze la presunta differenza sfuma, perché cambia poco che un determinato effetto (stato del mondo) sia frutto di un «lasciar accadere» o invece di un «fare». Questo significa che, una volta riconosciuta all’individuo la facoltà di sospendere le terapie o di rifiutare gli interventi, questi possa legittimante richiedere anche atti positivi che comportino gli stessi effetti. Il passaggio dall’una all’altra richiesta non è di carattere logico, e dipende dalla presenza di condizioni storiche favorevoli al non lasciar accadere: per esempio lunghe e penose agonie. Laddove queste condizioni si determinassero, invece, trova giustificazione la richiesta di eutanasia (attiva), ossia di un atto che causi la morte. * Professore di bioetica all’Università di Torino e direttore di «Bioetica. Rivista interdisciplinare»

Letture sui problemi relativi alla fine della vita Qualche titolo per approfondire gli argomenti trattati in questa pagina. Un libro che nasce dal vissuto personale, ma teoricamente articolato è quello di Mario Riccio e Gianna Milano, «Storia di una morte opportuna. Il diario del medico che ha fatto la volontà di Welby» (Sironi Editore, Milano, 2008). Per maggiori notizie sull’ippocratismo è utile la lettura del volume di Maurizio Mori, «Il caso Eluana Englaro. La "Porta Pia" del vitalismo ippocratico» (Pendragon Edizioni, Bologna, 2008). Il ventaglio più completo delle posizioni riguardo ai problemi del fine vita è quello voluta dal senatore Ignazio Marino: Dichiarazioni anticipate di volontà sui trattamenti sanitari. Raccolta dei contributi forniti alla commissione igiene e sanità del Senato della Repubblica aggiornata al 21 febbraio 2007 (Libreria del Senato, Roma, 2007). Altri studi si trovano in vari fascicoli di «Bioetica. Rivista interdisciplinare» (Vicolo del Pavone editore, Piacenza), tra cui segnaliamo quello a cura di Mariella Immacolato, «Sul diritto di autodeterminazione», 2008, no. 1. Per altri contributi che hanno aperto la strada agli ultimi sviluppi nel campo, (a cura di) Borsellino, Patrizia, Dominique Feola e Lorena Forni, «Scelte sulle cure e incapacità: dall’amministratore di sostegno alle direttive anticipate», (Insubria University Press, Varese, 2007). Per una chiara esposizione della posizione cattolica prima del cambiamento a favore della legge, Casini Carlo, Marina Casini e Maria Luisa Di Pietro, «Testamento biologico: quale autodeterminazione?» (Società Editrice Fiorentina, Firenze, 2007). Per quanto riguarda la riflessione etica, e dunque anche l’entrata in campo di questioni metafisiche, Hilary Putnam ha scritto un celebre libro, «Ethics Without Ontology» (Harvard University Press, 2004).

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16.03.09

E l’uguaglianza fa bene alla crescita della società

Repubblica 16.3.09
La teoria spiegata in un libro appena uscito in Gran Bretagna e già diventato un cult
E l’uguaglianza fa bene alla crescita della società
di Enrico Franceschini

L´ineguaglianza è la madre di tutti i mali: più ampio è il gap tra ricchi e poveri in una società, peggio quella società funziona da ogni punto di vista. È meno solida, meno stabile, più vittima del crimine, con più ignoranza, più gravidanze minorili, più detenuti, più malattie, più obesi, più depressi, più infelicità. Ecco un teorema che piacerebbe ai nostalgici del socialismo vecchia maniera. Eppure, sorpresa, viene da due sociologi che non vogliono affatto ricostruire il socialismo: consigliano semplicemente alle nazioni della terra di seguire il modello della Scandinavia o del Giappone, se vogliono avere una vita migliore. Lo spiegano, con tanto di cifre, grafici, statistiche, in un volume pubblicato in questi giorni in Gran Bretagna: The spirit level. Why more equal societies almost always do better.
Dalle aule di Oxford e Cambridge fino ai corridoi di Downing Street e Westminster, se ne parla come del libro dell´anno, un testo che ogni leader politico, sindacalista, imprenditore illuminato, dovrebbe leggere, specie nel momento in cui, di fronte a una recessione economica e finanziaria forse senza precedenti, tutti si chiedono come ricostruire il capitalismo.
Gli autori, gli inglesi Richard Wilkinson e Kate Pickett, cominciano affermando qualcosa che molti pensano ma non tutti si azzardano a dire, per timore di passare per oscurantisti, improduttivi o lunatici: siamo già abbastanza ricchi. La crescita economica dell´ultimo mezzo secolo ha fatto abbastanza per migliorare le condizioni materiali nei paesi industrializzati (e ha cominciato a migliorarle anche in quelle in via di sviluppo). Ora il compito dell´Occidente sviluppato sarebbe di concentrare i propri sforzi nel tentativo di rendere il reddito dei propri cittadini più ugualitario, almeno quanto quello di Giappone e Scandinavia: non per ragioni morali, non per sentirsi più buoni, non in nome di un egualitarismo socialista, ma perché, così facendo, saremmo tutti meno grassi, staremmo meglio di salute, vivremmo mediamente almeno un anno di più, faremmo vacanze più lunghe, ci fideremmo di più gli uni degli altri, insomma le nostre società sarebbero più armoniose e felici.
Dati alla mano (raccolti dall´Onu, dalla Banca Mondiale, dall´Organizzazione Mondiale della Sanità), i due ricercatori britannici dimostrano che il peggioramento della qualità della vita, come risultato di un aumento della diseguaglianza, risalta ovunque. Praticamente in ogni indice della qualità della vita, si può osservare una forte correlazione tra il livello di ineguaglianza economico di un paese e i suoi risultati sociali.
L´America, ad esempio, è il paese più ricco del mondo, con il reddito medio più alto, ma ha la longevità più bassa tra le nazioni sviluppate, il più alto numero di omicidi, la più alta percentuale di carcerati in rapporto alla popolazione, ed è ai primi posti della classifiche di obesi, di ragazze-madri, di alcolismo, tossicodipendenza, nevrosi. E il paese europeo che ha il più ampio gap tra ricchi e poveri, la Gran Bretagna (dove questo divario è enormemente aumentato, anziché diminuito, nei dodici anni di potere laburista, prima con Tony Blair, ora con Brown), è quello che è in cima alle stesse graduatorie sui problemi sociali e sulla violenza sociale nel nostro continente.
I paesi occidentali dove si vive meglio, afferma il libro, sono quelli dove l´ineguaglianza è più ridotta, e precisamente (nell´ordine) Giappone, Finlandia, Norvegia, Svezia, Danimarca, Belgio, Austria. Quelli dove invece i problemi sociali sono più forti sono quelli nei quali è più forte la diseguaglianza: Stati Uniti, Portogallo, Gran Bretagna, Australia, Nuova Zelanda, Israele e, al settimo posto, l´Italia, dove il quinto più ricco della popolazione è 6,7 volte più ricco del quinto più povero (negli Usa la differenza è 8,5 volte, in Giappone 3,4).
Concludono gli autori: diventare ricchi aveva l´effetto automatico di rendere una nazione più sana e più soddisfatta, e non c´è dubbio che il miracolo economico del dopoguerra, in Italia e altrove, sia servito a questo. Ma - nei paesi industrializzati - non funziona più così, anche perché la forbice dell´arricchimento si allarga a beneficio di una élite sempre più ristretta. Si può concordare o meno con la tesi, ma ecco un libro da tradurre subito in italiano e da far leggere ai nostri leader, al governo e all´opposizione.

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15.03.09

«Mio marito Jorges Luis Borges non voleva che la sua agonia fosse trasformata in spettacolo»

Vedova dello scrittore argentino Jorge Luis Borges
Conversando con Maria Kodama
«Mio marito Jorges Luis Borges non voleva che la sua agonia fosse trasformata in spettacolo»
intervista di Laura Lucchini

L’UNnità - l’Unità 15.3.09 - BERLINO. Da quando aveva 16 anni, María Kodama (Buenos Aires 1945) è stata prima l’allieva, poi la segretaria e infine la sposa e la musa di Jorge Luis Borges. Ha viaggiato con lui per il mondo raccontando i luoghi che lo scrittore non poteva vedere, leggendo i libri che lui non poteva più leggere e scrivendo le parole che lui di notte sognava. Borges aveva perso la vista e lei era diventata i suoi occhi. Dice che per lei Borges è stato quello che Ettore fu per Andromaca, o anche semplicemente «la mia metà». Da 22 anni, questa donna minuta e distante è la memoria vivente dello scrittore argentino e gira il mondo con la missione di diffondere la sua opera. Lo fa con devozione religiosa.
María Kodama si trovava questa settimana a Berlino per presentare all’Istituto Cervantes la mostra El Atlas de Borges (L’Atlante di Borges), un percorso fotografico dei viaggi e degli incontri che insieme fecero in tutto il mondo. Kodama conobbe la malvagità dopo essersi sposata, quando la stampa argentina iniziò a scavare nell’intimo della coppia, scandalizzata per un matrimonio che considerava inopportuno (Borges era molto più vecchio di lei), mentre lei assisteva a Ginevra le ultime settimane dell’autore dell’Aleph. Ora è la proprietaria universale dei diritti d’autore dell’immensa opera dello scrittore e la sua gestione di questo inestimabile patrimonio culturale è stata spesso criticata da persone che furono vicine al maestro. Senz’altro però, la polemica più dolorosa è stato il recente tentativo del governo argentino, di portare le spoglie di Borges al cimitero de la Recoleta a Buenos Aires. Una lobby porteña (di Buenos Aires) insiste che quella di morire a Ginevra non era la volontà dello scrittore.
Kodama perde la pazienza e il suo modo di parlare composto quando si sfiora l’argomento. Le ragioni per cui suo marito scelse di riposare a Ginevra sono chiare: «Alcuni anni prima, l’eterno candidato a presidente in Argentina, Ricardo Balbín, era morto a Buenos Aires e le sue immagini nel letto d’ospedale, intubato, durante la terapia intensiva, erano state date in pasto alla stampa. Lui mi disse che temeva che la sua agonia fosse trasformata in uno spettacolo», spiega, con parole che le è toccato ripetere innumerevoli volte. E a confermarlo ci sono anche le dichiarazioni di un giornalista svizzero a cui Borges chiese di verificare la possibilità di avere la cittadinanza di questo paese. «È possibile che dopo 22 anni una persona venga ancora torturata con questa storia?», si chiede. Poche settimane fa il Governo di Buenos Aires ha accantonato l’assurdo progetto di legge che avrebbe consentito il trasferimento, ma non è detto che qualcuno non lo resusciti in futuro.
Ginevra però fu solo l’ultima tappa dei numerosissimi viaggi che compongono l’Atlante, «furono esperienze meravigliose, che ci aprirono una serie di possibilità di immaginazione enormi, e continue scoperte», ricorda.
Con Borges non c’era routine. «Per giorni interi ci dedicavamo solo al viaggio. Altri giorni aveva delle idee per delle storie, che in genere gli apparivano in sogno e iniziava a dettarmele. Magari dettava un paragrafo, poi il giorno dopo, di sera, mi chiedeva di rileggerlo e cambiava alcune cose», spiega. Di una storia aveva sempre in testa l’inizio e la fine e diceva che era una condizione indispensabile per poter scrivere, poi aggiungeva dettagli.
In ogni posto Kodama raccontava i dettagli del paesaggio, scattava foto o chiedeva ai passanti che ne scattassero. Il suo racconto era poi arricchito da quello dello scrittore, che aggiungeva i ricordi, gli aneddoti e le storie straordinarie di quello che aveva gia vissuto negli stessi posti in viaggi precedenti. Non viveva la cecità come un problema. Ogni giorno era per lui una scoperta e il destino regalava sempre sorprese.
Come una sera nella hall di un hotel in Spagna, quando Mick Jagger si buttò in ginocchio ai piedi di Borges dicendo «maestro, che onore! Ho letto tutti i suoi libri». «Mi dica, chi è lei?», rispose lo scrittore. «Mick Jagger». Borges era stato introdotto alla musica degli Stones dalla sua compagna. Successivamente, sarebbe anche apparso in una immagine nel film Performance. «Quello dei Rolling Stones!», riconobbe, con grande sorpresa di Jagger. Kodama racconta tutt’ora divertita questo scambio di battute.
O come un pomeriggio al Prado quando Kodama e Borges si erano fermati di fronte al capolavoro di Goya “Il cane” e lei riconobbe a distanza un uomo molto alto: era Julio Cortázar. «Non posso dimenticare quest’immagine. Uno dei miei quadri preferiti e di fronte Borges e Cortázar che si danno la mano e si scambiano complimenti». I due scrittori argentini non erano amici, appena si conoscevano, però Borges era stato il primo a pubblicare il racconto Casa Tomada, di Cortázar, quando era direttore della Biblioteca Nacional, negli anni ’50.
In una foto Borges appare con una maschera da lupo. Si trovava in un’università negli Stati Uniti per una conferenza. «Ci venne a chiamare il rettore in stanza vestito da Batman», ricorda Kodama, «era Halloween e disse che c’era una festa, però avremmo potuto partecipare solo travestiti. Decidemmo alla fine di comprare delle maschere. Borges scelse quella del lupo. Alla festa, si divertì a terrorizzare gli studenti gridando ‘homo homini lupus’».
Dell’Italia Borges amava Venezia, più di ogni altra cosa. «Perché è un labirinto, per l’acqua e per il mistero». A Roma, poco prima della morte, incontrarono Pertini e Borges parlò a lungo in un’intervista alla Rai. Ma il ricordo più affettuoso va all’editore italiano Franco Maria Ricci, «tra tutti gli editori lui era un amico, sempre cercava di sorprenderlo e divertirlo», ricorda. In particolare, per l’ottantesimo compleanno di Borges, Ricci gli organizzò un ricevimento nella sala di lettura della New York Public Library, «aveva trasformato tutta questa sala meravigliosa in un salone da pranzo del diciottesimo secolo. Aveva portato i cuochi da Parma perché preparassero i tipi di pasta che a Borges piacevano tanto», ricorda Kodama.
Ora che Borges riposa nel cimitero di Plainpalais accanto a Giovanni Calvino, María Kodama legge e rilegge la sua opera. Sceglie i testi a seconda delle conferenze che sta preparando. Viaggia continuamente. Dice che a volte crede che la sua casa sia un aereo intercontinentale. I testi che le stanno più a cuore sono la poesia La Luna che Borges scrisse per lei, e il breve racconto Ulrica, che, dice, le fu segretamente dedicato.
Che il mondo lo capisca o no, la realtà è che da quando aveva 16 anni, María Kodama ha vissuto per lo scrittore. Ora che lui è morto, il suo destino e la sua missione è quella di tenerlo in vita, ritornando continuamente alla sua opera. Dice che questo la fa sentire bene. «Più che una missione è l’amore, è un piacere, è una presenza continua», spiega, «è la mia decisione, quella che tornerei a prendere, anche sapendo tutto quello che mi aspetta. È la certezza assoluta. Come lui sentiva che scrivere era il suo destino, chissà, il mio forse sia questo. Forse è come in quelle leggende primitive e lui è veramente la mia metà. Nessuno può distruggere questo. È qualcosa che si sente dentro, ed è molto forte».

Famoso per i racconti fantastici, morì nel 1986 a Ginevra
Jorge Francisco Isidoro Luis Borges Acevedo (Buenos Aires, 24 agosto 1899 – Ginevra, 14 giugno 1986) è stato uno dei più importanti e influenti scrittori del XX secolo. Narratore, poeta e saggista, è famoso per i suoi racconti fantastici . Nel 1975 morì sua madre, a novantanove anni. A partire da questo momento Borges effettuò i suoi viaggi insieme a María Kodama, una sua ex-alunna, divenuta sua segretaria e infine, a poche settimane dalla morte, sua seconda moglie, sposata per procura in Uruguay. Nel 1982 condannò l’invasione argentina delle Isole Malvinas. Morì il 14 giugno 1986 nella città di Ginevra, in seguito a un cancro al fegato. Come da lui disposto, i suoi resti riposano al cimitero di Plainpalais (nella parte sud di Ginevra) sotto una lapide grezza di color bianco. Sulla parte superiore si legge semplicemente «Jorge Luis Borges»; più in basso è scritta in inglese antico la frase «And ne forhtedon na» Giammai con timore.
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14.03.09

Il fenomeno dell´ "experimental philosophy"

Repubblica 14.3.09
X-Phi, filosofi del domani nella caverna del nuovo pensiero
Il fenomeno dell´ "experimental philosophy"
di Massimiliano Panarari
Nata in Inghilterra considera il dato empirico non un sostegno alla teoria ma il suo stesso fondamento. Una tendenza che combina la riflessione con esperimenti sondaggi e questionari. In controtendenza rispetto all´analisi tradizionale,sceglie di esprimersi sui blog e internet. Studia attraverso le neuroscienze l´attività mentale alle prese con problemi concettuali.
Suona un po´ come X Files, ma non è esattamente la stessa cosa, anche se il metodo scientifico rivendicato con forza dall´agente Dana Scully, tutto sommato, potrebbe trovarvi agevolmente il suo posto.
X-Phi è l´acronimo che designa la experimental philosophy, una tendenza filosofica molto giovane, che si è fatta largo nella cultura anglosassone e che combina la dimensione della riflessione e dell´elaborazione concettuale con una serie di esperimenti pratici e di ricerche quantitative condotte mediante sondaggi e questionari. A rilanciare il dibattito sulla X-Phi, presentata come la corrente più trendy della filosofia contemporanea, è, tra gli altri, un lungo articolo dei filosofi David Edmonds e Nigel Warburton apparso sul numero di marzo di Prospect, la prestigiosa rivista politico-culturale londinese, in cui gli autori prendono le mosse dai test di una neurobiologa tedesca, Katja Wiech, che ha dimostrato come la somministrazione di scariche elettriche a cattolici osservanti in atto di contemplare un´immagine della Madonna risulti meno dolorosa di quanto accade nel caso di un ateo o di un agnostico. Esiti sperimentali su cui la giovane scienziata si è confrontata successivamente con un gruppo di pensatori convinti che il dato empirico non fornisca un semplice sostegno alla filosofia, ma sia, in qualche modo, il fondamento stesso del fare filosofia.
La X-Phi si colloca così nettamente in controtendenza rispetto all´egemonia, sinora incontrastata, esercitata dall´analisi concettuale, e si scontra, quindi, con la tradizione di filosofia analitica dominante nel mondo anglosassone. Ragion per cui si esprime molto attraverso blog e siti (oltre che libri), e viene avversata o liquidata malamente da vari mostri sacri del pensiero angloamericano, suscitando, invece, entusiasmi tra i filosofi più giovani e alimentando una polemica culturale dove anche l´anagrafe gioca la sua parte. Anche se, a onor del vero, pure una star del livello del filosofo del "cosmopolitismo" (e molto altro) Kwame Anthony Appiah mostra parecchio interesse, dopo avere pubblicato un libro di "esperimenti di etica", ed essendosi spinto a definirla sul New York Times come la "nuova nuova filosofia". La filosofia sperimentale vanta una "scuola" molto dinamica che conta tra i suoi esponenti di punta Joshua Knobe, Shaun Nichols, Neill Levy, al lavoro tra Princeton e Oxford, figure, di cui si parlerà sempre più, che si muovono nei tre ambiti fondamentali, chiaramente interdisciplinari, che ne compongono lo scenario attuale. Ovvero, lo studio, mediante le tecnologie a disposizione delle neuroscienze, dell´attività mentale che si sviluppa quando gli individui si trovano alle prese con un problema di natura filosofica; l´utilizzo, uscendo dalle aule e dagli uffici universitari, di questionari per comprendere le intuizioni e le modalità di ragionamento nella vita quotidiana; e, infine, gli "esperimenti sul campo", con l´osservazione dei comportamenti e delle reazioni a specifiche situazioni da parte di un individuo, osservato a sua insaputa.
Tutto molto anglosassone, per l´appunto. E in Italia? Queste tematiche ricevono una certa attenzione da parte di Res cogitans (www.rescogitans.it), "sito di filosofia applicata" dedicato a Marco Mondadori, che annovera tra i suoi collaboratori Telmo Pievani, Maurizio Ferraris, Mario De Caro e Nicla Vassallo. A dirigerlo è Simona Morini, docente di Teoria delle decisioni razionali e dei giochi allo Iuav di Venezia (e autrice, con Pietro Perconti, di Email filosofiche, edito da Cortina), che nota come la X-Phi rappresenti «una sorta di interessante ritorno al passato, alla filosofia morale e alla tradizione del Sei-Settecento. Basti pensare, infatti, che il famosissimo Trattato sulla natura umana di David Hume aveva come sottotitolo: Un tentativo di introdurre il metodo sperimentale di ragionamento negli argomenti morali. Dunque, vari sono gli aspetti positivi: da un lato, i filosofi ricominciano a fare scienza (superando lo specialismo introdotto nell´Ottocento) e, dall´altro, tornano a occuparsi di fatti reali, soprattutto in Italia dove la produzione filosofica negli ultimi tempi è stata orientata per lo più verso l´ermeneutica e la storia. Questi esperimenti, inoltre, tornano al senso comune, ma confutano anche i luoghi comuni. E sprovincializzano la disciplina, attribuendole una dimensione veramente mondiale, mostrandoci, per esempio, come la filosofia del linguaggio contemporanea risulti molto collegata alle lingue occidentali. Naturalmente, ci sono anche i limiti: gli scienziati si rivelano oggi ancora piuttosto deboli sotto il profilo filosofico, e viceversa. Come diceva Robert Hooke: "La vera filosofia inizia dalle mani e dagli occhi, ma deve procedere con la memoria e continuare con la ragione". È così che dovrebbe accadere, tornando davvero all´idea del filosofo naturale seicentesco». E, quindi, se son rose (filosofiche), magari fioriranno anche in Italia�
Repubblica 14.3.09
Due tradizioni a confronto
Se il modello britannico batte l’Europa continentale
Attaccata alle proprie tradizioni come una cozza al suo scoglio, la filosofia continentale ha mostrato finora scarsa propensione al rinnovamento. Sta iscritto nel suo codice genetico storicista.
Eppure, qualcosa si sta muovendo. Proprio in seno alla filosofia britannica, fermentano irregolarità e provocazioni che infrangono i canoni tradizionali. È la New British Philosophy, recita il titolo di un libro che raccoglie le voci dei «nuovi filosofi» inglesi. Alcuni, come Ray Monk, Stephen Mulhall e Aaron Ridley, tutti del Center of Post-Analitic Philosophy di Southampton, cercano di capire quale sarà il futuro paradigma, dopo analitici e continentali. «La filosofia dovrà impegnarsi in problemi concreti», sostiene da Edinburgo la femminista Rae Langton, e si applica coerentemente alla comprensione di fenomeno di cui tutti fanno uso ma nessuno sa cos´è: la pornografia. Altri, come Simon Critchley, che da Essex è passato a dirigere la New School di New York, propone nel suo Libro dei filosofi morti una divertente versione moderna � si fa per dire � dell´antica meditatio mortis. Intanto, nelle vecchie roccaforti continentali, francesi e tedesche, si soffre per il vuoto lasciato dalla scomparsa dei maîtres-à-penser. È ancora possibile riempirlo con un grande gesto di sintesi? Ci hanno provato Marcel Gauchet e, passando a Oriente, François Jullien. E soprattutto Peter Sloterdijk, prima con una Critica della ragione cinica, poi con la trilogia Sfere, una vera e propria filosofia della globalizzazione. Ma oggi � si chiede la più diffusa rivista tedesca di filosofia � il vero Meisterdenker non è forse il controverso e richiestissimo Giorgio Agamben? È la riprova, ha commentato un lettore, che in filosofia il metodo migliore per avanzare è girare sempre intorno allo stesso punto.
Postato da millepiani alle 00:00
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