02.01.08
Hegel filosofo del conflitto che anticipò Einstein - di Bruno Gravagnuolo
l’Unità 21.12.07
ANNIVERSARI Due libri nel duecentenario della «Fenomenologia». Un saggio di Mariapaola Fiminani e la «Filosofia della natura» a cura di Marcello Del Vecchio
Hegel filosofo del conflitto che anticipò Einstein - di Bruno Gravagnuolo
Il 2007 è stato anno hegeliano. Non anniversario della nascita, che per lo svevo Hegel, morto a Berlino nel 1831, avvenne a Stoccarda nel 1770. Ma per il duecentenario di una sua opera davvero centrale: la Fenomenologia dello Spirito. Uscita nel 1807 per l’editore Cotta. Lì, sebbene sbilanciata dal lato dell’esperienza - la «teoria dell’esperienza della coscienza» - si mostra la «doppia anima» del filosofare hegeliano: logico e storico-psicologico. Concettuale e «vitale». Doppia anima che torna in altra maniera, astratta e speculativa, nella Scienza della Logica, tra il 1812 e il 1816.
Dunque, filosofia «ancipite», che due volumi diversissimi in questo «bicentenario» della Fenomenologia - già oggetto di un Convegno al Goethe di Roma mesi fa - ci aiutano a penetrare. Il primo, non in ordine di tempo, è Erotica e Filosofia, di Mariapaola Fimiani (Ombre Corte, cartografie, pp. 153, euro 13,50), studiosa salernitana di Berkeley e Foucault.
Che fin dal sottotitolo ci propone la sua chiave di lettura su Hegel: Foucault e la lotta per il riconoscimento. Significa leggere Hegel sulla scia di due aspetti. L’irruzione della «soggettività» in Occidente, che campeggia in tutta la filosofia della storia hegeliana. E il ruolo che l’ultimo Foucault assegnava al soggetto. O meglio alla «cura del sé», come il francese la chiamava negli ultimi corsi al Collége de France, e negli Usa a Berkeley. Insomma per la Fimiani quella di Hegel è una filosofia della possibile liberazione del soggetto, ma non al modo cristiano-germanico e borghese di Hegel. Bensì nel senso di un agonismo conflittuale contro il Potere, dove i singoli si riconoscono a vicenda e confliggono. Nella ricerca di una disarmonia prestabilita, dove mediatore di equilibri instabili è l’eros. Che poi significa, platonicamente, rispecchiamento desiderante e reciproco su oggetti di senso, estetici, etici, politici. Tensione vitale sempre aperta e spinta libidica alla ricerca di conciliazioni precarie nel mondo sociale. In altri termini Fimiani congiunge Hegel, Nietzsche e l’analisi foucaultiana del Potere, a partire dall’emergere in Grecia di qualcosa di occidentale per antonomasia: la soggettività. Letta hegelianamente come riconoscimento eguale, dopo il superamento della lotta tra Servo e Signore che inaugura l’epoca moderna post-rivoluzione francese. Soggettività consegnata alla fragilità post-moderna, consumati gli orizzonti di senso tradizionali. Fimiani hegeliana e anti hegeliana perciò, e che attinge ci pare a quel «giovane Hegel», romantico ed esistenziale, che non aveva ancora elaborato (del tutto) la sua visione sistematica e logica, «cristiano-borghese». Di contro l’altro volume ci porta in ben altra atmosfera: la filosofia della natura hegeliana. Che Marcello Del Vecchio, studioso di Camus, Hume ed Hegel, affronta di petto, traducendo e commentando con acribia e acume una Lezione risalente al 1819-20, già resa disponibile da Bibliopolis fin dal 1982 a cura di Ilting e Gies: Filosofia della Natura, La lezione del 1819-20 (Franco Angeli, pp.143, euro 15). Impresa ardua, parte di un progetto più ampio che vedrà per Angeli la traduzione delle Lezioni del 21-22 e del 23-24, nei prossimi due anni.
La lezione in esame fu raccolta da G. Berhardy, che fu allievo di Hegel a Berlino e divenne professore straordinario nel 1825. Qui, come già nell’Enciclopedia delle Scienze filosofiche in compendio del 1817, si presenta il «concetto speculativo della natura» per Hegel. Che è cruciale, poiché non solo è parte integrante della visione scientifica dell’epoca classico-tedesca e napoleonica, che Hegel sintetizza e raccorda alla sua filosofia. Ma decisiva perché fa luce sul tipo di idealismo hegeliano: idealismo oggettivo. Dove la natura è « l’esteriorità dell’Idea logica», cioè dell’Eterno, colta sotto le specie dello spazio e del tempo. Malgrado il tono speculativo e metafisico, c’è qui come un aroma di relatività einsteniana: spazio e tempo sono un tutt’uno infatti. La forma cosale ed esteriore dell’Essere, in cui le due «forme» kantiane della sensibilità sono l’oggetto stesso, afferrato da lati diversi. Così come einsteniana è l’idea della luce come energia e vettore assoluto, mentre un sapore «quantistico» ha persino l’idea di un «infinitamente piccolo» che riproduce in sé il montaggio gravitazionale del sistema solare. Viceversa, aristotelica è l’idea di generi e specie logicamente fissi e concentrici, dal più basso gradino fino all’organismo vitale, che nel soggetto umano e nell’Idea atemporale tutto ricomprende. Genio del divenire Hegel, con il demone dell’eternità logica. Che Del Vecchio ci restituisce integralmente dall’interno.
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