Lo speciale pubblicato su l’Unità on-line
Ottobre 1917, l’assalto al cielo di una generazione - Roberto Arduini
Il 25 ottobre di novant’anni fa, iniziava in Russia una fase storica che ha segnato un secolo. Nella finestra sull’Europa voluta dallo Zar Pietro I, San Pietroburgo, i bolscevichi portavano a compimento un percorso iniziato mesi prima con una manifestazione di protesta per il prezzo del pane. Ma se dovessimo cercarne le cause, si potrebbe risalire al 1905.
Come sempre le date sono una convenzione degli storici, fatta a posteriori. Il flusso della Storia è continuo e non c’è evento che non sia conseguenza di azioni passate e causa di sviluppi futuri. Gli anniversari hanno però un senso in quanto le date portano con sé un significato simbolico su cui ogni generazione può tornare a ragionare.
A quasi un secolo di distanza e a quasi 20 anni dalla chiusura di quella stagione, vogliamo guardare a quegli eventi storici da un punto di vista diverso. Il comunismo russo dei primi anni fu anche una lente attraverso cui vedere e affrontare la realtà, nei suoi aspetti più diversi. Il materialismo storico applicato a un paese come la Russia pose il problema di ricreare un nuovo rapporto tra individuo e Stato, tra società e partito, senza buttar via per forza tutto il passato, ma trasformando e riplasmando l’esistente.
Lo stesso fecero intellettuali, artisti, medici. I movimenti d’avanguardia fecero propri gli ideali rivoluzionari e cercarono di tradurli in campo artistico, letterario e professionale, rompendo con i canoni tradizionali e sperimentando nuove forme espressive. Qui ne vogliamo ricordare alcuni, senza la presunzione di essere esaustivi.
cronologia
1900 -1904
Aprile 1902 - Viaceslav Pleve viene nominato dallo Zar Ministro degli Interni. Sotto di lui la Russia diventa uno stato poliziesco.
Luglio 1904 - Pleve è assassinato nella sua carrozza da un rivoluzionario
Agosto 1904 - P.D. Mirskij diventa il nuovo Ministro degli Interni
1905
7-8 gennaio - Grande sciopero generale organizzato da Padre Gapon
9 gennaio - "Domenica di Sangue"
18 gennaio - Destituzione di Mirskij dalla carica di Ministro degli Interni
18 febbraio - Prime concessioni dello Zar. Accettato il principio di una partecipazione di rappresentanti eletti dal popolo alla valutazione dei disegni di legge.
Maggio - Nasce la Lega delle Leghe
Giugno - Disordini e massacri ad Odessa; ammutinamento della corazzata Potemkin
Settembre - Gli studenti aprono le università agli operai; agitazioni di massa
13 ottobre - Nasce il Soviet di Pietroburgo, esempio per la nascita di tutti gli altri soviet russi
17 ottobre - Lo Zar firma il "Manifesto di Ottobre"
21 novembre - Nasce il Soviet di Mosca 6 Dicembre - Il Soviet di Pietroburgo indice uno sciopero generale.
1906
7 Aprile 1906 - Vitte rassegna le dimissioni dalla presidenza del Consiglio dei ministri e viene sostituito da Goremykin. Stolypin è il nuovo Ministro degli Interni.
Maggio 1906 - Apertura Prima Duma
Luglio 1906 - Scioglimento Prima Duma
1907
Febbraio - Apertura Seconda Duma
Giugno - Scioglimento Seconda Duma
Novembre - Apertura Terza Duma. Manterrà tutta la legislatura (1912).
1912
Novembre - Apertura Quarta Duma. Rottura definitiva all´interno del partito socialdemocratico tra menscevichi e bolscevichi.
1914-16
19 Luglio/1 agosto 1914 - Crisi rapporti russo-tedeschi e dichiarazione di guerra tedesca presentata alla Russia
Giugno/Agosto 1915- Continue crisi governative e sostituzioni di ministri; nasce il Blocco Progressista; i Russi cominciano la ritirata dalla Polonia. La Duma è riconvocata per sei settimane. Richieste a Nicola che la Duma possa eleggere i ministri.
22 agosto 1915 - Nicola assume personalmente il comando delle forze armate e lascia Pietroburgo, destinazione Mogilev.
Ottobre-Dicembre 1916 - Ondata di scioperi nel Paese. I socialisti assumono le redini della spinta rivoluzionaria.
17 Dicembre 1916 - Rasputin viene assassinato in un complotto di nobili russi. Il Giorno seguente lo Zar va a Carskoe Selo.
Inverno 1916 - Un durissimo inverno mette in ginocchio l´agricoltura russa.
1917
14 febbraio - La Duma si riconvoca nonostante il parere contrario dello Zar
23 febbraio - Dimostrazioni nelle strade della capitale Pietrogrado in occasione della giornata internazionale della donna. Comincia la Rivoluzione di Febbraio.
25 febbraio - Le dimostrazioni diventano violente; lo Zar ordina l´uso della forza.
26 febbraio - La guarnigione di Pietrogrado si ammutina. Per la prima volta nella storia russa l´esercito volta le spalle alla Corona.
27 febbraio - Ampie zone della città sono in mano agli insorti
28 febbraio - Nicola cerca di raggiungere la capitale. La Duma si riunisce per eleggere un comitato provvisorio. Le fabbriche e i soldati eleggono rappresentanti per il Soviet. Nasce l´Ispolkom., direzione del Soviet.
Marzo - Nasce il Governo Provvisorio sotto la presidenza di G.E. L´vov; il fratello dello Zar rifiuta di ereditare la corona; Nicola viene arrestato e detenuto a Carskoe Selo; gli Stati Uniti riconoscono il governo provvisorio; la Gran Bretagna si rifiuta di concedere l´asilo alla famiglia imperiale
21 aprile - Dimostrazioni di piazza, tentato putsch bolscevico, la fola isola gli uomini di Lenin e li fa battere in ritirata.
1 Maggio - L´Ispolkom concede ai propri membri di partecipare ad un nuovo governo nato dalla crisi per le dimostrazioni di piazza
Giugno - I Bolscevichi cercano di organizzare un secondo putsch, ma vengono fermati in tempo dall´Ispolkom. Lenin scappa in Finlandia.
1 Luglio - Il Governo provvisorio ordina l´arresto dei dirigenti bolscevichi
2-3 luglio - Agitazioni nella guarnigione di Pietrogrado fomentate dai bolscevichi
4 Luglio - Terzo e catastrofico putsch tentato dai bolscevichi. La marcia verso il Palazzo di Tauride per ordinare al Soviet di assumere tutti i poteri fallisce miseramente. Lenin scappa e non tornerà a Pietrogrado fino al giorno del riuscito golpe, il 26 ottobre.
11 luglio - Kerenskij viene nominato Primo Ministro
Estate 1917 - Agitazioni a Pietrogrado, l´opposizione radicale tiene alle strette il governo; primi approcci tra Kerenskij e il Comandante supremo Kornilov per mantenere l´ordine nella capitale, nasce l´equivoco dell´affare Kornilov; il governo fissa le elezioni per l´assemblea Costituente per il giorno 12 novembre
27 agosto - Kornilov è dichiarato traditore, si ribella e alcuni soldati lo seguono.
30 agosto - Kerenskij si rivolge alla sinistra per sventare il "golpe di destra". I dirigenti bolscevichi incarcerati vengono liberati.
Settembre - I Bolscevichi decidono di organizzare arbitrariamente il 2° Congresso dei Soviet; i bolscevichi decidono di operare anche contro il volere del Soviet principale, si assicurano una maggioranza fittizia e Trockij è eletto Presidente del Soviet di Pietrogrado.
9 ottobre - L´Ispolkom decide la formazione di un´organizzazione militare per la difesa della capitale, che viene monopolizzata dai bolscevichi.
24-25 ottobre - Golpe bolscevico; gli uomini di Lenin occupano i punti nevralgici della capitale senza colpo ferire; Kerenskij abbandona il palazzo d´Inverno, poco dopo assediato dai rivoltosi, per andare a chiedere rinforzi al fronte.
26 ottobre - Il potere è nelle mani dei soviet, la difesa del palazzo d´Inverno cede e abbandona per il mancato arrivo delle truppe lealiste invocate da Kerenskij. I ministri vengono arrestati e incarcerati nella fortezza di S Pietro e Paolo.
30 ottobre - scontro a Pulkovo, presso Mosca, tra forze filo-governative e guardie rosse, che vincono.
Novembre - Resa di Mosca, l´Impero è rosso.
I Protagonisti - Massimo Franchi
Vladimir Ilič Uljanov detto Lenin
(Simbirsk, 22 aprile 1870 – Gorki Leninskije, 21 gennaio 1924)
Figlio di un insegnante di matematica e di una madre di origine tedesca, terzo di tre fratelli. Il 5 maggio 1887, fu impiccato il fratello Aleksandr, arrestato con l’accusa di cospirazione contro lo zar. Vladimir, espulso dall’università di Kazan per una protesta studentesca, si laureò nel novembre 1891 come studente esterno nell’Università di San Pietroburgo. Già dal 1888, a Kazan, Vladimir prese a frequentare un circolo della "Narodnaja Vol’ja" e per la prima volta si accostò al marxismo studiando Capitale di Marx.
Il suo primo scritto, terminato nel 1893 (ma pubblicato solo nel 1923), "Nuovi spostamenti economici nella vita contadina", si occupa della "obstcina", la tradizionale comunità rurale, di origine feudale, dei villaggi russi; Lenin osserva che in essa si producono differenze di classe, in quanto una piccola minoranza riesce ad accumulare progressivamente una maggiore quantità di terra, mentre la maggioranza dei contadini s’impoverisce. Nel 1894 scrisse il breve saggio "Che cosa sono Gli amici del popolo e come lottano contro i socialdemocratici", dove esalta la superiorità scientifica del marxismo. Nello stesso anno 1894 entrò in contatto con il maggior teorico marxista russo del tempo, Plekhanov, il cui il movimento "Emancipazione nel lavoro" confluirà nel Partito operaio socialdemocratico russo. Nel dicembre 1895 Lenin venne arrestato durante gli scioperi degli operai di San Pietroburgo e condannato a tre anni di deportazione in Siberia: qui scrisse "Lo sviluppo del capitalismo in Russia", pubblicato nel 1899; nel luglio del 1898 sposò Nadežda Krupskaja, anch’essa detenuta per aver partecipato a uno sciopero. Nel 1900, scontata la pena, si trasferì prima a Monaco di Baviera e poi a Zurigo, dove si unì a Plekhanov e a Martov con i quali fondò il periodico Iskra (La scintilla) che usciva a Monaco e Lipsia, per essere poi diffuso clandestinamente in Russia.
Nel marzo 1901 fondò un’altra rivista da diffondere clandestinamente in Russia, Zarià (L’aurora). Dall’aprile cominciò a firmare i suoi articoli con lo pseudonimo di Lenin, che potrebbe risalire al nome del fiume Lena, così come il marxista russo Georgi Plekhanov utilizzò lo pseudonimo Volgin in riferimento al Volga. Nel marzo 1902, Lenin pubblicò presso l’editore Dietz di Stoccarda il saggio "Che fare?", in cui polemizza contro gli economicismi. La coscienza politica socialista, secondo Lenin, è la comprensione del rapporto che lega il capitalista all’ordinamento economico, alle istituzioni politiche e allo Stato. È illusorio credere di poter combattere il proprio avversario di classe senza combattere l’ordinamento che lo difende e di cui è espressione. Per questo non bastano i sindacati ma è necessario un partito: «La socialdemocrazia rivoluzionaria ha sempre compreso nella propria azione la lotta per le riforme [... ] ma anche e innanzi tutto la soppressione del regime autocratico». Il pensiero politico socialista non è nato in conseguenza delle lotte economiche operaie, ma fu lo sviluppo del pensiero di intellettuali rivoluzionari: «La coscienza politica di classe può essere portata all’operaio solo dall’esterno, cioè dall’esterno delle lotte economiche, della sfera dei rapporti fra operai e padroni. Il solo campo dal quale è possibile raggiungere questa coscienza è il campo dei rapporti di tutte le classi, di tutti gli strati della popolazione con lo Stato e con il governo, il campo dei rapporti reciproci di tutte le classi».
Nel luglio 1903, nel corso del II Congresso del Partito socialdemocratico russo tenuto a Bruxelles e poi a Londra, emersero contrasti tra i socialisti russi: da un lato i bolscevichi (maggioritari), guidati da Lenin e Plechanov, sostengono la necessità di un partito fortemente centralizzato, diretto da rivoluzionari di professione, dall’altro i menscevichi (minoritari), Aksel’rod, Vera Zasulic e Martov, sostenevano la concezione di un partito più aperto alla società civile. In "Un passo avanti, due indietro" (1904) Lenin commenta l’esito del II Congresso del Partito socialdemocratico russo e completa la sua teoria del partito, che per lui è un’organizzazione costruita dall’alto verso il basso: considerare autoritaria e burocratica questa concezione, come sostengono i menscevichi, «con la loro tendenza ad andare dal basso in alto, dando a qualsiasi professore, a qualsiasi studente di ginnasio, a ogni scioperante la possibilità di annoverarsi tra i membri del partito», significa privilegiare il movimento e la spontaneità contro la coscienza critica, significa diminuire il valore dell’iniziativa politica, avere una concezione deterministica dello sviluppo sociale - illudendosi di un presunto inevitabile crollo del capitalismo - e abbandonarsi alla politica del contingente, del caso per caso.
Nel novembre 1905 Lenin giunse a Pietroburgo, clandestinamente, sotto il nome di Karpov: nel dicembre, al congresso del partito in Finlandia, chiede che i bolscevichi agiscano in piena autonomia dalle altre forze d´opposizione al regime zarista. Riflettendo sugli insegnamenti della fallita rivoluzione del 1905, Lenin afferma che il proletariato «deve sostenere qualunque borghesia, anche la peggiore, nella misura in cui lotti concretamente contro lo zarismo». La rivoluzione del 1905 fallì perché la borghesia russa, troppo debole ancora rispetto allo zarismo, non cercò il potere democratico, ma solo un accordo con l’autocrazia, perché era troppo forte, in essa, il timore di aprire la strada a una rivoluzione proletaria. Per i menscevichi, invece, il proletariato deve sì appoggiare le rivoluzioni che abbiano un contenuto borghese, perché porterebbero a un regime democratico ove, in condizioni più favorevoli, la classe operaia può svolgere la sua lotta rivoluzionaria per il socialismo, ma non deve mettersi a capo di quella rivoluzione, non deve cercare di esserne protagonista ma deve rimanere all’opposizione. Per Lenin, al contrario, solo se gli operai (i proletari) e i contadini (i piccolo borghesi) saranno i protagonisti di una rivoluzione democratica, questa sarà vittoriosa: «La lotta del proletariato per la libertà politica democratica è una lotta rivoluzionaria, perché mira alla piena sovranità del popolo. La lotta della borghesia per la libertà è una lotta opportunistica, perché mira alla divisione del potere fra l’autocrazia e le classi abbienti».
Allo scoppio della prima guerra mondiale, i partiti socialisti francese e tedesco votarono i crediti di guerra, sostenendo lo sforzo bellico dei rispettivi governi; Lenin denunciò il fallimento della Seconda Internazionale, che avrebbe tradito lo spirito dell’internazionalismo: nelle conferenze di Zimmerwald, nel 1915, e di Kienthal, nel 1916, sostenne la necessità di trasformare la guerra, che definisce imperialista, in rivoluzione. Quando scoppiò la rivoluzione in Russia nel febbraio del 1917, Lenin era ancora esule in Svizzera. Rientrato a Pietroburgo il 3 aprile, con il famoso viaggio in treno, dentro un vagone piombato, attraversando i territori controllati dalla Germania, tracciò per i bolscevichi, nelle Tesi di Aprile, pubblicato il 7 aprile: «Tutto il potere ai Soviet».
In luglio, a Pietrogrado, una manifestazione di centinaia di migliaia di bolscevichi si conclude con gravi incidenti e Lenin, accusato con altri dirigenti di aver organizzato una sommossa, per evitare l’arresto si nasconde in Finlandia, allora regione dell’Impero russo, dove compose l’opera Stato e Rivoluzione, prospettandovi le linee di una futura società socialista. Rientrato clandestinamente a Pietrogrado, prepara la rivoluzione: il 25 ottobre (7 novembre) 1917, le guardie rosse, milizie operaie bolsceviche, insieme con le forze militari regolari, occupano il Palazzo d’Inverno, sede del governo di Kerenskij, il quale fugge su un’automobile dell’ambasciata americana.
Aleksandr Fëdorovič Kerenskij
(Simbirsk, 22 aprile 1881 – New York, 2 maggio 1970)
Kerenskij si laureò in giurisprudenza all’università di Pietrogrado (ora San Pietroburgo) nel 1904 e l´anno dopo difese i moti rivoluzionari contro lo Zar. Fu eletto alla Quarta Duma nel 1912. Rimase in politica durante la prima guerra mondiale e dal 1917 entrò a far parte del Comitato Provvisorio della Duma come rivoluzionario socialista (diede il suo apporto alla formazione del governo il 7 luglio). A dispetto delle difficoltà riuscì a ricoprire la carica di vice-rettore del Soviet di Pietrogrado.
Quando il governo provvisorio fu formato, inizialmente fu nominato ministro della giustizia, ma in maggio divenne ministro della guerra e primo ministro nel luglio del 1917. Dopo il fallito colpo di stato del generale Lavr Kornilov in agosto e dopo la dimissione dei ministri, si nominò comandante in capo.
Quando i bolscevichi presero il potere nell’ottobre del 1917 fuggì a Pskov e in seguito compì un tentativo di rovesciare il nuovo governo comunista: le truppe, sotto il suo comando, catturarono Tsarskoe Selo il 28 ottobre ma furono sconfitte il giorno successivo a Pulkovo. Dopo la sconfitta lasciò il suo paese per la Francia e nel 1940, dopo che la Germania nazista conquistò Parigi, si trasferì negli Stati Uniti, dove visse fino alla sua morte salvo un lieve soggiorno a Brisbane, in Australia, dove lavorò nel 1941 insieme alla moglie Lydia Tritton.
Lev (Lejba) Davidovič Bronštejn detto Trotsky
(Janovka, 7 novembre 1879 – Coyoacán, Messico, 21 agosto 1940)
Nacque in una agiata famiglia di contadini ebrei a Janovka, nella provincia di Kherson (Ucraina). Si avvicinò alle idee rivoluzionarie già durante i suoi studi all’università di Odessa. Venne arrestato per la prima volta nel 1898 mentre lavorava come organizzatore per l’Unione Operaia della Russia Meridionale. Nel 1900 venne condannato a quattro anni di esilio in Siberia. Nel 1902 riuscì a fuggire dalla Siberia, prendendo il nome di Trotsky da un ex-carceriere di Odessa, e raggiunse Londra per unirsi a Vladimir Lenin, all’epoca redattore capo del giornale Iskra (Scintilla), organo del Partito Social Democratico Russo dei Lavoratori.
Partecipò al secondo congresso nell’estate del 1903, e nella disputa interna che divise il partito, si mise con i menscevichi contro Lenin. Anche se la sua lealtà ai Menscevichi ebbe vita breve, il danno alle sue relazioni con Lenin sarebbe durato per i 14 anni successivi. Nel 1905 tornò in Russia. Il suo coinvolgimento nello sciopero generale di ottobre, con la presidenza del Soviet di San Pietroburgo e il suo appoggio alla rivolta armata, lo arrestarono. Nel gennaio del 1907 fuggì sulla strada per l´esilio e ancora una volta trovò la via di Londra, dove partecipò al quinto congresso del partito. In ottobre si spostò a Vienna.
Nel 1912 era stato inviato dal quotidiano radical-democratico Kievskaja Mysl’ nei Balcani, dove fu testimone della guerra del 1912-1913, tragico prologo della Prima Guerra Mondiale. In quel periodo fu corrispondente di guerra per diversi giornali. Con l’avvicinarsi della guerra si spostò nella neutrale Svizzera, e quindi in Francia. Fu espulso dalla Francia e viveva a New York quando la Rivoluzione Russa (febbraio 1917) rimosse lo Zar. Fece ritorno in Russia nel maggio 1917 dove infine si unì ai bolscevichi e divenne attivamente coinvolto nei loro sforzi per rovesciare il governo provvisorio guidato da Aleksandr Kerensky, ed anzi ne fu tra i massimi dirigenti.
Dopo la presa del potere da parte dei bolscevichi divenne Commissario del popolo per gli Affari Esteri, con lo scopo principale di negoziare la pace con la Germania e i suoi alleati. Fu lui a firmare il trattato di Brest-Litovsk il 3 marzo, molto penalizzante per la Russia. Trotsky divenne in seguito Commissario del Popolo alla Guerra. Come fondatore e comandante dell’Armata Rossa, condusse alla vittoria l’esercito russo durante il lungo e sanguinoso conflitto civile, terminato nel 1921.
Sostenne tesi molto radicali sia in campo economico, dove propugnò una pianificazione fondata sulla collettivizzazione della terra e uno sviluppo accelerato dell’industria, sia in campo internazionale, schierandosi a favore della rivoluzione permanente e quindi dell’esportazione della rivoluzione al resto dell’Europa, contro le tesi favorevoli alla "rivoluzione in un solo paese". Pertanto entrò in contrasto con la troika, succeduta a Lenin e formata da Stalin, Kamenev e Zinov’ev. Fu destituito dalla sua carica nel 1925, espulso dal partito nel 1927, confinato ad Alma-Ata nel Kazakistan e quindi nel 1929 esiliato a vita dall’URSS. All´estero scrisse alcuni dei suoi maggiori libri sulla rivoluzione, come La rivoluzione permanente (1930), La mia vita (1932), Storia della Rivoluzione russa (1932), e La rivoluzione tradita (1937) una violenta denuncia dei crimini dello stalinismo. Stabilitosi, su invito del pittore Diego Rivera, a Coyocán presso Città del Messico, continuò la sua polemica antistaliniana, attraverso un Bollettino dell’opposizione, diffuso clandestinamente nell’URSS, e fondando nel 1938 la Quarta Internazionale, in opposizione all’Internazionale comunista.
Morì in un attentato il 20 agosto 1940, colpito alla testa con una piccozza nel suo studio da Ramon del Rio Mercader, probabile agente di Stalin. Scrisse nel suo testamento: «Quali che siano le circostanze della mia morte, io morirò con la incrollabile fede nel futuro comunista. Questa fede nell’uomo e nel suo futuro mi dà, persino ora, una tale forza di resistenza che nessuna religione potrebbe mai darmi... Posso vedere la verde striscia d´erba oltre la finestra e il cielo limpido azzurro oltre il muro, e la luce del sole dappertutto. La vita è bella. Possano le generazioni future liberarla di ogni male, oppressione e violenza e goderla in tutto il suo splendore».
Lo Zar Nikolaj Aleksandrovič Romanov
(Carskoe Selo, 6 maggio 1868 – Ekaterinburg, 1918)
Nicola II nacque il 6 maggio 1868, figlio di Alessandro III e di Maria Fëdorovna, e divenne Zar di Russia nel 1894, alla morte del padre. Nel corso della cerimonia di incoronazione, 1400 persone morirono schiacciate dalla folla.Dal carattere mite ed influenzabile, si dimostrò del tutto incapace al suo compito. Sotto l’impulso del conte Plehve, ministro dell’Interno, condannò gli Zemstvo, assemblee provinciali aperte al popolo, ed ordinò una "russificazione" delle province, in particolare della Polonia, della Finlandia e del Caucaso.
Nei primi anni del suo regno ci fu un discreto sviluppo economico della Russia, in particolare con l’espansione, seppure tardiva, dell’industria. Ma in seguito alla sconfitta nella guerra con il Giappone (1904-1905), la situazione peggiorò. Il 22 gennaio 1905 (detta in seguito "la domenica di sangue") sfilò per le strade di Pietrogrado una manifestazione di protesta, formata in particolare da operai e contadini guidati dal Pope Gapon. Lo scopo era di marciare verso il Palazzo d’Inverno per chiedere allo zar riforme. La manifestazione fu repressa nel sangue dall’esercito: morirono oltre 100 persone e altre 1000 furono ferite. A questo episodio, che segnò la fine della popolarità dello zar, fece seguito un’ondata di rivolte, tra cui le sommosse a Varsavia e a Riga e l’ammutinamento della corazzata Potëmkin.
In seguito ad uno sciopero generale durato dieci giorni, lo Zar fu costretto a concedere alcune libertà, in particolare un parlamento, la Duma, concessa il 17 ottobre 1905 ed eletta a suffragio universale. Il 27 aprile 1906 emanò la Legge fondamentale dello Stato, sorta di costituzione che trasformava la Russia in una monarchia costituzionale: in particolare, veniva confermata la concessione della Duma eletta a suffragio universale e veniva istituita la figura del Primo Ministro. Ben presto però, essendo la Duma in completo disaccordo con lo Zar, questi cambiò la legge elettorale, concedendo il diritto di voto alle sole classi più abbienti. La Duma non ebbe mai, dunque, un effettivo potere, anche per la possibilità che aveva lo Zar di porre il veto sulle leggi e di sciogliere la camera.
Nel 1914 la Russia entrò nella prima guerra mondiale, a fianco di Inghilterra e Francia. Nel 1915 Nicola II assunse personalmente il comando dell’esercito. La disastrosa condotta delle operazioni militari, che portò alla perdita di enormi territori ad occidente, e il crollo completo dell’economia nazionale determinò l’acuirsi dei conflitti sociali che sfociarono nella Rivoluzione del 23 febbraio 1917. Su richiesta della Duma, Nicola II, abbandonato da gran parte della polizia zarista, schieratasi dalla parte degli insorti, fu costretto ad abdicare (2 marzo 1917) a favore del fratello, il granduca Michele, che a sua volta rinunciò al trono. Lo zar deposto venne rinchiuso nel palazzo di Carskoe Selo con il resto della famiglia.
Dopo la Rivoluzione d´ottobre fu deciso il trasferimento della famiglia reale prima a Tobol’sk in Siberia, poi in una villa ad Ekaterinburg, sugli Urali. Durante l’avanzata delle truppe dell’Armata Bianca, rimaste fedeli allo zar, nel timore di un loro tentativo di liberare il sovrano, il soviet locale decise di sopprimere l’intera famiglia imperiale, nella speranza di troncare le ambizioni di restaurazione del vecchio regime dei controrivoluzionari. Nella notte tra il 16 e il 17 luglio 1918 Nicola II, la Zarina Alessandra, i cinque figli, la dama di compagnia Anna Demidova, il servo Trupp, il cuoco Kharitonov e il medico militare Dott. Botkin, vennero fucilati e massacrati a colpi di baionette da un commando guidato da Jakov Jurovskij, uomo appartenente alla Cheka.
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Il giorno in cui nacque il Novecento - Bruno Gravagnuolo
La Rivoluzione d’Ottobre era inevitabile? Vecchia domanda ancora buona, nonché titolo di un famoso saggio di Medvedev risalente a prima del 1989, e pubblicato in Italia in una bella edizione con «guardia rossa» sulla copertina dagli Editori Riuniti. Il saggio in questione era centrato in realtà più sulla «guerra civile» successiva al 25 ottobre (7 novembre per il nostro calendario) che sulla domanda di cui sopra. Che nondimeno rilanciava con forza. Tesi revisionista di Mevdevev: «gli eventi oscillarono fino all’ultimo». E, soprattutto, non era affatto necessario l’epilogo catastrofico della «guerra civile» che a sua volta segnò indelebilmente identità e struttura dello stato bolscevico in senso totalitario, malgrado le correzioni apportate da Lenin nel 1921 con la Nuova Politica Economica. Insomma, diceva lo storico, un’altra rivoluzione era possibile, e quel tipo di Rivoluzione non necessariamente «doveva» essere quel che poi fu.
Oggi, in concomitanza con il novantesimo di quegli eventi, un altro studioso si confronta con quel problema: Marcello Flores, storico a Siena e assessore in quella città. Autore di libri importanti sul Novecento e in particolare sulla violenza del secolo come Il Secolo Mondo (Bologna, 2002) Tutta la violenza di un secolo (Milano 2005) e Il genocidio degli armeni (Bologna 2006). Storico dunque che lavora con una dimensione comparata e che fa uso di strumenti «molecolari»: la musica, l’immaginario, l’iconografia, il linguaggio comune. Oltre alle fonti d’archivio, naturalmente.
E stavolta Flores si misura, in un suo saggio breve, proprio con l’«evento singolo»: la presa del potere bolscevica. Nella convulsa giornata politica del 25 ottobre 1917, tra l’istituto Smolny, sede dei Soviet e del congresso panrusso, il palazzo d’Inverno, il Palazzo della Tauride e gli altri luoghi del dramma disseminati in una distratta Pietrogrado, per nulla elettrizzata o coinvolta, come invece la leggenda dell’Oktjabr di Eizenstein ci ha tramandato.
Il libretto di Flores si intitola 1917, la Rivoluzione (Einaudi, pp. 139, euro 8) e contiene anche un utile cronologia dei fatti, decisivi a capire l’evento. Il suo pregio è esattamente questo: circoscrivere la narrazione alla rottura di un equilibrio. Quello del «dualismo di potere». Invalso dopo che la «rivoluzione di febbraio» - con la fine dello zarismo - aveva sancito appunto la nascita di due centri di legittimazione. Il governo provvisorio espressione della Duma da un lato, e l’assemblea panrussa dei soviet (di fabbrica, circoscrizioni e distretti contadini), dall’altro. Poteri bilanciati, reciprocamente ostili ma anche contaminati, poiché nell’uno e nell’altro v’erano menscevichi, socialisti rivoluzionari e laburisti (tale era Kerenskj). Un patto instabile e irrisolto, che esponeva il governo al controllo dei soviet, e poneva i soviet sotto la minaccia del governo provvisorio, su cui premevano dall’interno le forze militari decise a protrarre la guerra del 1914-18, accanto all’Intesa. Grande peso specifico avevano inoltre i liberali (i «cadetti») nel governo, e ovviamente i bolscevichi, capaci via via di egemonizzare e guidare maggioranze sovietiste sempre più infiltrate e dominate dalle loro parole d’ordine.
Quello tra i due poteri non era un accordo costituzionale, nel senso di «costituzionalizzato», bensì legato all’emergenza di una situazione molto fluida e bisognosa di una definizione risolutiva. Mentre premevano sullo sfondo i problemi irrisolti. La guerra, la fame, l’anarchia sociale, e le aspettive di riforma agraria già in moto con le riforme abbozzate dal ministro Stolypin, ucciso da un attentato nel 1911.
Situazione impossibile quindi, e indecisa. E il pregio del libro di Flores è proprio quello di fissarne un’ istantanea mobile, fluida e animata da una «colonna sonora». I rumori dello Smolny, certo. Con il rimbombo dei fucili sul pavimento, le grida e le accensioni improvvise al comparire, dai sotterranei di quel collegio femminile, di gente come Lenin, Trotzky, Kamenev. E poi le bandiere rosse, le canzoni, dalla «Marsigliese operaia», tipica dell’atmosfera di febbraio, all’«Internazionale», contesa tra menscevichi e bolscevichi. Inoltre le autoblindo, i fogli di giornali, il cinema di allora, e l’iconologia degli eroi. Per un po’ lo stesso Kerensky e la sua «santa russia laica» furono sugli scudi.
Si badi, tutto era molto più quotidiano e normale di quanto non ci possa oggi immaginare. A confronto di quel che sarebbe accaduto dopo, con la guerra civile, le fucilazioni e gli espropri specie nelle campagne (espropri di derrate).
E tuttavia tra quei palazzi e la rada da cui l’incrociatore Aurora spara i suoi colpi a salve all’alba del 25 Ottobre, il dramma politico «indeciso» si consuma. Accadono alcune cose. Primo: la polarizzazione tra i ceti sociali: «verchy» e «nizi», ceti alti e bassi. Una contrapposizione che spinge anche i più moderati su posizioni estreme, e li costringe a scegliere «esistenzialmente» una barricata. Poi: l’acuirsi di un‘insostenibilità carica di attese. Non si capisce né si decide chi abbia il potere di continuare la guerra, oppure di porvi fine. E il tutto mentre le guarnigioni si ribellano, e lo stesso potere di decisione militare è stato consegnato nelle mani del soviet di Pietrogrado: con un’intesa concordata con lo stesso governo provvisorio. Ancora: due tentativi di colpi di stato. Quello di Kornilov bloccato dai bolscevichi chiamati in soccorso dallo stesso Kerensky che li aveva messi fuori legge. E quello dei bolscevichi, poi abortito. Non basta perché da febbraio, dopo la famosa «seconda domenica di sangue» c’erano state l’abdicazione di Nicola II, la rinuncia di suo fratello il Granduca Alessio, il governo del princie L’Vov, il governo di Kerensky, le dimissioni di ministri della guerra. E rivolte, sparatorie, la cacciata del soviet dal Palazzo di Tauride. In una città senza viveri e senza combustibile.
Finché la situazione precipita, e proprio secondo le direttive sapientemente costruite da Lenin, rientrato dalla Finlandia e proclamate dalle Tesi d’Aprile: tutto il potere ai soviet, pace senza annessioni, terra ai contadini.
L’abilità di Lenin, contro l’attendismo di altri bolscevichi, sta in questo: recepire la radicalizzazione. Assecondarla, e farsi portavoce di un principio d’ordine. Di un principio decisionale. Semplice. Comprensibile. Efficace. Invano i socialisti rivoluzionari e i menscevichi tentano di dare una forma lineare al processo, ipotizzando al soviet - dove via via vanno in minoranza - un «governo di tutti i socialisti di sinistra». L’errore loro è quello di voler evitare una rottura, di temporeggiare sulla guerra, ma soprattutto sulla cacciata di quel governo Kerensky, che annovera numerosi socialisti di sinistra al suo interno. È quello di confidare in un trapasso pacifico, democratico, poi da sanzionare con l’impegno già strappato dell’«Assemblea Costituente» (liquidata dai bolscevichi in seguito). Impossibile, in quelle condizioni castrofiche, ogni transizione morbida.
Ed è così che i bolscevichi «danno» i tempi. Votano infatti il 25 ottobre l’ordine del giorno sul governo unitario, ma contestualmente, e in precedenza, hanno già occupato i punti strategici della città, grazie al Comando militare del soviet che hanno «infiltrato». Giocano sui due tavoli, i bolscevichi. Sono emanazione del soviet, ma al contempo forzano ad esso la mano. Sicchè dopo aver votato la mozione unitaria, e aver assistito all’uscita per protesta dei menscevichi avversi, vanno a raccogliere - unici depositari del potere - l’eredità di Kerenski, messo in fuga nella stessa giornata.
Già, perchè Lenin e i suoi hanno sloggiato con la forza il governo provvisorio. E il voto unitario al Soviet è solo sanzione del già accaduto: la fine di Kerensky. Sanzione inutile e secondaria, peraltro, perchè il «putsch» ha già imposto la sua legge.
Domanda: fu putsch o rivoluzione? Vecchia domanda anch’essa. Fu tutt’e due. Fu rivoluzione, perché il sommovimento andava avanti da febbraio ed era un’onda da incanalare soltanto. Cosa che i bolscevichi fecero, profittando dell’indecisione degli altri, laddove in politica, e specie in situazioni come quella, i vuoti non esistono.
A questo punto la rivoluzione inizia davvero, o meglio re-inizia. Con i decreti sulla pace, sulla terra e con quelli sulle banche e l’industria. Poco a poco Lenin stringe il cerchio e marginalizza i comprimari, menscevichi e socialisti. Abolisce la proprietà privata e «dà» la terra ai contadini, ma senza dire come e «quanto». Rimettendo all’arbitrio politico la gestione della questione contadina. Di sicuro avviene che tutta la campagna passa sotto il controllo della «Ceka» e delle sue requisizioni, volte a consentire il comunismo integrale, poi quello «di guerra» legato all’inevitabile guerra civile suscitata dal «giacobinismo contro il Capitale». Più in là verranno Brest-Litovsk, la pace coi tedeschi e poi l’assedio dall’esterno. Ma senza dubbio è Lenin a imprimere un accelerazione inaudita a tutto il processo, in bilico tra volontà di instaurare ordine e «nuovi rapporti di produzione», e aspettive di rivoluzione mondiale.
Che cosa fu quell’Ottobre 1917? Una grande rottura, certo, dell’ordine globale. Scatenata prima di tutto dalla carneficina imperialista della prima guerra mondiale, che spiantava gli equilibri multietnici zaristi. Rottura con l’esterno, e interna. Con polarizzazione irrimediabile tra i ceti sociali, e impossibilità di una mediazione democratica, a meno che i democratici non avessero accettato di far argine ai bolscevichi. Egemonizzandoli, per poi magari reprimerli. Ma infine l’Ottobre fu ricostruzione di un Impero, con nuove simbologie eredi delle vecchie. E un tasso di religiosità di massa «mediatico» e propagandistico, capace di controllare masse semibarbariche, orfane di un vecchio ordine.
Ben per questo Bertrand Russell parlò di un «bolscevismo che univa le caratteristiche della Rivoluzione francese con quelle della nascita dell’Islam». E Keynes addirittura di un «Lenin che è un Maometto e non un Bismarck». In realtà Lenin, nonché Maometto, fu anche e in parte un Bismarck, quando installò con Brest-Litovsk lo stato sovietico nella geopolitica mondiale successiva al 1918.
E nondimeno resta un fatto, che oggi è più di una percezione retrospettiva: l’Ottobre 1917 fu sigillo inaugurale di una emancipazione barbarica e di massa. In quanto eredità rinnovata dello zarismo, riproiettata dinamicamente all’esterno. Segnale mondiale della fine di un certo ordine imperiale internazionale. E contraccolpo liberatorio - ma insieme repressivo - delle attese che la Rivoluzione, come «Mito» in azione, aveva suscitato a partire dal febbraio 1917.
Infine L’Ottobre bolscevico fu edificazione di una Chiesa mondiale, che Stalin rinsalderà come «fortezza». Sulle basi della pulsione volontaristica e militare leniniana. Quella «Chiesa» scatenerà processi di liberazione, e al contempo li stroncherà. Evocando anche opposti totalitarismi. Con conseguenze incalcolabili sulla storia dell’intera umanità. E, come dice Flores nelle righe finali, «con conseguenze incalcolabili per l’intero movimento operaio e per la stessa possibilità e credibilità del socialismo». Ecco perché vale ancora la pena di chiedersi: la Rivoluzione d’ottobre, «quella» Rivoluzione, era inevitabile?
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Ma non era il 7 novembre?
Era il 25 ottobre 1917 quando Lenin, Trotzkij e i componenti del partito bolscevico, irruppero nei centri di potere del governo provvisorio. Lo era sicuramente per loro, che vivevano in Russia. Le date sono infatti basate sul calendario giuliano, in vigore all’epoca in Russia, e non sul calendario gregoriano, quello che è in vigore nella maggior parte dei paesi del mondo. Il calendario giuliano, che prende il nome da Giulio Cesare, accumula un giorno di ritardo ogni circa 128 anni rispetto al trascorrere delle stagioni. Nel 1582, un calendario più preciso fu introdotto da papa Gregorio XIII, che da lui prende il nome.
Seguendo quest´ultimo ecco come si svolsero quelle giornate: l’insurrezione prende il via la sera del 5 novembre (24 ottobre del calendario giuliano); durante la notte vengono occupati i punti più importanti dell´allora chiamata Pietrogrado (oggi San Pietroburgo): poste, telegrafi, stazioni ferroviarie, banche, ministeri. Il governo provvisorio praticamente cessa di esistere senza alcuna resistenza. Kerensky fugge verso il fronte e gli altri ministri si rinchiudono nel Palazzo d’Inverno, che verrà occupato il mattino del 7 novembre (26 ottobre del calendario giuliano).
Nel frattempo, la sera del 6 novembre (25 ottobre del calendario giuliano), si è riunito il Secondo Congresso dei Soviet, ed è a questo organo che i bolscevichi consegnano il potere appena conquistato. Quella notte la discussione prosegue senza sosta ed alle cinque del mattino del 7 novembre, mentre si arrendono le ultime sacche di resistenza nel Palazzo d’Inverno, viene decretato il passaggio del potere ai soviet. Come primo atto il congresso rivolge a operai, soldati e contadini un proclama in cui afferma che il governo sovietico, in via di creazione, avrebbe offerto ai tedeschi la pace immediata e avrebbe consegnato la terra ai contadini.
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I dieci giorni che sconvolsero il mondo - ro.ar.
«Qualunque giudizio si dia del bolscevismo, è certo che la rivoluzione russa è uno dei grandi avvenimenti della storia dell’umanità e che la conquista del potere da parte dei bolscevichi è un fatto d’importanza mondiale».
È il giornalista americano John Reed scrisse queste parole nella prefazione al suo I dieci giorni che sconvolsero il mondo, pubblicato nel 1919, che descrive, da un punto di vista interno, la Rivoluzione d’Ottobre. È una delle più diffuse e affascinanti cronache della Rivoluzione, che Lenin stesso apprezzò raccomandandone la diffusione «senza riserve tra gli operai di tutto il mondo». Qui riportiamo la Prefazione dell’autore, che analizza gli avvenimenti russi e le polemiche che scatenarono negli Stati Uniti e in Europa.
Reed era nato il 10 ottobre 1887 a Portland, nell’Oregon, da una famiglia di commercianti agiati. Dopo essersi laureato presso l’Università di Harvard nel 1910, conobbe a New York Max Eastman che gli offrì la codirezione della rivista socialista "The Masses" nel 1913. Nello stesso anno si recò in Messico per intervistare Pancho Villa, al suo ritorno pubblicò la sua prima raccolta di poesie (Sangar) ed entrò in contatto con gli "Industrial Workers of the World", un’organizzazione operaia internazionalista (fondata a Chicago nel 1905). Sempre nel 1913 fu arrestato per aver partecipato ad una sommossa dei lavoratori in sciopero nei setifici di Paterson, nel New Jersey, (i cui avvenimenti furono riportati nel saggio Guerra a Paterson) . Nel 1914 pubblicò l’opera Messico insorto, una testimonianza sulla rivoluzione messicana. In seguito, per seguire gli scioperi dei minatori, fu inviato nel Colorado, ove giunse subito dopo il massacro di Ludlow (20 aprile), perpetrato dalla polizia privata dei proprietari delle miniere (la Rockefeller’s Colorado Fuel and Iron Company) che aveva mitragliato e incendiato le tende degli scioperanti. Della strage Reed scrisse in un suo celebre articolo per il Metropolitan Magazine, La guerra del Colorado. Allo scoppio della Prima Guerra Mondiale, partì per l’Europa come corrispondente dei giornali Metropolitan Magazine e The Masses, per i quali scrisse reportage dai fronti di guerra in Germania, Russia, Serbia, Romania e Bulgaria. Mentre seguiva gli sviluppi della guerra in Europa, Reed apprese della vittoria della rivoluzione del febbraio 1917 in Russia. Nell’agosto dello stesso anno si recò a San Pietroburgo in qualità di corrispondente di guerra. Giunto nella capitale fu testimone diretto della crisi che si era determinata in seguito alla repressione della sommossa controrivoluzionaria di Kornilov ed alla tensione che imperava tra operai e capitalisti. In un’intervista che gli concesse il magnate petrolifero S. Liazanov, il "Rockefeller russo", Reed rimase sbalordito dalla franchezza del suo interlocutore. Liazanov infatti asserì che per nessuna ragione gli imprenditori avrebbero permesso agli operai di controllare la produzione, e spiegò dettagliatamente cosa facevano le classi possidenti per contrastare la rivoluzione: inondavano le miniere, distruggevano i macchinari delle fabbriche e delle officine, chiudevano le imprese, disorganizzavano il traffico ferroviario. Reed, durante il suo soggiorno in Russia, partecipò a numerose riunioni e manifestazioni operaie. Visitò, con il collega Williams, il fronte di guerra presso Riga e si intrattenne con i soldati della 12a Armata, raccogliendo numerose testimonianze contrarie al proseguimento del conflitto. Egli comprese che, in quel momento storico, l’unica aspirazione degli operai, dei soldati e dei contadini russi, era rappresentata dal trionfo della rivoluzione proletaria. Intuendo quanto stava per accadere, in una lettera alla redazione del suo giornale Reed scrisse che, per ampiezza e profondità, una rivoluzione in Russia avrebbe eclissato la portata storica di quella messicana. Reed descrisse molto dettagliatamente la conquista del potere da parte dei bolscevichi durante la fatidica giornata del 25 ottobre (7 novembre) 1917. Consapevoli di essere testimoni d’un avvenimento epocale, Reed e i suoi colleghi assistettero, nella sala delle conferenze dello Smolny, al Il° Congresso Panrusso dei Soviet e ne seguirono con grande attenzione tutti i lavori. In quella sede poterono ascoltare per la prima volta un discorso di Lenin. Reed comprese che, nonostante la borghesia non fosse stata ancora debellata, i bolscevichi, ponendo nel loro programma la pace, il pane e la terra ai contadini, avrebbero conquistato in pochi mesi ancor più vasti consensi. Egli volle lavorare nell’ufficio della propaganda rivoluzionaria internazionale presso il Commissariato del popolo agli Affari Esteri, dove si preparavano materiali destinati ad essere diffusi fra le truppe e i prigionieri di guerra tedeschi. Scrisse quindi una serie di articoli intitolati Insurrezione del proletariato che spedì alla rivista Masses, i cui redattori non poterono stampare perché erano stati arrestati. Dopo alcuni mesi una parte di questi articoli vennero pubblicati con il titolo Red Russia nella rivista Liberator. Reed tornò a New York nell’aprile del 1918 per difendere la causa dei redattori di Masses. Promosse negli Usa intense attività rivoluzionarie: militò nelle file dell’ala sinistra del partito socialista, organizzò una serie di conferenze in tutto il paese per smentire le affermazioni della stampa borghese sulla rivoluzione russa, lottò per la creazione d’un partito comunista americano. Nel 1919 il manoscritto de I dieci giorni che sconvolsero il mondo fu consegnato all’editore e l’autore fu costretto a comparire davanti alla commissione senatoriale speciale, conosciuta sotto il nome di "commissione Overman". Il libro comunque uscì lo stesso negli Stati Uniti e venne salutato dalla stampa di sinistra come un capolavoro. Reed morì a Mosca, il 17 ottobre 1920, all’eta’ di 33 anni. Era malato di tifo e aveva viaggiato tra la Russia, Finlandia e il Caucaso, dopo che il governo degli Stati Uniti gli aveva negato il permesso d’ingresso.
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L’insurrezione è arte - ro.ar.
Il variegato mondo dell’espressione artistica e letteraria andò evolvendosi sempre più nel procedere degli anni, anche durante la Rivoluzione d’Ottobre e oltre, dando luogo a movimenti, gruppi, e "scuole" in continua ricerca di un senso espressivo nell’ambito di un più ampio dibattito politico. La convivenza tra avanguardia e realismo classico anima in quegli anni il grande dibattito su come avrebbe dovuto essere rappresentata la nuova realtà sociale e umana attraverso le arti. In seguito l´arte entrò in crisi in rapporto al veloce procedere della nuova società che si stava formando nella Russia Sovietica. Fino a quando nel 1932 con Atto Ufficiale si creò una vera e propria Arte di Stato che si manifestò con uno "stile" assolutamente estraneo tanto alle avanguardie quanto al realismo classico, producendo opere che vengono indicate come Realismo Socialista. I dipinti, le fotografie, i manoscritti, le scenografie teatrali, sottolineano la temperie creativa che ha determinato un panorama artistico che rappresenta un unicum per la sua evoluzione estetica, sociale e politica. Il 1905 è la data iniziale ideale, perché coincide con il fallito tentativo rivoluzionario con cui si aprì in Russia un periodo in cui le tensioni sociali consentirono da un lato agli artisti e ai letterati di sottolineare le istanze sociali; dall´altro sviluppare un forte cambiamento estetico dando luogo alle straordinarie esperienze delle avanguardie.
Nel medesimo tempo in cui veniva vissuta la "nuova arte", una parte di letterati e artisti, pur impegnati nella discussione sociale ed estetica, continuarono a realizzare opere assimilabili alla grande tradizione verista russa dell’Ottocento. Al persistere della tradizione figurativa ottocentesca si affianca, attraverso la lezione di Gauguin, Van Gogh, Cezanne e Picasso, l´influsso di impressionisti e post-impressionisti.
Gli "stili" si fronteggiavano dando luogo a un autentico combattimento espressivo. Dal canto loro, Natal´ja Goncarova e Larionov si dedicano al recupero delle tradizioni popolari russe proponendo, nel loro esordio pittorico, una maniera primitivista resa attraverso l´impiego di forme e figure semplificate, delimitate da contorni marcati, e di colori accesi stesi a larghe campiture. Ma è il tempo in cui, ad esempio, Tatlin, Popova, Rodcenko, Malevic - per citare i nomi più emergenti - discutendo vivacemente anche tra loro, coagulandosi in movimenti, separandosi e ritrovandosi, fronteggiavano i "tradizionalisti", ad esempio, Kustodiev, Korovin e molti altri, che continuavano a dipingere come se il vento dell’avanguardia non li riguardasse.
Si ha l’impressione, esaminando questa straordinaria produzione artistica, proiezione del sentire un popolo, d´assistere al dibattito di una nazione alla ricerca di se stessa. D´altra parte sono gli stessi anni in cui, con le nuove consapevolezze sociali, si sta predisponendo il grande atto rivoluzionario che sconvolgerà il paese.
Ciò che avviene in pittura succede anche in letteratura, visto che nell’ambito russo tra le varie espressioni non vi è una così netta separazione tra le arti e i confini tra pittura e letteratura, in alcuni casi, sembrano mescolarsi. In letteratura dal simbolismo (e da tutte le varie tendenze) si passa velocemente alle estreme esperienze dell’avanguardia, con personaggi come Blok, Belij, Kamenskij, Krucenych, Majakovskij, Anna Achmatova, Marina Cvetaeva, e tutta la costellazione di amici e collaboratori che ruotarono attorno a loro.
Non è immune nemmeno il teatro che, proprio per sua natura - coagulo di letteratura e arti visive - costituisce un incontro tra le varie forme espressive, producendone una assolutamente autonoma: la vita rappresentata sul palcoscenico. In questo ambito si sviluppano i Balletti Russi di Daghilev, gli artisti che in vario modo collaborarono con il teatro producendo scenografie e costumi: Bakst, Serov, Korovin, Benois, Exter, e di nuovo Larionov, Goncarova, Tatlin, Malevic; poi il teatro più propriamente innovatore di Meirechold e Majakovskij, di cui parleremo in seguito.
Tra il 1913 e il 1920, nascevano le Avanguardie russe, in rapporto di stretta corrispondenza con quelle francesi, italiane e tedesche. Fondamentale, a tal proposito, fu il viaggio di Marinetti a Mosca nel 1910, l´anno dopo la pubblicazione a Parigi del Manifesto del Futurismo. Ma ben presto l´arte russa oltrepassò tutte le tappe del Cubismo e delle esperienze francesi giungendo ad una dimensione radicale e autonoma. La svolta ebbe luogo quando Tatlin presentò i suoi controrilievi pittorici (Controrilievo, 1914-1916). La pittura divenne un "fatto" tridimensionale e, attraverso l´impiego di materiali estranei, come il legno, il ferro, il metallo e il cuoio, Tatlin organizzò uno spazio pittorico caratterizzato dalla quiete, dall´armonia e dalla corrispondenza tra struttura, linee e colori.
La Rivoluzione d’Ottobre diede slancio a movimenti e gruppi, implicate nel grande dibattito sul come avrebbe dovuto essere rappresentata la nuova realtà sociale sovietica attraverso le arti. I dibattiti ampi e accesi vissero le contraddizioni del tempo con gli artisti tesi a rappresentare le istanze rivoluzionarie. Da qui la crisi dell’arte in rapporto alla nuova società che si stava formando nella Russia Sovietica.
Sul piano linguistico-culturale, la rivoluzione portò non solo all’ateismo di stato o all’abbandono del calendario giuliano, ancora in vigore nella Russia zarista, ma in ritardo di circa 13 giorni rispetto a quello gregoriano. L’alfabeto cirillico viene codificato dopo il 1917, per semplificare il precedente. E la disciplina rivoluzionaria portò a un enorme sforzo di alfabetizzazione nei confronti di una popolazione tra le più arretrate del continente. Un’emancipazione a tappe forzate di un paese rurale e semisconosciuto come era l´immenso impero zarista.
Nel 1918 le Armate Bianche appoggiate da Gran Bretagna, Stati Uniti e Francia, invasero il paese, contrastate dall´Armata Rossa, costituita e comandata da Trockij; ne seguì una sanguinosissima guerra civile, che si concluse solo nel 1921 con la vittoria dell´Armata Rossa. A questa particolare realtà storica si riferiscono alcune opere, che nella estrema varietà stilistica ben restituiscono la complessità del panorama artistico del momento: El Lisickij, Il cuneo rosso rompe il cerchio bianco (1920), Yuon, Sfilata dell´Armata Rossa (1923); Nikonov, L´entrata dell´Armata Rossa a Krasnoïarsk nel 1920 (1923), Natal´ja Dan´ko, Scacchi rossi e bianchi (1922). Si diffuse in questi anni l´iconografia legata all´esaltazione della figura di Lenin.
Figura centrale fu il pittore e poeta futurista Majakovskij per le sue inesauribili capacità creative e sperimentali. Il suo linguaggio rivoluzionario è evidente nelle composizioni e nella veste grafica dei volumi realizzati in collaborazione con altri artisti. La prima raccolta poetica di Majakovskij dal titolo Ja (1913) è, infatti, una delle prime prove di libro in senso futurista. Il testo e l´illustrazione diventano tra loro inscindibili, trasformando le pagine in opere d´arte. Majakovskij realizzò anche la sceneggiatura di un film, tratto dal racconto di Edmondo De Amicis La maestrina degli operai, dal titolo La signorina e il teppista (1918, regia di Evgenj Slavinski) di cui fu l´interprete principale. Dal 1919 Majakovskij lavorò per la ROSTA (Agenzia telegrafica russa) per la quale realizzò oltre tremila manifesti di propaganda con immagini e slogan. Nel 1923 divenne direttore del Lef, rivista del Fronte di sinistra delle arti di cui facevano parte anche Ejzenštejn, Popova e Rodcenko.
Nel 1924 morì Lenin (i suoi funerali, imponenti, furono tra i primi grandi eventi di massa ad essere documentati dal cinema). Stalin, segretario del Partito, salì al potere e Trockij fu mandato in esilio. Stalin avviò un programma di rapida industrializzazione e di riforma agricola forzata e successivamente ampliò la portata della polizia segreta di Stato. Come in ogni regime, la propaganda politica cominciò a insinuarsi in ogni campo dell´espressione artistica.
Con la risoluzione adottata dal Comitato Centrale del Partito Comunista dell´Unione e annunciata il 24 aprile 1932 dalla Pravda si sancì nei fatti la fine di ogni autonoma riflessione culturale e la nascita di un´arte di Stato, il cosiddetto "Realismo socialista", uno stile estraneo tanto alle avanguardie quanto al realismo classico. Molti artisti accolsero il nuovo indirizzo: emblematico l’esempio di Malevic che dopo l´esperienza dirompente del Quadrato nero del 1913, uno dei vertici dell’avanguardia pittorica, nei primi anni Trenta sviluppò una pittura del tutto coerente a quanto imposto dal potere, producendo opere assolutamente figurative. Fiorirono le opere celebrative del successo comunista. I soggetti rappresentati in pittura – dirigenti dello Stato, contadini, operai, cortei celebrativi e parate militari – costituiscono esempi chiarissimi della maniera in cui il programma venne attuato.
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Ciak, si insorge! - ro.ar.
Gli anni Venti furono caratterizzati da un´intensa attività di sperimentazione nel campo del cinema, che produsse risultati assolutamente originali. Tra i registi spicca Ejzenštejn autore della Corazzata Potëmkin (1925) e di Ottobre (1927). Entrambi i film, realizzati per commemorare rispettivamente la rivoluzione del 1905 e del 1917, mostrano un uso innovativo del montaggio e impiegano, così come avveniva spesso nel teatro sperimentale, attori non professionisti.
Dal libro di John Reed vennero tratti alcuni celebri film tra i quali vanno ricordati, oltre a Ottobre, Reds (1981) diretto ed interpretato dall’attore americano Warren Beatty, e I dieci giorni che sconvolsero il mondo del regista sovietico Sergej Fedorovic Bondarcuk (1982) interpretato dall’italiano Franco Nero.
A. Sokurov è l’autore di un progetto tetralogico dedicato al potere. Nel secondo dei quattro film è protagonista Lenin. A metà strada tra storia e biografia il film racconta, quasi fotografando la realtà. Sokurov non giudica, ma osserva. Si concede, però, di ricostruire il contesto dell´azione, inserendovi all´interno gli elementi necessari a far emergere tra le pieghe della routine, quel che resta dell´uomo sotto la maschera del potere.
Un capitolo a parte sono Sulla morte impossibile - Le tormentate vicende di Aleksandr Petrovic Dovženko e il suo Arsenal dal 1925 al 1939. Arsenale, un´epopea rivoluzionaria di Aleksandr Dovženko è il film che nel 1929 mescola toni epici e slanci lirici. Il film viene commissionato a Dovženko dal Partito per celebrare l´anniversario dell´Ottobre, dando un volto ai trecento operai della fucina di Kiev, morti da bolscevichi, e sepolti senza lapide, in una fossa comune.
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Psicologia in rosso - Celeste Soranna
La scuola sovietica da Pavlov a Vygotskij
Medici e psicologi al lavoro con i soldati
In occidente la psicologia sovietica è stata etichettata come "comunista" per molti anni generando ostruzionismi di varia natura - teorici, storici, politici - e non consentendo di valutarne in modo adeguato i contributi allo sviluppo teorico, metodologico ed applicativo della psicologia, aldilà dell´impostazione ideologica. Gli avvenimenti storici del 1917 produssero una frattura anche nella storia della psicologia in Russia.
Tra gli ultimi decenni dell´800 e l´anno della Rivoluzione, la psicologia russa si orientava secondo gli indirizzi europei dell´epoca, ossia, l´impostazione sperimentale proposta da Wundt e una corrente materialistica che riduceva i processi psichici ai processi fisiologici.
La scuola psicologica sovietica per eccellenza è, ancora oggi, la scuola pavloviana. La teoria del "riflesso condizionato"di Pavlov, che aveva già conseguito nel 1904 il premio Nobel, rappresenta il modello teorico e concettuale più importante e conosciuto anche perché costituisce lo spunto fondamentale della teoria comportamentista di Skinner in America.
Tuttavia, la riflessione teorica e la ricerca sperimentale si svilupparono in maniera originale anche durante il periodo sovietico, sebbene ignorate fino agli anni ´50. Si tratta dell´indirizzo storico-culturale e delle teorie del suo fondatore Vygotskij.
Pensiero e linguaggio. La via russa all’educazione
A partire dall´anno della Rivoluzione, gli psicologi sovietici si adoperarono per rivedere le basi teoriche e metodologiche della propria disciplina alla luce delle teorie marxiste e leniniste e per fondare una scienza in grado di rispondere ai problemi della nuova società emergente. Nel 1924, all´Istituto di Psicologia di Mosca, il nuovo direttore Kostantin Kornilov, psicologo d´impostazione materialistica, pose subito il problema teorico dei rapporti tra psicologia e marxismo. Cosa ancor più importante e assolutamente innovativa rispetto all´Europa, fu il nuovo ruolo dello psicologo, fino ad allora rinchiuso nei laboratori di psicologia sperimentale. Il suo lavoro si svolgeva nella società sovietica, nelle fabbriche, nelle scuole, negli ospedali.
Nello stesso anno e nello stesso istituto iniziò a lavorare Lev Semyonovich Vygotskij. Oggetto di studio delle sue ricerche furono i condizionamenti storico-sociali dei processi mentali o cognitivi nello sviluppo psichico infantile. In Pensiero e linguaggio (opera postuma del 1934), Vygotskij elaborò una teoria che ancora oggi rappresenta un punto di riferimento fondamentale. Il linguaggio in quanto simbolico è uno strumento che viene appreso nel contesto sociale. Pensiero e linguaggio hanno due radici genetiche differenti. Nel bambino piccolo vi sono forme più o meno evolute di risoluzione di problemi e di adattamento ambientale. Queste attività sono indipendenti dal linguaggio. Viceversa il bambino può usare forme primitive di linguaggio senza implicare processi intellettivi per comunicare stati emotivi o per richiamare l´attenzione dei genitori.
Solo intorno ai due anni il linguaggio diventa strumento di comunicazione della propria attività di pensiero e di regolazione del comportamento, distinzione importante ripresa in particolare da Aleksander Lurija. Fondamentale in questa teoria è il concetto d´interiorizzazione, ossia, il passaggio maturativo che consente al linguaggio di diventare strumento di regolazione delle proprie azioni, è un processo graduale che si compie entro i 7 anni. La fase intermedia del linguaggio in cui il bambino ricorda a se stesso a voce alta le operazioni che deve compiere viene nominata del linguaggio egocentrico.
È sulle fasi di sviluppo che si centrarono le critiche volte da Vygotskij a Jean Piaget, il cui metodo psico-genetico ha influenzato tutta la psicologia infantile e la pedagogia in Europa. Piaget, che poté replicare solo dopo la traduzione americana degli studi di Vygotskij nel 1962, affermava nel 1923 che il linguaggio egocentrico nel bambino è la manifestazione dell´egocentrismo proprio dell´età , ed è a sua volta un compromesso tra l´autismo iniziale e la progressiva socializzazione del pensiero infantile. In altre parole, il linguaggio da interno diventa solo gradualmente socializzato. Mentre per Vygotskij è l´esatto contrario. Il linguaggio è una funzione psichica complessa, che il bambino sviluppa nell´interazione con l´ambiente sociale e solo dopo diventa una funzione intrapsichica, che gli consente di regolare dall´interno i propri processi cognitivi e comportamentali.
La polemica Vygotskij–Piaget ha interessato ed interessa ancora molti autori contemporanei perché attraverso essa è possibile impostare un discorso più generale su tutto lo sviluppo mentale del bambino e sulle implicazioni educative e pedagogiche che ne derivano. La psicologia evolutiva piagetiana ha influenzato le scelte didattiche, i metodi educativi del bambino europeo, differenziandolo dal bambino russo, alla cui base ci sono invece le teorie di Vygotskij. Un confronto più articolato con i contributi apportati dalla psicologia russa, per così tanto tempo accantonata, porterebbe benefici anche al sistema occidentale.
La massa sovietica? Importante è l’individuo
Ultimo esempio, nondimeno notevole, è quello di Aleksander Lurija. Neuropsicologo, aveva collaborato alle ricerche di Vygotskij, si unì al gruppo moscovita del ´23 e durante la seconda guerra mondiale s´interessò dei disturbi psichici conseguenti a lesioni cerebrali. Il risultato fu l´avvio di un indirizzo differente e specifico, in polemica con quello pavloviano ed assolutamente originale rispetto alla neurofisiologia europea. Per Lurija le funzioni cerebrali che mediano le funzioni psichiche complesse non sono riconducibili a meri riflessi condizionati, ma sono sistemi funzionali la cui organizzazione (parliamo di aree e circuiti neuronali), si sviluppa in stretta relazione con l´ambiente; è necessario per questo studiare caso per caso gli effetti delle lesioni cerebrali. Esse producono disturbi differenziati a seconda dell´individuo e in relazione al suo ambiente, alla sua lingua, alla sua cultura.
Nell´ambito specifico della psicologia, non si può dire, dunque, che l´individuo dopo la Rivoluzione russa venga schiacciato e massificato. Vygotskij, Lurija e gli altri studiosi del gruppo storico-culturale, furono anzi particolarmente sensibili nel dare statuto all´individualità di ciascun soggetto, bambino, adulto, celebroleso, ricercandone le tracce nel contesto storico e culturale, con l´intento epistemologico preciso di tutelare la diversità e nel contempo di conferire alla psicologia russa il ruolo di psicologia applicata, fuori dai laboratori sperimentali dell´epoca e dentro la società sovietica.
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Scacco matto allo zar - Luca Domenichini
Gli scacchi sono stati per lungo tempo popolari in Russia. E questo, soprattutto dopo i fatti del 1917, quando furono creati programmi per la educazione agli scacchi per bambini, sponsorizzò importanti eventi scacchistici e fornì supporto economico ai suoi migliori giocatori. Come risultato, i giocatori della ex-Unione Sovietica hanno dominato a lungo la scena scacchistica internazionale.
La sola interruzione alla egemonia dei giocatori sovietici arrivò nel 1972, quando il Maestro Usa Bobby Fischer si aggiudicò il titolo mondiale contro Boris Spassky, nel più pubblicizzato incontro di scacchi della storia. In precedenza, Grandi Maestri russi - Alexander Alekhine (campione del mondo dal 1927 al 1935 e dal 1937 al 1946), Mikhail Botvinnik (dal 1948 al 1957), Vassily Smyslov (1957-1958), Mikhail Tal (1960-1961), Tigran Petrosian (1963-1969) e Boris Spassky (1969-1972) - hanno tutti vinto il titolo mondiale. E poi, Anatoly Karpov (dal 1975 al 1985) e Garry Kasparov (dal 1985 al 1993). Insomma, lo strapotere dei Grandi Maestri sovietici nel campionato del mondo è stato interrotto solo dall’olandese Max Euwe (1935-1937) e da Robert Fischer (1972-1975), l’unico cittadino Usa ad avere mai vinto il titolo di campione del mondo.
Ma procediamo con ordine. Scacchi e rivoluzione: Karl Marx era stato uno scacchista incallito e - sempre stando alle testimonianze - Vladimir Ilyich Lenin è stato un «entusiasta e collerico giocatore». La modesta scacchiera di legno utilizzata da Lenin è stata per mezzo secolo il pezzo forte del museo a lui dedicato a Mosca...
Anche se ufficialmente, nel 1917, gli scacchi furono scoraggiati come «decadente passatempo borghese» e virtualmente tutte le attività organizzate di scacchi e i club terminarono di essere in Russia, dopo la Rivoluzione d’Ottobre il gioco ebbe la sua maggiore diffusione, grazie a un piano quinquiennale pianificato da Lenin e che portò a un immediato incremento nel numero di giocatori.
Nel 1928, in Russia, c’erano 140mila giocatori di scacchi registrati, nel 1934 vengono registrati oltre 500mila giocatori di scacchi. Questo enorme interesse venne testimoniato dal regista Pudkovin nel 1925 con la realizzazione del film-documentario La febbre degli scacchi, "Chess Fever".
I maestri sovietici venivano tenuti in grande considerazione dallo Stato con stipendi, status privilegiati e possibilità di viaggi all’estero (ma anche puniti con severità dopo le sconfitte). E così la storia del Grande Maestro Alexander Alekhine - che vince, nel 1920, il campionato di scacchi della Città di Mosca con un perfetto 11 su 11 nelle vittorie e, nel 1921, si aggiudica il primo campionato sovietico, le "Olimpiadi di tutte le Russie" - è emblematica: nel 1917, Alekhine lavora come investigatore per Centrorosisk, un’agenzia del governo che individuava parenti e familiari scomparsi durante la Rivoluzione Russa e la Guerra Civile. Ma già nel 1920 Alekhine lavora come interprete per il Comintern (Comunisti Internazionali) e viene nominato segretario presso il Dipartimento della Educazione.
Il 30 gennaio 1937 nasce Boris Spassky. In seguito, sarebbe diventato il più giovane giocatore di prima categoria a soli 10 anni, il più giovane candidato al titolo di Maestro a 13, il più giovane Maestro a 15, il più giovane "Grande Maestro Internazionale" del mondo. Poi, la Guerra Fredda. «È stato detto che essa fu una delle migliori fortune mai capitate a questo gioco - viene scritto sul sito 1917.org - ma forse è vero anche che gli scacchi sono stati una delle migliori fortune capitate alla Guerra Fredda».