l’Unità 2.11.07
L’ultimo Baudrillard: «Il mondo è sparito da sempre» - di Jean Baudrillard, Marco Dolcetta
Fra le carte che gli amici hanno rinvenuto sulla scrivania di Jean Baudrillard dopo la sua morte, è stato trovato un testo datato 20 gennaio 2007, dal titolo Perché tutto non è già sparito. Sono una trentina di fogli di cui pubblichiamo un estratto e che può essere considerato il testamento filosofico di Jean Baudrillard. Il testo integrale verrà presto pubblicato dalle edizioni L'Herne.
"Quando parlo del tempo, significa che non è ancora arrivato.
Quando parlo di un posto significa che è scomparso.
Quando parlo di un uomo vuol dire che è già morto.
Quando parlo del tempo vuol dire che non c’è più.
Parliamo dunque del mondo in cui l’uomo è scomparso.
Si tratta di scomparsa, non di sfinimento, di estinzione o di sterminazione. La fine delle risorse, l’estinzione delle specie questi sono processi fisici o fenomeni naturali. È lì tutta la differenza, solo la specie umana è senza dubbio la sola ad avere inventato il modo specifico di sparizione, che non ha nulla a che vedere con la legge della natura. Può essere addirittura considerato un’arte della scomparsa.
Cominciamo con la scomparsa del reale. Abbiamo parlato a lungo dell’assassinio della realtà nell’era dei media, del virtuale e delle reti, senza neanche troppo domandare quando il reale abbia cominciato ad esistere. Ora se guardiamo da più vicino si vede che il mondo reale comincia nell’epoca moderna, con la decisione di trasformarlo, e questo attraverso la scienza, la conoscenza analitica del mondo e la messa in opera della tecnologia, con l’invenzione di un punto di Archimede fuori del mondo, storicamente a partire con l’invenzione del telescopio da parte di Galilei e la scoperta del calcolo matematico, attraverso il quale, il mondo naturale è tenuto definitivamente a distanza. È il momento in cui l’uomo, mentre cerca di analizzare e trasformare prende in effetti il congedo dal mondo dando a questo mondo la forza della realtà. Si può dire dunque, paradossalmente, che il mondo reale comincia a sparire nel tempo stesso in cui comincia ad esistere. Per una sua facoltà eccezionale di conoscenza, l’uomo, nello stesso momento in cui dà senso, valore e realtà al mondo, inizia parallelamente un processo di dissoluzione. Analizzare significa letteralmente dissolvere. Ma bisogna risalire senza dubbio più lontano ancora: fino al concetto e al linguaggio. Rappresentando le cose, nominandole e concettualizzandole, l’uomo le fa esistere e al tempo stesso le precipita verso la loro sparizione, sottilmente le distacca dalla loro realtà primitiva. Il momento in cui una cosa è nominata, dove la rappresentazione e il concetto se ne impossessano, è il momento in cui inizia a perdere la sua energia, tende a diventare una verità o a imporsi come una ideologia. Si può dire altrettanto dell’inconscio e della sua scoperta da parte di Freud. E quando una cosa incomincia a sparire, lì il concetto appare (...)
Noi siamo semplificati dalla manipolazione tecnica. Questa semplificazione segue un corso delirante quando si arriva alla manipolazione numerica. Come si manifesta allora la ventriloquacità del Male? Stessa cosa per la radicalità di un tempo: quando questa lascia l’individuo, riconciliato con lui stesso ed omogeneizzato dalla grazia del numerico, quando ogni pensiero critico è sparito, allora la radicalità passa nelle cose; così la ventriloquacità del male passa nella tecnica stessa. La dualità è la regola d’oro inviolabile del giuoco, la regola di una sorta di patto inviolabile quella che sigla la reversibilità delle cose. Quindi se la propria duplicità lascia l’uomo, allora i ruoli si invertono: è la macchina che deraglia che impazzisce e diventa perversa, diabolica e ventriloqua. La duplicità passa allegramente dall’altra parte. Se l’ironia soggettiva scompare, e sparisce nel gioco numerico, allora l’ironia si fa oggettiva. Oppure si fa silenzio. All’inizio c'era il Verbo. Solo dopo è arrivato il Silenzio. La fine anche lei è scomparsa."