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15.09.2007

Evola, il fascismo e la filosofia

l’Unità 15.9.07
Riscoprire Julius Evola? No grazie, è l’essenza del fascismo radicale
di Bruno Gravagnuolo

Evola filosofo della libertà? Maestro di un’emancipazione radicale capace di farci riguadagnare nientemeno che il «libero arbitrio»? E di rivaleggiare con Hegel, Nietzsche e Gentile, quanto a vigore di pensiero? No, davvero non si sentiva il bisogno di questo ennesimo tormentone «revisionista». Anche perché in questo caso l’aggettivo è davvero sprecato e inapplicabile, stante che è impossibile scindere il «razzista spirituale» Julius Evola dal suo «reazionarismo» di fondo. Dalle scelte che connotarono la sua vita e il suo ruolo. E dall’esilità tardoromantica del suo nero messaggio esoterico.
Ma tocca ritornarci su. Dopo che già La Repubblica vi aveva dedicato una paginata il 30 marzo scorso, col recensire pomposamente e con poche avvertenze critiche due «capisaldi» del pensiero evoliano. In particolare Fenomenologia dell’individuo assoluto e Saggi sull’idealismo magico (ed. Mediterranee, a cura di G. De Turris). Sul secondo dei quali tornava altrettanto pomposamente ieri il Corsera (con qualche avvertenza in più) con articolo di Dario Fertilio.


Ieri era stato il bravo Franco Volpi, studioso e traduttore di Heidegger a rivalutare Evola. Oggi invece è Massimo Donà, prefatore di Fenomenologia, a rilanciare. Dopo che già Massimo Cacciari negli anni scorsi aveva «sdoganato» l’ex pittore dadaista (1898-1974) convocato dal Duce su imbeccata di Pavolini nel 1938, a distillare la dottrina «ario-mediterranea» che fu a base del Manifesto sulla razza. Già perché intanto sulla base di quella dottrina, rimpolpata da Evola, il fascismo intendeva rivaleggiare col nazismo e con il suo razzismo ariano e biologistico. E sulla base di quel contributo, sistematizzato da Landra e Pende, Evola fu spedito a Berlino, per convincere i camerati della liceità e della «differenza» del razzismo nostrano. Ricevendone in cambio diffidenze e perplessità. «Ario-mediterraneità» sigificava infatti un razzismo più duttile ed egemonico, plasmato su un «bio-tipo» assimilativo più ampio di quello «nordico». Ma che «discriminava» e dannava altresì ebrei e africani. Il che però non voleva dire affatto che «l’archetipo spirituale», o il «mito», non modellassero in Evola il «soma» o non lo selezionassero. Insomma, quello di Evola era un razzismo in salsa italica pasticciato e pretenzioso, non meno pericoloso di quello «doc», e che servì a giustificare culturalmente il mito della razza e le leggi razziali, con ciò che ne derivò tra il 1938 e il 1945 (c’è anche e soprattutto la Rsi!).
Ciò detto qual è lo «specimen» filosofico di Evola, nume ispiratore della vecchia e nuova destra, esoterica e non, che campeggiava anche nelle tesi An di Fiuggi? Presto detto. Una sorta di individualismo assoluto e magico. «Inattuale» e rescisso dalla storicità. Polemico con l’idealismo gentiliano e proteso alla riscoperta di archetipi e mitologemi eterni, da cavalcare in vista di un rovesciamento elitario dei valori. Sono gli «Io» dispotici ed eroici a fare la storia per Evola, e a rilanciare sulla ruota del ciclo delle rinascite i valori che contano. E che fanno storia: gerarchia, razza come principio spirituale, tradizione come radicamento e piedistallo di Imperialismo pagano. Una specie di «Junghismo» reazionario e anche di anarchismo individualistico alla Stirner. Dove l’«Eterno ritorno» non è la volontà di potenza materialistica di Nietzsche che spregia ideologie e maschere, e s’affida all’«innocenza del divenire» senza Dio. Ma dove viceversa i valori sono stelle fisse da recuperare, «cavalcando la tigre» del presente, e in attesa di un ordine purificato e aristocratico. In breve: «nazifascismo spirituale». E al più interessante per capirne le fantasie e l’immaginario profondo.

scritto da millepiani il 15.09.2007
come una critica
Technorati Tags: Evola, fascismo
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