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Le fondamenta della coscienza - di Giovanni Jervis »

28.07.2007

I concetti di Gramsci al filtro delle lingue straniere

da il manifesto 25.7.07

Primo di una serie di annali che intendono offrire una rassegna delle ricerche su Gramsci fuori d'Italia, il volume «Studi gramsciani nel mondo 2000-2005» a cura di Giuseppe Vacca e Giancarlo Schirru rivela l'attenzione internazionale rivolta ai «Quaderni». Anche se, come nota nel suo contributo Marcus Green, non mancano letture incomplete e fraintendimenti
di Guido Liguori

La fortuna di Gramsci nel mondo, e la rilevanza numerica dei contributi su Gramsci in lingua inglese (dovuta ai cultural studies e ai subaltern studies, per i quali egli è forse il massimo autore di riferimento), è un dato acquisito, come è stato dimostrato - in questo settimo decennale della morte - anche dal convegno internazionale organizzato dalla Fondazione Gramsci in collaborazione con l'International Gramsci Society su «Gramsci, le culture e il mondo» lo scorso aprile; e dal convegno della stessa Igs su «Antonio Gramsci, un sardo nel "mondo grande e terribile"», che si è svolto a maggio in Sardegna con la partecipazione di oltre sessanta studiosi, di cui la metà provenienti dall'estero (una decina dagli Stati Uniti, sei dall'Australia, cinque dal Brasile; e altri dal Regno Unito, dal Canada, dalla Romania, dalla Francia, dal Messico, dal Giappone).
Se si va al di là del dato quantitativo, quali sono i temi gramsciani che più hanno diffusione al di fuori del nostro paese? Un contributo di conoscenza è dato da una pubblicazione della stessa Fondazione Gramsci, Studi gramsciani nel mondo 2000-2005, a cura di Giuseppe Vacca e Giancarlo Schirru (il Mulino 2007, pp. 345, euro 24,50), primo di una serie di annali che si prefiggono di offrire una rassegna degli studi su Gramsci scritti fuori d'Italia.

Un comitato scientifico quale quello che presiede alla pubblicazione - con studiosi che operano in Francia, Giappone, Stati Uniti, Russia, Messico, Germania, oltre che in Italia - può monitorare l'evolversi degli studi su scala internazionale e operare una selezione di qualità. L'osservazione che si può fare è solo quella della necessità di allargarlo a esponenti di altre aree geoculturali: l'assenza di rappresentanti di realtà come quella brasiliana e quella australiana sono pecche alle quali non sarà difficile porre rimedio.
Il volume in questione è composto da undici saggi, scelti con un duplice criterio: alcuni per il valore di rappresentatività dei contesti culturali dai quali provengono; altri quali contributi specialistici di oggettiva rilevanza. Sul primo versante, gli scritti di Michaelle Browers su «società civile» e «intellettuale» nel mondo arabo, di Markus Bouillon sul declino del processo di pace in Medio Oriente, di Rupe Simms sulla Black Theology in Sud Africa e di Claire Cutler sulla concezione gramsciana del diritto globale hanno un valore soprattutto documentario.
Indubbiamente interessante è lo scritto di Amartya Sen sui rapporti di Sraffa con Gramsci e con Wittgenstein: il premio Nobel ricorda come Sraffa abbia influenzato la svolta teorica tra il Tractatus e le Ricerche (il fatto era noto), ma anche mette in rilievo come le idee sul linguaggio dell'economista italiano fossero quelle del suo amico Gramsci. Tesi affascinante anche se un po' aleatoria.
Certo la collocazione di Gramsci in un consesso di tale livello - tra Wittgenstein e Sraffa - già di per sé aiuta a spiegarne la statura e l'enorme influenza del lascito intellettuale, rispetto alla quale persino l'accademia italiana inizia a mostrare qualche crepa: il successo del Centro interuniversitario di studi gramsciani, promosso dalla Igs Italia e presieduto da Pasquale Voza, ne è un chiaro sintomo.
Altri autori presenti nel volume sono nomi molto noti nel panorama degli studi gramsciani - da Joseph Buttigieg, curatore dell'edizione inglese dei Notebooks, a Juan Carlos Portantiero, da poco scomparso, antesignano con Aricó degli studi gramsciani in Argentina; da Dora Kanoussi, che in Messico ha portato a termine la traduzione in spagnolo dell'edizione critica dei Quaderni e poi le Lettere, al newyorkese Benedetto Fontana, uno dei migliori studiosi di teoria politica che si occupano di Gramsci. Accanto a essi, alcuni dei più promettenti studiosi delle nuove leve, quali lo statunitense Marcus Green e l'inglese Adam Morton. Il ventaglio dei temi è ampio: si va dal Gramsci lettore di Machiavelli di Portantiero al Filosofo democratico: retorica come egemonia di Fontana, dalla Introduzione alle Lettere della Kanoussi alla teoria della nascita dello Stato moderno tentata da Morton con una strumentazione marxiana e gramsciana. Sono però gli scritti di Buttigieg e di Green a riportarci maggiormente alle considerazioni dalle quali siamo partiti: quali sono i concetti gramsciani oggi più usati nel mondo? I saggi dei due autori sono imperniati sulle due architravi di questa fortuna, che essi sottopongono ad argomentata critica, opponendovisi dall'interno: il concetto di «società civile» e quello di «subalterno». Buttigieg critica la concezione di società civile attribuita a Gramsci prevalente nel mondo anglofono, fondata sulla visione binaria Stato/non Stato tipica della tradizione liberale ma - sottolinea Buttigieg - estranea a Gramsci, che col concetto di «Stato integrale» vede invece come un unico filo di potere attraversi e unisca dialetticamente entrambi.
Non solo, Buttigieg mostra come l'analisi gramsciana trovi una riprova proprio negli Stati Uniti di oggi, dove le forze conservatrici agiscono per formare l'opinione pubblica nella società civile in tutt'uno con la loro azione nelle amministrazioni repubblicane. Analogamente fa Green per il concetto molto diffuso di «subalterno», che viene da Gramsci e che grande fortuna ha avuto a partire dall'uso che ne ha fatto la scuola indiana cui appartengono fra gli esponenti più noti Ranajit Guha e Gayatri Spivak. Proprio con la Spivak polemizza l'autore fin dal titolo inglese del saggio - purtroppo non conservato nella traduzione italiana - Gramsci cannot speak, contrapposto al celebre scritto della Spivak Can the subaltern speak? L'accusa che egli rivolge alla celebre studiosa di Derrida è quella di aver stravolto il concetto gramsciano, astraendolo dal contesto di lotta per l'egemonia in cui era immesso. Green ci fa capire come Gramsci sia stato letto in modo incompleto, e spesso frainteso, specie dagli studiosi che, non conoscendo l'italiano, spesso non possono leggerlo e studiarlo integralmente.
Insomma, il panorama degli studi gramsciani fuori d'Italia è variegato. Non è solo nel nostro paese che è viva l'attenzione al testo e al contesto storico-culturale, anche se è soprattutto da noi gli studi gramsciani hanno fortemente privilegiato questo versante: penso alle iniziative della Igs Italia - un seminario interdisciplinare sul lessico dei Quaderni che va avanti da diversi anni e che ha già prodotto un libro apprezzato come Le parole di Gramsci (Carocci) e il primo, grande Dizionario gramsciano di prossima pubblicazione; e a quelle della Fondazione Gramsci, come l'edizione nazionale delle opere, di cui è uscito quest'anno il primo volume dei finora inediti Quaderni di traduzione a cura di Giuseppe Cospito e Gianni Francioni per i tipi dell'Istituto della Enciclopedia Italiana; e come l'impegnativo convegno in programma in autunno su «Gramsci nel suo tempo», nonché la grande Bibliografia Gramsciana Ragionata (BGR) a cui sta lavorando un gruppo di studiosi guidato da Angelo D'Orsi.
Non necessariamente questi «due mondi» (quello dello scavo storico-filologico e quello soprattutto volto all'uso di Gramsci) devono essere intesi come contrapposti: il reciproco ascolto è anzi necessario perché si impari da una parte a usare Gramsci senza tradirlo, e dall'altra a studiare Gramsci senza farne un fossile, un «classico» del tutto estraneo alla politica e alla lotta per l'egemonia che egli non solo teorizzò, ma cercò anche sempre di portare avanti in prima persona.

scritto da millepiani il 28.07.2007
come una recensione
Technorati Tags: Gramsci
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