Domenico Losurdo racconta in un saggio sul dittatore sovietico

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Corriere della Sera 30.10.08
Domenico Losurdo racconta in un saggio sul dittatore sovietico «storia e critica di una leggenda nera». Simile a quella di certi imperatori romani.
Dagli altari alla polvere. Perché il terribile Stalin somiglia a Giustiniano - di Luciano Canfora

Fu il medesimo storico, Procopio di Cesarea, che mise in circolazione, vivo Giustiniano, numerosi libri di storia che ne esaltano la grandezza, la saggezza, le guerre vittoriose etc., e che però — al tempo stesso — si tenne in serbo — destinata alla circolazione dopo la morte del principe — una Storia segreta
in cui Giustiniano viene fatto letteralmente a pezzi ed appare come il ricettacolo di ogni nefandezza e debolezza e inutile crudeltà, oltre che vanità nell'attribuirsi meriti spettanti ad altri. La Storia segreta fu scritta intorno al 558, Giustiniano morì il 14 novembre del 565 ad ottantatré anni. Morto lui la Storia segreta si incaricò di demolire il vincitore dei Goti, il riconquistatore del-l'Italia e restauratore dell'unità dell'impero. I moderni possono liberamente oscillare tra i due estremi, come tra i due ritratti di Stalin scritti da Nikita Krusciov: da un lato il rapporto al XIX congresso del Pcus (ottobre 1952) in cui tutto il merito della forza economica, militare, sociale dell'Urss è attribuito al «nostro amato capo e maestro compagno Stalin», e dall'altro il rapporto segreto, letto in seduta riservata al XX congresso del Pcus (febbraio 1956), circa tre anni dopo la morte di Stalin. Qui, come nella Storia segreta di Procopio, «l'amato maestro» è presentato come un tiranno ridicolo, imbelle e sanguinario (tanto da rendere quasi incomprensibile come avesse potuto tanto a lungo e con l'appoggio di infiniti Krusciov governare). La visione, di matrice tolstojana, mirante a nullificare la «grandezza » delle «grandi personalità» della storia è senza dubbio un buon antidoto alla storiografia eroicizzante. Essa però non riesce a dar conto di quell'intreccio tra meschinità individuale ed efficacia politica che fa sì che alcune personalità si trovino ad essere l'epicentro di eventi e di trasformazioni epocali, che i posteri continueranno a considerare tali nonostante tutte le possibili «storie segrete».

Per personaggi che, in un determinato momento storico, hanno assommato nella propria persona il significato e la simbologia stessa del movimento che capeggiavano, il «culto» della loro persona è fenomeno non solo bene attestato, ma, a quanto pare, difficilmente evitabile. Si potrebbero fare molti nomi, ma quelli più familiari e più ovvi sono certamente Cesare e Napoleone. Il bisogno, da parte dei seguaci, di mitizzare il «capo», cui corrisponde l'intuizione, da parte del capo, dell'imprescindibile funzione di tale meccanismo «mitizzante», è fenomeno ben documentato. Tanto più esso spicca (e si rivela meccanismo che va al di là delle scelte del singolo), quando l'interessato stesso sarebbe per suo stile e cultura alieno da un tale rapporto quasi religioso e tuttavia, al suo prodursi, vi si adegua. È il caso dell' «Incorruttibile», il quale fu l'esatto contrario del demagogo assetato di folla osannante, o anche, in tempi più vicini a noi, di Antonio Gramsci. Narra Gramsci, divertito, in una lettera dal carcere, della delusione provata da un compagno, incontrato durante uno dei suoi soggiorni di pena, il quale si era immaginato il capo dei comunisti di ben altra, imponente, statura!
In questa categoria (quantunque inusuale sia il dirlo) rientra anche Stalin, il quale per non breve tratto della sua lunga carriera volle tenersi nel ruolo di ideale «secondo »: di mero, fedele, esecutore dell'opera e del disegno di un altro, ben più «grande», e che anche da morto avrebbe dovuto continuare ad essere percepito come «il capo», cioè Lenin. Cui Stalin destinò appunto perciò un mausoleo di tipo faraonico-ellenistico- bizantino: perché su di lui, unico capo «vivente» ancorché morto (e all'uopo perciò imbalsamato) continuasse a convogliarsi il bisogno di carisma delle masse sovietiche. Per la stessa dinamica, Augusto si presentò per un lungo tratto come l'erede- esecutore-continuatore-vindice di Cesare e gli destinò un culto assimilandolo agli dei.
Più che mai necessario dunque, di fronte a personaggi storici il cui mito fu parte essenziale del loro agire (e del loro «essere percepiti» dagli altri), più che mai necessario è far capo al giudizio, limitativo, ma non obnubilato, dei non-seguaci, delle persone pensanti e lontane, e anche degli avversari. Su Città libera del 23 agosto del 1945, Croce, che alla controparte comunista non ha mai «concesso» nulla, neanche nei momenti di maggiore unità «ciellenistica », e che nella Storia d'Europa aveva scritto «il comunismo non si è punto attuato in Russia in quanto comunismo» (1932), scrisse di Stalin parole che poterono poi persino sembrare di elogio, ma non lo erano.
«Quello che si è attuato in Russia — scrisse — è il governo di una classe, o di un gruppo di classi (burocrati, militari, intellettuali) che un non più ereditario imperatore, ma un uomo di genio politico dotato (Lenin, Stalin) guida»; e aggiungeva con profetica ironia: «Restando incaricata la Provvidenza di fornirgli successori sempre pari»! Di «genio» (e questa volta in senso non neutro, com'è nelle parole di Croce, ma esaltatorio) aveva parlato, a proposito di Stalin, Alcide De Gasperi, pochi mesi prima, al teatro Brancaccio in Roma, nel momento stesso in cui delineava con fermezza la lontananza incolmabile dell'esperimento sovietico da quello, ancora da precisare, dell'Italia post-fascista. Aveva parlato nondimeno di «merito immenso, storico, secolare, delle armate organizzate dal genio di Giuseppe Stalin».
Era facile del resto in quel momento promettere gratitudine «secolare» ai vincitori di Stalingrado. Paolo Bufalini ha ricordato un sacerdote che abbracciandolo, in clandestinità, gli aveva sussurrato: «A Stalingrado vinciamo noi!». Ma, come ben sapeva Erodoto, la vittoria degli Ateniesi a Salamina, contro un avversario preponderante e all'apparenza invincibile, era stata man mano dimenticata, quantunque foriera della «libertà dei Greci». Dimenticata proprio dai beneficiari, perché da quella vittoria aveva preso avvio l'impero ateniese, oppressivo erede di un'alleanza inizialmente paritetica. Una storia che si è ripetuta, e che nell'Italia dopo Marengo ha visto man mano imbruttirsi le fattezze del liberatore. Insomma è troppo facile parlare en gros di mire imperiali e di libertà conculcate. Per l'Europa orientale del dopo-1945 val meglio la lettura del notevole racconto di Ambler
Il processo Delchev, che non appagarsi delle schematiche invettive sulle «forche di Praga». E val meglio la lettura del saggio di Wilfried Loth ( Il figlio poco amato di Stalin: perché Stalin non voleva la nascita della Ddr) sulla riluttanza di Stalin a consentire il costituirsi in Repubblica della zona sovietica della Germania piuttosto che la insulsa retorica sulla «cortina di ferro».

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