l’Unità 5.11.07
Cronaca di un Ottobre rosso - di Adriano Guerra
Se nell’ottobre del 1917 si fosse semplicemente conclusa in Russia con l’avvio dell’Assemblea Costituente la rivoluzione di febbraio con la nascita di una repubblica democratica, socialista e parlamentare. Se, se, se. Se i menscevichi e i socialisti rivoluzionari (Sr) non avessero abbandonato il 2° congresso dei Soviet lasciando con i bolscevichi soltanto un pugno di Sr «di sinistra»... Se i bolscevichi avessero accettato il risultato delle elezioni per la Costituente che assegnava la maggioranza dei seggi agli Sr (40%) ma assicurava col 24% dei bolscevichi e il 4% dei menscevichi la vittoria a una sinistra pluripartitica
Non ci sarebbe stato Stalin, lo stalinismo, il gulag.… Se, se, se.
Di nuovo, come era già avvenuto negli anni 70 del secolo scorso dopo che il Pci aveva proclamato con Berlinguer che la democrazia doveva essere considerata un «valore universale», si ricostruisce quel che è avvenuto nella Russia fra il febbraio e l’ottobre del 1917 alla ricerca dell’anello perduto. E di quel che è accaduto - fra spinte liberatorie e paurose involuzioni - in seguito a quella perdita. Si cercano risposte nuove (si vedano i libri di Marcello Flores (La rivoluzione, Einaudi, Torino, 2007, pp. 132) recensito su queste pagine da Bruno Gravagnuolo, e di Vittorio Strada, (La rivoluzione svelata, Liberal , Roma 2007, pp. 155), il convegno che si aprirà tra un paio di giorni alla Fondazione Basso a Roma con una relazione di Maria Ferretti, le pagine dedicate di continuo dai giornali a quei lontani eventi).
Viene da chiedersi, a dispetto di quanti ci invitano a fare un croce sul passato, se il modo più sicuro di preparare il futuro non sia quello di dare risposte ai vecchi interrogativi. Ricorrendo anche, quand’è il caso, a risposte dimenticate. Ritornando per esempio a un libro come questo di John Reed che l’Unità propone ai suoi lettori mercoledì 7 Novembre, Il classico I dieci giorni che sconvolsero il mondo e che ci dice come e perché nella Russia del 1917 la grande partita apertasi a febbraio si sia poi decisa, di fatto, già nei primi giorni di Ottobre. All’interno tuttavia di un quadro - dalla guerra mondiale del 1914 alla fine della guerra civile in Russia - caratterizzato da innumerevoli momenti diversi attraverso i quali le varie «alternative storiche» in scena hanno preso forma, si sono intrecciate e divise per poi scomparire, lasciando spazio ad una sola di esse, quella rappresentata da Lenin.
La questione della rottura fra rivoluzione democratica e rivoluzione sociale non era infatti inevitabile e del resto non si chiuse nel 1917 (e anche per questo Stalin non è stato semplicemente il continuatore di Lenin): è certo però che nei giorni raccontati da Reed qualcosa di definitivo è accaduto. Ma chi erano i protagonisti della vicenda? Soltanto il governo provvisorio di Kerenskij, i menscevichi, i socialisti rivoluzionari, i cadetti, i liberaldemocratici, e i bolscevichi? Spesso si dimentica l’ampiezza delle forze che hanno partecipato al processo rivoluzionario russo dandogli un carattere straordinario e unico. Si pensi al confluire impetuoso di movimenti spontanei: le masse contadine che chiedevano la terra, le popolazioni - dalla Polonia alla Finlandia, alle aree del Caucaso e dell’Asia centrale - che chiedevano indipendenza, le spinte progressiste, giacobine, femministe, libertarie (si pensi a Bloch e a Majakovskij a Pietroburgo, a Chagall a Vitebsk) che si intrecciavano nelle città.
Già nelle prime pagine John Reed documenta come e perché la fragilità delle strutture della democrazia appena nata, le scelte dei partiti, ma soprattutto il continuo crescere del malcontento popolare - mentre in ogni angolo del paese masse crescenti facevano proprie parole d’ordine sempre più radicali, «La terra ai contadini», «Le fabbriche agli operai», e al fronte l’esercito «parlava solo di pace» - abbiano portato all’uscita di scena della prospettiva che avrebbe dovuto aprirsi con l’Assemblea Costituente. Lenin - si dice - ha letto meglio degli altri quel che si nascondeva dietro al caos e per questo ha vinto. Ma a sconfiggere Kerenskij prima ancora di Lenin è stato il suo rifiuto di far proprio il «no» alla guerra che arrivava dal fronte e la richiesta della terra che veniva dai contadini.
Tutto questo ha raccontato John Reed con la penna del giornalista e dello scrittore. Di uno scrittore - va aggiunto - «impegnato» che però non ha tenuto nascosta la tessera di partito né l’ha usata per nascondere qualcosa al lettore (i censori verranno dopo, perché nel libro non si rendeva omaggio all’uomo, Stalin, che, seppure durante quei «dieci giorni» si trovasse lontano da Pietroburgo, avrebbe poi impresso il suo segno all’Ottobre).
«Quando la causa sposata si identifica con la vita - ha scritto nei giorni scorsi sul Corriere della sera Claudio Magris - allora pure l’impegno può diventare poesia». E per Reed «la poesia non significava solo scrivere parole ma vivere la vita», si legge nel saggio di Max Eastman - amico fraterno e compagno di ideali di Reed divenuto poi un anticomunista dichiarato, anzi un «cacciatore di streghe» - nel saggio che un po’ inopinatamente troviamo ora a mo’ di introduzione nella edizione del libro curata dagli Editori Riuniti per l’Unità .
Non certo a caso Elio Vittorini («la cultura come vita») ha scelto nel 1946 I dieci giorni per aprire presso Einaudi la Biblioteca del mitico Politecnico. Ma proprio perché pagina di letteratura e di storia, il libro di Reed è stato pubblicato in tutto il mondo dagli editori più diversi: in Italia, oltreché da Einaudi e dagli Editori Riuniti, da Longanesi, tradotto da Orsola Nemi, e da Rizzoli (anche nella Bur con una introduzione di Rossana Rossanda).
Questo negli anni 40, 50 e 60 del secolo scorso. Ma a che cosa possono servire oggi le pagine di questo intellettuale americano morto di tifo a Mosca a 33 anni e sepolto - unico straniero - nelle mura del Cremlino?
Per cercare una risposta può essere utile chiederci anzitutto cosa può aver spinto Reed a raggiungere Pietroburgo. Occorre per questo ricordare tante pagine dimenticate. Che nel 1905 era stata fondata a Chicago l’Industrial Workers of the World, al quale John Reed si avvicinò da ragazzo. Che a Paterson, nel New Jersey, era scoppiato nel 1913 uno sciopero nei setifici durante il quale Reed fu arrestato insieme a 2.300 operai. Che l’anno successivo i democratici americani guardarono con speranza alla rivoluzione di Pancho Villa nel Messico (raccontata da John Reed in un libro famoso, Messico insorto). Che lo stesso anno nel Colorado uno sciopero di minatori che aveva assunto aspetti di rivolta venne concluso tragicamente il 20 aprile col «massacro di Ludlow»: e a far fuoco con le mitragliatrici contro i lavoratori e i loro famigliari fu la polizia privata dei padroni delle miniere, riuniti nella Rokefeller’s Colorado Fuel and Iron Company (John Reed scrisse un reportage, «La guerra del Colorado», che rimane una delle poche testimonianze su quelle tragiche giornate).
Duemilatrecento arrestati a Paterson, decine di vittime a Ludlow. Moti insurrezionali negli Stati uniti. E in Europa la rivolta dei marinai di Wilhemshafen, i moti di Torino, gli scioperi del gennaio 1918 in Austria, la rivoluzione spartachista, la salita al potere di Bela Kun in Ungheria. E poi, a guerra conclusa, la paura. Lloyd George che parlando a Parigi nel gennaio 1919 del sostegno militare che le forze di molti paesi stavano dando all’armata bianca di KolCak, diceva costernato che non era possibile pensare di fermare la rivoluzione russa con le armi: «Se ci proponessimo di mandare altri soldati britannici in Russia i reparti si ammutinerebbero e questo vale anche per le truppe americane e canadesi …».
Ecco dunque che cosa è stato l’Ottobre in Russia, ma non solo in Russia. Le speranze, e le paure, con le quali è stato accolto.
Ci si può chiedere se John Reed può aver in qualche modo intuito da qualche segno che la via imboccata con quei «dieci giorni» avrebbe portato alle tragedie degli anni 30. Quel che si sa - le testimonianza della moglie di Reed, Louise Bryant, e di Angelica Balabanova sono state raccolte e forse «gonfiate» da Eastman, non però costruite sul nulla - è che nell’estate del 1920 Reed si era dimesso dall’incarico che ricopriva presso l’esecutivo del Comintern perché «amareggiato e deluso». Successivamente a Baku, ove era andato per assistere ai lavori della conferenza indetta per aprire le porte della rivoluzione comunista alle masse musulmane, ebbe uno scontro durissimo con Zinoviev e con Radek. Reed tornò a Mosca «eccitato, arrabbiato e tragicamente scoraggiato… Girò la faccia contro il muro e non parlò quasi più». Lenin, al quale la moglie si rivolse, ordinò che gli venissero assicurati i migliori medici e le migliori cure disponibili, ma fu tutto inutile. Forse è possibile dire che nel corso della sua brevissima esistenza John Reed ha vissuto per intero il grande e tragico dramma che ha coinvolto nel secolo scorso il nostro mondo.
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2 Novembre
Il Giano bifronte del secolo breve
Un'esperienza che ha sempre oscillato tra un desiderio di modernizzazione e la riproposizione delle antiche forme di tirannia dello zarismo Un percorso di lettura sulla svolta impressa dall'Ottobre sovietico alla storia novecentesca a partire dal volume di Marcello Flores «1917. La Rivoluzione» per Einaudi
Enzo Traverso
Nel 1927, a dieci anni dalla nascita del potere sovietico, Ejzenstejn realizzava Ottobre, un film che celebrava la rivoluzione russa e ne inscriveva il mito nell'immaginario collettivo del XX secolo. La presa del potere da parte dei bolscevichi si trasformava così in insurrezione di popolo, sotto la guida del partito di Lenin. Per lungo tempo, la rivoluzione sarà pensata al contempo come epopea e come strategia militare. Da Lenin a gran parte della «nuova sinistra» degli anni Settanta, questo paradigma rimarrà immutato. Sul versante storiografico, il film di Ejzenstejn troverà un equivalente in un classico come la Storia della rivoluzione russa di Trockij, corrispettivo novecentesco delle storie della Rivoluzione francese di Michelet e Carlyle, arricchito dalla sensibilità del testimone, dall'acume concettuale del teorico e dall'esperienza del capo militare.
Il mito dell'Ottobre rosso non è sopravvissuto al crollo del socialismo reale. Era anzi già sbiadito da tempo. Vi è tuttavia un'altra lettura della rivoluzione russa, una sorta di contro-mito nato negli stessi anni e parallelo all'agiografia sovietica, che sembra invece aver tratto nuovo vigore dalla svolta del 1989. Si tratta di una lettura ideologica del comunismo come fenomeno totalitario che attraversa la storia del Novecento, edificato nel 1917 da una banda di fanatici e perpetuato in un'orgia di violenza fino a Gorbaciov. Questo è il succo, senza caricature, dei libri di sovietologi americani come Richard Pipes o Martin Malia, di uno storico come Ernst Nolte, per il quale i crimini nazisti furono una brutta copia di quelli bolscevichi, o di un anticomunista enragé come Stéphane Courtois, ossessionato dall'idea di provare che le vittime del comunismo furono più numerose di quelle del nazismo.
Sotto le macerie dell'illusione
Con stile più sofisticato e blasé, François Furet aveva dato il suo contributo all'interpretazione del comunismo come fenomeno di natura essenzialmente ideologica, frutto di una malsana «passione» antiliberale che riuscì ad accecare gli intellettuali del XX secolo. Sulla scia di Tocqueville, egli inseriva l'Ottobre russo in un ciclo storico più vasto avviato dalla Rivoluzione francese e interpretava la svolta del 1989 come il trionfo definitivo della democrazia liberale sulle macerie dell'«illusione» rivoluzionaria. I suoi allievi si preoccuperanno in seguito di destoricizzare il «Terrore» presentandolo come una conseguenza logica e inevitabile dell'idea stessa di rivoluzione. Come qualcuno ha acutamente commentato, la storiografia anticomunista della rivoluzione presenta alcuni tratti che l'avvicinano in modo sorprendente alla vulgata sovietica, come una sorta di versione antibolscevica di una storia bolscevizzata. Visto sotto questa luce, il sistema sovietico è un'ideocrazia, sempre uguale a se stesso attraverso i decenni; il partito decide e controlla tutto e la società coincide esattamente con la facciata del regime. La differenza risiede nel segno - positivo o negativo - che si attribuisce a questa realtà così semplice da decifrare. Per gli uni, l'Urss era il comunismo e il modello di un futuro radioso di progresso; per gli altri era invece un incubo totalitario, ma tutti concordavano nella descrizione del fenomeno. Non è probabilmente casuale che questa interpretazione monolitica sia stata spesso elaborata da intellettuali ex comunisti. Non i comunisti di un tempo ma i comunisti «rovesciati» - come li definiva Hannah Arendt in un articolo del 1953 in cui distingueva le due categorie (ex-Communists e former Communists) -, o i «rinnegati», secondo la diagnosi tagliente d'Isaac Deutscher che non usava questo termine come un insulto o una qualifica morale ma allo scopo di cogliere un habitus mentale.
Il grande merito del nuovo, breve ma denso saggio di Marcello Flores (1917. La Rivoluzione, Einaudi, pp. 139, euro 8) risiede nella sua capacità di rompere gli schemi ideologici del mito e del contro-mito, suggerendone le origini in una lettura religiosa della rivoluzione che prende forma in Russia fin dal 1917. Per gli uni si trattava di un evento catartico, «risveglio epocale dell'anima russa», compimento messianico della Civitas Dei, vera e propria «resurrezione» del popolo. Per gli altri, si trattava invece di un cataclisma divino, di un'ondata di violenza voluta dal cielo per espiare i peccati di un'umanità corrotta. Se il comunismo secolarizza questa forte carica religiosa della rivoluzione, l'anticomunismo non può fare a meno di rivendicare la fede autentica, che a volte sfocia nella crociata. Questa sarà prima la bandiera della controrivoluzione zarista, poi del franchismo, e infine del nazismo, quando decise di fare della sua guerra contro l'Urss una crociata «redentrice». Gli storici anticomunisti hanno spesso voluto smascherare dietro i bolscevichi il fantasma del terrorismo giacobino; raramente hanno preso la misura del profumo alla Joseph de Maistre che aleggia nelle pagine dei loro libri.
I guardiani della rivoluzione
Appoggiandosi ai lavori più recenti della migliore storiografia, da Orlando Figes a Peter Holquist e Nicolas Werth, Flores mostra in modo convincente che Ottobre 1917 fu al contempo una rivoluzione e un complotto: un atto di forza deciso dal partito bolscevico nel contesto di una crisi rivoluzionaria che non aveva cessato di approfondirsi dopo il crollo dello zarismo nel mese di febbraio. Sul piano militare, Ottobre non fu un'insurrezione di massa e certo apparve assai meno spettacolare di tante manifestazioni di cui Pietroburgo era stata teatro nei mesi precedenti. Le guardie rosse presero d'assalto un Palazzo d'Inverno rimasto quasi indifeso e in alcune ore arrestarono i membri del governo - Kerenskij era già fuggito - con pochissimo spargimento di sangue. Sul piano politico, i bolscevichi seppero sfruttare la debolezza e l'incoerenza dei loro avversari. Erano i soli a non essersi compromessi con un governo che, anziché soddisfare la richiesta di pace scaturita dal sollevamento di febbraio, aveva lanciato in giugno una disastrosa offensiva militare in Galizia, ed erano apparsi come i guardiani della rivoluzione quando, in agosto, avevano dato un contributo decisivo per sventare il colpo di Stato del generale Kornilov. La loro parola d'ordine - tutto il potere ai soviet - raccoglieva consensi che andavano la di là delle loro forze e per questo venne ratificata con relativa facilità dal secondo congresso dei consigli degli operai, dei soldati e dei contadini, durante la serata fatidica dell'«insurrezione». Se la richiesta di Martov - il menscevico più incline a un compromesso - di un governo di tutti i partiti socialisti non fu accolta, ciò dipese essenzialmente dalla loro debolezza. Estremamente saggia a uno sguardo retrospettivo, essa appariva patetica nelle circostanze di allora, e Trockij non rinunciò all'arroganza di condannare il suo ex compagno socialdemocratico all'«immondezzaio della storia».
I bolscevichi non erano l'avanguardia di un esercito proletario in marcia verso l'avvenire, secondo l'image d'Epinal che si diffonderà in seguito, ma non erano neppure la piccola minoranza sanguinaria e prevaricatrice dipinta dai loro detrattori. Minoritari nel paese - come avrebbero poco dopo mostrato le elezioni per l'Assemblea Costituente, largamente vinte dai socialisti-rivoluzionari, la forza più radicata nell'immensa campagna russa -, essi avevano conquistato la maggioranza dei soviet ed erano la forza egemone nelle grandi città come Pietrogrado e Mosca. Riuscirono ad impadronirsi del potere approfittando sia della maggioranza fluttuante di un'assemblea sovietica spinta dalla dinamica degli eventi verso soluzioni sempre più radicali sia del discredito di un governo incapace di ristabilire l'ordine di fronte allo sfaldamento dell'esercito e a una crescente ostilità popolare.
Il dualismo di potere
La ratifica del cambio di potere da parte del congresso pan-russo dei soviet prova che Ottobre non fu un putsch nel senso tradizionale della parola. Ma questo atto di forza segnò una svolta: mise un termine alla fase di effervescenza democratica iniziata in febbraio e aprì una nuova tappa che presto sarebbe sfociata nella guerra civile. Questa non era inscritta nel disegno ideologico di Lenin e Trockij, ma dopo aver superato il dualismo di potere i bolscevichi non potevano più ritornare indietro e il solo modo di mantenersi in piedi consisteva nel combattere gli avversari con tutti i mezzi, cercando di cavalcare un'ondata in piena e di «organizzare» l'anarchia sociale che si era impadronita del paese. Detto altrimenti, la rivoluzione era una «furia» che i bolscevichi avevano deciso di orientare per non esserne travolti.
Flores ha ragione di osservare che Lenin non aveva mai veramente creduto nel potere dei soviet e che la sua visione della democrazia, in un paese che non l'aveva mai conosciuta, era essenzialmente strumentale. Il potere sovietico, in un primo tempo incarnato da un governo di coalizione dei bolscevichi con i socialisti-rivoluzionari di sinistra, fu presto sostituito da un regime di partito unico. La dissoluzione dell'Assemblea Costituente, la censura generalizzata, il decreto che autorizzava il governo a legiferare al posto dei soviet, la creazione di un organo repressivo dalle prerogative sempre più ampie come la Ceka, l'invenzione della categoria giuridica di «nemico del popolo» tesa a legittimare ogni forma di repressione contro ogni sorta di avversario: benché adottate in un clima di caos e di guerra civile latente, tutte queste misure permisero in pochi mesi di trasformare una dittatura rivoluzionaria in una dittatura di partito; un partito ancora attraversato da correnti antagoniste, come dimostrano i dibattiti sulla decisione sofferta di firmare una pace separata con gli imperi centrali a Brest-Litovsk nel marzo 1918, ma ormai solo alle redini del potere.
Insomma, sembra indicare Flores, tra Lenin e Stalin non ci fu né rottura né evoluzione lineare. La Russia degli anni Venti e quella di Stalin non erano le stesse. Tra la violenza di una dittatura rivoluzionaria durante una guerra civile e quella di un sistema totalitario consolidato c'è una differenza che passa attraverso innumerevoli scelte empiriche, decisioni politiche, trasformazioni interne all'apparato del partito e dello Stato, mutamenti della situazione internazionale, ma non si può seriamente contestare che le premesse di un sistema totalitario siano apparse in Russia nei mesi seguenti all'ottobre 1917. All'opposto della Rivoluzione francese, che aveva prodotto un incendio su scala europea e proiettato all'esterno le sue tensioni profonde, facendo cadere le strutture sociali dell'Antico Regime in tutto il continente, la Rivoluzione russa non riuscì a rompere il suo isolamento e ad estendersi in Europa occidentale. Interiorizzò le sue contraddizioni interne e poté sopravvivere al prezzo di una dittatura inflessibile, di una società militarizzata e della fine di ogni fermento democratico.
Il risultato paradossale fu quello di una società segnata al contempo da un ossessivo desiderio di modernizzazione e da una restaurazione delle forme tiranniche dell'assolutismo zarista. Sarà ancora Ejzenstejn, vent'anni dopo Ottobre, a suggerire il profilo di Stalin dietro i tratti di Ivan il Terribile, in un film che il dittatore sovietico decise di censurare. Ma tutti questi mutamenti non si producevano in vitro. La Rivoluzione russa era nata dalla prima guerra mondiale e la sua violenza scaturiva da un trauma profondo che aveva sconvolto l'Europa. Di questa violenza, i bolscevichi non furono gli inventori, semmai gli interpreti, accanto ad avversari altrettanto feroci, sostenuti da tutte le grandi potenze.
Le rivoluzioni naufragate
I miti possono caricarsi di una forza straordinaria. Bertrand Russell aveva probabilmente colto un nocciolo di verità quando, nel 1920, aveva descritto il bolscevismo come una sintesi tra la Rivoluzione francese e la nascita dell'islam. Forse non è falso vedere nei primi congressi dell'Internazionale comunista un cocktail altamente esplosivo in cui si mescolavano cospiratori, ideologi, idealisti, avventurieri, «cosmopoliti senza radici», capi carismatici, eroi e martiri accanto a futuri burocrati, arguti opportunisti, machiavellici calcolatori. Ma il comunismo non fu soltanto un incubo orwelliano, fu anche il movimento che seppe dare un senso di dignità alle classi subalterne e accendere le speranze di alcune generazioni.
Tutta la storia del Novecento sarà attraversata da questo Giano bifronte capace di incarnare al contempo un sistema totalitario e un'aspirazione emancipatrice, mobilitando milioni di esseri umani attraverso il pianeta. Forse è per questo se, a conclusione del «secolo breve», viviamo oggi in un mondo a corto di utopie, in cui la commemorazione delle vittime dei genocidi riempie il vuoto lasciato dalle speranze delle rivoluzioni naufragate. In fondo, a conclusione de Il passato di un'illusione, Furet non annunciava il paradiso terrestre ma consigliava con accenti malinconici di rassegnarsi al liberalismo realmente esistente. Persino Arthur Kœstler, citato da Flores alla fine del suo saggio, non poteva negare la straordinaria forza d'attrazione di cui aveva dato prova il comunismo, come un magnete al quale egli stesso non aveva saputo resistere. «Sbagliavamo per ragioni giuste», scriveva Kœstler nella sua autobiografia, aggiungendo: «coloro che schernirono la Rivoluzione russa sin dall'inizio lo fecero per ragioni meno onorevoli dei nostri errori».