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02.01.08


Da Kant a Schmitt nel laboratorio di Hannah Arendt

Corriere della Sera 20.12.07
Diari. Antichi greci e contemporanei nei taccuini. Da Kant a Schmitt nel laboratorio di Hannah Arendt
di Armando Torno

Il pensiero di Hannah Arendt (1906-1975) assomiglia a un sistema filosofico aperto dedicato alla politica, sorta di specchio dei numerosi dibattiti fioriti nel Novecento. La ragione è semplice: questa donna è partita da un'attenta analisi delle radici della modernità e da una delle sue manifestazioni più forti, il totalitarismo. Fu la Arendt a introdurre il termine nella ricerca storico- filosofica; fu ancora lei a comprendere che tale fenomeno ha come scopo ultimo la trasformazione dell'uomo in automa e dei gruppi sociali in masse (in le Origini del totalitarismo, 1951; Einaudi 2004). Ebbe la fortuna di essere allieva di personaggi di primo piano quali Bultmann, Husserl, Jaspers e Heidegger; anzi, con quest'ultimo visse una storia personale che ha lasciato tracce profonde nelle sue pagine. Ebrea tedesca di Hannover, ha registrato nell'esistenza e nel pensiero il suo tempo, collaborando al movimento sionista, poi distaccandosene e criticandone gli esiti nazionalistici; nel 1933 si trasferiva in Francia per sfuggire al nazismo, nel 1940 con i tedeschi trionfanti doveva riparare negli Stati Uniti.

Ora Neri Pozza pubblica i suoi Quaderni e diari. Sono pagine che la filosofa scrisse tra il giugno del 1950 e il luglio 1971 (gli anni '72 e '73 offrono i soli itinerari dei viaggi): vi trovate pensieri e appunti sparsi in 29 quaderni vergati in tedesco, l'ultimo dei quali interamente dedicato a Kant. Di vario formato, rilegati a spirale, videro la luce, grazie a Ursula Lutz e Ingeborg Nordmann, per la Piper nel 2002 (l'edizione italiana è stata curata da Chantal Marazia). Ad essi la Arendt si riferirà con il termine inglese notebooks; secondo una testimonianza orale di Lotte Köhler, anche con il tedesco Denktagebuch.
E quest'ultimo è quello che li spiega meglio di ogni altro: significa, infatti, diario di pensiero.
Insomma pagine di lavoro che presentano un'anima che ha conosciuto i sommi e vissuto forti travagli. In esse ci sono le idee che contano del pensiero contemporaneo, la ricerca della cause e delle ragioni dell'oggi, le verifiche delle fonti, le chiose a un'osservazione di Heidegger o a una lezione di Husserl. Anche il lettore comune si sente ghermito dalla materia qui evocata: non si può restare indifferenti quando la Arendt pone a Platone o ad Agostino le domande sullo Stato scavando con rara perizia nelle pagine della Repubblica o ne La città di Dio, o quando scrive (è un appunto di Harvard del luglio 1953): «La libertà cristiana è libertà dalla politica. Questo è il senso di "date a Cesare quel che è di Cesare"». Su Heidegger ci sono informazioni e storie che forse vanno ancora decifrate. Se si prendessero in considerazione le punzecchiature, allora non si deve perdere quella della volpe che cerca di costruirsi una tana- trappola: il filosofo è l'astuto animale che lavora a un simile progetto. La Arendt espone il suo apologo in una pagina del Quaderno XVII, terminando con le seguenti immagini: «...Alla nostra volpe questa trappola faceva da tana. Volendo farle visita nella tana dove aveva casa, bisognava andare nella sua trappola. Dalla quale però poteva senz'altro allontanarsi chiunque a parte lei stessa. Le era stata letteralmente cucita addosso. La volpe dimorante nella trappola diceva però con orgoglio: così tanti entrano nella mia trappola, sono diventata la migliore di tutte le volpi. E anche in ciò vi era qualcosa di vero: nessuno conosce la natura delle trappole meglio di chi passa tutta la vita in trappola».
I riferimenti che si leggono in questi quaderni spiegano più di tante lezioni cosa sia il vero lavoro filosofico: Platone e Aristotele sempre citati nel greco originale; Cicerone mai sottovalutato e riferito in latino, come i Padri della Chiesa e i grandi dottori medievali (Tommaso d'Aquino ben presente, tra gli altri Anselmo, Duns Scoto, Meister Eckhardt); inoltre un'attenzione costante a Hegel, Marx, Nietzsche, senza perdere di vista altre «volpi» quali Sorel e Spengler. Quel che poi impressiona è la qualità delle letture dedicate a Hobbes o Machiavelli, Ernst Jünger o Carl Schmitt; senza contare le finezze per Dostoevskij o Montaigne, maestri che mai vengono persi di vista. Commuove inoltre la ricerca scevra da pregiudizi dinanzi al testo: è l'esatto contrario di quel che fanno oggi taluni intellettuali che affrontano ogni cosa con la verità in tasca e cercano prove per darsi ragione. Come la rana-toro, della quale sono l'emblema, che pensa più a gonfiarsi che a salvare la decenza.

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Pubblicato da millepiani alle 21:51
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