Milleplateux - Sezione filosofica di millepiani.net
*Blog di Millepiani 1.0* - *Millepiani Rizomatici 2.0* - *Millepiani WebRadio*
archivio generale | contatti | rss

« L’Etica che viene dall’Asia - di Hans Küng
Home di Milleplateaux
Razionalisti non si nasce, si diventa - Spinoza è tra noi. Parola di Deleuze »

02.01.2008

Le vite di santi e beati dal Rinascimento. Tra le braccia di Dio: estasi, visioni, agonie delle grandi mistiche

Corriere della Sera 27.12.07
Antologia. Le vite di santi e beati dal Rinascimento. Tra le braccia di Dio: estasi, visioni, agonie delle grandi mistiche
di Giorgio Montefoschi

«La mistica», così la descrive Carlo Ossola nell'ottima introduzione alla antologia einaudiana dei mistici italiani del Cinque e Seicento, «è un avanzare infinito verso ciò che si allontana». Splende, sopra questo orizzonte di tormento, la luce meravigliosa di due stelle. Due donne: Maria Maddalena de' Pazzi, Veronica Giuliani. Se l'esperienza mistica è una esperienza di vita e di perdita «che non si pensa, si compie» e, come scrive sempre Ossola, «al momento di enunciarla, argomentazione e articolazione semantica si ottundono»; insomma, le estasi, le visioni, le agonie d'amore sono assolutamente vere e però il linguaggio che dovrebbe esprimerle è un linguaggio balbettante, improprio, infinitamente perdente perché, scendendo da altezze inaccessibili, nulla più conserva della congiunzione amorosa e del perdersi in Dio, loro: Maria Maddalena e Veronica, di questa vicenda straordinaria, sono l'esempio più doloroso e fulgido.

Vorremmo tornare indietro ai primi del Seicento e sedere con le suore del convento fiorentino di Santa Maria degli Angeli, dietro alla porta della cella in cui Maria Maddalena era rapita, sentendosi «d'un subito» tutta unita con Dio, pacificata in una dolcissima quiete, annichilita dall'aridità e dallo sgomento, e credeva di vedere Gesù unirsi all'Anima Sposa, «mettendo il suo capo sopra quello di essa Sposa, e così gli occhi sua sopra quelli di lei, la bocca sua sopra quella della Sposa, e così le mani e i piedi, e finalmente tutti li altri sua membri, tanto che la sposa diveniva una cosa medesima con lui».
Vorremmo ascoltare, con le nostre orecchie, quella litania costituita di brevi frasi monche, intervallate dal silenzio, che le sorelle carmelitane trasmettevano le une alle altre, per timore di perdere anche una sillaba, come in un telegrafo senza fili nel corridoio oscuro. L'amore che unisce a Dio — diceva Maria Maddalena — ha varie forme: può essere «rilassativo», perché l'anima si abbandona; «ozioso», perché l'anima è muta e contempla; «ansioso », perché desidera che tutte le creature conoscano Dio. Ma l'ultimo, quello più vero, quello irrefrenabile con parole umane, è oscuro. È l'amore «morto» perché allora l'anima non desidera, non vuole, non cerca nulla, «vivendo come morta» in Dio, non sente più nulla.
Il nulla è al centro dell'esperienza mistica di Veronica Giuliani, vissuta un secolo più tardi. Badessa del convento delle cappuccine di Città di Castello, questa monaca illetterata capace di concessioni metafisiche — come quelle dello specchio o quella dell'identità fra amato o amante — degne di Platone, affidò, alle pagine del suo Diario,
parole definitive sul nulla. Veronica conosceva molto bene l'amore di Dio. «Aprimi, aprimi» le diceva il Signore, facendole capire però che voleva star solo con lei, il dominio del suo cuore lo voleva tutto. Lei apriva la porta del suo cuore e lo implorava: «Mio Signore, non fate più il fuggitivo, restate con me per sempre». Allora, il Signore la faceva come impazzire, trasportandola fuori di sé e nelle sue braccia; la baciava una, due, tre volte facendole scoppiare di violenza il cuore — «perché quando Iddio dà di questi baci, son cose tanto penetrative che pare metta sottosopra tutto il nostro in eterno»; poi, al quarto bacio, le diceva queste precise parole: «Ora piglio possesso di te e tu datti tutta a me».
Altre volte, invece, e molto spesso, il Signore non bussava alla porta, spariva e lei aveva l'impressione di trovarsi come dinanzi a una nebbia densissima o in mezzo al mare. Un giorno, il 13 gennaio del 1697, non potendo più resistere, corse nell'orto. Tirava una forte tramontana. Veronica cominciò a gridare. Correva da una parte e dall'altra, dicendo: «Mio Signore, non mi fate più penare, ritornate da me, io vi voglio, il cuor mio non può stare senza di voi. Io non cesserò di cercarvi sinché trovato non ho voi, mio bene infinito ». Quand'ecco che, a un tratto — scrisse — «parvemi di sentire un non so che di nuovo nel mio cuore, che mi batteva molto forte, ed anco vi era un gran dolore. Parvemi di sentire il Signore, ma non vedevo niente. Sentivo i suoi inviti e mi facevano volare per tutto l'orto».
Altre volte ancora, Dio non veniva affatto. Neppure le diceva: «Tu non devi amarmi come desideri, ma devi amarmi come io voglio». Era assente. Perduto. L'anima era perduta. E quello era davvero il nulla: la notte oscura del Getsemani e della fede, tanto oscura che non vi possiamo cercare nemmeno la fede. Ma lei, Veronica Giuliani, Dio non smetteva di cercarlo. Perché nonostante il dolore della sua privazione, anzi a causa di questo dolore, sapeva che Dio era in quella oscurità; era lì. Infatti, scrisse nel Diario, «chi lo vuole lo deve cercare fra il niente. Come noi conosciamo questo niente, possiamo dire che abbiamo trovato Iddio ». Di questo Dio, scrisse ancora «più se ne sente e meno si sente, perché nessuno lo può spiegare, né capire né comprendere».

scritto da millepiani il 02.01.2008
come una traccia
Technorati Tags: santi, vite, visioni, misticismo
Powered byMovable Type 3.34 design by blogstyles.