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22.04.08

Galimberti: "Ho sbagliato a copiare"

da IL Giornale
Umberto Galimberti rompe il silenzio sul caso delle pagine copiate da un libro del collega Giulio Sissa. "Mi piacevano quelle frasi. E dopo dieci anni non ricordavo più che erano sue..."

Umberto Galimberti è a Milano, invitato allo spazio «Ismo», per parlare di «Lavoro e senso della vita». In una saletta conferenze affollatissima, spiega con sicurezza invidiabile. I suoi libri più recenti, tra i quali L’ospite inquietante - al centro delle polemiche innescate dall’articolo di Roberto Farneti sul Giornale - sono in bella vista all’ingresso e vengono acquistati a ritmo alacre. Molti, prima comprano e poi vanno a farsi fare, nelle pause, l’autografo di rito. Nel frattempo il filosofo parla da par suo di tempo ciclico e lineare, di dialogo socratico, di filosofia classica e cristianesimo. Ripercorre tutti i temi che gli sono cari, a partire dall’etica della responsabilità sino ad arrivare alla sua personale formulazione, quella che definisce «l’etica del viandante», l’unica adatta a un’epoca governata dalla tecnica. Nessuno accenna all’affaire delle pagine di L’ospite inquietante copiate da Il piacere e il male di Giulia Sissa, libro uscito in Italia otto anni prima.
Raggiungo il professore alla fine, mentre stringe mani e, per l’ennesima volta, firma il frontespizio dell’Ospite inquietante. Andiamo a fare due passi, ci posizioniamo su un muretto vicino a Sant’Ambrogio. Io chiedo e scrivo, Umberto Galimberti fuma una sigaretta dopo l’altra e risponde.

Ieri la Feltrinelli ha fatto un comunicato ufficiale. Lei non ha ancora detto nulla, qual è la sua versione?
«Sostanzialmente ciò che ha scritto la Feltrinelli corrisponde al vero. Il libro è una raccolta di articoli, quelle pagine sono una rielaborazione di una recensione del 23 aprile 1999 che io scrissi parlando de Il piacere e il male di Giulia Sissa. Nella recensione io riassumevo ciò che diceva la professoressa Sissa...».
Mi scusi ma nel libro non ci sono virgolettati, non c’erano neanche nella recensione?
«No io lavoro così, leggo il libro e poi scrivo. Non faccio mai virgolettati, racconto. È stato questo il mio errore. Non mettere i virgolettati allora e non metterli nel capitolo de L’ospite inquietante».
A dire il vero c’è il problema che nel testo lei non cita nemmeno il titolo de Il piacere e il male. La nota di riferimento è sbagliata. Se alla base del capitolo c’è una recensione, almeno il titolo...
«È stato un altro errore di redazione, grave. Un errore mio. Con tanti materiali per le mani ho scritto il sottotitolo e non il titolo. Il mio sbaglio è che sono uno che si innamora della bella scrittura, e non sono abbastanza filologo... Mi piacevano le frasi della Sissa, le ho rielaborate, poi a dieci anni di distanza non mi ricordavo più cosa fosse suo e cosa mio...».
Non è una svista da poco...
«Ammetto lo sbaglio. Non c’era però intenzione di appropriarsi di cose altrui, non sono uno che copia apposta, è per questo che il polverone dei giornali...».
Le sembra eccessivo? Insomma, si parla sempre di proprietà intellettuale, di malcostume editoriale. In più lei è un nome noto... Ci sono tutti gli elementi perché se ne parli...
«L’intenzione è giusta. Però da “Galimberti dimentica i virgolettati” a “Galimberti copia” il passo è stato breve. Nessuno ha fatto paginate sul mio libro per il disagio giovanile che racconta. Adesso sì...».
Professor Galimberti, lei è famoso per avere come cavallo di battaglia il concetto di etica. Se nascono sospetti fondati su qualcuno che parla sempre di etica, poi fioccano le paginate.
«Io all’etica tengo molto, è la base della società. Lo ridico: è stato un errore, non una furberia. Ho sbagliato per entusiasmo. Mi lascio prendere dalla scrittura...».
Ha contattato Giulia Sissa?
«Le ho scritto una mail ieri. Non ho ancora visto se mi ha risposto. In ogni caso non voglio rovinare i rapporti, molti anni fa ci siamo conosciuti e la stimo».
E la Feltrinelli in questa faccenda non ha responsabilità di controllo editoriale?
«Secondo me no. I libri sono usciti a moltissimi anni di distanza, gli editor, le collane cambiano, come avrebbero potuto accorgersi?».
Pensate a una riparazione?
«Sto valutando con l’editore, disponibilissimo, il modo di cambiare parte del capitolo: voglio segnalare nel testo, ben visibile e non in nota, il contributo che la professoressa Sissa ha dato a quella parte del libro».
Cambierà qualcosa nel suo metodo di lavoro dopo questo incidente?
«Nel mio modo di fare le recensioni e le note, sì. Sarò molto più attento. Tra l’altro Roberto Farneti è stato bravo ad accorgersi, delle similitudini, gliene do atto».
Matteo Sacchi

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21.04.08

Galimberti e Sissa: La studiosa dell'Ucla «copiata» dal filosofo italiano: «Non è la prima volta che plagia testi altrui»

Corriere della Sera 21.4.08
La studiosa dell'Ucla «copiata» dal filosofo italiano: «Non è la prima volta che plagia testi altrui»
Giulia Sissa: Galimberti si scusi davvero, non cerchi scuse
di Stefano Bucci

«Accolgo le scuse di un mio lettore che, forse, mi stima troppo. Ma per favore: che si scusi e basta!». Giulia Sissa, la ricercatrice e storica dell'antichità (oggi all'Ucla di Los Angeles) non sembra davvero soddisfatta dell'ammissione di colpa del filosofo Umberto Galimberti che ieri ha dichiarato di aver «rielaborato» e «riassunto» nel suo L'ospite inquietante. Il nichilismo e i giovani (Feltrinelli) brani tratti da un saggio della Sissa pubblicato nel 1999 (sempre da Feltrinelli), Il piacere e il male. Sesso, droga e filosofia. E quasi a voler abbassare il livello della sua adrenalina («in questi giorni ha superato ogni limite»), Sissa cita Il nome della Rosa di Umberto Eco: «Ricorda quel manoscritto che lasciava tracce indelebili e velenose sulle dita e sulla lingua dei monaci curiosi? Leggere è fatale. Soprattutto quando si riscrive».
Le scuse, fatte ieri in un'intervista sul «Giornale », hanno ferito Sissa perché «quello di Galimberti non è stato un chiedere scusa, piuttosto un cercare delle scuse, un patetico arrampicarsi sugli specchi ». Il filosofo aveva detto: «Il mio libro è una raccolta di articoli, quelle pagine sono una rielaborazione di una recensione del 23 aprile 1999 che io scrissi parlando de Il piacere e il male di Giulia Sissa. Nella recensione io riassumevo ciò che diceva la professoressa Sissa». Più onesto, per la ricercatrice, il comunicato della Feltrinelli che parlava invece di «riproduzione», sia pure non integrale, della favorevolissima recensione di Galimberti in cui venivano riportati passi del libro della Sissa «senza le virgolette», passi «che ora riemergono dopo otto anni in un capitolo de L'ospite inquietante ».
Ma c'è di più: «Nel libro di Galimberti ci sono note riprese dal mio Il piacere e il male che non esistevano nella recensione del 23 aprile 1999 e che, quindi, devono essere state cercate e trovate nel mio libro». E ancora: «Rispetto alla stessa recensione sono state fatte ulteriori aggiunte prelevate sempre dal mio libro». Eccole: «A pagina 153 del mio libro io riassumo, ma con debito rinvio in nota, le idee dello psichiatra Edward Khantzian. Questo passo non si trova nella recensione del 1999, ma è stato inserito nel pezzo apparso su "La Repubblica" nell'agosto 2007 e poi a pagina 69 dell'Ospite
inquietante ». Oltretutto, dice Sissa, «per colmo dell'ironia Galimberti utilizza le mie parole come fossero una citazione letteraria di Khantzian, così negando anche il lavoro a suo tempo fatto dal traduttore del mio libro, originariamente scritto in francese, Alessandro Serra». Altro esempio: a pagina 69 del suo libro, a proposito dei pazienti anedonici, Galimberti utilizza una espressione ("La finalità del loro gesto identica") attribuendola a Peter Kremer quando invece è mia».
Poi la stoccata finale: «Quello che è successo a me non è, purtroppo, un fatto isolato. Ho appena ricevuto una email da Alida Cresti, una studiosa fiorentina, che citava una sentenza del Tribunale di Roma che in data 30/5/2006 aveva condannato Galimberti per aver pubblicato a sua firma su "La Repubblica" l'articolo La stinta metropoli che spegne le emozioni completamente copiato da un saggio della stessa Cresti» (L'immaginario cromatico, Medical books, 1997). In quel caso il Tribunale aveva riconosciuto «un'attività di plagio dell'opera letteraria respingendo (in data 19/7/2006) il ricorso presentato dallo stesso Galimberti».

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19.04.08

Galimberti La Feltrinelli difende le pagine fotocopia

Galimberti La Feltrinelli difende le pagine fotocopia
di Redazione - Il Giornale

Partiamo facendo il punto della situazione. Sulle pagine di questo giornale Roberto Farneti ha messo in luce, nei giorni scorsi, una serie di insolite somiglianze tra L’ospite inquietante di Umberto Galimberti - filosofo, psicologo e antropologo (oltre che intellettuale di riferimento per un quotidiano come Repubblica)- e Il piacere e il male, saggio di un’antropologa meno nota in Italia, ma apprezzatissima all’estero: Giulia Sissa. L’ospite inquietante, scritto da Galimberti nel 2007 e tuttora nelle classifiche della saggistica, presenta nel sesto capitolo (precisamente tra pag. 65 e pag. 71) una serie di frasi che sembrano estrapolate, con variazioni men che minime, da Il piacere e il male, che era uscito in francese nel 1997 e nel 1999 in Italia. Giusto per fare un piccolo esempio, per chi non avesse seguito le puntate precedenti, riportiamo in questa pagina alcune delle frasi così simili da risultare quasi uguali. Le frasi «clonate» sono ovviamente molte di più.
Fonte di ulteriore imbarazzo per entrambe le penne accademiche coinvolte nella vicenda, è che l’editore dei due libri è lo stesso: Feltrinelli. Non proprio una piccola casa editrice di provincia, sprovvista di editor. Comprensibile quindi l’irritazione di Giulia Sissa che, ieri, ha rilasciato un’intervista al Giornale in cui dichiarava di non sentirsi tutelata dal suo editore.
Il caso, come c’era da immaginarsi, non è passato sotto silenzio. Così molti quotidiani hanno commentato con toni sarcastici la vicenda. Mario Baudino sulla Stampa ha iniziato la sua rubrica (Cartesio) ironizzando sul titolo del saggio di cotanto filosofo: «Un’ospite a sorpresa nel libro di Galimberti». Sulla stessa lunghezza d’onda Cristina Taglietti sul Corriere della sera. Al vetriolo, come sempre Andrea Marcenaro. Nella sua storica rubrica Andrea’s Version, sul Foglio, ha esordito con: «Non è possibile, non ci vogliamo e non ci possiamo credere...». E l’autore? Silenzio. L’editore? Silenzio. Nessuna reazione in una querelle mediatica che cerca un’ovvia risposta. Interpellati direttamente, l’imbarazzo è palpabile. La Feltrinelli prende tempo per preparare un comunicato.
Intercettiamo, invece, Umberto Galimberti nella sua casa milanese. All’inizio si limita ad un laconico «Sono su un’altra linea, mi può chiamare tra cinque minuti...». Scaduti i minuti canonici si passa a un: «Adesso sono con una persona mi può richiamare tra un’ora, ne parliamo...». Scaduta anche l’ora il professore è ancora attanagliato da comprensibili dubbi. La situazione non è delle più gradevoli, e il tono non nasconde l’impaccio: «Guardi non so se voglio fare un’intervista... Oppure mandarvi una lettera... Mi ci faccia pensare...». Dopo averlo pressato un poco, gli si lasciano gli ovvi recapiti, nell’ipotesi che decida di «riferire sul caso». Galimberti chiude dicendo: «Appena ho deciso comunque di sicuro l’avviso...».
Alla fine di un pomeriggio probabilmente concitato, alle 18.28, arriva per e-mail la presa di posizione dell’editore, che riportiamo integralmente: «A proposito degli articoli usciti in questi giorni sul libro di Umberto Galimberti, L’ospite inquietante, la Casa Editrice Feltrinelli precisa che il libro in parte raccoglie e rielabora gli articoli apparsi su Repubblica dal 1995 al 2007, come dichiarato nella nota in pagina del copyright. Il capitolo La seduzione della droga riproduce, non integralmente, la favorevolissima recensione di Umberto Galimberti al libro di Giulia Sissa Il piacere e il male pubblicata su Repubblica nel 1999. Nella recensione l’autore riportava passi del libro di Giulia Sissa senza le virgolette e gli stessi brani sono ora riemersi, otto anni dopo, nel capitolo in questione. Nella prossima edizione del libro L’ospite inquietante verranno apportate le correzioni necessarie e quindi sarà dato pieno riconoscimento allo stimato lavoro di Giulia Sissa. Milano, 18 aprile 2008». Prendiamo atto della risposta. Ma comunque i conti non tornano. Mettiamo pure che a Galimberti rielaborando gli articoli sia scappata, in quelle cinque paginette, una vecchia recensione archiviata senza riferimenti. Restano comunque due fatti: 1) per uno studioso del suo calibro è una sciatteria grave; 2) com’è che una recensione tratta da Repubblica, invece di essere un commento critico al lavoro della Sissa, si è trasformata in una serie di stralci di testo senza virgolettati? E come mai se il punto di partenza è una recensione non si cita correttamente nemmeno il titolo del libro in questione?
I dubbi rimangono e sono molti. Come diceva un tale: «A pensar male si fa peccato, ma spesso ci si azzecca».

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17.04.08

Galimberti: Filosofia del «copia e incolla» - di Roberto Farneti

da Il Giornale

A leggere L’ospite inquietante. Il nichilismo e i giovani, di Umberto Galimberti (Feltrinelli, 2007, pagg. 180, euro 12) la sensazione di déjà-vu raggiunge proporzioni tali da mettere in ombra le altre solite e collaudate proprietà del discorso filosofico del Nostro: l’inconcludenza, la laudatio arcadica, l’assenza di argomenti genuinamente filosofici... Ma si tratta di lavorare di memoria per risalire alle fonti del testo (e del pensiero) galimbertiano. Prendiamo il libro Le plaisir et le mal (Paris, Odile Jacob, 1997, traduzione italiana: Il piacere e il male, Feltrinelli, 1999) di Giulia Sissa. Il libro è effettivamente citato (una sola volta e di sfuggita, a pagina 71) nell’Ospite inquietante, ma la sua menzione è sommersa in una fitta selva di note e rinvii, e il titolo dell’edizione italiana viene reso, sia in nota sia nell’indice, con Sesso, droga e filosofia, che in realtà è il sottotitolo del libro. Quel che segue è il risultato di una lettura comparata dei due testi.
Galimberti scrive che «iniettarsi eroina si dice in italiano “bucarsi”. Il corpo si fa “abisso”, che etimologicamente significa “senza fondo”. Allo stesso modo in francese “essere alcolizzato” si dice “bere come un buco (boire comme un trou)”. Tossici e alcolizzati parlano in greco antico e descrivono la loro incapacità di “contenere” con immagini platoniche». Confrontiamo ora con Il piacere e il male di Giulia Sissa: «Iniettarsi eroina si dice, in italiano, bucarsi \. Il corpo si fa abisso - che significa, etimologicamente, “senza fondo” \. Essere alcolizzato si dice, in francese, “boire comme un trou”, bere come un buco. \ E, anche se non parlano il greco attico, \ lo dicono con immagini platoniche».
Galimberti: «perché il desiderio è \ come la “giara bucata”, per stare alle immagini di Platone, o come il “piviere” che è quell’uccello che mangia e nello stesso tempo evacua».
Sissa: «in un linguaggio intessuto di immagini, Platone la rappresenta \ sotto forma di una giara sfondata, di piviere (un uccello che mangia e defeca nello stesso tempo)».Galimberti: «Sotto questa forma il desiderio ci fa provare un dolore insopportabile eppure irresistibile, e il piacere che ne segue è cessazione di questa pena, anestesia, piacere negativo \».

Sissa: «È ormai sotto questa forma che il desiderio si fa provare: un dolore insopportabile eppure irresistibile. È così che il piacere viene a essere trasformato: cessazione di questa pena, non-dolore, piacere negativo».
Galimberti: «Freud, dopo aver fatto uso per diverso tempo di cocaina, chiama la droga Sorgenbrecher, ciò che consente di “scacciare i pensieri”, di non “prendersi cura” e, come lui stesso scrive, “il più antico rimedio contro il disagio della civiltà”. Grande lettore di Goethe, Freud aveva meditato sul Faust, che è poi quel dramma del desiderio che si conclude con il trionfo sarcastico di Sorge, la Cura in persona, ospite inamovibile di ogni vicenda umana».
Sissa: «Molti anni dopo aver fatto uso per l’ultima volta di cocaina, Freud scriveva con una sorprendente serenità che il primissimo rimedio contro il disagio della civiltà \ è l’uso di Sorgenbrecher. È così che egli chiama le droghe, e l’espressione è molto significativa. Freud aveva provato empiricamente l’euforia, la distensione, l’energia e il potere antalgico della cocaina. Inoltre aveva letto e meditato il Faust di Goethe, dramma del desiderio che si conclude con il trionfo sarcastico di Sorge, la Cura in persona, ospite inamovibile di ogni casa umana».
Galimberti: «Come per Aristotele, anche per Freud il piacere è il primo principio della vita psichica, nonché il movente più forte dell’azione umana, ma sia Aristotele sia Freud distinguono il piacere immediato, incurante, non negoziato dell’infanzia, dal piacere adulto che nasce dal “differimento” del godimento, spostato su oggetti compatibili con il mondo, con gli altri e soprattutto con l’autoconservazione».
Sissa: «Il piacere è il principio primo della vita psichica. È per lo psicoanalista, come per Aristotele, il movente più forte dell’azione umana. Ma per ogni bambino ghiotto, avido, impaziente di godere, crescere significa imparare a differire il godimento, spostandolo su oggetti compatibili con il mondo, con gli altri, con l’autoconservazione. \ Il piacere immediato, incurante, non negoziato dell’infanzia \».
Galimberti: «la neurofarmacologia razionalizza i comportamenti tossicomani e, a sua insaputa, contribuisce alla loro sdrammatizzazione, perché riconosce l’intenzione ragionevole del gesto medico o autoterapeutico che consiste nel modificare la sensibilità del corpo. In questo modo, come scrive lo psichiatra Edward Khantzian \».
Sissa: «La neurofarmacologia contribuisce anch’essa alla sdrammatizzazione, riconoscendo l’intenzione ragionevole del gesto medico o autoterapeutico che consiste nel modificare la sensibilità del corpo» \.
Galimberti: «Dello stesso avviso è Peter Kramer per il quale: “Il paziente anedonico, così chiamato per la sua incapacità di provar piacere, che assume il prozac e il cocainomane che assume la droga tentano entrambi di compensare la loro mancanza di capacità edoniche. La finalità del loro gesto è identica”».
Sissa: «Nel bel libro dedicato a quanto possiamo apprendere da questa meraviglia farmaceutica, Peter Kramer afferma che “il paziente anedonico sotto Prozac® e il cocainomane tentano entrambi di compensare la loro mancanza di capacità edoniche”. La finalità del loro gesto è identica».
Galimberti: «Sulla natura insaziabile del desiderio i tossicomani sono d’accordo. Lo sanno anche se non hanno letto Platone. È la droga ad averglielo insegnato. E a proprie spese hanno imparato che “ci si droga per essere assuefatti” come scrive William Burroughs, e che darsi alla droga è un full time job, un “lavoro a tempo pieno” come dice Mark Renton in Trainspotting. Ma siccome il tempo è la nostra vita, e la nostra vita siamo noi, la tossicomania come rimedio al dolore invoca per sé un altro rimedio».
Sissa: «Sulla natura insaziabile del loro appetito, i tossicomani sono d’accordo. Lo sanno perché è la droga ad averglielo insegnato: la voglia dello stato che questo oggetto provoca non ha mai fine. Ci si droga per essere assuefatti, scrive William Burroughs. Darsi all’eroina è un “full time job”, un lavoro a tempo pieno, afferma Mark Renton in Trainspotting. \ un bisogno che monopolizza il nostro tempo non è buono, perché il nostro tempo è la nostra vita, la nostra vita siamo noi».
Galimberti: «E questo va raccomandato soprattutto alle campagne pubblicitarie che, con le loro minacce e le loro raccomandazioni tautologiche del tipo “just say no (di’ di no e basta)”, mancano di efficacia perché trascurando la natura del desiderio e la qualità del piacere, dicono cose in cui sono del tutto trascurati gli incanti della vita».
Sissa: «Ecco perché, con le loro minacce \ o i loro consigli tautologici - just say no, “di’ di no e basta” - le campagne pubblicitarie, che vorrebbero essere dissuasive, mancano di efficacia. Si dimenticano troppo spesso gli incanti della vita».
A rassicurare il lettore incredulo, giova ripetere che L’ospite inquietante di Galimberti non contiene nessun cenno alla fonte dei passi citati. E al lettore caritatevole che sospettasse un incidente - evaporazione di virgolette, oblio di note da una versione all’altra, sabotaggio di un correttore di bozze - vale la pena dire che il Filosofo copia in extenso e verbatim, ma interpola qua e là qualche vezzosa, o viziosa, variatio.
La cosa che più sorprende da questa comparazione non è tanto il ricorso sistematico a quell’eutanasia dell’intelligenza che è il prestito non dichiarato, quanto il meccanismo con cui funziona un particolare tipo di promozione del lavoro filosofico, che in Italia non è legata alla sua pubblicazione e ricezione su riviste monitorate da peers che fanno le pulci ai manoscritti mandati in visione e selezionano solo quelli capaci di proporre modi di vedere originali e innovativi. La produzione filosofica italiana prescinde quasi del tutto da criteri obiettivi di valutazione e la pubblicazione e promozione dei testi si fonda su quei piccoli circuiti di sodali politico-accademico-culturali inclini a premiare quella particolare forma di lealtà corporativa (o morte intellettuale) che consiste nel dichiararsi con la propria scrittura fedeli prosecutori del magistero di un benevolente magister.

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09.04.08

Tzvetan Todorov: le nostre radici sono nell'Illuminismo, che significa pluralità di culture

Corriere della Sera 9.4.08
Dialogo Il grande intellettuale bulgaro spiega il suo distacco dallo strutturalismo. E risponde alle obiezioni di Cesare Segre sulla funzione della critica. «La vera eredità europea non è cristiana» Tzvetan Todorov: le nostre radici sono nell'Illuminismo, che significa pluralità di culture di Paolo Di Stefano

PARIGI — Dalla critica letteraria alla storia della cultura. Dalla letteratura alla filosofia morale, al pensiero politico. E ritorno. L'itinerario di Tzvetan Todorov è solo in apparenza imprevedibile, e chi ha visto nell'ultimo libro dello studioso bulgaro il risultato di una «conversione» semplifica le cose. È vero, è stato uno dei pionieri dello strutturalismo e ora, con La letteratura in pericolo (Garzanti), mette in guardia dall'abuso degli strumenti critici. Ma quarant'anni dopo, Todorov è diventato uno degli intellettuali europei più autorevoli grazie alle sue riflessioni sulla memoria, sui regimi totalitari, sulle ideologie, sull'identità. Un cammino molto lungo da quando, ventiquattrenne, nel '63 lasciò Sofia per stabilirsi a Parigi, accanto ai mostri sacri Barthes e Genette. C'è anche una questione autobiografica dietro la svolta di oggi.
È di questo che Todorov parla, tranquillamente seduto a un tavolino del Café de la Contrescarpe, che guarda su una piazzetta a due passi dal Panthéon: «In Bulgaria era una necessità affrontare gli elementi che sfuggivano all'ideologia: stile, forma narrativa, tecnica compositiva. Ma stando in Francia, è venuto meno il tabù che pesava sulle idee, sulle relazioni tra letteratura e mondo. Dunque a poco a poco ho maturato una coscienza nuova: mi sono reso conto che per avanzare in una migliore comprensione dell'essere umano, che è l'obiettivo delle scienze umane, è necessario mettere in gioco la propria stessa esistenza». Così le pretese scientiste del formalismo, nell'approccio alla letteratura, venivano messe in crisi: «Capii che non potevo più esercitare la mia intelligenza su un oggetto come se mi fosse estraneo: è stata la mia biografia a portarmi verso argomenti come l'altro, l'incontro di culture, le scelte morali imposte all'individuo dal totalitarismo».
Dopo studi memorabili quali I formalisti russi e La letteratura fantastica, nei primi anni '80 si arriverà a La conquista dell'America. Fino agli studi sull'Illuminismo («il pensiero di un'epoca non abita solo nei libri di filosofia, ma anche nelle opere d'arte: il mio sogno è scrivere una storia dell'Illuminismo attraverso la pittura») e al pamphlet
sull'Europa: «Si parla tanto di eredità cristiana, ma l'Europa ha anche una tradizione greca, romana, ebraica, musulmana, del libero pensiero. Il suo statuto è la pluralità. Il richiamo ai Lumi, che per la prima volta hanno percepito il pluralismo come virtù, mi sembrerebbe più attuale e indispensabile che il richiamo alle origini cristiane: la decisione di accogliere le diversità è un'invenzione esclusiva dei Lumi e certamente non appartiene a nessuna tradizione religiosa. Lungi da me ogni velleità di ignorare la funzione del Cristianesimo nella nostra cultura, ma sul piano politico, come cittadini dobbiamo riconoscere che sono stati i Lumi a svolgere il ruolo decisivo».

Torniamo al problema dell'altro: «Ho vissuto ormai in Francia il doppio del tempo che ho vissuto al mio Paese, ma sono sempre uno straniero. È una condizione che fa parte di me. Alla fine degli Anni 70 andai in Messico, lessi le cronache di viaggio e le relazioni dei conquistadores,
e ne rimasi abbagliato, come se quella gente del XVI secolo mi rivelasse la mia identità di uomo del Novecento ». Una conversione già allora?
Non proprio: «Per interpretare quei documenti provai a servirmi di tutto ciò che avevo imparato nelle analisi letterarie: ne venne fuori una specie di semiotica del comportamento dei conquistatori da una parte e degli indiani dall'altra. Il mio bagaglio strutturalista mi serviva per capire una realtà storica. Ancora oggi cerco di convocare tutti i metodi utili e i tipi di sapere: lo studio delle strutture e dello stile, la storia, l'approccio sociologico, marxista o psicoanalitico. Per questo non penso proprio di aver compiuto una svolta di 180 gradi».
Niente conversione, dunque. Todorov parla di «glissement»: «Nel mio caso si è prodotto uno slittamento durato trent'anni: il metodo è solo uno strumento di conoscenza e non bisogna confonderlo con l'oggetto della conoscenza, che è il senso di un'opera letteraria, e cioè un insieme che risponde a una preoccupazione esistenziale e comprende le forme, gli eventi narrati, le idee, i significati, la morale, la politica, la storia. È questo che deve trasmettere l'insegnamento scolastico». Si tratta di orientarsi più sui contenuti, sul messaggio? «Non parlerei semplicemente di contenuti. A scuola bisogna capire che cos'è la letteratura e che cosa trasmette sul piano esistenziale. Oggi si parla di antropologia, sociologia, psicologia, ma per molto tempo queste scienze non esistevano e il sapere sull'essere umano e sulla società lo si trovava solo nella letteratura. Sarebbe criminale dimenticare tutto questo.
Se Freud aveva l'umiltà di sostenere che i romanzieri erano i suoi maestri, tanto più noi tutti dovremmo riconoscerlo».
E a chi rimprovera a Todorov e ai suoi vecchi compagni di viaggio di essere stati fondamentalisti del metodo, come risponde? «Era il fondamentalismo dei neofiti, l'eccitazione della scoperta, l'entusiasmo nel riproporre vecchi testi dei formalisti Anni Venti. C'era un'effervescenza internazionale che coinvolgeva anche studiosi italiani come Segre, Maria Corti, Eco, Aldo Rossi. Ma certo, alla lunga si continuava a concentrarsi sugli strumenti e sulle forme, e le forme sono solo un modo per far vivere il senso di un'opera ». Come ha scritto Alessandro Piperno sul Corriere, oggi certe formule, come «la morte dell'autore» inventata da Roland Barthes, fanno un po' sorridere. Si può ancora essere d'accordo? «Barthes aveva una personalità che non si riduceva a nessuna delle formule che era capace di inventare. Maneggiava la lingua con straordinaria facilità e prestava la sua eloquenza a ogni tipo di idee. Direi che il vero Barthes non era in questa o in quella formula. Un giorno scriveva La morte dell'autore e il giorno dopo poteva scrivere un libro intitolato Roland Barthes visto da Roland Barthes, da cui si deduceva che l'autore non era affatto morto».
Dimenticato Barthes, quali sono i critici del nostro tempo che puntano diritti verso il senso della letteratura? Todorov si accarezza la nuvola di capelli bianchi e fa non più di due o tre nomi: l'americano Joseph Frank («che studiando Dostoevskij come nessuno aveva fatto prima, unisce diversi ingredienti: contesto sociologico e ideologico, analisi strutturale, biografia»), il francese Paul Bénichou («che si occupava di letteratura da storico delle idee»), lo svizzero Jean Starobinski («un grande commentatore più che un teorico»).
Quella che proprio Todorov non sopporta è la critica che asseconda la voga letteraria, particolarmente francese, del nichilismo: «La critica giornalistica spesso considera la letteratura come un'entità separata dal mondo esterno e la tratta come una pura forma attraverso cui si affermano il nulla, la catastrofe, la fine. Io credo che nessuno possa vivere e scrivere con una visione totalmente nera della vita. Leggo certe critiche in cui si dice: questo autore rivela l'inesistenza assoluta di ogni sentimento umano, la distruzione di tutti i valori... Uno scrittore o un critico finiscono di scrivere queste cose e poi necessariamente tornano alla vita di tutti i giorni: abbracciano il loro amore, si preoccupano dei figli, preparano da mangiare, partono in vacanza, vanno al cinema, eccetera. Insomma, continuano a fare tante cose normali e positive al di là delle loro dichiarazioni di disperazione infinita. Tutto ciò rivela una rottura tra letteratura e mondo. Ora, secondo me si può dire tutto in un romanzo, ma ci si dimentica spesso che c'è una continuità tra letteratura e vita».
Qualche nome. Houellebecq? «È uno dei grandi rappresentanti del nichilismo contemporaneo ». Altri? «Elfriede Jelinek e il classico del genere: Bernhard. Non ha importanza che non mi piacciano. Ricordo solo che anche i testi più disperati di Beckett, attraverso la loro bellezza, la perfezione, la capacità di far ridere, comunicavano comunque una speranza».
Secondo punto dolente della narrativa d'oggi, quella che Todorov chiama «egoletteratura»: «Non so in Italia, ma in Francia ci sono scrittori che per 250 pagine raccontano in ogni dettaglio i propri amori, gli incontri quotidiani, il sesso, le rabbie, i litigi, le separazioni e poi i divorzi. È la cosiddetta autofinzione, una formula lanciata qualche anno fa per dire che si può fare letteratura partendo da fatti strettamente riservati: uno statuto intermedio tra l'autobiografia e la finzione, che produce libri secondo me molto poveri, romanzi che raccontano un mondo a parte, confinato, personale, senza conflitti, senza banlieue, senza immigrati, senza le trasformazioni della mondializzazione. Ma detto questo, io mi astengo dal dare consigli agli scrittori. La letteratura è una cosa troppo seria...».
Un autore che va in un'altra direzione? «Il romanzo americano ha la forte tradizione di parlare del presente, e a me piacciono i romanzi che ti interpellano sui grandi temi che viviamo. Ma se devo fare un nome, mah, penso a un autore spagnolo: Antonio Muñoz Molina. I suoi romanzi in genere fanno riflettere sul nostro tempo, sul mondo, sulla società, sulla violenza, sulle guerre civili. E sono fuochi d'artificio di complessità, di pluralità, di voci, di tempi narrativi e di punti di vista. Sono aperti al mondo e appassionati alla forma ». Piacerebbero anche agli ultimi strutturalisti.

Postato da millepiani alle 18:50

07.04.08

La filosofia salverà l'Europa. Pensiero e scienza: condizioni fondamentali per costruire una nuova «potenza» - di Emanuele Severino

Corriere della Sera 6.4.08
La vocazione del nostro continente è quella di superare i propri confini, anche ideologici. È sufficiente che ne prenda coscienza
La filosofia salverà l'Europa. Pensiero e scienza: condizioni fondamentali per costruire una nuova «potenza» - di Emanuele Severino

La rivista. Saggi sul futuro - L'articolo pubblicato in questa pagina è un ampio stralcio del saggio di Emanuele Severino «La potenza e l'Europa», contenuto nel numero 7 del bimestrale «Kos», rivista dell'Editrice San Raffaele, in libreria da domani. Il fascicolo ospita, oltre a un portfolio di Gianluigi Colin, interventi di Giovanni Reale, Luca Canali, Maria Grazia Roncarolo e Gianvito Martino, nonché il testo che il direttore e fondatore Luigi Maria Verzé ha pronunciato il giorno del suo ottantottesimo compleanno per la posa della statua dell'arcangelo Raffaele sulla cupola della nuova struttura detta Basilikon.

Per l'Europa, la sfavorevole congiuntura economica non è il pericolo maggiore. L'Europa è militarmente debole. Tradizionalmente collocata nella sfera della potenza militare statunitense, è per molti versi — cioè non solo dal punto di vista geografico, peraltro rilevante — più vicina alla Russia che agli Stati Uniti. Già dagli anni dell'implosione dell'Urss osservavo che quanto sarebbe stato impossibile durante la guerra fredda, stava diventando una possibilità non utopica anche se estremamente complessa e piena di incognite: quella collaborazione tra la ricchezza economica europea e il potenziale atomico russo, che avrebbe potuto prefigurare una vicinanza più profonda sul piano politico. Tale possibilità esiste tuttora. Ma dopo la guerra fredda l'Europa, confrontandosi con la Russia, poteva mettere sul piatto della bilancia un'economia forte, capace di aiutare la Russia in modo risolutivo. Quest'ultima aveva (come ha tuttora) un arsenale atomico in grado di distruggere qualsiasi nemico. Unica, insieme agli Usa, ad avere questa potenza. Che però (a differenza di quella americana) era alimentata da un'economia vacillante. Di qui l'importanza dell'aiuto europeo. Oggi, invece, l'economia russa è in forte ripresa ed è capace di sostenere quel potenziale atomico che separa la sorte di Stati Uniti e Russia da quella di tutti gli altri Stati del pianeta. In un mondo sempre più pericoloso, l'Europa tende pertanto a oscillare tra la consolidata protezione militare degli Stati Uniti — convinti peraltro di non dover rendere conto a nessuno, nemmeno ai loro alleati europei, delle loro decisioni di fondo — e una più stretta collaborazione con una Russia che d'altra parte suscita molte diffidenze nei governi dell'Unione. Tuttavia il discorso sull'Europa si fa estremamente più complesso di quanto già non sia sul piano economico-politico, quando ci si rivolga al significato della potenza.

La potenza che oggi consente agli Stati di sopravvivere — e che ha il proprio culmine nella potenza atomica — è dovuta alla tecnica guidata dalla scienza moderna. La tecnica riesce più di ogni altra potenza a cambiare il mondo. Giacché non pensa solo a muovere le montagne, ma anche le anime. E, daccapo, è in virtù di essa che il capitalismo è la forma dominante di produzione della ricchezza.
Tanto più si è capaci di cambiare il mondo quanto più lo si sa far diventare diverso da come esso è già. Dio è onnipotente perché è capace di creare il mondo dal nulla, ex nihilo. Se con certi materiali si costruiscono cose, si è capaci di sottoporli a un cambiamento: si produce una certa diversità tra essi e le cose con essi prodotte. Ora, la diversità massima sussiste non tra una certa cosa e un'altra, ma tra il nulla e una cosa, tra il nulla e l'essere. Dio è onnipotente, possiede il massimo della potenza, perché produce la diversità massima, cioè fa diventare cosa (mondo, essere) il nulla.
Se il senso dell'essere e del nulla rimane impensato, l'uomo non può nemmeno proporsi di produrre la diversità massima. Con questo pensiero la filosofia rende possibile la volontà di produrre la forma massima della potenza. Ma lungo l'intera tradizione della storia europea il culmine di tale forma è riservato a Dio. Sino a che tiene per sé il culmine della potenza massima, Dio limita il dispiegamento della forma massima della potenza dell'uomo. Ma nella storia europea è ancora una volta l'essenza del pensiero filosofico a mostrare l'impossibilità di ogni Dio eterno che si ponga come il padrone del dispiegamento totale della massima potenza. Soltanto per tale essenza, questo dispiegamento diviene accessibile all'uomo, sebbene non come un che di definitivamente ottenuto, ma come uno sviluppo infinito, dove l'uomo può progettare «nuovi» modi di essere uomo e mondo. Sono «nuovi», appunto perché sono ancora un nulla, un non essere, e si tratta di crearli ex nihilo.
Soltanto all'interno e sul fondamento dell'essenza del pensiero filosofico del nostro tempo la tecnica guidata dalla scienza moderna può essere il dispiegamento infinito della massima potenza.
Per lo più, scienza e tecnica non si curano del fondamento della loro potenza. Così facendo ignorano che la potenza massima è possibile solo producendo dal nulla e rendendo nulla le cose. Ma ignorandolo sono effettivamente incapaci di realizzare tale potenza. E ignorando che non può esistere alcun Ordinamento assoluto e divino che stabilisca Limiti inviolabili all'agire dell'uomo, scienza e tecnica limitano effettivamente il dispiegamento della potenza massima del proprio operare.
L'Europa è il luogo dove sono apparse queste, ora richiamate, che sono le condizioni fondamentali della massima potenza e del suo infinito dispiegamento: tradizione filosofica, scienza, distruzione filosofica di tale tradizione, tecnica. Non è un caso che l'Europa abbia dominato il mondo. Inoltre il mondo ha ereditato, con intensità e in modi diversi e per lo più separandole una dall'altra, quelle condizioni fondamentali. La «grande politica », ossia la capacità di sviluppare la forma massima della potenza, è la capacità di tenerle autenticamente insieme. In questo senso, se la grande politica non esiste ancora sulla Terra, l'Europa, nonostante la sua debolezza attuale, può tuttavia candidarsi alla realizzazione di tale politica non meno, e forse più, delle altre grandi forze planetarie: Stati Uniti, Russia, Cina, India. Questo discorso non ha nulla a che vedere con una sorta di fantastica «egemonia» planetaria dell'Europa: ha invece a che vedere col processo in cui la volontà di potenza non può non volere la potenza massima, superando ciò che la ostacola, e quindi ogni forma di contrapposizione di natura, religiosa, filosofica, economica, politica, ideologica.
Per realizzare certi loro scopi, queste e altre simili contrapposizioni (cioè ogni forza contrapposta) si servono della forma massima della potenza e del suo sviluppo, e quindi, proprio perché essa non è il loro scopo, ne limitano la consistenza. Limitano e frenano ciò con cui esse intendono realizzare i loro scopi: impediscono la grande politica, si rendono incapaci di realizzarla. L'Europa, più di altri, può prendere e far prendere coscienza del senso autentico della grande politica; ed è questa coscienza a liberare la potenza dai limiti in cui è stata trattenuta lungo la storia dell'Occidente. La grande politica: il dominio planetario da parte della scienza e della tecnica che hanno saputo ascoltare la filosofia. La vocazione dell'Europa: l'andare oltre i propri confini geografici, religiosi, artistici, morali, filosofici, economici, giuridici, politici: la produzione dell'onnipotenza planetaria. Ma a questo punto incomincia la questione decisiva, quella che riguarda la verità della potenza.

Postato da millepiani alle 03:09

03.04.08

Il naufragio di Heidegger nel gran mare dell'Essere

Il Giornale di Vicenza 1.04.2008
Filosofia. Il fallito tentativo di completare "Essere e Tempo" in un saggio rimasto inedito e che doveva essere pubblicato solo cent'anni dopo la morte. Il naufragio di Heidegger nel gran mare dell'Essere
di Franco Volpi

Dalla baita di Todtnauberg, nell'alta Foresta Nera, «dove tutto è ancora come una volta», il 18 settembre 1932 Heidegger scriveva all'amica Elisabeth Blochmann: «Per il momento sto studiando i miei manoscritti, cioè leggo me stesso, e devo dire che, in positivo e in negativo, mi risulta molto più fruttuoso di altre letture». Forse che qui „la volpe Heidegger" - come lo apostrofava Hannah Arendt - cominciava a mordersi la coda? No, Heidegger cercava soltanto di ritrovare se stesso e di portare a termine Essere e tempo, l'opera pub blicata come „Prima parte‰ nel 1927 e di cui il mondo filosofico aspettava la seconda. Nella stessa lettera aggiungeva: «Già si fanno speculazioni e discorsi sul fatto che starei scrivendo Essere e tempo II. E va bene. Tuttavia, dato che Essere e tempo I è stato per me un cammino che mi ha portato da qualche parte ma che adesso non è più ba ttuto ed è ormai ricoperto di vegetazione, non posso più assolutamente scrivere Essere e tempo II. Né sto scrivendo alcun libro».

Heidegger stava in realtà pensando a una nuova grande opera, i Contributi alla filosofia, in cui intendeva riprendere la problematica della parte rimasta inedita di Essere e tempo. A interrompere il progetto sopraggiunse il fatale intermezzo politico del 1933, e solo dopo le dimissioni da rettore Heidegger ritroverà la concentrazione per realizzarlo. Tra il 1936 e il 1938 stende la nuova opera, ma la lascia inedita e dispone che sia resa pubblica solo a cent'anni dalla sua morte. Contrariamente al suo volere, essa è stata edita nel 1989 per il centenario della nascita, ed è ora tradotta da Adelphi (anche se priva di una adeguata introduzione, in ottemperanza a un'ottusa disposizione degli eredi, cui peraltro altri editori italiani, a ragione, non si attengono).
NUOVO APPROCCIO ALL‚ ESSERE. Avvolti in un'aura esoterica, e salutati come il secondo capolavoro di Heidegger, in realtà i Contributi rimangono ancora tutti da spiegare e da interpretare. Costruiti su un'ardita architettonica e scritti in un linguaggio insolito e ostico, sono il tentativo più organico e coerente - dopo la cosiddetta „svolta", cioè dopo l'interruzione del progetto di Essere e tempo - di trovare un nuovo approccio al problema dell'Essere. Essi squadernano un universo speculativo profondamente diverso e sorprendente rispetto a quello di Essere e tempo. Abbandonata la comprensione quasi trascendentale dell'esistenza, concentrata sul suo autoprogettarsi nel futuro, l'attenzione si rivolge ora alla immemoriale provenienza della fatticità: all'Essere stesso. Già, ma come pensare l'Essere se in linea di principio esso si sottrae alla nostra presa? La via tentata da Heidegger si orienta su un concetto, «intraducibile al pari della parola greca Logos e di quella cinese Tao», come egli stesso dichiarerà: Ereignis, "evento-appropriazione". Esso indica la coappartenenza di Essere ed essere umano, caratterizzata da una alternanza di manifestazioni e occultamenti che ritmano le „epoche" della storia tra un primo inizio greco e l‚"altro inizio" postmetafisico. Intorno a tale concetto Heidegger o rchestra tutta una serie di motivi, tra cui una sua diagnosi della modernità come epoca segnata dal „deserto che avanza" del nichilismo, cioè dalla dimenticanza dell'Essere e dal predominio dell'ente. E sceglie due figure di riferimento, che trasfigura in simboli: Nietzsche, che porta a compimento la metafisica, e Hölderlin, il poeta degli dei fuggiti, che annuncia l'evo a venir e.
IN MANOSCRITTO. I Contributi, consentono di scorgere l'ampio disegno speculativo sotteso alle meditazioni apparentemente disparate dello Heidegger dopo la „svolta". In ciò sta senza dubbio la loro importanza. Ma essi rimangono un'opera di transizione, lasciata non a caso allo stato di manoscritto, in cui chi sa leggere percepisce la cautela, la vigilanza critica e l'insoddisfazione di Heidegger nei confronti dei suoi stessi concetti. Si ha l'impressione - venuta meno la sorpresa iniziale e frequentato il testo con una certa assiduità - che il genio filosofico di Heidegger, la sua fantasia e la sua creatività si isteriliscano e subiscano un'involuzione. Forse per la natura stessa dell'interrogare filosofico, che spingendosi alla massima radicalità non si ferma dinanzi a nulla ma attacca e corrode tutto. Forse perché il pensare di Heidegger finisce per girare a vuoto, rinchiuso nel recinto della sua intelligenza come in una gabbia. In questo senso, anche lo stile dell'opera non è - come si è detto - sentenziale o aforistico, ma è qualcos'altro: ha la brevità, l'insistenza, la ripetitività che sono tradizionalmente proprie dei mantra, dell'orazione e della litania, più che dell'argomentazione filosofica.
CORPO A CORPO CON NIETZSCHE. Alla fine della stesura dei Contributi - che coincide c on il corpo a corpo con Nietzsche svolto nelle lezioni universitarie coeve - Heidegger cade in una profonda crisi filosofica e personale. Medita anche il suicidio, come si può inferire da un testamento (Le mie ultime volontà) di cui gli eredi negano l'esistenza. A Jaspers confiderà sconsolato: «Ho la sensazione di crescere ormai solo nelle radici, non più nei rami». Effettivamente il fuoco appiccato da Nietzsche brucia ormai per tutta la casa, e Heidegger non trova più concetto, intuizione o proposta filosofica che resista a una interrogazione filosofica radicale. L'esperienza di Nietzsche vuota le sue metafore, tarpa i suoi slanci, mina alle fondamenta la costruzione dei Contributi. Nella triste luce dell'esaurimento, l'Essere - quest'ospite solitamente fugace dei nostri pensieri - rimane per lui l'ultima chimera che valga la pena di sognare. Ma quanto più i suoi sforzi mirano a quest'unica meta, tanto più i sentieri gli appaiono interrotti.
FEROCI CRITICHE. -La sua intermittente sperimentazione filosofica e il suo „procedere tentoni" in questo sogno hanno prestato il fianco a critiche da far tremare i polsi. Si è detto: Heidegger rifiuta la razionalità moderna con lo stesso gesto sottomesso con cui ne riconosce il dominio. Richiama la scienza che "non pensa" ai suoi limiti. Demonizza la tecnica fi ngendo di accettarla come destino. Fabbrica una visione del mondo catastrofista. Azzarda tesi geopolitiche quanto meno avventurose - l'Europa stretta nella morsa tra americanismo e bolscevismo - e soffia sul mito greco-germanico dell'originario da riconquistare. Anche le sue geniali sperimentazioni linguistiche implodono, e assumono sempre più l'aspetto di funambolismi, anzi, di vaniloqui. Il suo uso dell'etimologia si rivela un abuso. La convinzione che la vera filosofia possa parlare soltanto in greco antico e tedesco (e il latino?), una iperbole. La sua celebrazione del ruolo del poeta, una sopravvalutazione. Le speranze da lui riposte nel pensiero poetante, una pia illusione. La sua antropologia, in cui l'uomo funge da pastore dell'Essere, una proposta irricevibile e impraticabile. Enigmatico non è tanto il pensiero dell'ultimo Heidegger, bensì l'ammirazione supina e priva di spirito critico che gli è stata tributata e che ha prodotto tanta scolastica.
Non è detto che queste critiche colgano nel segno. Ma se così fosse, allora i Contributi alla filosofia, questo tentativo fallito di completare Essere e tempo, sarebbero davvero il diario di bordo di un naufragio. Per avventurarsi troppo al largo nel mare dell'Essere, il pensiero di Heidegger va a fondo. Ma come quando a inabissarsi è un grande bastimento, lo spettacolo c he si offre alla vista è sublime.

Postato da millepiani alle 23:41
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