l’Unità 27.9.07
«Heidegger? Nazista sì, ma un po’ strano» - di Marco Dolcetta
ARCHIVI Dalle carte del Terzo Reich riemerge quel che pensava la polizia politica di Hitler del filosofo dell’Essere: bravo antisemita, cittadino esemplare ma distaccato, pensatore con la testa tra le nuvole.
Recentemente sono ricomparsi una serie di documenti segreti della polizia del Terzo Reich sul filosofo Martin Heidegger, che possono contribuire alla definizione dell’annosa questione della partecipazione del filosofo all’ideologia dello Stato nazista.
Come tutti i cittadini del Terzo Reich anche Martin Heidegger era sottoposto allo stretto controllo della polizia politica tedesca. Un primo rapporto su di lui pubblicato in parte sulla rivista della Rdt Allemagne aujourd’hui nel 1966 è conservato negli archivi del Ministero degli Esteri francese con sede a Colmar, in quanto Friburgo, sua città di residenza alla fine della guerra passò sotto il controllo francese (sez. «Documenti storici»). In data 11 maggio 1938, nell’estratto da questa documentazione, Heidegger nel rispondere ad un questionario della polizia, alla richiesta se si fosse pronunciato a favore del partito nazionalsocialista prima della presa del potere, replica di sì. Altrettanto alla domanda se ricevesse la stampa del partito. Quando gli viene chiesto se i suoi figli sono membri della gioventù nazionalsocialista e se fosse un generoso donatore, risponde sempre di sì. Dice di partecipare, senza regolarità, alle manifestazioni del partito. Dice anche di approvare lo Stato nazionalsocialista e di non aver detto mai nulla di sfavorevole; rispetto agli ebrei dice di non comprare mai nulla da loro e di non aver legami politico-confessionali. La polizia fa delle considerazioni alla fine del questionario. Nella rubrica «Apprezzamento del carattere», c’è scritto: «Carattere un po’ chiuso, non molto vicino al popolo, non vive che per i propri studi, non ha sempre i piedi per terra. Reputazione morale: buona. Reputazione materiale: buona. È un reazionario: no! È un disfattista: no! È un critico: no!».
Nella rubrica «Giudizio d’insieme», si legge: «Capacità importanti visto che è una persona di cultura, avversario deciso del cattolicesimo. Per il resto è un intellettuale tagliato fuori dal mondo, da considerarsi politicamente sicuro». Un altro documento è datato 12 aprile 1938, è un giudizio dettagliato sul suo pensiero: «la sua filosofia è certamente indirizzata verso il nazionalsocialismo, ha in comune con il nazionalsocialismo il rifiuto dell’imborghesimento dello Stato e anche della scienza. Tenta di dimostrare nella sua filosofia come l’integralità della visione del mondo dipenda da un’attitudine fondamentale dell’uomo verso il suo mondo. Ma siccome parte sempre dalla visione individuale, arriva ad una conclusione individualista. Insegna, in altri termini, una filosofia dell’essere individualista e non dell’“essere insieme”. Si può dire quindi che Heidegger rappresenta, nel quadro dell’università di Friburgo, alla luce della attitudine ferma contro i gruppi di potere cattolico, ed altri gruppi cristiani, una forza positiva».
Un altro documento di grande interesse è datato 29 settembre 1941, ed è firmato dal professor Krieck, professore delegato al controllo politico di tutti i cattedratici tedeschi. Il documento di circa 5 pagine è fortemente negativo nei confronti di Heidegger. Volendo considerare solo i dati oggettivi si deduce che Heidegger fu allievo del Collegio Gesuita «Stella Matutina», fu cacciato da questo Collegio a causa della sua debolezza fisica, «razzialmente tipo difficile da definire». Il simbolo della Stella Matutina appare sulla sua tomba, frainteso da molti come stella gnostica. La sua ambiguità è quella di un affabulatore che viene considerato per una sua conferenza culminata con l’affermazione: «La verità è in realtà il falso». Krieck cita spesso la testimonianza del professor Rickert, che conosceva bene Heidegger, è un susseguirsi di accuse, la prima secondo lui è quella di avere relazioni molto strette con gli ebrei, quando organizzava dei corsi universitari a Davos. Altro rimprovero è che Heidegger nel 1932-33 aveva partecipato a degli esercizi spirituali presso i benedettini di Blaubeuren. Altro capo d’accusa sono i rapporti intrattenuti con la setta antroposofica di Rudolf Steiner. Aveva anche frequentato il circolo del poeta Stefan George, accusato di omosessualità, e di cui faceva parte anche von Stauffenberg e gli altri militari che attentarono a Hitler nel 1944. Krieck dice poi di aver letto le note prese da uno studente durante i corsi di Heidegger. In base a queste note trancia un giudizio piuttosto pesante dicendo come gli risulti una straordinaria abilità gesuitica di allusioni, e l’uso già manipolato di parole e concetti, che li rendono volutamente poco comprensibili fino al punto di riscontare come il senso di una parola si contraddica con quella seguente. I giovani sono molto affascinati dalla sua abilità, uomini e donne, nazionalsocialisti ed oppositori, tutti cadono nella sua trappola con una straordinaria facilità. «Ogni filosofia di questo genere a mio avviso - dice Krieck - è innanzitutto caratterizzata dai canoni di un crimine contro la lingua tedesca. Io ho fatto fare una tesi ad un giovane studente della Prussia orientale, Walter Dulz, che ha il titolo Una riflessione sulla filosofia di Martin Heidegger. Devo riconoscere che questo giovane dopo una iniziale fascinazione ha saputo smascherare i tranelli del pensiero di Heidegger». Firmato Krieck.
L’analisi di questi e altri documenti porta a dare un taglio chiaro all’eterna polemica sulla partecipazione o meno del filosofo all’ideologia nazionalsocialista. Non mancano semplici rapporti di polizia ma anche delle SS. Quello che si deduce è che inizialmente Heidegger era considerato da tutti un buon nazista, molto vicino alle SA di Roehm, prima della eliminazione delle camice brune da parte delle SS nell’autunno del 1933, Heidegger viene visto con sospetto dagli ambienti vicini alle SS ma resta comunque ben visto dal partito. Quello che sorprende è che tutto l’apparto di capillare controllo nazionalsocialista non si sia accorto che il buon nazista Heidegger tradisse la ancora più convinta nazista Elfriede, sua moglie, con la sua giovane allieva Annah Arendt, ebrea.
l’Unità 27.9.07
La via heideggeriana al nazionalsocialismo - di Bruno Gravagnuolo
IL CASO Come e quando avvenne l’adesione del filosofo al regime e per quali vie si determinò il distacco: una questione che ha tormentato gli interpreti --
I documenti dei quali l’articolo che pubblichiamo in questa pagina ci offre una sintesi, sono un tassello di rilievo nell’ormai stradibattuta questione sulle compromissioni di Heidegger col nazismo. Fino ad oggi nell’istruttoria, avevamo sentito critici, allievi, congiunti, testimoni e lo stesso Heidegger. Che a più riprese, nel 1945, nel 1982, nel 1983 e nel 1966 - nella sua autogiustificazione pubblicata tre volte e in una celebre intervista allo Spiegel - aveva tentato di dar conto del suo rapporto col nazionalsocialismo.
Adesso invece, benché le carte non siano del tutto inedite, abbiamo l’occasione di sentire qualcos’altro: l’opinione della polizia nazista. Corredata da un rapporto di uno dei più noti avversari di regime del filosofo. Il professor Krieck, figura minore e accademico a Medicina, ma che ebbe un certo ruolo nel determinare le dimissioni di Heidegger da Rettore a Friburgo, nel febbraio 1933. E che in seguito condusse una campagna contro di lui sulla sua rivista Il popolo in divenire, coadiuvato da Rosenberg e Baumler, tra le massime autorità culturali di regime.
Ebbene, cosa viene fuori da quei verbali? Una cosa semplice, e al contempo ambivalente. E cioè che il regime considerava il filosofo uno strano nazista. Tiepido, schivo, individualista, un po’ tra le nuvole, non eretico, bizzarro. In ogni caso non un militante fermo, né un intellettuale organico. Insomma reputazione politica buona, ruolo tutto sommato positivo culturalmente. Un cittadino nazista irreprensibile, e tuttavia in qualche modo un enigma. A quanto pare nemmeno l’intemerata di Krieck acclusa ai documenti- linguaggio oscuro, «razza incerta», rapporti coi cattolici - dovettero far cambiare idea ai funzionari di polizia. Sebbene cautele e qualche sospetto vi furono sempre su Heidegger. Laddove lo si lasciò sì insegnare e pubblicare. Ma non si consentirono recensioni sui periodici più diffusi alle sue opere. E si evitò di farlo inserire in delegazioni ufficiali tedesche ai congressi internazionali di filosofia, almeno a partire dal 1935. Tranne un invito per una partecipazione «separata» e individuale ad un convegno parigino su Cartesio, alla quale il filosofo oppose un rifiuto, nonostante la sua presenza a Parigi fosse stata sollecitata da Emile Bréhier, tramite il Ministero del Reich a Berlino.
Dunque Heidegger fu un nazista a modo suo. E anche questi documenti, indirettamente lo confermano. Ma che significa «a modo suo»? Presto detto. Significa che il filosofo consentì in pieno con quello che lui definiva un «movimento», già prima del 1933. Votò nazista nel 1932, su consiglio della moglie Elfride, ma fin dal 1929 nella sua lezione inaugurale pose a tema la questione dell’università come luogo chiave della ricongiunzione tra sapere, nazione e tradizione occidentale della filosofia. Insomma i presupposti del nazismo del 1932-33, stanno in una certa idea anche politica della filosofia: custodia e cura del «senso originario dell’Essere» da affidare anche alle istituzioni. Custodia pratica e teoretica del ruolo del popolo tedesco, il cui destino era quello di incarnare l’eredità metafisica dell’Occidente, delle sue domande «abissali». Governando così il potere della tecnica moderna, e misurandosi con la «potenza» nel regno storico dell’«essente». Tutti temi che tornano nello Heidegger di quegli anni. Poi la svolta: il nazismo come acme alienato della tecnica, che oscura l’Essere e la verità. Conciliazione impossibile tra verità e tecnica. Ed è lo Heidegger post-nazista. Reticente sui suoi abbagli e scivoloso. Figuriamoci poi per la polizia!