Repubblica 23.10.07
Ottobre - di Hannah Arendt
La rivoluzione d´ottobre ottenne la vittoria con stupefacente facilità in un paese dove una burocrazia dispotica e accentrata governava una massa amorfa, che né i residui del feudalesimo rurale né il debole, nascente capitalismo urbano avevano saputo organizzare. Quando Lenin affermava che in nessun altro paese del mondo sarebbe stato così facile conquistare il potere e così difficile conservarlo, si rendeva conto non solo della debolezza della classe operaia russa, ma altresì delle anarchiche condizioni sociali che favorivano i cambiamenti improvvisi. Privo com´era degli istinti del capo della massa, Lenin puntò subito su tutte le possibili differenziazioni, sociali, nazionali, professionali, capaci di introdurre delle strutture nella popolazione, nella palese convinzione che tale processo stratificatore avrebbe costituito la salvezza del potere rivoluzionario.
Repubblica 23.10.07
Il mito infranto della rivoluzione
A novant'anni da quell'evento che sconvolse il mondo
di Sandro Viola
Un immenso e arretrato paese si risvegliò dal sonno e dalla oppressione zarista
La grande illusione fu di credere che quel mutamento epocale avrebbe creato l´uomo nuovo
Novant´anni dopo, della rivoluzione russa resta quasi soltanto il colore. Il pittoresco. Le immagini forti, gli eventi spettacolari di quei giorni dell´ottobre ´17 nelle strade, nei palazzi dell´aristocrazia, nelle caserme, nei covi bolscevichi di San Pietroburgo. Queste sì, restano: immortalate da fotografi anonimi eppure geniali, da qualche spezzone di ripresa cinematografica, e dalle cronache in presa diretta di tanti testimoni. Le folle che si riversano per le strade al grido di "Pane, pane", la cavalleria cosacca che le fronteggia a sciabolate, il primo sangue sulla neve precoce di quell´autunno che sarebbe risultato il più freddo da mezzo secolo. Le redingote e i colletti duri dei membri del governo provvisorio, il febbrile andirivieni dello stato maggiore bolscevico nelle stanze sin allora linde e silenziose dello Smolnij, il collegio per le ragazze della nobiltà svuotato qualche giorno prima dalle Guardia rossa con i moschetti spianati.
Nel 1917 le rivoluzioni non vengono più ritratte col bulino degli incisori o il pennello dei pittori. A partire da cinque o sei anni prima, dalla rivoluzione messicana di Villa e Zapata, sono i fotografi che s´incaricano di consegnarle alla storia. E la fotografia è capace d´un realismo senza pari, un´incisività, una forza suggestiva che neppure Jacques-Louis David, dipingendo sullo sfondo di un´altra rivoluzione la morte di Marat al bagno, poteva avere.
Ecco quindi indimenticabili – perfetti come un materiale di scena per registi molto esigenti – gli stivaloni di Trotskij, il "pince-nez" di Kamenev, l´Isotta-Fraschini di Kerenskij in fuga. Le bandiere rosse, i morti sull´asfalto con le mogli piangenti, i colbacchi e le mantelle color tortora dei "Chevaliers gardes", il reggimento della Zarina. Stalin che fuma una piccola pipa in un corridoio dello Smolnij, le maglie a strisce orizzontali dei marinai del Baltico, le ragazze del Battaglione femminile alla difesa del Palazzo d´inverno, la torpediniera "Aurora" alla fonda nelle acque della Neva, la Guardia Rossa in posa dinanzi alle officine Vulkan.
Quanto alle cronache, esse forniscono sì dettagli avvincenti, ma versioni di parte: e pertanto vanno lette con cautela. I partigiani della rivoluzione (per primo il John Reed dei Dieci giorni che sconvolsero il mondo) ricamano infatti sull´eroismo delle folle disarmate di fronte alle sciabole cosacche, mentre i testimoni di parte zarista si soffermano sulle torme d´operai bene armati che, scesi in strada, per prima cosa svuotano le gioiellerie e i negozi di liquori. Così, di tutte le cronache sulle settimane precedenti il colpo di stato bolscevico, la rivolta e la presa del Palazzo d´inverno, quelle che sento più veritiere sono i diari e le testimonianze in cui sono descritte le giornate nell´albergo Astoria. Le angosce, gli sbalzi psicologici, l´usura nervosa d´una piccola fetta del mondo che in quell´ottobre fatale sta ormai per scomparire.
Perché una cosa è certa. Dalla rivoluzione bolscevica non sorgerà, com´era stato promesso, né una società giusta né un «uomo nuovo», salvo che per uomo nuovo non s´intenda l´homo sovieticus: vale a dire l´uomo bianco più povero e oppresso del XX secolo. Ma certo la rivoluzione di Lenin dissolve il mondo di prima. Tra guerra mondiale e rivoluzione russa, infatti, l´ancien régime sprofonda. Sparisce. E la sua agonia la possiamo osservare in scene marginali ma estremamente eloquenti, nella hall, al ristorante, nelle camere dell´albergo Astoria.
Mentre la rivoluzione si prepara e poi inizia la sua marcia travolgente, nell´albergo più lussuoso di San Pietroburgo, sulla piazza Sant´Isacco, davanti al monumento equestre di Nicola I, s´è infatti radunata una singolare e febbricitante comunità.
Diplomatici stranieri che hanno lasciato per sicurezza i loro appartamenti, ufficiali di collegamento degli eserciti alleati, e molti russi. Principi del sangue, altri aristocratici, banchieri, avventurieri, avventuriere.
L´albergo è ancora confortevole di termosifoni bollenti, vini francesi, cocaina venduta a cartocci da camerieri e barman. Al bar si mescolano le avventuriere, le contesse, gli ufficiali feriti appena tornati dal fronte. La principessa Orlov saluta gli amici prima di partire per la sua proprietà nel Caucaso, il giovane principe Sumarokov Elston – di cui le donne dicono che è più bello di Nijinskij – entra sventagliando il mantello foderato di zibellino. Ma di quando in quando, la pelliccia spruzzata di neve, giunge nella hall qualcuno che porta notizie di quel che avviene in città. E sono tutte notizie, per gli ospiti dell´Astoria, ferali. Nuove rivolte, altri saccheggi, e ogni giorno reparti di soldati, marinai o cavalleggeri che s´uniscono ai cortei degli operai.
Più ferali sono le notizie, e più la vita nell´albergo Astoria si fa agitata, delirante. All´ultimo piano, un finanziere ricchissimo e omosessuale fa danzare nudo, al collo una collana di perle, il giovane guardiamarina Lazarev, mentre al piano una nobile decaduta, la baronessa Keller, suona Stravinskij. Una mattina che dalle finestre dell´albergo si vedono avanzare i dimostranti, un ufficiale delle Gardes si spara un colpo di rivoltella in bocca e la baronessa Keller rotola ubriaca dalle scale. Gli spari di fucile si fanno sempre più vicini, ma Maria Kirilovna, la moglie del direttore del teatro Marinskij, conduce come ogni sera la sua caccia agli ufficiali più giovani.
Questo resta, dell´ottobre ´17: lo sfondo pittoresco, teatrale. La materia d´un film stupendo che Ejzenstejn avrebbe forse potuto fare, ma non fece. Per il resto, l´eredità non potrebbe essere più grama. Il mito della rivolta degli oppressi, del potere agli operai e ai contadini, della società senza classi e senza sfruttamento dell´uomo sull´uomo, tutto è già svanito nel 1920 quando termina la guerra civile. Subito infuria il Terrore rosso, e una nuova autocrazia si sostituisce a quella zarista. La povertà è ancora più tremenda di prima, e quando verso il ´24 comincia ad attenuarsi e la gente non muore più di fame nelle strade, la "patria del socialismo" entra in un periodo di penurie e privazioni che durerà per più di sessant´anni. Quanto alle libertà, meglio non parlarne. A ripensarla negli anni Trenta, tra fucilazioni di massa e milioni di deportati nell´arcipelago Gulag, la polizia politica degli zar – l´Ochrana – apparirà infatti come una società di beneficenza.
Così che oggi siamo ancora a ruminare lo stesso interrogativo: com´è stato possibile che la tragedia del popolo russo, un´esperienza catastrofica come quella del comunismo, la serie ininterrotta dei fallimenti economici e sociali durata da Lenin a Gorbaciov, il precipitoso declino delle arti e della cultura russa in tutti i sette decenni dell´Urss, siano stati visti da milioni e milioni di uomini in tutto il mondo come il paradiso in terra, la più consolante delle speranze, la meta a cui dedicare – e se necessario sacrificare – le proprie vite?
Questa è la vera, la sola cosa che resta da discutere sull´ottobre ´17. Il suo incomprensibile potere di seduzione. Il mistero del fascino che ha esercitato per tanto tempo su tanta gente. Lo «charme universel d´octobre», come lo ha chiamato François Furet nel suo libro Il passato di un´illusione. Già nei primi Venti, infatti, la rivoluzione bolscevica era sfuggita all´analisi politica, alla critica, per diventare oggetto d´amore e devozione. Anche d´avversione, beninteso. Ma se il rigetto da parte del mondo borghese e capitalista era comprensibile, aveva una logica, l´incantamento dei suoi fedeli risulterà più oscuro e indecifrabile ad ogni decennio che passa. Una magia, dice ancora Furet.
Altro non c´è da aggiungere. Salvo forse ricordare i calcoli fatti dagli economisti all´inizio degli anni Novanta, subito dopo che il comunismo sovietico era finito nella pattumiera della Storia. Non ci fosse stata la rivoluzione d´ottobre, la Russia dell´ultimo scorcio del XX secolo avrebbe avuto un reddito pro-capite da tre a quattro volte superiore di quello che aveva quando Boris Eltsin mise fuori legge il partito comunista dell´Unione Sovietica.
Repubblica 23.10.07
1917, la data cancellata dalla memoria dei russi
di Boris Kolonickij
La rivoluzione russa del 1917 non suscita più le passioni che ha suscitato nel XX secolo. Le sue parole d´ordine e i suoi simboli sono stati, dopo il naufragio dell´Urss, inghiottiti dal passato. Ora, una volta conclusa l´esperienza nata dalla rottura del 1917, gli storici possono cominciare a dipanare l´intricata matassa del passato e, grattando via incrostazioni interpretative e luoghi comuni stratificatisi nel del fratello, il granduca Michele. Quando anche questi rinunciò al trono, la monarchia cessò di esistere. Formalmente, l´ordinamento statale sarebbe stato deciso dall´Assemblea Costituente, ma la monarchia era ormai di fatto impossibile. Sospettavano, molti manifestanti, di aver abbattuto la monarchia?
Non si può immaginare la rivoluzione russa senza le dicerie che correvano di bocca in bocca. Erano, i personaggi principali di queste dicerie, Rasputin e l´imperatrice. Nessuno storico ha dimostrato finora che Rasputin fosse al soldo dei tedeschi, ma l´opinione pubblica allora lo credeva. Così come credeva, senza alcun fondamento, che la zarina fosse fautrice di una pace separata con la Germania. Non c´erano forse persone assai ben informate che sostenevano persino che l´imperatrice mandasse quasi ogni giorno missive segrete a Berlino? Le maldicenze non risparmiavano nemmeno lo zar. A volte appariva come un depravato che aveva venduto la patria al nemico. Più spesso però le malelingue dipingevano Nicola II come un personaggio passivo, dolente: un ubriacone privo di volontà, succube della sua imperiosa consorte, che tradiva quel buono a nulla dello "zar scemo" con Rasputin. Poco importa che queste dicerie avessero poco a vedere con la realtà: quel che conta è che milioni di persone vi credessero. Tanto che molti sostenevano che gli oppositori della monarchia avessero messo in piedi una vera e propria "fabbrica di dicerie" per minare l´autorità dell´autocrazia.
Una rivoluzione borghese?
Storici dei più diversi orientamenti hanno sostenuto che a marzo in Russia era iniziata una rivoluzione "borghese": si erano create le condizioni per lo sviluppo capitalistico. Pensavano così anche alcuni contemporanei. Ma la lingua del 1917 era la lingua di una rivoluzione borghese?
I contemporanei chiamavano orgogliosamente la Russia "il paese più libero del mondo". C´era in questo, si capisce, una certa esagerazione, ma rispetto agli altri paesi in guerra, in cui le libertà erano sospese, le trasformazioni rivoluzionarie apparivano impressionanti. Tutti i partiti, tranne gli estremisti monarchici, godevano di piena libertà politica.
Tuttavia, se si osservava la sfera dei simboli politici - una sfera che assume un´importanza del tutto particolare durante una rivoluzione, quando l´autorità del potere va rinegoziata ogni giorno -, le cose stavano altrimenti. Questa sfera era monopolizzata dai simboli della clandestinità rivoluzionaria. Fin dai primi giorni della rivoluzione la bandiera rossa era diventata di fatto la bandiera nazionale. Veniva issata sul palazzo divenuto residenza del capo del Governo provvisorio. Dominavano le canzoni della clandestinità rivoluzionaria, e la "Marsigliese russa" – un canto in cui, rispetto all´originale francese, l´accento era spostato sulla lotta di classe - era diventata di fatto l´inno nazionale. Persino il celeberrimo emblema con la falce e il martello non era un´invenzione bolscevica: si poteva vedere già il 1° maggio del 1917 sulla residenza del Governo provvisorio! Come molti altri simboli rivoluzionari, venne poi "bolscevizzato" dal partito che aveva preso il potere.
Il fatto che i simboli rivoluzionari fossero dominanti ebbe grande importanza. Proprio i simboli avevano un´influenza del tutto particolare sulle masse che si iniziavano per la prima volta alla politica. La complessa realtà politica era descritta e classificata con l´aiuto dei simboli rivoluzionari. Questo creava non pochi problemi ai socialisti moderati, fautori di una coalizione con i partiti "borghesi". I simboli rivoluzionari erano un cattivo strumento per consolidare la pace sociale e poter proseguire la guerra. Per i bolscevichi e per gli altri socialisti radicali, invece, questa situazione di monopolio dei simboli rivoluzionari offriva non poche possibilità.
E che dire della figura del nemico? Sia i simboli che la propaganda politica dei socialisti delle diverse tendenze puntavano il dito contro il nemico principale della rivoluzione: la "borghesia". Anche i sottili distinguo dei socialisti moderati erano recepiti dalla coscienza di massa in modo estremamente radicale. Il paese rivoluzionario considerava colpevole di tutte le sventure "il borghese". Tutti lo denunciavano; nessuno desiderava identificarsi con la "borghesia". "Borghesia" era un concetto vago. Le opinioni politiche, la posizione etica e perfino l´appartenenza etnica potevano esser sufficienti per finire nella "borghesia". La retorica antiborghese era onnipresente.
Una rivoluzione democratica?
Dopo l´abbattimento della monarchia giunsero al potere uomini di orientamento democratico. Nel paese vennero introdotte le libertà democratiche; vennero eletti gli organi di autogoverno locale. La parola democrazia era straordinariamente popolare: era intesa come un magico scongiuro, come un mezzo universale per risolvere tutti i problemi politici e sociali. Democratizzarono la scuola, democratizzarono il teatro, democratizzarono la Chiesa ortodossa russa, democratizzarono l´esercito e la marina militare. Persone delle più diverse opinioni politiche si davano l´attestato di "democratici". Tuttavia la parola democrazia, che sembra così chiara, richiede, quando si leggono i testi del 1917, una traduzione particolare. Non sempre democrazia era intesa come un sistema politico: nella lingua forgiata dalla cultura politica socialista "democrazia" era intesa anche come un particolare soggetto del processo politico. A volte stava a indicare gli operai, a volte i partiti socialisti, a volte ancora i nuovi organismi nati dalla rivoluzione (soviet, comitati). Per di più la "democrazia" non era opposta alla monarchia o alla dittatura, ma alla "borghesia". Questa opposizione fra "borghesia" e "democrazia" non era usata soltanto dai socialisti, ma anche dalle pubblicazioni commerciali di massa e perfino dagli ambasciatori stranieri. Poiché tale era l´accezione del termine "democrazia", molti sostenitori dei bolscevichi si consideravano con sincerità i "democratici" più coerenti: proprio loro infatti esigevano di schiacciare risolutamente la "borghesia".
Se per certi versi Ottobre del 1917 fu la negazione di Febbraio, per molti altri ne fu la continuazione. Il dominio dei simboli rivoluzionari, la diffusione del linguaggio socialista, che veniva "tradotto" in modo particolarmente radicale dalle masse in via di politicizzazione, favorirono la formazione di varie forme di coscienza antiborghese. Questo rese più difficile la possibilità di raggiungere la pace civile e, inversamente, aumentò il pericolo di scivolare verso la guerra civile.
(Traduzione di Maria Ferretti)
Repubblica 23.10.07
Dopo l’ottobre rosso la lunga tragedia civile
di Enrico Franceschini
Non molti docenti universitari sanno maneggiare un mitra. Ancora meno sono quelli sopravvissuti all´esilio in Siberia, alla fame, agli assedi, e che poi sono tornati a servire la terra che li ha perseguitati. Teodor Shanin è nato nel 1931 a Vilnius, nell´odierna Lituania, da una famiglia di ebrei polacchi. Suo padre, che aveva combattuto nella rivoluzione d´Ottobre, fu imprigionato in Siberia da Stalin nel 1941, e Teodor lo seguì con la madre. L´esilio gli salvò la vita, perché poche settimane più tardi i nazisti entrarono a Vilnius, sterminando ogni ebreo trovato in città. Alla fine della guerra, dopo una fuga attraverso la Russia, riuscì a mettersi in salvo a Parigi. Ma ci restò poco, andando in Palestina ad arruolarsi nei commandos del nascente stato di Israele. Poi ha studiato storia della Russia alla Birmingham University, in Gran Bretagna. Tornato in Israele ha insegnato all´università di Haifa ed è stato trai fondatori di Peace Now, il movimento per la pace con i palestinesi. Se n´è andato dallo Stato ebraico per protesta quando un lettore arabo della sua università è stato licenziato per motivi di sicurezza. È tornato di nuovo nel Regno Unito, con la moglie, una ricercatrice israeliana. Ha insegnato a Oxford. È diventato rettore alla Manchester University. Dopo la fine dell´Urss ha fondato a Mosca un´università russo-britannica. Ora vive tra Mosca e Cambridge.
Professor Shanin, la rivoluzione d´Ottobre, novant´anni dopo. Come giudicarla?
«Ha segnato l´inizio di una nuova fase per l´umanità. È stata la più significativa tra le rivoluzioni che hanno sviluppato un nuovo tipo di società, come la rivoluzione messicana, cinese, vietnamita. È stata molto diversa dalle rivoluzioni dei secoli precedenti. Ed è stata incompresa dai contemporanei, anche da coloro che la fecero. Ha presente il vecchio detto secondo cui i generali combattono sempre la guerra precedente? Penso che valga anche per i rivoluzionari. Gli artefici della rivoluzione russa usavano il linguaggio e le immagini della rivoluzione francese: cantavano perfino la Marsigliese. Ma nessuna di quelle immagini era appropriata all´Ottobre rosso».
Proviamo a trovarne di appropriate, allora. Fu una tragedia?
«Tutte le rivoluzioni sono tragiche. Portano sangue, distruzione, lotta fratricida fra cittadini della stessa terra».
Veramente la rivoluzione d´Ottobre fece sì e no qualche morto a Pietroburgo e arrivò nel resto della Russia "per telegrafo": come un comunicato a cui obbedire. Sangue e guerra fratricida vennero solo dopo, con la guerra civile.
«Ha ragione, ma ha risposto da solo alla sua obiezione. La rivoluzione non finì con i giorni dell´Ottobre, che fu solo la scintilla. Non si può staccare l´Ottobre dagli anni di guerra civile tra rossi e bianchi. Lì i morti non si contarono. E lì sta la tragedia».
Alludevo non solo a sangue, morti e distruzione. Non fu una tragedia che la Russia dell'inizio del '900, un paese che esportava burro e grano in tutta Europa, con una moneta tra le più solide del mondo, e un predominio mondiale nell'arte, nella letteratura, nella musica, venisse stravolta dalla rivoluzione e dalla dittatura comunista che ne seguì?
«La dittatura comunista fu una tragedia, indubbiamente, ma a partire dal 1929, dopo la morte di Lenin e l´avvento di Stalin, nel periodo che conduce alle purghe, al terrore, alla collettivizzazione forzata. Prima di allora, fu uno sviluppo naturale e per certi versi inevitabile della storia, a cui alcuni possono guardare con favore, se credono nella necessità di un rapido cambiamento sociale».
Quel cambiamento non sarebbe stato possibile per un'altra strada? Attraverso le riforme, la graduale democratizzazione che era in corso in Russia da oltre un decennio?
«Secondo me, no. Se non ci fosse stato l´Ottobre, in Russia sarebbe avvenuta un´esplosione violenta di altro tipo. Troppo forti erano le diseguaglianze di classe. Troppo estese povertà e arretratezza, a dispetto di taluni passi avanti economici. Troppo debole, ignorante e corrotto era il potere dello zar. La rivoluzione produsse l´industrializzazione, un progresso scientifico e culturale di massa, un balzo in avanti della società. Lenin aveva corretto certi eccessi, avviato riforme democratizzatrici in campo economico e politico».
Aleksandr Jakovlev, braccio destro di Gorbaciov e cosiddetto "architetto della perestrojka", mi disse una volta che l'uomo russo aveva finalmente cominciato ad acquisire una coscienza individuale nei circa cinquant'anni trascorsi tra l'abolizione della servitù della gleba e il 1917. Poi venne la rivoluzione bolscevica, e per altri settant'anni l'uomo russo è stato di nuovo privato di una coscienza individuale. Non è stata una tragedia anche quella?
«Io contesto che tra il ´17 e il ´29 si fosse spenta la coscienza dell´individuo. Fu anche quello un decennio di grande vivacità intellettuale, in Russia, sotto molteplici aspetti. Le cose, ripeto, cambiarono completamente dopo il ´29. Lo spirito della rivoluzione russa, con Stalin, diventò tutt´altra cosa».
Una prima ondata di revisionismo storico faceva una distinzione tra Lenin, buono, e Stalin, cattivo. In anni più recenti, anche Lenin è stato dipinto, nel pensiero di gran parte della sinistra, come uno spietato dittatore con le mani lorde di sangue. Chi era Lenin, per lei?
«Lenin vedeva se stesso come un giacobino: si sentiva Robespierre. Questo fu efficace, nel farlo vincere nei giorni dell´Ottobre e poi negli anni assai più difficili della guerra civile. Anche Lenin, certo, si è coperto di sangue. Ma i suoi attacchi generalmente non furono contro i rivoluzionari, bensì contro le forze che si opponevano alla rivoluzione: lo zar, i bianchi, la nobiltà, la borghesia. Stalin invece attaccò anche e soprattutto i propri compagni, i propri fratelli. Per quanto Lenin non sia indenne da critiche e condanne, la differenza tra lui e Stalin è innegabile, profonda».
Andrebbe chiuso, il mausoleo che ospita ancora la salma imbalsamata di Vladimir Ilich, sulla Piazza Rossa?
«Ritengo che tutti gli uomini debbano essere sepolti dignitosamente e non trasformati in culto, in una forma di religione».
Dopo settant'anni, la rivoluzione si è spenta, l'Unione Sovietica è crollata, e con essa il comunismo. Come vede la fine dell'Urss?
«Una buona cosa, per la Russia e per l´Europa. Ha aperto ai russi la possibilità di nuovi sviluppi. Ha aperto la porta a un potenziale di cambiamento e di crescita sicuramente positivo».
Sarà realizzato questo potenziale? Dove andrà la Russia di Putin?
«La Russia è il più grande paese del mondo, con enormi ricchezze naturali. Può fare molto di bene e molto di male. Ma lascio le previsioni sul suo futuro ai profeti. Come storico m´accontento di provare a comprendere il passato. È già abbastanza complicato».
Corriere della Sera 23.10.07
Anniversario. Il leader dirà che «resta un punto di riferimento imprescindibile»
Rivoluzione d'ottobre, Diliberto a Mosca Discorso dal palco 70 anni dopo Togliatti
di Andrea Garibaldi
Insieme con il segretario del Pdci, che parlerà in italiano, un centinaio di militanti del partito: visita anche a San Pietroburgo
Alle cinque del pomeriggio di mercoledì 7 novembre avrà fatto già buio e la temperatura non dovrebbe scendere sotto lo zero. Attorno a quell'ora, Oliviero Diliberto salirà sul palco sotto al monumento del generale Zhukov, eroe dell'assedio di Leningrado. Al suo fianco Ghennadij Ziuganov, segretario da 14 anni del Partito comunista della Federazione russa, ciò che ha preso il posto del Pcus e che ha il 18 per cento dei seggi in Parlamento. Diliberto parlerà alla folla stretta a rievocare, come ogni 7 novembre, la Rivoluzione d'ottobre (era in vigore, allora, il calendario giuliano). Parlerà in italiano, perché è vero che il segretario dei Comunisti italiani studiò a Mosca ai tempi dell'università, ma non ha conservato un russo fluente. Diliberto sarà, a quanto risulta al momento, l'unico leader straniero a celebrare con un discorso l'evento, e quest'anno si tratta del novantesimo anniversario della presa del Palazzo d'Inverno.
Il monumento del generale Zhukov è in piazza del Maneggio, proprio adiacente alla Piazza Rossa, che da là si vede, fra il Museo storico e la Chiesa della Resurrezione. Quindi con un piccolo salto logistico e un grande orgoglio politico, i Comunisti Italiani dicono che il segretario parlerà «sulla soglia della Piazza Rossa». Certo, erano altri tempi quando il 7 novembre veniva glorificato dai segretari del Pcus sulla terrazza del Mausoleo di Lenin, proprio al centro della Piazza, il Cremlino alle spalle. Da quella balaustra s'affacciò anche Togliatti, prima e dopo la Seconda guerra mondiale. Oggi Putin non concede la piazza, se non a se stesso.
Sotto al palco ci saranno anche cento comunisti italiani che hanno aderito al «viaggio politico-turistico» predisposto dall'Associazione Italia- Russia e da Punto Critico, viaggio che come ha scritto Iacopo Venier, responsabile esteri del partito, «ha il preciso scopo politico di ribadire il nesso tra i Comunisti Italiani e l'Ottobre». Dirà Diliberto che quell'Ottobre resta punto di riferimento storico imprescindibile per chi voglia cambiare il mondo dalle fondamenta e non solo gestire le contraddizioni interne al capitalismo e dirà che quell'Ottobre ha aperto la via a numerosi processi di liberazione. «Non andremo a Mosca per nostalgia — spiega Venier —. Non siamo la sinistra che dissolve il proprio passato, quello è il Partito democratico». Altri italiani sotto quel palco? «Una delegazione di Rifondazione comunista, senza leader...». «Siamo gli ultimi che rappresentano i comunisti in questo Paese», disse Diliberto al Comitato centrale 2006. Oggi il segretario presenterà l'edizione italiana di
Granma, organo del Partito comunista cubano, allegato ogni mese a Rinascita, settimanale Pdci, mentre per i 90 anni della Rivoluzione sovietica è pronto lo slogan: "Novant'anni e non li dimostra".
In Russia i cento fortunati che hanno prenotato il viaggio passeranno da San Pietroburgo, visiteranno l'incrociatore Aurora, da cui partirono le salve sul Palazzo d'Inverno, e il Complesso dello Smolny, in via Dittatura del proletariato numero 3. Quindi a Mosca, visita al monumento a Marx e cena conviviale con il Segretario e i compagni della Federazione russa.
Coincidenza clamorosa: nello stesso 7 novembre l'Inter, che è nel cuore di Diliberto, affronterà a San Siro, in Champions League, la squadra dell'Armata rossa.