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28.07.2007

Le radici oscure del pensiero conservatore europeo

da il manifesto 26.7.07

Nel suo ultimo libro, «Contro l'Illuminismo», edito da Baldini Castoldi Dalai, lo storico Zeev Sternhell offre un'attenta analisi, che arriva ai nostri giorni, della rivolta contro i principi fondanti, i valori e le aperture politiche nate in seguito alla Rivoluzione francese
di Roberto Ciccarelli

L'origine della grande offensiva conservatrice in atto dal settembre 2001 non è ancora stata messa debitamente a fuoco. Molti sono i suoi protagonisti, dalla neocon Gertrude Himmelfarb, recente autrice di una polemica all'ultimo sangue contro l'Illuminismo francese, colpevole a suo dire di avere distrutto la moralità della società occidentale, fino alla ex deputata somalo-olandese Hirshi Ali che, nella sua autobiografia apparsa anche in Italia col titolo Infedele (Rizzoli, pp. 393, euro 18,50), si è invece cimentata in una dura requisitoria contro la debolezza dell'Occidente nei confronti del montante odio «islamico». L'impressione è che, in ogni caso, lo scontro si giochi soprattutto sull'interpretazione della storia dell'Illuminismo - centro fondatore dei discorsi sulla tolleranza, la libertà individuale e la sovranità popolare -ma anche contro la critica che di questo Illuminismo fornirono Adorno e Horkheimer nella loro Dialettica dell'Illuminismo.
Sull'argomento è interessante la lettura dell'ultimo volume dello storico delle idee Zeev Sternhell, Contro l'illuminismo. Dal XVIII secolo alla guerra fredda (Baldini Castoldi Dalai, pp. 655, euro 20).

A dispetto del titolo -che può trarre in inganno, dando l'idea di un pamphlet a favore del conservatorismo - il libro di Sternhell indaga i presupposti della reazione plurisecolare all'Illuminismo, in particolare quello francese e anglo-scozzese. Il titolo originale, Les anti-Lumières, rivela come l'oggetto del lavoro sia proprio il conservatorismo europeo che, nato con le Riflessioni sulla Rivoluzione Francese del liberale conservatore Edmund Burke, tocca la Francia con i reazionari alla De Maistre, attraversa l'Ottocento tedesco con lo storicismo di Herder e di Meinecke e infine sbarca nel Novecento, contagiando gli insospettabili (perché poco letti con una lente critica) liberal-conservatori come Isaiah Berlin o gli storici alla François Furet.
Ripercorrendo la storia delle idee - Sternhell lo fa con grande consapevolezza storica, oltre che con una vis polemica straripante - si scoprono, come si suol dire «segreti delle cose ovvie», o almeno di quelle ritenute tali. L'origine del nazismo, in particolare, risale ai luoghi oscuri della cultura liberale, nello specifico della cultura conservatrice tedesca. Sternhell ha pochi dubbi su questo: la tradizione anti-illuminista si è sempre scagliata contro i diritti dell'uomo e la democrazia liberale, ha negato il «diritto naturale» comune all'intera umanità, ha dichiarato la morte della «sovranità popolare» e ha sostenuto l'impossibilità della convivenza tra culture diverse.
Il nazifascismo è cresciuto nei paesi dell'anello debole del liberalismo continentale, l'Italia e la Germania, che avevano a loro tempo respinto l'illuminismo francese (il conflitto tra Vico e Cartesio e quello tra Herder e Rousseau). Nel liberalismo elitario europeo del XIX secolo, questi assunti hanno forgiato i più diversi nazionalismi culturali e politici, ponendo le basi per le politiche razziste dei vari imperialismi europei.
Nel XX secolo, dopo il tremendo monito del nazismo, questa aristocrazia del pensiero e dell'elitarismo politico si è attestata su posizioni più prudenti, ma non meno controverse. A questo punto arriva la durissima requisitoria di Sternhell contro Isaiah Berlin, un centinaio di pagine molto dure sullo studioso di Oxford che aprono uno squarcio sui paradossi costitutivi dell'attuale offensiva conservatrice. Viene rivelata così la guerra di Berlin contro il «monismo dei Lumi», contro il loro razionalismo e la loro pretesa «totalitaria» di affermare valori per l'intera umanità. Pur con vari e tormentati ripensamenti, Berlin giunge al controsenso di fare l'apologia del populismo (inteso come senso di appartenenza a un gruppo che si distingue per specificità etniche e culturali) partendo da premesse liberali classiche. La conclusione del ragionamento di Berlin è di matrice fichtiana ed è molto simile. Per lui, il pluralismo delle culture è da riconoscere perché le culture sono incompatibili. Solo il pluralismo, infatti, consentirebbe a tutti di vivere trovando negli altri il proprio centro di gravità. Relativizzare, storicizzare, dunque, perché il particolare è civile, mentre l'universale è il segno di una volontà di dominio che non cgenera altro che mostri.
Ma a quali impensabili estremi giunge lo storicismo depurato, com'è giusto, da ogni pretesa nazionalistica? Sternhell conduce la sua critica sino in fondo e vede quindi in Berlin il capostipite di un liberalismo elitario e conservatore, che ha fatto scuola anche nella destra liberale e liberista che predica oggi le virtù della cristianità e dei valori della vita, contro una presunta avanzata di altre civiltà che intendono spazzare via quanto rende unica la nostra cultura.
In realtà, come gran parte dei liberali del nostro tempo, Berlin ha equivocato sulla natura dell'illuminismo francese e kantiano. Gli illuministi, infatti, non erano dei laici fanatici che odiavano la religione e intendevano istituire il nuovo culto della Repubblica giacobina fondata sul terrore. Piuttosto, erano dei riformatori moderati che lottavano contro l'intolleranza, qualcuno timidamente protestava contro l'«eurocentrismo», ma tutti manifestavano un rispetto verso i fondamenti della cristianità. Per Sternhell, questo errore di prospettiva ha conseguenze tragiche arrivando a giustificare il nazionalismo radicale, negando ogni diritto di critica e di indipendenza dalla ragione del più forte. La grande campitura disegnata da Sternhell trascura tuttavia alcune questioni rilevanti. Innanzitutto il «diritto naturale» di cui gli illuministi sarebbero i difensori. Nozione alquanto equivoca non perché non esista una «natura» comune a tutti gli uomini, ma perché questa idea è stata usata per imporre un modello di razionalità universale nel mondo. E poi, c'è il problema dell'origine storica dell'illuminismo franco-kantiano. A tal proposito, è un vero peccato che non sia stato ancora tradotto in italiano il libro di Jonathan Israel Radical Enlightenment (Oxford University Press) che individua tali origini nel 1650, e non nel 1720 come invece ritiene Zeev Sternhell. È quella la data in cui Spinoza pone le vere premesse al movimento teorico e politico dell'illuminismo europeo: critica radicale della religione, della Chiesa, dello Stato; revisione dell'interpretazione delle Sacre Scritture in senso materialistico; attacco alle monarchie europee e affermazione di una democrazia radicale.
Un magma politicamente incontenibile che ha fatto il giro dell'Europa per mezzo secolo, prima di essere rielaborato, anche per timore di persecuzioni, dagli illuministi francesi e da Kant. L'analisi del «contro-illuminismo» andrebbe fatta a partire dal triangolo costituito proprio dall'illuminismo radicale. Per Jonathan Israel, infatti, il vero avversario della reazione liberale è il movimento spinozista che si è aggirato in Europa per poi essere depurato da Pierre Bayle e stravolto da Hegel.
Ma questa è un'altra storia sulla quale né i conservatori liberali, né i liberali democratici intendono, forse, ragioni.

scritto da millepiani il 28.07.2007
come una recensione
Technorati Tags: illuminismo, conservatorismo, liberalismo

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