Settembre 2007 Archives

200 anni dalla 'Fenomenologia' hegeliana: un convegno

il 29.09.07 18:45

l’Unità 29.9.07
A Roma un convegno a duecento anni dalla pubblicazione della celebre opera hegeliana tradotta in Italia dal grande hegelista Enrico De Negri - La «Fenomenologia» di Hegel? Ottima per capire il mondo globale e le sue differenze di Bruno Gravagnuolo - "Le dispute tra hegeliani e antihegeliani sono un ricordo ma il fascino del filosofo resta. Il conflitto tra servo e signore è una chiave attualissima per capire la politica"
Ci fu un tempo in cui accapigliarsi su Hegel era d’obbligo. Da Marx in poi, certo. E già tra hegeliani: giovani, vecchi, di destra o di sinistra. In fondo in tutta la modernità otto-novecentesca non v’è stato filosofo che più di Hegel ha diviso gli animi, ha marcato scelte, e influenzato i movimenti politici. Per il tramite dei suoi interpreti, dei suo detrattori, o dei suoi «rovesciatori». Ben per questo Bobbio parlava di un «macigno» che ancora sta sulla nostra strada. E ben per questo Loewith vedeva nel tratto che va «Da Hegel a Nietzsche» il cuore di tutte le dispute culturali europee a venire.

Une contribution sur Foucault - di Toni Negri

il 29.09.07 11:35

dimanche 23 septembre 2007 par Antonio Negri
Foucault est là, dans l’entre-deux, ni dans le passé dont il fait l’archéologie, ni dans le futur qu’il esquisse parfois.
L’oeuvre de Foucault : un article - interview avec Antonio Negri. Da "FSU - Nouveaux Regards", Agosto 2004

Question 1 : Les analyses de Foucault sont-elles d’actualité pour comprendre le mouvement des sociétés ? Dans quels domaines vous semble-t-il qu’elles devraient être renouvelées, réajustées, prolongées ?

Réponse 1 : L’oeuvre de Foucault est une étrange machine, elle ne permet en réalité de penser l’histoire que comme histoire présente. Probablement, une bonne partie de ce que Foucault a écrit (Deleuze l’a très justement souligné) devrait être aujourd’hui réécrit. Ce qui est étonnant - et touchant -, c’est qu’il ne cesse jamais de chercher, il fait des approximations, il déconstruit, il formule des hypothèses, il imagine, il construit des analogies et raconte des fables, lance des concepts, les retire ou les modifie... C’est une pensée d’une inventivité formidable. Mais cela n’est pas l’essentiel : je crois que c’est sa méthode qui est fondamentale, parce qu’elle lui permet d’étudier et de décrire à la fois le mouvement du passé au présent et celui du présent à l’avenir. C’est une méthode de transition dont le présent représente le centre. Foucault est là, dans l’entre-deux, ni dans le passé dont il fait l’archéologie, ni dans le futur qu’il esquisse parfois - “ comme à la limite de la mer un visage sur le sable ” - l’image. C’est à partir du présent qu’il est possible de distinguer les autres temps. On a souvent reproché à Foucault la légitimité scientifique de ses périodisations : on comprend les historiens, mais en même temps, j’aurais envie de dire que ce n’est pas un vrai problème : Foucault est là où s’installe le questionnement, il l’est toujours à partir de son propre temps.

Poteri e sfruttamento quale nuova articolazione in una prospettiva marxiana ? dal sito Samizdat

mercredi 24 août 2005 par Antonio Negri
Ipotesi sulla trasformazione del concetto di sfruttamento all’interno del Tableau Economique.

Presento qui alcuni appunti sull’argomento di cui al titolo. Proporrò in A alcune ipotesi, a partire da Il Capitale di K.Marx, sulla trasformazione del concetto di sfruttamento - che egli riteneva, all’interno dell’interpretazione del Tableau Economique in una definizione standard. Introdurrò poi, in B, alcune ipotesi relative ad una nuova definizione del concetto di sfruttamento ed alla nuova articolazione tra poteri e sfruttamento. In appendice poi, ad C, cercherò di identificare alcune piste per la definizione di un Noveau Tableau Economique, non tanto nei termini di una nuova definizione quanto di approssimazione. Tutto questo sarà presentato in forma di note non definitivamente lavorate ma sottoposte alla discussione del seminario : questa discussione sarà certamente utile nella stesura definitiva del testo.

l’Unità 27.9.07
«Heidegger? Nazista sì, ma un po’ strano» - di Marco Dolcetta

ARCHIVI Dalle carte del Terzo Reich riemerge quel che pensava la polizia politica di Hitler del filosofo dell’Essere: bravo antisemita, cittadino esemplare ma distaccato, pensatore con la testa tra le nuvole.

Recentemente sono ricomparsi una serie di documenti segreti della polizia del Terzo Reich sul filosofo Martin Heidegger, che possono contribuire alla definizione dell’annosa questione della partecipazione del filosofo all’ideologia dello Stato nazista.
Come tutti i cittadini del Terzo Reich anche Martin Heidegger era sottoposto allo stretto controllo della polizia politica tedesca. Un primo rapporto su di lui pubblicato in parte sulla rivista della Rdt Allemagne aujourd’hui nel 1966 è conservato negli archivi del Ministero degli Esteri francese con sede a Colmar, in quanto Friburgo, sua città di residenza alla fine della guerra passò sotto il controllo francese (sez. «Documenti storici»). In data 11 maggio 1938, nell’estratto da questa documentazione, Heidegger nel rispondere ad un questionario della polizia, alla richiesta se si fosse pronunciato a favore del partito nazionalsocialista prima della presa del potere, replica di sì. Altrettanto alla domanda se ricevesse la stampa del partito. Quando gli viene chiesto se i suoi figli sono membri della gioventù nazionalsocialista e se fosse un generoso donatore, risponde sempre di sì. Dice di partecipare, senza regolarità, alle manifestazioni del partito. Dice anche di approvare lo Stato nazionalsocialista e di non aver detto mai nulla di sfavorevole; rispetto agli ebrei dice di non comprare mai nulla da loro e di non aver legami politico-confessionali. La polizia fa delle considerazioni alla fine del questionario. Nella rubrica «Apprezzamento del carattere», c’è scritto: «Carattere un po’ chiuso, non molto vicino al popolo, non vive che per i propri studi, non ha sempre i piedi per terra. Reputazione morale: buona. Reputazione materiale: buona. È un reazionario: no! È un disfattista: no! È un critico: no!».

André Gorz: cento anni avanti per chi va cento anni indietro - di ’http://ilcomeilperche.blogspot.com/’

Nel testo L’Immateriale. Conoscenza, valore e capitale (2003) André Gorz risolve la vexata quaestio del post-capitalismo contemporaneo, tagliando alla radice la presunta continuità tra la struttura materiale delle società occidentali novecentesche e la post-modernità. Gorz parte dalla novità più rilevante del ciclo produttivo inaugurato dall’estensione globale del liberismo: la produzione di sé, come funzione che va sostituendo definitivamente la produzione materiale di ricchezza e di senso.
La produzione di sé è infatti la “messa al lavoro” dell’intero regesto delle facoltà umane, catturato nell’ordine simbolico e non più solo psico-fisico dell’antico salariato, in cui si dissolve l’obsoleta distinzione tra tempo di vita e tempo di lavoro.
Produzione di sé significa infatti che il regime globale della produzione, da un lato si individualizza per afferrare interamente l’esistenza, non più solo la sua parte lavorativa, che anzi diviene minoritaria, dall’altra che ogni singolo essere umano entra nel flusso economico globale mettendo a frutto intelligenza, affettività, sapere e cooperazione.
Si tratta niente di meno che dell’abolizione del lavoro, che del resto era stata pronosticata da Marx ne L’ideologia tedesca, così commentata: «In questo contesto Marx definiva il comunismo come abolizione del lavoro che ha perso ogni apparenza di attività personale…».

André Gorz visto da 'Il Manifesto': Merlo, Bascetta, Vecchi

il 26.09.07 18:47

Suicida con la moglie il filosofo André Gorz
L’ultimo libro dello studioso è dedicato a Dorine, la compagna con cui aveva condiviso una vita. Da molto tempo gravemente ammalata, Gorz ripercorre, con infinita tenerezza e con il dolore di averla talvolta trattata con durezza, gli anni passati in comune -
di Anna Maria Merlo

Il filosofo André Gorz si è suicidato l’altro giorno assieme alla moglie, nella casa a Vosnon, nell’Aude, dove abitavano da anni. André Gorz aveva 84 anni, la moglie, Dorine, uno di meno. Nel ’64, sotto lo pseudonimo di Michel Bosquet, era stato tra i fondatori del Nouvel Observateur, con Jean Daniel e K.S.Karol.
Nato a Vienna nel 1923, sotto il nome di Gerard Horst, André Gorz è noto per i suoi saggi sull’ecologia politica e sull’anticapitalismo. Era stato direttore politico di Temps Modernes. Tra i suoi saggi più importanti, Métamorphoses du travail. Negli anni ’80, si era ritirato con la moglie Dorine a Vosnon, non lontano da Troyes. Di recente aveva scritto ad alcuni amici delle lettere, in cui si diceva preoccupato per lo stato di salute di Dorine, vittima da tempo di una malattia degenerativa. Ieri mattina, un’amica ha constatato il dramma. Sulla porta della casa di Vosnon c’era un messaggio: «Avvertite la gendarmeria». All’interno, i due corpi erano fianco a fianco.

La personne devient une entreprise - di André Gorz

il 26.09.07 17:57

« La personne devient une entreprise » par André Gorz (Écorev N° 7)
Note sur le travail de production de soi - par André Gorz, dalla rivista Multitudes
Mise en ligne le mardi 25 septembre 2007
Le 5 mai 2001, à Berlin, le Directeur des Ressources Humaines de Daimler Chrysler expliquait aux participants d’un congrès international que "les collaborateurs de l’entreprise font partie de son capital". Il précisait que leur comportement, leurs compétences sociales et émotionnelles jouent un rôle important dans l’évaluation de leur qualification. Par cette remarque, il faisait allusion au fait que le travail de production matérielle incorpore une proportion importante de travail immatériel.

Dans le système Toyota, en effet, les ouvriers des ateliers de montage final commandent eux-mêmes les pièces aux sous-traitants - les commandes remontent en une cascade inversée, du montage final aux sous-traitants de premier rang dont les ouvriers se font eux-mêmes livrer par ceux du deuxième rang etc. - et sont eux-mêmes en rapport avec la clientèle. Comme le précisait il y a quelques années le directeur de la formation de Volkswagen : « Si les groupes de travail ont une large autonomie pour planifier, exécuter et contrôler les processus, les flux matériels et les qualifications, on a une grande entreprise faite de petits entrepreneurs autonomes. » Ce « transfert des compétences entrepreneuriales vers la base » permet de « supprimer dans une large mesure les antagonismes entre travail et capital ».

Camus, Sartre e i cattivi maestri - di Luca Gallesi

il 26.09.07 17:47

Avvenire 26.9.07
Camus, Sartre e i cattivi maestri
Anniversari Nel 1957 l’autore della «Peste» riceveva il Nobel, poi rifiutato dallo scrittore-filosofo Quel periodo vide la rottura fra i due: il primo difendeva i diritti umani al di là delle ideologie, il secondo restò sempre legato al comunismo - Di Luca Gallesi


Un uomo ricco soltanto di dubbi, abituato alla solitudine del lavoro e al conforto delle amicizie». Con queste semplici parole, pronunciate a Stoccolma il 10 dicembre del 1957, Albert Camus si presentava all’Accademia che gli aveva appena conferito il Premio Nobel per la letteratura. Dopo mezzo secolo, quel suo discorso fa ancora riflettere, in particolare sullo scopo e la funzione della letteratura, che non è fine a se stessa, ma deve unire e affratellare il numero più grande possibile di persone. «L’artista deve essere umile -continua Camus - e accettare di servire tanto la verità, che è misteriosa, quanto la libertà, che è anche pericolosa. Non deve giudicare, bensì capire, senza mai disprezzare nulla». Molto lontano da questa concezione fu un altro intellettuale francese, che, nel 1964, il Premio Nobel invece lo rifiutò: Jean Paul Sartre, che pure era stato legato ad Albert Camus da una militanza politica e da una amicizia durata una decina d’anni, dal 1944 al 1954.

Per Gramsci. Crisi e potenza del moderno - di Alberto Burgio

il 26.09.07 17:45

il manifesto 26.9.07
La partitura teorica per la crisi di un’epoca
Pubblichiamo un brano del volume «Per Gramsci. Crisi e potenza del moderno». Il liberismo come risposta restauratrice alla espansione dei diritti del lavoro - di Alberto Burgio


Non c’è stata nessuna uscita dal Novecento. Le società occidentali sono ancora nel pieno di una classica «rivoluzione passiva» che non ha però determinanto una normalizzazione del paesaggio politico


Viviamo una grave crisi democratica. Non si tratta di una condizione eccezionale né abnorme. Si può sostenere, con un apparente paradosso, che lo stato di crisi è la condizione normale della democrazia, la quale è, a guardar bene, un processo. Quella che chiamiamo democrazia è il processo di conquista della capacità di autogoverno da parte dei corpi sociali. È la dinamica espansiva della cittadinanza che, con parole chiare e semplici, Gramsci chiama «passaggio molecolare dai gruppi diretti al gruppo dirigente». A questa cruciale dinamica si connettono inevitabilmente contraddizioni e conflitti. Crisi, appunto: provocate dalla continua tensione tra inclusione ed esclusione (tra tendenze «espansive» della classe dominante e tendenze «repressive»), e destinate ad influire sulla struttura dei soggetti (sui confini del demos), sulla forma dei poteri, sulla logica e le finalità del loro esercizio.

Recension. Misères du présent, richesses du possible de André Gorz
Par Toni Negri dalla rivista Multitudes - Mise en ligne avril 1998

Il s’agit là d’un livre utile et important à plusieurs points de vue. En premier lieu, il avance la thématique de la sortie de la société salariale, et va jusqu’à demander aux forces de gauche de la reprendre à leur compte. L’interlocuteur de Gorz est donc ici le mouvement social dans son ensemble et non plus seulement le mouvement écologiste. En second lieu Gorz se fait pour la première fois le propagandiste, à côté des thématiques déjà proposées dans ses précédents ouvrages (changer le travail, libérer le temps, changer la vie), d’un nouveau thème central : garantir le revenu (un revenu universel et inconditionnel qui permette de vivre sans travailler). Après avoir rejeté cet objectif, pendant de longues années, et dans de nombreux ouvrages, Gorz s’est converti à cette idée et la reprend en tant que position-clé du programme d’une gauche qui veut se doter de moyens adéquats d’affronter l’avenir. Gorz s’adresse ici à l’ensemble bigarré composé des militants qui, au cours des trente dernières années, se sont mobilisés sur les mots d’ordre de « refus du travail » et « revenu garanti » - et que les organisations syndicales et patronales ont considéré et considèrent toujours comme leur principal ennemi. Interlocuteurs secondaires (mais pas moins importants vue la place que Gorz leur accorde) : les théoriciens de ce « capitalisme rhénan » qui cherchent des lignes de fuites « alternatives » dans l’Europe de la crise post-fordiste. En troisième lieu, enfin, cet ouvrage de Gorz est important parce qu’il introduit dans le débat marxiste en Français un thème théorique marxien, jusque là ignoré ou abandonné à une exégèse minoritaire : le thème du « General Intellect », ou encore de l’« intellectualité de masse ». Il récupère en la critiquant cette thématique développée à partir d’un mouvement de relecture des œuvres de Marx, et en particulier des Grundrisse, qui a ses origines dans les lointaines années 60 en Italie (dans les Quaderni rossi) et s’est ensuite largement imposé sur la scène mondiale. (Texas Archive of Autonomist Marxism, University of Austin, offre une bonne documentation, continuellement mise à jour, de ces auteurs y compris sur Internet). De ce point de vue le livre de Gorz sert à déprovincialiser le débat français et contribue à l’introduire dans le mouvement international de retour à la pensée de Marx pour interpréter la crise actuelle.

Misère du présent, richesse du possible
Entretien avec Carlo Vercellone, Patrick Dieuaide, Pierre Peronnet - Par André Gorz - dalla rivista Multitudes - Mise en ligne le lundi 18 juin 2007

ALICE - Votre approche actuelle concernant un revenu garanti indépendant du travail (revenu de citoyenneté) est l’aboutissement d’une réflexion complexe et « tourmentée » sur la division capitaliste du travail et des dynamiques sociales susceptibles de la dépasser. Dans vos ouvrages, vous avez été amené à renoncer à une problématique axée sur la libération dans le travail pour privilégier une perspective visant essentiellement la libération du travail. C’est ainsi que dans Métamorphoses du travail, quête du sens vous affirmez que face à l’inappropriabilité de la masse des savoirs, nécessairement spécialisés, que combine la production sociale, la quête du sens de la métamorphose actuelle du travail consiste dans un projet de société du temps libéré. L’automatisation, réduisant comme peau de chagrin la sphère du travail dans l’entreprise régie par la rationalité économique du capital, devait être mise au service de l’expansion de sphères d’activité sans nécessité ni but économique ; et ce grâce à une réduction drastique et progressive du temps de travail. Ce projet de renversement de la logique de la société duale produite par le néo-libéralisme était tributaire, à notre sens, d’une vision classique de l’opposition entre travail et non-travail, c’est-à-dire entre les différentes formes d’emploi et les activités non-marchandes.

Heidegger e la Norimberga dei filosofi - di Armando Torno

il 25.09.07 10:49

Corriere della Sera 25.9.07
Nuove carte sui regolamenti di conti tra intellettuali nella Germania post nazista
Heidegger e la Norimberga dei filosofi
Compromesso con il Terzo Reich, fu epurato. Ma Romano Guardini non volle il suo posto - di Armando Torno

Nell’estate del 1945, con la resa incondizionata della Germania, ci fu chi pensò, dopo un processo esemplare ai capi politici, anche a una Norimberga degli intellettuali nazisti. Furono sostanzialmente esclusi, per quel che è noto sino a oggi, gli scienziati che avevano aderito al Terzo Reich e che si divisero tra Urss e Usa, senza problemi. Ma con un artista quale Arno Breker, che pur aveva aiutato Picasso durante la guerra, gli Alleati si comportarono diversamente: i suoi studi furono confiscati e distrutti, circa l’80% delle opere a lui attribuite venne disperso e qualcosa si ritroverà soltanto negli anni ’60 in una fonderia, dove le sculture erano vendute a peso (una legge del 1947 gli impedirà anche il riacquisto di quanto fosse riuscito a rintracciare). Né andò meglio per i filosofi.
Già all’indomani del 28 aprile 1945, allorché le truppe francesi entrarono a Friburgo, alcuni professori vennero arrestati per collaborazionismo e l’amministrazione comunale stilò una «lista nera» di quelli che si erano compromessi con il passato regime. I loro appartamenti furono posti sotto sequestro e si formò una «Commissione per l’epurazione», della quale fecero parte docenti appena scarcerati. Sarà questo organismo a proporre di pensionare in anticipo Martin Heidegger, che a Friburgo aveva la cattedra, ma non di allontanarlo dal suo posto. Mentre il filosofo teme la confisca della propria biblioteca, il Senato accademico impugna la decisione e le indagini sul suo conto vengono riaperte.

Il suicidio di André Gorz e sua moglie

il 25.09.07 09:50

AFP | 24.09.07 | 17h20 • Mis à jour le 24.09.07 | 17h25

gorzLe philosophe André Gorz, cofondateur de l’hebdomadaire Le Nouvel Observateur, est mort, lundi 24 septembre, à l’âge de 84 ans. Il s’est suicidé avec sa femme à leur domicile de Vosnon, dans l’Aube, selon des proches du couple.
Né à Vienne en février 1923, sous le nom de Gerard Horst, André Gorz, considéré comme un penseur de l’écologie politique et de l’anticapitalisme, est notamment l’auteur d’Ecologie et Politique et d’Ecologie et Liberté. Il avait fondé, avec Jean Daniel notamment, Le Nouvel Observateur en 1964, sous le nom de Michel Bosquet.
Après sa retraite dans les années 1990, il s’était retiré dans une maison à Vosnon, à 35 kilomètres de Troyes, avec son épouse, dont il était très épris et qui était atteinte d’une affection évolutive depuis plusieurs années. Selon des proches, c’est une amie qui a constaté le drame lundi matin. Des messages affichés sur leur porte précisaient qu’il fallait "prévenir la gendarmerie".

Le immagini delle città di Benjamin - di Claudio Magris

il 23.09.07 00:00

Corriere della Sera 23.9.07
Esce una nuova edizione di «Immagini di città». Claudio Magris rilegge «l'infatuazione marxista» del pensatore Benjamin
La miopia di un genio, tradito dall'ideologia nella Mosca rossa non vide i germi del terrore
Pubblichiamo alcuni brani della prefazione di Claudio Magris a «Immagini di città. Nuova edizione» di Walter Benjamin (in libreria da martedì per Einaudi, pp.144, e16). Il volume, arricchito di tre scritti rispetto all'edizione del 1955, è a cura di Enrico Ganni e ha una postfazione di Peter Szondi

In una celebre e fulminea parabola Borges parla di un pittore che dipinge paesaggi; regni, montagne, isole, persone. Alla fine della sua vita si accorge di aver dipinto, in quelle immagini, il suo volto; scopre che quella rappresentazione della realtà è il suo autoritratto. La nostra identità è il nostro modo di vedere e incontrare il mondo: la nostra capacità o incapacità di capirlo, di amarlo, di affrontarlo e cambiarlo. Si attraversa il mondo e le sue figure, sulle quali si fissa lo sguardo, ci rimandano come uno specchio la nostra immagine, le nostre immagini che, man mano si avanza verso la meta finale del viaggio, restano indietro, appartengono via via a un tempo non più nostro, relitti che si accumulano nel passato.Forse nessuno come Benjamin ha tracciato questo autoritratto attraverso le cose e le figure del mondo, che il corso della storia individuale e collettiva il progresso fa a pezzi. Il mondo, per lui, non è la natura, già perduta in un'epoca tanto anteriore alla sua vita e alla sua infanzia; perduta in un tempo mitico distrutto dal progresso storico, essa balena nell'epifania di qualche scheggia solo nelle pagine di alcuni scrittori epici del passato, come Leskov. Il mondo per lui è la città: la Berlino dei suoi anni infantili, la Mosca o la Marsiglia dei suoi viaggi, la Parigi capitale del XIX secolo con i suoi passages che conducono da un'epoca e da una vita a un'altra.

Odissea Auschwitz - di Primo Levi

il 21.09.07 12:31

Odissea Auschwitz - di Primo Levi
La cattura da parte dei fascisti nel settembre 1943. Il trasferimento al campo di Fossoli. La deportazione in Polonia con le SS. Infine la liberazione e il ritorno a casa. Dagli archivi israeliani un’inedita deposizioneL’espresso riproduce fedelmente un documento trovato negli archivi di Yad Vashem (l’istituto per la memoria della Shoah) di Gerusalemme. Si tratta di una deposizione di Primo Levi, in cui lo scrittore dà conto delle sue vicende a partire dal 9 settembre 1943 e fino al ritorno a casa, nell’ottobre 1945.



Roma 14 Giugno 1960
DEPOSIZIONE DEL DOTT. PRIMO LEVI abitante in Torino - C.Vittorio 67.

Il 9 settembre 1943 insieme ad alcuni amici mi rifugiai in Val d’Aosta e precisamente a Brusson, sopra St.Vincent, a 54 km. dal capoluogo della regione. Avevamo costituito un gruppo partigiano nel quale figuravano parecchi ebrei fra i quali ricordo GUIDO BACHI, attualmente a Parigi in qualità di rappresentante della Soc. OLIVETTI, CESARE VITA, LUCIANA NISSIM sposatasi poi con Momigliano e attualmente domiciliata a Milano e autrice del libro: "Donne contro il mostro"; WANDA MAESTRO, deportata e deceduta in un campo di sterminio. Si aggregò a noi un tale che si faceva chiamare MEOLI e che, essendo una spia non tardò a denunciarci. Ad eccezione di CESARE VITA, che riuscì a fuggire, fummo tutti arrestati il 13 settembre 1943 e trasferiti ad AOSTA nella caserma della Milizia Fascista. Lì trovammo il centurione FERRO, il quale, saputo che eravamo tutti laureati, ci trattò benevolmente; egli fu poi ucciso dai partigiani nel 1945. Debbo confessare che, come partigiani, noi eravamo piuttosto inesperti; non meno inesperti però ci apparvero i militi fascisti che imbastirono una specie di processo. C’era fra loro un italiano dell’Alto Adige che parlava perfettamente il tedesco; un certo CAGNI che aveva già denunciato un’altra banda partigiana e c’era pure il "nostro" MEOLI.

il manifesto 18.9.07
Spinoza. La feconda eredità di un pensiero materialista proiettato sul presente
Il Meridiano delle «Opere» di Baruch Spinoza. Una raccolta e una bella traduzione di tutti gli scritti unita a una efficace nota che scandisce la vita del filosofo olandese. L’interpretazione di Spinoza è stata in perenne rinnovamento, anche se non mancano ancora studiosi che cercano di neutralizzare un pensiero la cui eredità permette di uscire dalla crisi della cultura della sinistra italiana - di Toni Negri



In una recente intervista Pierre-François Moreau (oggi punto di riferimento degli studi francesi su Spinoza) ha notato che l’Italia è forse il paese nel quale si pubblica di più sull’opera di Spinoza. Paradossalmente, nel nostro paese non c’era tuttavia un’edizione di riferimento che, in buon italiano, comprendesse l’intera opera del grande autore seicentesco. Oggi, questa Opera finalmente c’è: pubblicata da Mondadori nei Meridiani, a cura e con un saggio introduttivo di Filippo Mignini (che ha anche lavorato alle traduzioni ed alle note con Omero Proietti). Quest’edizione è importantissima perché raccoglie, come s’è detto, tutta l’opera di Spinoza, perché la traduce bene, perché contiene un’utile introduzione teorica, un accurato accenno storico alla fortuna di Spinoza e soprattutto perché offre un’accurata cronologia ragionata sulla vita di Spinoza e sull’ambiente olandese nel quale la sua filosofia si è formata. (A proposito chi ne ha il tempo può ancora visitare a Parigi, nel Musée d’Art et d’Histoire du Judaisme, una ricchissima ed appassionante esposizione sull’Amsterdam ebraica di Rembrant e Spinoza). Era ora che questo strumento essenziale fosse messo a disposizione degli studiosi italiani.

Ideologia senza ideali - di Zygmunt Bauman

il 17.09.07 13:36

Repubblica 17.9.07
L’ideologia senza ideali
di Zygmunt Bauman - L’intervento del sociologo al Festival di Filosofia a Modena


Lo scorso giugno, poco dopo la sua elezione a Presidente della Francia, Nicolas Sarkozy ha dichiarato in un´intervista televisiva: «non sono un teorico, non sono un ideologo, non sono certo un intellettuale: io sono uno concreto». Cosa voleva dire con queste parole? Con ogni probabilità voleva dire che crede fermamente in talune convinzioni mentre con altrettanta fermezza ne respinge risolutamente altre.
Dopo tutto ha affermato pubblicamente di essere un uomo che crede «nel fare, non nel pensare» e ha condotto la sua campagna presidenziale invitando i francesi a «lavorare di più e guadagnare di più». Ha detto più volte agli elettori che lavorare più duramente e più a lungo per diventare ricchi è cosa buona. (Si tratta di un invito che i francesi sembrano aver trovato attraente, anche se non l´hanno affatto ritenuto unanimemente sensato dal punto di vista pratico: secondo un sondaggio TBS-Sofres il 39% dei francesi ritiene che sia possibile diventare ricchi vincendo la lotteria, contro il 40% che ritiene che si diventi ricchi grazie al lavoro). Dichiarazioni come queste, se sono sincere, rispettano tutte le condizioni della credenza ed espletano la funzione principale che ci si attende dalle credenze: dicono cosa si deve fare e suscitano fiducia che, così facendo, si otterranno risultati positivi. Manifestano inoltre l´atteggiamento agonistico e partigiano normalmente connesso con una «ideologia».

Democrito e le origini del materialismo

il 17.09.07 13:27

l’Unità 17.9.07
Il pensatore greco commentato da Salomon J. Luria
Democrito: viaggio alle origini del materialismo
di Salvo Fallica



La genialità di Democrito spiegata da un grande studioso del Novecento: stiamo parlando del filologo russo Salomon J. Luria, il cui capolavoro è pubblicato adesso in Italia da Bompiani, nella prestigiosa e raffinata collana dedicata alla storia del pensiero. Democrito di Abdera può essere considerato il punto di arrivo di tutta la filosofia naturalista presocratica, per la sua meditazione e soluzione in senso pluralista delle aporie eleatiche sull’essere e sul nulla che reinterpretò come atomi e vuoto. Ed ancora, per la sua «traduzione fisica del pitagorismo matematico». Democrito è un pensatore che ha segnato la storia della cultura, e «già in epoca antica, le sue intuizioni sulla struttura atomica della materia, la vastità della sua produzione scientifica, e la profondità delle sue sentenze morali, gli meritarono una menzione speciale come uno dei più importanti filosofi da porre sullo stesso piano di Platone e Aristotele». Democrito è il fondatore, il punto di riferimento di ogni tradizione materialista, che passando per Epicuro è giunta sino a Karl Marx. Non a caso, l’autore del Capitale incentrò la sua tesi di dottorato su questi due importanti pensatori dell’antichità.
Il testo di Luria, pubblicato postumo a Leningrado nel 1970, è un capolavoro per la capacità di analisi e di sintesi del pensiero di Democrito, per la ricostruzione filologica della sua opera, per il commento e gli apparati critici. Per la minuziosa ricostruzione storica e culturale, per l’analisi filosofica e linguistica. «La raccolta dei frammenti superstiti di Democrito raddoppia per estensione la sezione sugli atomisti antichi della classica edizione tedesca di Diels e Kranz, ma soprattutto il vastissimo commentario ci restituisce un Democrito precursore della scienza antica a tutto campo, e per certi versi, molto più “moderno” di Aristotele sul versante della fisica e della biologia». Altro punto nodale dell’interpretazione di Luria, è quello di ricostruire in chiave dialettica e polemica l’evoluzione del pensiero greco, contrapponendo «materialisti» e «idealisti», con un’evidente predilizione intellettuale per i primi. Ma non si ferma qui. Luria elabora e struttura una innovativa storia degli effetti della meditazione democritea.

Evola, il fascismo e la filosofia

il 15.09.07 13:08

l’Unità 15.9.07
Riscoprire Julius Evola? No grazie, è l’essenza del fascismo radicale
di Bruno Gravagnuolo

Evola filosofo della libertà? Maestro di un’emancipazione radicale capace di farci riguadagnare nientemeno che il «libero arbitrio»? E di rivaleggiare con Hegel, Nietzsche e Gentile, quanto a vigore di pensiero? No, davvero non si sentiva il bisogno di questo ennesimo tormentone «revisionista». Anche perché in questo caso l’aggettivo è davvero sprecato e inapplicabile, stante che è impossibile scindere il «razzista spirituale» Julius Evola dal suo «reazionarismo» di fondo. Dalle scelte che connotarono la sua vita e il suo ruolo. E dall’esilità tardoromantica del suo nero messaggio esoterico.
Ma tocca ritornarci su. Dopo che già La Repubblica vi aveva dedicato una paginata il 30 marzo scorso, col recensire pomposamente e con poche avvertenze critiche due «capisaldi» del pensiero evoliano. In particolare Fenomenologia dell’individuo assoluto e Saggi sull’idealismo magico (ed. Mediterranee, a cura di G. De Turris). Sul secondo dei quali tornava altrettanto pomposamente ieri il Corsera (con qualche avvertenza in più) con articolo di Dario Fertilio.

Abbiate il coraggio di delirare. Apre la mente - di Remo Bodei

il 14.09.07 00:00

l’Unità 14.9.07
Abbiate il coraggio di delirare. Apre la mente
di Remo Bodei

Da Remo Bodei una lezione sulla necessità di aprirsi a ciò che «non è nella norma», perché l’«insensato» allarga i confini della nostra pigra, timorosa o iperdifensiva razionalità. E ci dà un sapere nuovo


Propongo a chi ascolta di cominciare con un esperimento mentale. Pensi al fluttuare degli astronauti nello spazio cosmico: sul piano del senso comune, eravamo abituati a credere che la forza di gravità possedesse una validità assoluta tale da trattenere con i piedi per terra anche gli abitanti degli antipodi, senza sospettare, a livello di senso comune, che la sua assenza, pur non negandola, desse luogo al levitare dei corpi. Allo stesso modo, quando riflettiamo sulla follia e sul delirio, dobbiamo liberarci concettualmente da quella «forza di gravità» psichica che ci assicurava immediatamente e indissolubilmente alla nostra immagine standardizzata della razionalità.
Dobbiamo cioè metterci di fronte a situazioni che, pur nel loro apparire spesso assurde e contorte, possono farci intravedere altri mondi non del tutto incompatibili con il nostro. In questo modo, la forza di gravità della ragione non viene negata dalla sua assenza, purché tale ragione, che definisco «ospitale», sia capace di considerare e di accogliere esperienze che vanno al di là dei limiti della norma o di ciò che è generalmente riconosciuto come ragionevole e sensato all’interno di una comunità, e di comprendere che esse, pur nella loro tragicità, ci arricchiscono, ci fanno vivere altre vite parallele alla nostra, ci consentono di esperire altre possibilità, anche creative, del linguaggio e della ideazione.

Evola filosofo della libertà - di Dario Fertilio

il 14.09.07 00:00

Il maligno

il 10.09.07 16:37

Riprendo da azioneparallela - riprendo perchè mi trovo in disaccordo profondo. Lo faccio qui in forma breve. Meriterebbe di più.


"Il maligno è ciò la cui essenza implica l’esistenza.
In quanto il maligno è ciò che provoca male/dolore, cioè annienta la positività dell’esistente, esso è ciò di cui il vivente desidera la non esistenza. Ma dunque il maligno è definito dal fatto che nei suoi confronti si ha un atteggiamento ’maligno’. Il maligno dunque esiste necessariamente; perché anche la distruzione del maligno è opera dello spirito maligno."
(L. V. Tarca, Quattro variazioni sul tema negativo/positivo. Saggio di composizione filosofica, Ensemble ’900, p. 193)

Direi così:
"Il maligno è ciò la cui essenza implica l’esistenza.
Poichè il maligno è ciò che si dà alla positività dell’esistente come sua negazione, esso è ciò di cui il vivente non può far a meno per dirsi tale, proprio mentre desidera la sua non-esistenza. Il maligno esiste necessariamente proprio per questo: la sua ’contestazione’ lo implica, il desiderio di distruggerlo è la prova che esso pre-esiste alla positività dell’esistente, e grazie a lui che la positività dell’esistente si fa ’spazio’ come esistenza.
Per la positività dell’esistente, tutto il maligno può essere riportato alla ’fine’, deve esserlo: la sua distruzione, come la morte, è, per questo, un ritorno alla sua origine."

La potenza redentrice di un pensiero: Giordano Bruno

il 09.09.07 13:54

il manifesto 8.9.07
La potenza redentrice di un pensiero
«Giordano Bruno» di Michele Ciliberto per Mondadori. L’avventura esistenziale di un pensatore «maledetto» dove vita e filosofia coincidevano
di Alberto Burgio



La vita come filosofia, la filosofia come autobiografia e come esperienza teatrale. I pensieri come fatti vissuti, i fatti come figure concettuali da rappresentare sulla scena del mondo. Tutto questo è Giordano Bruno. Qui sorgono, nello stesso tempo, il suo programma teorico e la sua idea di sé e dell’esistenza. A cominciare dalla propria, per destino straordinaria.
Non è una novità. Chi legga Bruno sa di dover fare i conti, sempre, con una connessione indissolubile di vita, filosofia e autobiografia. Con una vita che si fa, consapevolmente, sostanza teorica e che come tale si comprende e si narra. Pensiamo, per fare solo un esempio, alla dialettica dei contrari. Dove il contrasto tra le diverse dimensioni della propria personalità diviene principio di comprensione del mondo e delle sue trasformazioni. E dove il conflitto, la contraddizione, si rovescia, da motivo di disgregazione, in ragione di forza. Da fonte di scomposizione, in fattore di unità e di coerenza dinamica.

Spinoza - opere complete nei Meridiani

il 07.09.07 13:58

Liberazione 6.9.07
Spinoza, gioia e libero pensiero contro il fondamentalismo
Nei Meridiani di Mondadori il volume delle opere complete del filosofo olandese. Al centro del suo pensiero c’è un Dio che non gode delle sofferenze umane e una esaltazione della vita a discapito della morte
di Roberto Gigliucci



In questi tempi di fondamentalismo, di dileggio della laicità autentica, in questi tempi di nostalgia della supremazia religiosa, in questi tempi di furia teologica e smania impositiva dell’assoluto, in questi tempi di mitografie del relativismo e calcografie del divino, in questi tempi in cui le chiese occidentali odiano e invidiano le franche e brutali teocrazie orientali, in questi tempi di fustigazioni in piazza dove l’uomo viene umiliato anche mediaticamente, in questi tempi di crociate contro la libertà dello stato, contro il diritto alla salute alla vita e infine alla morte, in questi tempi in cui l’essere fuori di una chiesa torna ad essere sinonimo strisciante di empietà, in questi tempi soprattutto di teocon, teodem e laici devoti, in questi tempi in cui la religione è uno strumento ideologico in mano alla politica e in cui la religione vuole fare ed essere politica, in questi tempi di imposizione di Dio a Cesare e di Cesare a Dio e di vortici furibondi di Dio e Mammona, in questi tempi in cui un severo porporato e un fegatoso padano possono trovarsi paradossalmente uniti nell’esigenza di non pagare le tasse allo Stato, in questi tempi in cui si è liberi di essere atei e omosessuali, ma a prezzo del disprezzo di gran parte della comunità, in questi tempi in cui l’invocazione di radici cristiane serve solo a sradicare altre presunte male piante, in questi tempi in cui l’occidente è maggiormente anticristiano spesso proprio dove rivendica il suo essere cristiano e l’oriente è anti divino e antiumano proprio dove crede di percorrere con la sofferenza altrui la scala al paradiso, in questi tempi in cui la religione è più scontro tra l’identico e il diverso che non amore per gli uomini e itinerario della mente a dio, in questi tempi che viviamo è di grande rilievo leggere o rileggere Spinoza.

Nietzsche e Torino

il 03.09.07 13:46

Repubblica 1.9.07

L’Italia di Nietzsche - La biografia del filosofo di Tilmann Buddensieg
È Torino l’unica grande città
di Francesca Bonoli

Dopo il 1869, Nietzsche visse per brevi periodi in Germania. Le condizioni di salute in cui versava - gravi difficoltà alla vista - lo videro costretto ad abbandonare ogni fissa dimora, alla ricerca di luoghi e climi più adatti per poter convivere con la sua malattia. Nietzsche in viaggio verso il Sud, verso l´Italia: Napoli, Genova, Venezia, Firenze, Nizza e Torino. L´Italia di Nietzsche, di Tilmann Buddensieg (Scheiwiller, pagg. 270, euro 18) non è un semplice approfondimento biografico, bensì un´analisi dei luoghi e delle loro specificità climatiche, architettoniche, artistiche e sociali. Nel 1877 Nietzsche è a Napoli. Da subito comprende di non "avere più energie sufficienti per il Nord" e così, quando per la prima volta vide scendere la sera sulla città, ebbe la sensazione di dare, solo a partire da quel momento, "inizio alla sua vita".
È la prima impressione sull´Italia. Grazie a Napoli esperisce il lento dardo della bellezza che non ci "affascina tutta in un colpo, ma esercita una presa che si insinua lentamente e, dopo essersi annidata con discrezione nel nostro cuore, essa si impadronisce di noi", così scrive in Umano troppo umano. Quello slancio romantico di fronte al tramonto che aveva caratterizzato il soggiorno napoletano, Nietzsche lo traduce, a Genova, in un´esperienza più radicale: la rottura di tutti i legami con il passato. "L´assoluta solitudine", scrive Nietzsche, ha reso possibile un "nuovo inizio, da zero". Simbolo di questo risorgere era la "ripida strada costellata di palazzi" in cui abitava. Così nella Gaia scienza scrive: "mi dà una felicità malinconica vivere in mezzo a questa confusione di stradicciole, di voci: una ebbrezza di vita". Rimane affascinato da un nuovo modo di concepire gli spazi cittadini, infatti nella Gaia scienza osserva: "tutta quest´area è pervasa da una insaziabile ricerca egoistica del piacere del possesso".
A Genova si realizza per lui quel massimo grado di percezione in cui "tutte le cose viste, dopo essere state vissute, devono venire riespresse necessariamente in azioni e opere". E il "camminare" sotto i loggiati, diventa "passeggiare" dentro di noi. E a Venezia? Musica e arti visive si fondono. "Quando cerco un´altra parola per musica, trovo sempre soltanto la parola Venezia". Si tratta sempre della musica di Wagner che per Nietzsche ha dominato l´esperienza veneziana. L´armonia d´insieme dei più diversi suoni, forme e colori, scenari, edifici dà un´orchestrazione alle multiformi sensazioni veneziane del filosofo. Quando Nietzsche parla del Trionfo di Venezia del Veronese e del Ratto di Europa nel Palazzo dei Dogi, sceglie aggettivi forti, appartenenti alla retorica delle sensazioni: turgido, caldo, fiero. Nietzsche incontra Roma tra le rovine di templi, tra i ruderi di chiese, cercando di attribuire un significato al rapporto tra linee e masse che però trovava del "tutto estranee alle leggi meccaniche dell´architettura".
La più viva testimonianza di una più intima appropriazione di un´opera d´arte romana, è rappresentata dal Canto della notte, inserito nello Zarathustra II, ispirato alla fontana del Tritone in Piazza Barberini: "Oh infelicità di tutti i donanti!", è la tristezza del Tritone che emette acqua e il cui dono dell´acqua ricade su di lui come il vano gesto di chi vuole donare. Nietzsche vede se stesso nel Tritone: è inappagato come lui, inappagabile dello struggersi, del getto d´acqua che il solitario Tritone fa ricadere su di sé. Nietzsche e Firenze: Palazzo Pitti. Per il filosofo quest´ultimo è l´espressione di un "grande stile" che non si era più visto dopo la Controriforma.
E la Nizza di Nietzsche? E´ "pura follia"; in sé questa città gli "fa orrore." Il senso di disgusto che ha provato ripetutamente a Nizza durante la stesura dello Zarathustra III, è entrato chiaramente nel testo de La grande città ed poi diventato il "disgusto" di Zarathustra. L´unica grande città è stata invece Torino. Ne decanta la pianificazione unitaria propria di una città del XVII secolo. A Torino vive a mezzo tra il flâneur alla Baudelaire e l´ammiratore dei Passages parisiens alla Benjamin. Qui scopre un nuovo genere di architettura: la galleria dell´Industria Subalpina e la Mole Antonelliana. Città, luoghi, spazi esperiti attraverso un "confuso intrico di idee casuali e di osservazioni arbitrarie sull´arte e sul bello", così aveva letto Heidegger il viaggio di Nietzsche. Ed aveva ragione.