Bruno Fanciullacci, l'uccisione di Giovanni Gentile e la storia

Repubblica Firenze 29.7.07
«Fanciullacci assassino»
Totaro esercitò "un diritto di critica politica"
di Franca Selvatici

Le sorprendenti motivazioni con cui il giudice Rocchi ha assolto il senatore di An dall´accusa di diffamazione
Totaro? Diritto di critica politica
Assassino vigliacco a Fanciullacci: offesa non punibile
La Procura non depone le armi ed ha deciso di ricorrere in appello contro la sentenza
"Un giudizio adeguato alla gravità del delitto Gentile: critica il fatto non l´eroe partigiano"

Achille Totaro, ex consigliere comunale a Firenze e oggi senatore di An, esercitò il diritto di critica politica quando definì Bruno Fanciullacci, medaglia d´oro della Resistenza, un «assassino vigliacco» in relazione all´uccisione del filosofo Giovanni Gentile, il massimo intellettuale del fascismo. Lo afferma il giudice Giacomo Rocchi nelle motivazioni della sentenza con la quale il 29 giugno ha assolto dall´accusa di diffamazione il senatore Totaro e altri cinque esponenti di An che solidarizzarono con lui nel gennaio del 2000, al culmine di un´aspra polemica politica.
Gentile fu ucciso il 15 aprile 1944 da un Gap (Gruppo di azione partigiana) guidato da Bruno Fanciullacci mentre rientrava in casa, al Salviatino, con l´autista, senza scorta e disarmato. Fanciullacci morì eroicamente tre mesi più tardi, il 17 luglio 1944, a 24 anni, gettandosi da una finestra di Villa Triste dopo essere stato orribilmente torturato.

Definirlo «vigliacco assassino» significa travolgere l´intera sua reputazione, sostengono il pm Angela Pietroiusti, che presenterà appello, e l´avvocato di parte civile Pier Matteo Lucibello. Non è così, secondo il giudice Rocchi. A suo avviso chi esegue un assassinio è un assassino anche se in altre circostanze è un eroe, e Totaro è stato ben attento ad agganciare il suo aspro giudizio su Fanciullacci al delitto Gentile che fu, secondo lui, un «assassinio vigliacco» perché commesso contro una persona indifesa.
Un giudizio «indubitabilmente offensivo» ma che va inquadrato - afferma Rocchi - all´interno di una rovente e attuale polemica politica, nel corso della quale Totaro ha parlato come rappresentante eletto dal popolo e ha esercitato un diritto di critica politica. Per questo, in base all´articolo 51 del codice penale, non è punibile. Fanciullacci - ricorda il giudice - è morto per garantire a tutti gli italiani la libertà. Ma l´articolo 21 della Costituzione, conquistato con il sangue dei combattenti della Resistenza, stabilisce che «tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero». Tutti, dunque anche «i portatori di idealità e opinioni diverse o radicalmente contrapposte alle proprie». Questo non significa legittimare qualunque giudizio. Ma sono leciti quelli, anche durissimi, che rispecchiano «la assoluta gravità oggettiva della situazione». E sulla gravità del delitto Gentile non ci sono dubbi - secondo il giudice - sia per la sua «indiscussa grandezza di filosofo» che per la sua condizione di persona disarmata e indifesa: perciò le espressioni di Totaro «sono sì aspre, ma adeguate alla gravità del fatto», che fu condannato anche da alcune componenti della Resistenza (mentre Indro Montanelli nell´81 arrivò a definire gli esecutori «criminali assetati di sangue»).
Il giudice ricorda che «nell´aprile del ´44 Firenze era occupata dai tedeschi e terrorizzata dalla Banda Carità, mentre era in corso la guerra di liberazione». Totaro, prima di parlare, avrebbe dovuto calarsi in quel clima? «Sicuramente sì» se fosse stato uno storico, ma «sicuramente no» dato che intendeva svolgere un ragionamento politico. La polemica è immediata: può un politico ignorare la storia?


Repubblica Firenze 29.7.07
Fanciullacci. La storia ignorata
di Ivan Tognarini
L'autore è presidente dell'Istituto storico della Resistenza in Toscana

Il commento di Ivan Tognarini, presidente dell´Istituto storico della Resistenza
Ma si può davvero ignorare la storia?

Le motivazioni del giudice per la sentenza di assoluzione del senatore Totaro, giudicato per le ingiurie rivolte al partigiano Bruno Fanciullacci, medaglia d´oro al valor militare, suscitano non poche perplessità. I presupposti fondamentali di questa sentenza sembrano essenzialmente due: la presentazione di Giovanni Gentile come un "vecchio filosofo", un anziano innocuo e, sostanzialmente, irresponsabile e inconsapevole dei propri atti e dei rischi derivanti; il diritto, da parte del "politico", di ignorare il significato, il senso degli eventi storici di cui parla.
Credo che si faccia un torto gravissimo al filosofo, alla sua intelligenza ed alla sua personalità poiché sono convinto che egli fosse pienamente consapevole delle proprie scelte, ne percepisse esattamente la gravità e privilegiasse la coerenza delle proprie scelte. Solo partendo da qui possiamo rendere l´onore delle armi al filosofo caduto in una guerra terribile, in cui riteneva doveroso prendere posizione. Una posizione coerente con la propria storia, con il proprio passato, con le proprie convinzioni, però sbagliata, tragicamente sbagliata, gravida di terribili conseguenze per sé e per tutti quei giovani che, dopo un ventennio di propaganda di regime e di dittatura, guardavano a lui con ammirazione ed ascoltavano i suoi appelli ad accorrere sotto le insegne della svastica e del fascio littorio per farsi macellare in guerra.
La giustificazione dell´ignoranza della storia per chi pretende di parlarne, mi pare un esempio lampante di teorizzazione dell´uso politico della storia. Non ha più importanza se ciò che si dice ha un fondamento storico; è importante solo la strumentalizzazione purché efficace. La scissione o peggio ancora la contrapposizione tra conoscenza storica e critica politica, non può essere giustificata neppure se chi ne fa uso è stato "eletto dal popolo". E´ forse questo che il popolo chiede agli eletti?
Ancora dubbi se leggiamo altri passi della sentenza (ammesso che ne abbiamo letto una versione esatta). Si chiede, ad esempio, il giudice: "Chi esegue un assassinio è un assassino?". Stupisce che si dia per acquisito che ci troviamo davanti ad un assassinio, escludendo a priori e pregiudizialmente, che possa trattarsi di una azione di guerra. Ancora più preoccupante il fatto che questo giudizio sembra avere origine nelle valutazioni soggettive dell´imputato, se è vero che il giudice ha scritto: "L´uccisione di un uomo (ritenuta) non legittima null´altro è che un assassinio; il termine usato è quindi adeguato e corretto". Ma chi è che ritiene "non legittima" l´uccisione, l´imputato o il giudice? E chi è che considera "adeguato e corretto" il termine?
Un´ultima considerazione. Si evoca il "diritto di critica" e la libertà di espressione. Principi sacrosanti per cui Fanciullacci e tanti altri come lui hanno dato la vita (di certo non Giovanni Gentile). Ma ciò significa che non si è responsabili delle proprie parole e delle loro conseguenze? Diviene legittimo anche fare apologia del fascismo, o calpestare valori fondamentali della Costituzione e della Repubblica, non limitandosi a considerazioni di principio ma giungendo a provocare ferite a chi ha sofferto e pagato così tanto? Infine sorprende che vengano utilizzati solo alcuni passaggi del giudizio sull´uccisione di Gentile formulato dal Partito d´Azione fiorentino (diverso da quello fatto proprio a livello nazionale), mentre non si ricorda che sul filosofo, sulla sua azione nella repubblichina di Salò, sulle sue responsabilità, il giudizio degli antifascisti era unanime ed irriducibilmente negativo.
Si è avuta notizia dell´intenzione della procura della Repubblica di impugnare il procedimento. Auguriamoci che la riflessione possa essere più ampia e distesa, tenendo conto della complessità e delicatezza di una vicenda che sta al cuore della democrazia e della libertà nel nostro paese.

Repubblica Firenze 31.7.07
Dalla fucilazione dei 5 mugellani renitenti alla leva alle Fosse Ardeatine. Il filosofo invitava all’unità
Quel marzo ’44, tempo di eccidi
E Calamandrei scrisse: l’attentato a Gentile è un atto di guerra
di Franca Selvatici



«Achille Totaro avrebbe dovuto, prima di parlare, calarsi nel clima della Firenze dell´aprile 1944 occupata dai tedeschi, terrorizzata dalla Banda Carità, mentre era in corso la guerra di liberazione?». Il giudice Giacomo Rocchi - che ha assolto il senatore di An dall´accusa di aver diffamato la memoria di Bruno Fanciullacci, medaglia d´oro della Resistenza, definendolo «un assassino vigliacco» - sostiene che Totaro avrebbe dovuto «ovviamente» documentarsi se fosse stato uno storico, ma «sicuramente no» dal momento che intendeva svolgere un ragionamento politico.
Ma senza sapere che cos´erano l´Italia e Firenze in quella tragica primavera del ´44 si rischia di non capire niente dell´attentato mortale al filosofo Giovanni Gentile, che fu ucciso il 15 aprile ´44 da un commando di partigiani comunisti guidati da Fanciullacci. Un quadro vivido e drammatico di quei mesi è stato tracciato dallo storico (ed ex partigiano azionista) Carlo Francovich, nel suo libro «La Resistenza a Firenze» (La Nuova Italia). Francovich fu tra coloro che dissentirono dall´attentato a Gentile. Nel suo libro parla di «gloria piuttosto dubbia di questo gesto» e di «avvenimento luttuoso, in sé stesso deprecabilissimo». Ma tutto intorno era violenza, odio e disperazione. Firenze era occupata dai tedeschi e amministrata dai fascisti della Repubblica di Salò. Gli antifascisti rischiavano in ogni istante di finire fra le grinfie degli uomini della banda Carità, che praticavano torture spaventose. Le subirono, fra gli altri, il costituzionalista Paolo Barile, l´avvocato Enrico Bocci, animatore di Radio Cora, lo stesso Bruno Fanciullacci, che il 15 luglio ´44, dopo essere stato orribilmente torturato (gli avevano bruciato gli occhi e strappato le unghie) preferì uccidersi gettandosi dalla finestra piuttosto che tradire i compagni.


Chi cercava di sfuggire al reclutamento nell´esercito di Salò rischiava la deportazione o, peggio, la fucilazione. Il 19 marzo 1944 - lo stesso giorno in cui Giovanni Gentile pronunciò in Palazzo Serristori il discorso di inaugurazione dell´attività dell´Accademia d´Italia, di cui aveva accettato la direzione su richiesta di Mussolini, e inneggiò al «Condottiero della Grande Germania» e alla «battaglia formidabile per la salvezza dell´Europa» - «nove treni vuoti attendevano alla stazione centrale gli arruolati», scrive Carlo Ludovico Ragghianti, descrivendo scene strazianti di donne separate dai mariti e dai figli. I rastrellamenti erano drammatici: «Si prendevano gli uomini nelle vie e nelle piazze e nei cinema, e quando la caccia cominciava era un fuggire, un gridare di donne... un clamore di spavento, mentre a diecine i giovani e gli adulti erano presi, circondati da soldatacci teutonici e repubblicani con il fucile mitragliatore e avviati a centri di raccolta in piazza Santa Maria Novella, alle Scuole Leopoldine» (A. Campodonico - Sotto il tallone e il fuoco tedesco)».
Il 22 marzo ´44 cinque giovanissimi contadini arrestati a Vicchio durante un rastrellamento con l´accusa di renitenza alla leva, furono fucilati al Campo di Marte. Si chiamavano Antonio Raddi, Adriano Santoni, Guido Targetti, Ottorino Quiti, Leandro Corona. Vari reparti militari formati da coscritti furono costretti ad assistere alla fucilazione. Francovich riporta due testimonianze dell´«inutile strage». Un giovane militare, Luigi Bocci, ricorda i militi fascisti che «sghignazzavano, bestemmiavano e lanciavano insulti contro le vittime», ricorda le urla «che poco avevano di umano» dei cinque condannati, «e fra le urla gridi di "mamma, mamma"». «Un fremito di ribellione e di orrore corse fra la truppa. Da ogni parte si levavano voci di rivolta... I soldati del plotone di esecuzione, presi con la forza, piangevano, forse fino da quando erano stati condotti in mezzo al quadrato, e quasi nessuno di loro aveva sparato sulle vittime». Fu l´ufficiale di picchetto a dare il colpo di grazia. Per finire uno sventurato fu necessario sparargli nella testa un caricatore intero, e un altro fu messo nella bara ancora vivo e dovettero tirarlo fuori per sparargli un altro colpo in testa. «I miei compagni fuggivano e qualcuno era caduto svenuto per terra», ricorda il militare. Don Angelo Becherle, il sacerdote che porse l´estremo conforto ai cinque martiri, ha scritto a sua volta parole terribili: «Il Quiti era ancora vivo dopo la scarica del plotone, legato alla sedia si dimenava gridando: «mamma, mamma». Allora si avvicinò il comandante Ceccaroni che gli scaricò in faccia ad un metro di distanza sei colpi di rivoltella: il disgraziato non era ancora morto, continuava a chiamare mamma, buttando continuamente sangue... Alcune delle reclute svennero; si udì pure una voce: «Vigliacchi, perché li uccidete?»... Fu il maggiore Carità, il famigerato comandante delle SS, che, dopo alcuni istanti, intervenne e diede il colpo di grazia».
In quei giorni atroci Giovanni Gentile, che propugnava una conciliazione degli italiani «nel nome della comune patria fascista», protestò forse segretamente con Mussolini contro gli orrori di Carità, ma non prese alcuna posizione pubblica. Il 24 marzo a Roma ci fu l´eccidio delle Fosse Ardeatine. Quando, tre settimane più tardi, Gentile fu ucciso sul cancello della sua villa al Salviatino, mentre rientrava senza scorta e disarmato, Piero Calamandrei annotò nel suo diario: «Storicamente questa uccisione è un atto di guerra» contro chi si è schierato a fianco degli autori della strage delle Ardeatine.