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03.04.2008

Il naufragio di Heidegger nel gran mare dell'Essere

Il Giornale di Vicenza 1.04.2008
Filosofia. Il fallito tentativo di completare "Essere e Tempo" in un saggio rimasto inedito e che doveva essere pubblicato solo cent'anni dopo la morte. Il naufragio di Heidegger nel gran mare dell'Essere
di Franco Volpi

Dalla baita di Todtnauberg, nell'alta Foresta Nera, «dove tutto è ancora come una volta», il 18 settembre 1932 Heidegger scriveva all'amica Elisabeth Blochmann: «Per il momento sto studiando i miei manoscritti, cioè leggo me stesso, e devo dire che, in positivo e in negativo, mi risulta molto più fruttuoso di altre letture». Forse che qui „la volpe Heidegger" - come lo apostrofava Hannah Arendt - cominciava a mordersi la coda? No, Heidegger cercava soltanto di ritrovare se stesso e di portare a termine Essere e tempo, l'opera pub blicata come „Prima parte‰ nel 1927 e di cui il mondo filosofico aspettava la seconda. Nella stessa lettera aggiungeva: «Già si fanno speculazioni e discorsi sul fatto che starei scrivendo Essere e tempo II. E va bene. Tuttavia, dato che Essere e tempo I è stato per me un cammino che mi ha portato da qualche parte ma che adesso non è più ba ttuto ed è ormai ricoperto di vegetazione, non posso più assolutamente scrivere Essere e tempo II. Né sto scrivendo alcun libro».

Heidegger stava in realtà pensando a una nuova grande opera, i Contributi alla filosofia, in cui intendeva riprendere la problematica della parte rimasta inedita di Essere e tempo. A interrompere il progetto sopraggiunse il fatale intermezzo politico del 1933, e solo dopo le dimissioni da rettore Heidegger ritroverà la concentrazione per realizzarlo. Tra il 1936 e il 1938 stende la nuova opera, ma la lascia inedita e dispone che sia resa pubblica solo a cent'anni dalla sua morte. Contrariamente al suo volere, essa è stata edita nel 1989 per il centenario della nascita, ed è ora tradotta da Adelphi (anche se priva di una adeguata introduzione, in ottemperanza a un'ottusa disposizione degli eredi, cui peraltro altri editori italiani, a ragione, non si attengono).
NUOVO APPROCCIO ALL‚ ESSERE. Avvolti in un'aura esoterica, e salutati come il secondo capolavoro di Heidegger, in realtà i Contributi rimangono ancora tutti da spiegare e da interpretare. Costruiti su un'ardita architettonica e scritti in un linguaggio insolito e ostico, sono il tentativo più organico e coerente - dopo la cosiddetta „svolta", cioè dopo l'interruzione del progetto di Essere e tempo - di trovare un nuovo approccio al problema dell'Essere. Essi squadernano un universo speculativo profondamente diverso e sorprendente rispetto a quello di Essere e tempo. Abbandonata la comprensione quasi trascendentale dell'esistenza, concentrata sul suo autoprogettarsi nel futuro, l'attenzione si rivolge ora alla immemoriale provenienza della fatticità: all'Essere stesso. Già, ma come pensare l'Essere se in linea di principio esso si sottrae alla nostra presa? La via tentata da Heidegger si orienta su un concetto, «intraducibile al pari della parola greca Logos e di quella cinese Tao», come egli stesso dichiarerà: Ereignis, "evento-appropriazione". Esso indica la coappartenenza di Essere ed essere umano, caratterizzata da una alternanza di manifestazioni e occultamenti che ritmano le „epoche" della storia tra un primo inizio greco e l‚"altro inizio" postmetafisico. Intorno a tale concetto Heidegger o rchestra tutta una serie di motivi, tra cui una sua diagnosi della modernità come epoca segnata dal „deserto che avanza" del nichilismo, cioè dalla dimenticanza dell'Essere e dal predominio dell'ente. E sceglie due figure di riferimento, che trasfigura in simboli: Nietzsche, che porta a compimento la metafisica, e Hölderlin, il poeta degli dei fuggiti, che annuncia l'evo a venir e.
IN MANOSCRITTO. I Contributi, consentono di scorgere l'ampio disegno speculativo sotteso alle meditazioni apparentemente disparate dello Heidegger dopo la „svolta". In ciò sta senza dubbio la loro importanza. Ma essi rimangono un'opera di transizione, lasciata non a caso allo stato di manoscritto, in cui chi sa leggere percepisce la cautela, la vigilanza critica e l'insoddisfazione di Heidegger nei confronti dei suoi stessi concetti. Si ha l'impressione - venuta meno la sorpresa iniziale e frequentato il testo con una certa assiduità - che il genio filosofico di Heidegger, la sua fantasia e la sua creatività si isteriliscano e subiscano un'involuzione. Forse per la natura stessa dell'interrogare filosofico, che spingendosi alla massima radicalità non si ferma dinanzi a nulla ma attacca e corrode tutto. Forse perché il pensare di Heidegger finisce per girare a vuoto, rinchiuso nel recinto della sua intelligenza come in una gabbia. In questo senso, anche lo stile dell'opera non è - come si è detto - sentenziale o aforistico, ma è qualcos'altro: ha la brevità, l'insistenza, la ripetitività che sono tradizionalmente proprie dei mantra, dell'orazione e della litania, più che dell'argomentazione filosofica.
CORPO A CORPO CON NIETZSCHE. Alla fine della stesura dei Contributi - che coincide c on il corpo a corpo con Nietzsche svolto nelle lezioni universitarie coeve - Heidegger cade in una profonda crisi filosofica e personale. Medita anche il suicidio, come si può inferire da un testamento (Le mie ultime volontà) di cui gli eredi negano l'esistenza. A Jaspers confiderà sconsolato: «Ho la sensazione di crescere ormai solo nelle radici, non più nei rami». Effettivamente il fuoco appiccato da Nietzsche brucia ormai per tutta la casa, e Heidegger non trova più concetto, intuizione o proposta filosofica che resista a una interrogazione filosofica radicale. L'esperienza di Nietzsche vuota le sue metafore, tarpa i suoi slanci, mina alle fondamenta la costruzione dei Contributi. Nella triste luce dell'esaurimento, l'Essere - quest'ospite solitamente fugace dei nostri pensieri - rimane per lui l'ultima chimera che valga la pena di sognare. Ma quanto più i suoi sforzi mirano a quest'unica meta, tanto più i sentieri gli appaiono interrotti.
FEROCI CRITICHE. -La sua intermittente sperimentazione filosofica e il suo „procedere tentoni" in questo sogno hanno prestato il fianco a critiche da far tremare i polsi. Si è detto: Heidegger rifiuta la razionalità moderna con lo stesso gesto sottomesso con cui ne riconosce il dominio. Richiama la scienza che "non pensa" ai suoi limiti. Demonizza la tecnica fi ngendo di accettarla come destino. Fabbrica una visione del mondo catastrofista. Azzarda tesi geopolitiche quanto meno avventurose - l'Europa stretta nella morsa tra americanismo e bolscevismo - e soffia sul mito greco-germanico dell'originario da riconquistare. Anche le sue geniali sperimentazioni linguistiche implodono, e assumono sempre più l'aspetto di funambolismi, anzi, di vaniloqui. Il suo uso dell'etimologia si rivela un abuso. La convinzione che la vera filosofia possa parlare soltanto in greco antico e tedesco (e il latino?), una iperbole. La sua celebrazione del ruolo del poeta, una sopravvalutazione. Le speranze da lui riposte nel pensiero poetante, una pia illusione. La sua antropologia, in cui l'uomo funge da pastore dell'Essere, una proposta irricevibile e impraticabile. Enigmatico non è tanto il pensiero dell'ultimo Heidegger, bensì l'ammirazione supina e priva di spirito critico che gli è stata tributata e che ha prodotto tanta scolastica.
Non è detto che queste critiche colgano nel segno. Ma se così fosse, allora i Contributi alla filosofia, questo tentativo fallito di completare Essere e tempo, sarebbero davvero il diario di bordo di un naufragio. Per avventurarsi troppo al largo nel mare dell'Essere, il pensiero di Heidegger va a fondo. Ma come quando a inabissarsi è un grande bastimento, lo spettacolo c he si offre alla vista è sublime.

scritto da millepiani il 03.04.2008
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Technorati Tags: Volpi, Heidegger, Contributi
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