dal Corriere della Sera 24.7.07
Un saggio di Giovanni Jervis
Le fondamenta della coscienza
di Sandro Modeo
Davanti alle guglie di una cattedrale — specie in una giornata luminosa — tendiamo a rimuovere la complessità sottostante che le ha prodotte e le sorregge, cioè la concezione della struttura e la profondità e solidità delle fondamenta. Allo stesso modo, tendiamo a considerare gli esiti più raffinati e rarefatti della nostra mente e del nostro comportamento (la coscienza, il pensiero astratto e l'etica), scorporandoli dal loro «opaco » substrato biologico e (neuro)fisiologico. Nel suo nuovo libro (Pensare dritto, pensare storto, Bollati Boringhieri, pp. 206, e 14) lo psichiatra e analista Giovanni Jervis elegge proprio questa rimozione a timone del suo ragionamento; anzi, del suo «smascheramento » delle molte «illusioni sociali» di cui è infittita la nostra quotidianità. Ignorare o misconoscere le basi naturalistico- materialistiche della nostra «cultura» (del nostro assetto emotivo-cognitivo e della nostra socialità) comporta infatti il rinsaldarsi di tante allucinazioni interpretative, facendo di ognuno di noi un Mister Magoo che dialoga coi semafori. Intendiamoci: queste «costruzioni » hanno un forte potere adattativo, scremato in milioni di anni di evoluzione (a cominciare dall'idea del trascendente, bersaglio ritornante del libro); ma ciò non toglie che la loro demistificazione porterebbe, con ogni probabilità, a una convivenza più democratica e tollerante in senso non retorico; ad adattamenti, insomma, meno approssimativi.
Molte acquisizioni delle scienze biologiche degli ultimi decenni, dimostra Jervis — in questo discostandosi da molti colleghi mestamente autarchici —, servono per spiegare la vera natura di tanti comportamenti. Le neuroscienze, per esempio, hanno ricondotto diverse varietà di istinti — più che alla coscienza — all'inconscio inteso come insieme di «automatismi » (vedi la memoria procedurale), così riducendo ulteriormente il margine di «libero arbitrio » (ma accrescendo, paradossalmente, quello della responsabilità di ogni scelta). Mentre la genetica e l'etologia hanno evidenziato una predisposizione (nell'uomo come in altri animali) non solo alla competizione e all'aggressività, ma anche alla cooperazione e all'altruismo, levando così gli alibi a ogni tipo di impostazione ideologica. In questa prospettiva, l'uomo si rivela insieme meno razionale e meno stupido del suo stereotipo, aggregato in una socialità che funziona più per mutua convenienza che per solidarietà e minacciato, nella sua sopravvivenza, più da vincoli strutturali (come la sovrappopolazione e l'esaurirsi delle risorse) che da istinti (auto)distruttivi pure innegabili.
Il rischio, in un simile disincanto, è quello di un «giustificazionismo» che divenga facile preda della propaganda di potere.
Ma che capire non significhi assecondare, per fortuna, Jervis lo ribadisce a ogni pagina: riconoscere nel «solidarismo familistico » una «naturale» propensione tribale non significa tacere davanti alle baronie universitarie o all'impasse economico determinato dalla mafia nel Mezzogiorno; e riconoscere la portata strutturante e identitaria della religione non implica di accettarne i fanatismi e le loro applicazioni (brutali, come nell'Islam, o subdolamente insinuanti, come nel «monitoraggio etico» cattolico). La stessa verve (fredda e ironica, beninteso) è dimostrata del resto nelle tante micro-invettive del testo, come quella sui festival culturali (tesi a fornire nello scrittore un surrogato del libro) o sul relativismo di sinistra, che sotto l'ombrello della «verità inattingibile » finisce col legittimare posizioni estreme come quelle neonaziste.
Una volta, Pensare dritto, pensare storto sarebbe stato rubricato tra i libri di «critica della cultura »; oggi — in un contesto meno ideologico, ma anche più intorpidito — è un tentativo di rilanciare una cultura della critica.