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28.07.07


Gramsci all'estero

il manifesto 11.7.07
La lunga marcia dell'autore italiano più tradotto all'estero
Efficaci strategie. In tutto il mondo e in particolare negli Stati Uniti corsi di studio sui testi gramsciani
di Adalberto Minucci

Sono in molti a ritenere che le vicende politiche che hanno segnato la fine del Novecento e i primi anni del nuovo secolo abbiamo coinciso con un abbassamento del livello culturale della società italiana e, in qualche misura, l'abbiano determinato.
Per un periodo assai lungo, delle opere e delle idee di Gramsci si sono occupati essenzialmente (come era giusto, del resto) alcuni studiosi. Più scarso l'interesse del mondo politico e della stessa sinistra - spesso impegnata in ridicole polemiche su chi includere nel «Pantheon» dei suoi padri nobili - proprio in una fase in cui il pensiero di Gramsci era più che mai attuale.
La ripresa di attenzione, oggi, compreso il lancio di nuove edizioni della sua opera, si deve molto, se non soprattutto, alla straordinaria diffusione delle sue idee, delle sue concezioni politiche e filosofiche a livello mondiale.

Da qualche decennio, infatti, Gramsci è diventato l'autore italiano più tradotto all'estero. In numerose università americane, australiane (in particolare Sydney), asiatiche e ovviamente europee, vi sono facoltà che dedicano corsi di studio all'opera gramsciana. Per ciò che riguarda gli Stati Uniti in particolare, Joseph A. Buttigieg, riferendosi anche a noti accademici americani in un articolo apparso tempo fa sull'Unità, sottolinea che «l'idea di Gramsci su come fare la rivoluzione in una società occidentale si è rivelata corretta», tanto che negli stessi Usa «la rivoluzione gramsciana continua ad avanzare e a tutt'oggi continua a fare adepti».
Negli ambienti conservatori - scrive ancora Buttigieg - si è fatta strada «la convinzione che il comunista italiano abbia lasciato in eredità alla sinistra una strategia efficace per trasformare radicalmente la società americana dall'interno, corrompendola furtivamente o impadronendosi delle principali istituzioni della società civile. Questa visione della società civile è stata rafforzata dagli intellettuali, dai politici e dai propagandisti di destra che non si stancano mai di lamentare il fatto che la sinistra è impegnata in una «lunga marcia nelle istituzioni», una sorta di guerra culturale di ispirazione gramsciana volta a minare i valori tradizionali» della società statunitense.
Questa attenzione al pensiero di Gramsci è in buona misura riferibile al fatto che il fondatore del Pci viene considerato - in un periodo di grande trasformazione e crisi dei sistemi capitalistici - come il teorico marxista che più di ogni altro ha posto, dopo Marx, la questione della trasformazione sociale nei paesi di capitalismo sviluppato, rimasta irrisolta dopo la vittoria dei bolscevichi. La famosa definizione della Rivoluzione di Ottobre come «una rivoluzione contro il Capitale di Carlo Marx» - titolo di un suo editoriale sull'Avanti! del 24 dicembre 1917 - non è certamente una battuta estemporanea. Pone l'accento sull'arretratezza del capitalismo russo per valutare le grandi e forse insormontabili difficoltà della realizzazione di una nuova formazione sociale.
Non a caso, Gramsci conclude l'articolo augurandosi che l'umanità russa «non cada nello sfacelo più orribile». C'è in Gramsci una concezione del passaggio dall'una all'altra formazione sociale che è in completa sintonia con quella di Marx. Per entrambi, la rivoluzione proletaria e socialista si presenta come una continuità storica della rivoluzione capitalistica e borghese. Marx stesso apre, non a caso, la prima edizione del Capitale con un'affermazione che non lascia spazio a dubbi. «Il mio punto di vista», scrive Marx, «concepisce lo sviluppo della formazione economica della società come un processo di storia naturale. Anche quando una società è riuscita a intravedere la legge di natura del proprio movimento non può né saltare, né eliminare per decreto le fasi naturali dello svolgimento». Riflettendo sulle vicende del 1848, Marx faceva appello assai significativamente ad una «evoluzione rivoluzionaria». In altri termini, la «classe operaia non ha da realizzare ideali, ma da liberare gli elementi della nuova società dei quali è gravida la vecchia e cadente società borghese». Sono parole che ricordano l'insistenza con cui Enrico Berlinguer esortava a fare emergere con l'iniziativa politica «gli elementi di socialismo» già presenti nella crisi delle moderne società capitalistiche.
La straordinaria attualità di Gramsci è evidenziata oggi non soltanto dal «processo di storia naturale» che muove e mette in crisi il capitalismo attuale, ma anche dal fallimento delle esperienze statali nate dall'Ottobre russo. Già dal carcere egli aveva compreso che un regime politico a partito unico non è in grado di garantire lo sviluppo di una società complessa. Più tardi, un altro comunista italiano, formatosi alla sua scuola, da una tribuna di Mosca avrebbe affermato che la democrazia è un «valore universale» e che non può esservi socialismo senza pluralismo.

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Pubblicato da millepiani alle 16:27
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