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09.03.2008

Derrida. Bioetica, giustizia, politica: che fare? «Il futuro è una chance, non ingabbiatelo» - di Jacques Derrida

Corriere della Sera 9.3.08
Derrida. Bioetica, giustizia, politica: che fare? «Il futuro è una chance, non ingabbiatelo» - di Jacques Derrida

Kant e Lenin un testamento per il domani
di Pierluigi Panza
Nel luglio del 2001, alcuni studiosi riuniti nel castello de Castries in Linguadoca per un convegno, decisero di raccogliere alcune riflessioni in un libro da pubblicare in occasione del 65mo compleanno di Jacques Derrida, il 15 luglio 2005. Ma la malattia si portò via il filosofo un anno prima.
Queste riflessioni, curate da René Major, escono comunque ora dall'editore Stock in Francia (AA.VV., Derrida, pour les temps à venir, Stock, pp. 530, e 30) con un contributo inedito del padre del Decostruzionismo offerto per la pubblicazione da Marguerite Derrida.
Questo contributo s'intitola Pensier ce qui vient e qui ne presentiamo un estratto tradotto.
Derrida, che si muove nell'ambito hegeliano dell'analisi della tradizione operando sulla scomposizione del linguaggio, invita in questo saggio a decostruire il presente per pensare a un futuro di «apertura» per il cittadino cosmopolita.
L'invito rivolto a politica, scienza e media è quello di interrogarsi nuovamente sulla domanda di Kant e di Lenin «che fare?» e in vista di «quale uomo».
Derrida, come da suo approccio, non fornisce una risposta definitoria, ma invita a non pensare agli esiti di scienza, giustizia e politica come un fine («telos») determinato a priori. In tutti i campi si deve sempre supporre una «inadeguatezza incalcolabile», una «disgiunzione infinita» che non è negativa, ma una chance per l'avvenire. Ecco il testo.

La domanda kantiana risponde (infatti una domanda già risponde) a quello che Kant chiama l'interesse della mia ragione. Un interesse che è al tempo stesso speculativo e pratico e lega fra di loro tre domande: «Cosa posso sapere?» (Was kann ich wissen?), domanda speculativa; «Cosa devo fare? » (Was soll ich tun?), domanda morale che, in quanto tale, non appartiene precisamente alla critica della ragion pura; e «Cosa mi è consentito sperare?» (Was darf ich hoffen?), che è al tempo stesso pratica e speculativa. (...) Ma se la domanda della speranza si lega a ciò che viene come «ciò che deve accadere», se essa non solo è sempre presupposta, implicata dalla domanda speculativa del sapere e dalla domanda pratica del «cosa fare?», ma unisce queste ultime fra loro, sappiamo anche che altrove Kant sottopone queste tre domande ad una quarta. Quale? Quella dell'uomo («Cos'è l'uomo?») e dell'uomo come essere cosmopolitico, come cittadino del mondo. (...) È utile sottolineare che oggi l'orizzonte regolatore, che si è come de-costruito da sé, è più indeterminato che mai, così come lo è la risposta, fosse pure per anticipazione e supposizione, alla domanda «cos'è l'uomo?»; per non parlare di quella che riguarda il mondo, l'uomo come cittadino, come qualcosa che può legare o meno la democrazia allo Stato e alla nazione. Quella dell'essenza dell'uomo non è una domanda di speculazione metafisica astratta per filosofi di professione: è una domanda che oggi si pone, nell'urgenza concreta e quotidiana, al legislatore, allo studioso, al cittadino in generale (che si tratti dei problemi inerenti al genoma detto umano, al capitale, alla capitalizzazione e all'appropriazione, statale o no, del sapere, del sapere tecnologico racchiuso nelle banche dati). È l'enorme problema della capitalizzazione e del diritto di appropriazione che resta ancora intatto davanti a noi, con la questione della proprietà in generale e la proprietà del «corpo proprio»: questione biotecnologia del trapianto, della protesiologia (prothéticité) in generale, dell'inseminazione artificiale, della madre prestatrice d'utero, della differenza sessuale e del diritto che ha la donna di disporre del proprio corpo, dell'intelligenza artificiale, della storia dei concetti che definiscono i diritti dell'uomo, il soggetto, il cittadino, i rapporti fra uomo e terra, uomo e animale, l'immenso dibattito chiamato ecologico, etc. Si potrebbe precisare tutto questo all'infinito. (...) Ecco perché (oggi ndr) non solo bisogna pensare — pensare è più urgente che mai e non si riduce all'esercizio del sapere né a quello del potere, anzi presuppone una vigilanza supplementare al riguardo —, ma bisogna pensare che le sfide del pensiero (...) devono imporsi ad ogni istante, quotidianamente, immediatamente, ad ogni passo, ad ogni frase, come non è ancora mai accaduto, a chiunque, ma in particolare a coloro che pretendono di esercitare incarichi di responsabilità politica, presso magisteri e ministeri (uomini politici di ogni genere, legislatori o no, uomini e donne di scienza, insegnanti, professionisti dei mass media, consiglieri e ideologi di ogni campo, in particolare della politica, dell'etica o del diritto).
Tutte queste persone sarebbero radicalmente incompetenti non perché, paradossalmente, sanno in anticipo, come credono quasi sempre, cos'è l'uomo, cos'è la vita, cosa vuol dire «presente», cosa vuol dire «giusto», cosa vuol dire «venire», cioè colui che arriva, l'altro, l'ospitalità, il dono, ma sarebbero incompetenti, come ritengo siano spesso, perché credono di sapere, perché sono in condizione di sapere e sono incapaci di articolare queste domande e di imparare a formarle. Non sanno né dove né come si siano formate, e dove e come imparare a ri-formarle.
Avrei voluto proporre un argomento analogo a quello del Che fare? di Lenin, scritto nel 1901-1902, ma il tempo manca. Ricordiamo ciò che in quel testo, come nel testo di Kant, oggi non risulta invecchiato: la condanna dell' «abbassamento del livello teorico» nell'azione politica, l'idea che qualsiasi «concessione» teorica, secondo il termine di Marx, sia nefasta per la politica; la condanna dell'opportunismo (bisogna anche pensare e agire controcorrente), la condanna dello spontaneismo, dell'economicismo e dello sciovinismo nazionale (il che non sospende i doveri nazionali), la condanna della «mancanza di spirito d'iniziativa dei dirigenti» politici, cioè rivoluzionari, che dovrebbero saper rischiare e rompere con le facilità del consenso e delle idee preconcette (è quanto propone Alain Minc in un libro in fondo molto leninista). E ancor meno invecchiata è l'analisi di ciò che lega l'internazionalizzazione, la mondializzazione del mercato, come della politica, alla scienza e alla tecnica. Tutto questo si lega nel Che fare? di Lenin. (...) Poiché non è mia intenzione fare l'apologia di Marx o di Lenin, e ancor meno del marxismo-leninismo in blocco, desidero soltanto situare in breve il punto in cui Lenin sutura a sua volta e la domanda del «che fare?» e la possibilità radicale di disgiunzione, senza la quale non esistono né la domanda «che fare?», né sogno, né giustizia, né rapporto verso ciò che viene come rapporto verso l'altro. Questa sutura, o saturazione, condanna alla fatalità totalizzante e totalitaria dei rivoluzionarismi di sinistra e di destra. Il fatto è che Lenin giudica la sfasatura con il metro della «realizzazione», dell'adempimento adeguato di ciò che egli chiama il contatto fra sogno e vita. Il telos di questo adeguamento suturante — che, come ho cercato di dimostrare, chiudeva anche la filosofia o l'ontologia di Marx — chiude l'avvenire di ciò che viene. Impedisce di pensare quello che, nella giustizia, suppone sempre inadeguatezza incalcolabile, disgiunzione, interruzione, trascendenza infinita. Tale disgiunzione non è negativa, è l'apertura stessa e la chance dell'avvenire, cioè del rapporto con l'altro come ciò che viene e viene ancora e sempre.
© Éditions Stock Traduzione di Daniela Maggioni

scritto da millepiani il 09.03.2008
come una traccia
Technorati Tags: Derrida, futuro
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