Luglio 2007 Archives

Le religioni e l'ombra del Male - di Elie Wiesel

il 28.07.07 16:49

Corriere della Sera 26.6.07
Elie Wiesel: le religioni e l'ombra del Male «Cristiani, ebrei, musulmani: ormai nel nome di tutti i credo i fanatici guadagnano terreno»
di Elie Wiesel

Il diritto al dubbio si basa sul dialogo contro ogni forma di assolutismo

Elie Wiesel (foto C.J. Walker / Corbis) è nato il 30 settembre 1928 a Sighet, in Romania: Premio Nobel per la Pace nel 1986, è oggi presidente della «Elie Wiesel Foundation for Humanity»

Cercare di descrivere l'Assoluto significa sminuirlo o tradirlo. Come l'amore, si può essere pro o contro, ma non parlarne dall'esterno. Il linguaggio dell'amore può essere ingannevole proprio come quello dell'Assoluto (...). In linea di principio, l'Assoluto offre visioni ai mistici e terrorizza i pensatori, che raramente sanno come affrontarlo: come si fa a parlare dell'Assoluto in termini assoluti? Per il credente, Dio è assoluto. Malgrado il suo comportamento apparentemente paradossale, che sembra essere al tempo stesso misericordioso e giusto, inflessibile e caritatevole? Sì, malgrado questo, malgrado tutto. Dio si può permettere di essere assoluto nella sua essenza e relativo nei suoi atteggiamenti. Di conseguenza, per dirla con Kafka, è possibile parlare con Dio ma non di Dio.

Spinoza, Dio e il Nulla - di Emanuele Severino

il 28.07.07 16:44

Corriere della Sera 30.6.07
Il pensatore del Seicento, lontano dalla religione ma tentato di negare il mondo
Spinoza, Dio e il Nulla
Il paradosso del grande filosofo: un legame segreto lo avvicina a Cristo
di Emanuele Severino

La filosofia nasce volendo essere libera: indipendente da miti, fedi, religioni, opinioni, istinti, costumi sociali, oltre che da ogni costrizione e comandamento che provengano dall'esterno di ciò che essa porta alla luce, chiamandolo «verità». Ma lungo la sua storia la filosofia si è posta sempre in rapporto con tutte queste forze, da cui essa non intende farsi guidare, per indagarne il significato e la consistenza: soprattutto con le religioni monoteistiche (e con il potere politico) — e in particolare col cristianesimo. All'interno della grande epoca della tradizione filosofica, cioè del pensiero che pone l'Eterno al di sopra o nel cuore del Tempo, e al suo fondamento, Spinoza è certamente il più lontano dal mondo religioso. Si può dire che quello di Spinoza sia addirittura «il più radicale e alternativo sistema della storia filosofica dell'Occidente dopo la venuta di Cristo»? Lo sostiene Filippo Mignini, che con grande perizia e acume ha curato la prima edizione italiana di tutte le opere del filosofo, con la collaborazione di un'altro specialista, Omero Proietti, per i Meridiani di Arnoldo Mondadori editore: Spinoza Opere; quasi duemila pagine, ottime traduzioni inedite; un evento culturale importante.

Il romanzo di Heidegger di Feinmann

il 28.07.07 16:40

Repubblica 4.7.07
Il romanzo di Heidegger
Uno scrittore argentino tenta la via della fiction per spiegare il dramma del filosofo
di Antonio Gnoli e Franco Volpi

José Pablo Feinmann ricostruisce il fascino devastante e ipnotico del Maestro. Perché il più grande pensatore del Novecento aderì al nazismo di Hitler? La storia è raccontata in forma di lettera da un ex allievo in procinto di suicidarsi. Il rovello di fondo è che "Essere e Tempo" contenga già i germi del totalitarismo

C´è un ingombrante fantasma che si aggira in questa lunga lettera-romanzo. E´ piccolo e impettito. Il suo nome è Martin Heidegger. Suscita un certo effetto incrociarne il destino sotto forma di un racconto che parla di seduzione, svela equivoci e delusioni, e lo fa partendo da una certa idea di prossimità. Che cosa vuol dire la vicinanza? Che effetto fa stare accanto a un maestro, a un genio, a un demone che incanta e poi si ritrae furtivo dalla scena?
José Pablo Feinmann - scrittore argentino (Buenos Aires, 1943) che da tempo la critica ha segnalato come personalità letteraria di notevole spessore - descrive una zona oscura del Novecento e racconta di una stella finita nella polvere.

Spinoza: un meridiano con le opere complete - di Eugenio Scalfari

il 28.07.07 16:37

Repubblica 6.7.07
Spinoza. Ripensò Dio e liberò l'uomo
Un meridiano con le opere complete
di Eugenio Scalfari

Un pensiero radicale e per questo molto avversato che cancellava ogni tentazione antropomorfica nella concezione del mondo e della sua creazione
Convivono nei suoi scritti un aspetto distruttivo e uno costruttivo, intrecciati l´uno con l´altro
Nietzsche si imbatté in lui negli anni 80 del suo secolo e ne rimase sconvolto: ecco il mio precursore
L´incontro decisivo che egli ebbe e che lo aiutò a definire il suo pensiero fu quello con Descartes

La pubblicazione avvenuta di recente nei "Meridiani" Mondadori dell´opera completa di Baruch Spinoza è un evento importante nella cultura italiana e non soltanto per la vastità degli apparati, la completezza critica dei testi, la qualità dei commenti e in particolare per le introduzioni alle singole opere e per quella generale, dovuta a Filippo Mignini.

Croce, lettere su dio

il 28.07.07 16:34

Repubblica 7.7.07
Croce, lettere su dio
In un epistolario curato da Giovanni Russo il filosofo affronta temi religiosi
di Nello Ajello

Sono gli anni in cui compare il saggio "Perché non possiamo non dirci cristiani"
Un fitto dialogo, durato un decennio con un´aristocratica napoletana

«Lettura di un libretto di versi religiosi della signora Maria Curtopassi», scriveva Benedetto Croce nei suoi Taccuini di lavoro il 2 gennaio 1942, «del quale farò un annunzio per La Critica». È il sostanziale preludio ad una frequentazione epistolare durata oltre dieci anni, fin quasi alla morte del filosofo. Ne dà conto il volume di Benedetto Croce e Maria Curtopassi, Dialogo su Dio. Carteggio 1941-52, che esce a giorni in edizione Archinto, a cura di Giovanni Russo (pagg. 180, euro 18, 50).
La corrispondente del pensatore settantaseienne è un´aristocratica napoletana che sfiora i cinquant´anni. «Una donna cristiana e cattolica», così la definirà Croce, capace di sentire la religione «nella forma di verità che è propria della poesia». Dalle Liriche della Curtopassi il filosofo è vivamente colpito, al punto da scrivere la prefazione al libretto, che ha letto ancora inedito. La Curtopassi, dal suo canto, non esita a professarsi sua allieva. Croce le fa spedire la Storia d´Italia e le preannunzia l´invio della Storia d´Europa. Così, l´epistolario prende i colori dell´amicizia.

Se la sinistra riparte dall'eguaglianza - di Aldo Schiavone

il 28.07.07 16:31

Repubblica 10.7.07
Se la sinistra riparte dall'eguaglianza
di Aldo Schiavone

Un lavoro enorme attende la sinistra italiana – quel che ne rimane in piedi: la ricostituzione di un patrimonio culturale degno di questo nome. Non solo i concetti (che già non è poco), ma i sogni, le emozioni, le speranze, la capacità di discorso e di persuasione. "Beffato il mio amore, congedata la mia fantasia: di tutto il passato non mi resta che il dolore»: i versi dell´"Addio alla corte" di Walter Raleigh sembrano proprio scritti per lei.
E poiché si deve pur cominciare da qualche parte, proveremo a fare un esempio: un piccolo appunto per i nostri cari quarantacinque saggi impegnati a dare un´anima al Partito democratico, ma anche per gli amici che non condividono questo progetto, e che lavorano a costruire la "Cosa rossa". Parleremo dell´idea di eguaglianza (ne abbiamo fatto cenno, qui su "Repubblica", discutendo di socialismo): una bandiera dell´occidente, sin dal pensiero antico ("il nome di tutti più bello": così Erodoto, nel cuore del quinto secolo a. C. – e si stava riferendo all´"isonomia", alla legge eguale per tutti). Una bandiera che la modernità avrebbe consegnato, con diverso successo, al fuoco di due rivoluzioni: prima quella francese, e poi quella russa.
Oggi sembra una parola in difficoltà, che facciamo fatica a pronunciare (mentre tutti sproloquiano di libertà): messa in crisi dai fallimenti del ventesimo secolo, non meno che dall´onda del capitalismo totale che sta dominando l´orizzonte del pianeta. Ma sbagliamo, ed è un errore grave. Perché di eguaglianza avremo presto un gran bisogno, per riuscire a sottrarre il futuro che ci aspetta alla destabilizzazione di squilibri paurosi, indotti dalla forza stessa delle potenze in campo: l´intreccio titanico fra scienza e mercato, nella forma storica che stiamo sperimentando. Dismisure rispetto alle quali le ingiustizie del vecchio capitalismo industriale sembreranno presto non più di un pallido preludio.

Gramsci tra Mussolini e Stalin

il 28.07.07 16:29

il manifesto 11.7.07
Quello che non è scritto nei "Quaderni dal carcere"
di Guido Liguori

Data dagli anni Novanta un interesse reale per la vicenda carceraria di Gramsci, che accompagna l'ormai acquisita coscienza della necessità di leggere i Quaderni in modo diacronico. Essa si nutre di nuovi ritrovamenti negli archivi di Mosca e di un'attenta riconsiderazione degli epistolari di Gramsci e dei suoi interlocutori. Perfetto esempio di questo approccio è il recente libro di Angelo Rossi e Giuseppe Vacca, Gramsci tra Mussolini e Stalin (Fazi, pp. 245, euro 19) che presenta due documenti finora sconosciuti, scritti da Gennaro Gramsci dopo la celebre visita al fratello nel carcere di Turi, inviato da Togliatti per conoscere gli orientamenti del prigioniero in merito alla «svolta» del '29 che inaugurava la politica del socialfascismo.
Nuove ipotesi dai carteggi
Sebbene non contengano rivelazioni eclatanti, questi documenti confermano sia l'interesse con cui Gramsci seguiva gli avvenimenti del «mondo grande e terribile» («sono al corrente di tutto perché le molte riviste che leggo... riportano tutti i fatti salienti della vita mondiale»), sia la netta presa di posizione contro la previsione di repentino crollo del fascismo propria della «svolta» («non credo che la fine sia così vicina. Anzi ti dirò, noi non abbiamo ancora visto niente, il peggio ha da venire»).

Gramsci all'estero

il 28.07.07 16:27

il manifesto 11.7.07
La lunga marcia dell'autore italiano più tradotto all'estero
Efficaci strategie. In tutto il mondo e in particolare negli Stati Uniti corsi di studio sui testi gramsciani
di Adalberto Minucci

Sono in molti a ritenere che le vicende politiche che hanno segnato la fine del Novecento e i primi anni del nuovo secolo abbiamo coinciso con un abbassamento del livello culturale della società italiana e, in qualche misura, l'abbiano determinato.
Per un periodo assai lungo, delle opere e delle idee di Gramsci si sono occupati essenzialmente (come era giusto, del resto) alcuni studiosi. Più scarso l'interesse del mondo politico e della stessa sinistra - spesso impegnata in ridicole polemiche su chi includere nel «Pantheon» dei suoi padri nobili - proprio in una fase in cui il pensiero di Gramsci era più che mai attuale.
La ripresa di attenzione, oggi, compreso il lancio di nuove edizioni della sua opera, si deve molto, se non soprattutto, alla straordinaria diffusione delle sue idee, delle sue concezioni politiche e filosofiche a livello mondiale.

L’ombra di Heidegger

il 28.07.07 16:22

il Riformista 13.7.07
INFLUENZE. IL LIBRO DELL’ARGENTINO JOSÈ PABLO FEINMANN
L'insostenibile complicità col male
L’ombra di Heidegger racconta il suicidio di un intellettuale filonazista ucciso dai sensi di colpa
DI LIVIA PROFETI

Nel 1948, in Francia «tutti leggevano o cercavano di leggere L’être e le néant. Un libro dettato da Heidegger (…) che - dicevano molti - esprimeva lo spirito della resistenza francese. Quale miracolo aveva prodotto Sartre? Come aveva fatto ad esprimere lo spirito della resistenza francese partendo da un libro scritto da un nazista? ».
Così scrive al figlio, poco prima di suicidarsi, Dieter Müller, protagonista del romanzo L’ombra di Heidegger dell’argentino José Pablo Feinmann (Neri Pozza, pp. 181, euro 15). Allievo del filosofo, da questi attirato verso la «scelta autentica» di aderire al nazionalsocialismo, Müller fuggirà in Argentina alla fine della guerra e si toglierà la vita dopo che l’immagine di un deportato sulla soglia della camera a gas gli rivelerà di colpo la propria complicità intellettuale con i crimini inumani del Terzo Reich.

il manifesto 15.7.07
L'esodo della soggettività alla vigilia del postfordismo
Riproposto da Ombre Corte «Dall'operaio-massa all'operaio sociale» di Toni Negri
di Gigi Roggiero

Sono pochi i libri capaci di descrivere un'epoca, meno ancora quelli che con la loro griglia di interpretazione rovesciano la prospettiva corrente. Uno di questi libri è Dall'operaio massa all'operaio sociale. Intervista sull'operaismo (a cura di Paolo Pozzi e Roberta Tommasini, pp. 155, euro 14) di Toni Negri, apparso nel 1979 per le edizioni Multhipla, riedito in questi giorni da Ombre Corte. Il libro analizza il passaggio e l'esplosione della vecchia composizione di classe, determinata dalle lotte degli anni Sessanta, con la completa socializzazione della produzione e l'emergere di nuove centralità operaie, non più limitate alla struttura di fabbrica. In questa transizione, l'operaismo di cui si ripercorrono nel libroorigine e percorsi, a partire dai Quaderni Rossi e Classe Operaia è morto. Lo sostiene in modo reciso Negri, non diversamente da Tronti, anche se opposte sono le conclusioni rispetto all'autonomia del politico. Lo stesso Negri, infatti, rivendica la continuità del metodo operaista dentro le esperienze di Potere Operaio, cioè la griglia interpretativa del meccanismo «attacco operaio, ristrutturazione capitalistica, riconfigurazione della composizione di classe». Crisi dell'operaismo, dunque, significa fine della centralità politica dell'operaio massa e apertura di una nuova potenza rivoluzionaria. L'operaio sociale è un soggetto di parte e, marxianamente, produttivo di plusvalore, dove il rifiuto del lavoro ha messo in crisi un rapporto salariale che diventa di puro sfruttamento. Qui va ricercata le genealogia del capitalismo cognitivo e del precariato.
La conservazione della «centralità operaia» negli anni '70, da parte del Partito Comunista, non significava semplice difesa dell'operaio massa. Era invece l'affermazione del Pci, in termini repressivi e di controllo, contro i movimenti e l'autonomia operaia. Lo spazio per il riformismo ha iniziato a chiudersi allora, di fronte a un bisogno di comunismo che fosse all'altezza della composizione di classe. Rimaneva il problema dell'organizzazione di ciò che si potrebbe chiamare «esodo», non solo, quindi, della rottura rivoluzionaria. Resta da chiederci se, in questo passaggio, il problema della composizione politica e dell'individuazione della gerarchia dei conflitti non iniziasse a porsi immediatamente dentro le nuove coordinate spazio-temporali della composizione di un lavoro vivo, non riducibile nella sintesi della rappresentanza politica e sindacale. Il che significa interrogare il rapporto tra classe e ciò che Negri definisce moltitudine. Si è tentato spesso in tempi recenti di edulcorare l'esperienza dell'operaismo, liberandola da un eccesso di anticipazione teorica e politica. Ma senza quell'eccesso, del metodo operaista non resterebbe nulla o, peggio, diventerebbe ciò che non è mai stato: un'eresia marxista. Già negli anni '70, la composizione del lavoro vivo, che nel libro Negri chiama operaio sociale, ha cominciato il suo esodo dalla sinistra. Chi legge in quelle esperienze una sconfitta senza appello, per seppellire con esse la lotta di classe e la sua autonomia, forse non ha fatto i conti con la potenza del presente.

da il manifesto 24.7.07

L'odierno, ossessivo invito a migliorare la propria formazione - di cui le fortune della consulenza filosofica sono un segnale - rivela un'ansia manipolativa legata a un percorso di «modellamento» della persona. «Il business del pensiero» di Alessandro Dal Lago per manifestolibri
di Bruno Accarino

A chi voglia dare avvio a una nuova impresa o a un filone di sperimentazioni teoriche o pratiche, «smarcarsi» da qualcosa - o entrare in una dinamica di controversie con un avversario classificato come immobile e tradizionalista - serve per raggranellare un minimo profilo identitario, per farsi coraggio e per occupare (più spesso: per annunciare solennemente di essere sul punto di occupare) uno spazio lasciato vuoto. Nel caso della consulenza filosofica, per darsi slancio si fa carambola con la presunta e inveterata propensione della filosofia a soggiornare in torri d'avorio improduttive e inaccessibili.
Diciamo la verità: è un biglietto da visita disgraziato.

Le fondamenta della coscienza - di Giovanni Jervis

il 28.07.07 12:49

dal Corriere della Sera 24.7.07
Un saggio di Giovanni Jervis
Le fondamenta della coscienza
di Sandro Modeo

Davanti alle guglie di una cattedrale — specie in una giornata luminosa — tendiamo a rimuovere la complessità sottostante che le ha prodotte e le sorregge, cioè la concezione della struttura e la profondità e solidità delle fondamenta. Allo stesso modo, tendiamo a considerare gli esiti più raffinati e rarefatti della nostra mente e del nostro comportamento (la coscienza, il pensiero astratto e l'etica), scorporandoli dal loro «opaco » substrato biologico e (neuro)fisiologico. Nel suo nuovo libro (Pensare dritto, pensare storto, Bollati Boringhieri, pp. 206, e 14) lo psichiatra e analista Giovanni Jervis elegge proprio questa rimozione a timone del suo ragionamento; anzi, del suo «smascheramento » delle molte «illusioni sociali» di cui è infittita la nostra quotidianità. Ignorare o misconoscere le basi naturalistico- materialistiche della nostra «cultura» (del nostro assetto emotivo-cognitivo e della nostra socialità) comporta infatti il rinsaldarsi di tante allucinazioni interpretative, facendo di ognuno di noi un Mister Magoo che dialoga coi semafori. Intendiamoci: queste «costruzioni » hanno un forte potere adattativo, scremato in milioni di anni di evoluzione (a cominciare dall'idea del trascendente, bersaglio ritornante del libro); ma ciò non toglie che la loro demistificazione porterebbe, con ogni probabilità, a una convivenza più democratica e tollerante in senso non retorico; ad adattamenti, insomma, meno approssimativi.
Molte acquisizioni delle scienze biologiche degli ultimi decenni, dimostra Jervis — in questo discostandosi da molti colleghi mestamente autarchici —, servono per spiegare la vera natura di tanti comportamenti. Le neuroscienze, per esempio, hanno ricondotto diverse varietà di istinti — più che alla coscienza — all'inconscio inteso come insieme di «automatismi » (vedi la memoria procedurale), così riducendo ulteriormente il margine di «libero arbitrio » (ma accrescendo, paradossalmente, quello della responsabilità di ogni scelta). Mentre la genetica e l'etologia hanno evidenziato una predisposizione (nell'uomo come in altri animali) non solo alla competizione e all'aggressività, ma anche alla cooperazione e all'altruismo, levando così gli alibi a ogni tipo di impostazione ideologica. In questa prospettiva, l'uomo si rivela insieme meno razionale e meno stupido del suo stereotipo, aggregato in una socialità che funziona più per mutua convenienza che per solidarietà e minacciato, nella sua sopravvivenza, più da vincoli strutturali (come la sovrappopolazione e l'esaurirsi delle risorse) che da istinti (auto)distruttivi pure innegabili.
Il rischio, in un simile disincanto, è quello di un «giustificazionismo» che divenga facile preda della propaganda di potere.
Ma che capire non significhi assecondare, per fortuna, Jervis lo ribadisce a ogni pagina: riconoscere nel «solidarismo familistico » una «naturale» propensione tribale non significa tacere davanti alle baronie universitarie o all'impasse economico determinato dalla mafia nel Mezzogiorno; e riconoscere la portata strutturante e identitaria della religione non implica di accettarne i fanatismi e le loro applicazioni (brutali, come nell'Islam, o subdolamente insinuanti, come nel «monitoraggio etico» cattolico). La stessa verve (fredda e ironica, beninteso) è dimostrata del resto nelle tante micro-invettive del testo, come quella sui festival culturali (tesi a fornire nello scrittore un surrogato del libro) o sul relativismo di sinistra, che sotto l'ombrello della «verità inattingibile » finisce col legittimare posizioni estreme come quelle neonaziste.
Una volta, Pensare dritto, pensare storto sarebbe stato rubricato tra i libri di «critica della cultura »; oggi — in un contesto meno ideologico, ma anche più intorpidito — è un tentativo di rilanciare una cultura della critica.

I concetti di Gramsci al filtro delle lingue straniere

il 28.07.07 12:46

da il manifesto 25.7.07

Primo di una serie di annali che intendono offrire una rassegna delle ricerche su Gramsci fuori d'Italia, il volume «Studi gramsciani nel mondo 2000-2005» a cura di Giuseppe Vacca e Giancarlo Schirru rivela l'attenzione internazionale rivolta ai «Quaderni». Anche se, come nota nel suo contributo Marcus Green, non mancano letture incomplete e fraintendimenti
di Guido Liguori

La fortuna di Gramsci nel mondo, e la rilevanza numerica dei contributi su Gramsci in lingua inglese (dovuta ai cultural studies e ai subaltern studies, per i quali egli è forse il massimo autore di riferimento), è un dato acquisito, come è stato dimostrato - in questo settimo decennale della morte - anche dal convegno internazionale organizzato dalla Fondazione Gramsci in collaborazione con l'International Gramsci Society su «Gramsci, le culture e il mondo» lo scorso aprile; e dal convegno della stessa Igs su «Antonio Gramsci, un sardo nel "mondo grande e terribile"», che si è svolto a maggio in Sardegna con la partecipazione di oltre sessanta studiosi, di cui la metà provenienti dall'estero (una decina dagli Stati Uniti, sei dall'Australia, cinque dal Brasile; e altri dal Regno Unito, dal Canada, dalla Romania, dalla Francia, dal Messico, dal Giappone).
Se si va al di là del dato quantitativo, quali sono i temi gramsciani che più hanno diffusione al di fuori del nostro paese? Un contributo di conoscenza è dato da una pubblicazione della stessa Fondazione Gramsci, Studi gramsciani nel mondo 2000-2005, a cura di Giuseppe Vacca e Giancarlo Schirru (il Mulino 2007, pp. 345, euro 24,50), primo di una serie di annali che si prefiggono di offrire una rassegna degli studi su Gramsci scritti fuori d'Italia.

Le radici oscure del pensiero conservatore europeo

il 28.07.07 12:42

da il manifesto 26.7.07

Nel suo ultimo libro, «Contro l'Illuminismo», edito da Baldini Castoldi Dalai, lo storico Zeev Sternhell offre un'attenta analisi, che arriva ai nostri giorni, della rivolta contro i principi fondanti, i valori e le aperture politiche nate in seguito alla Rivoluzione francese
di Roberto Ciccarelli

L'origine della grande offensiva conservatrice in atto dal settembre 2001 non è ancora stata messa debitamente a fuoco. Molti sono i suoi protagonisti, dalla neocon Gertrude Himmelfarb, recente autrice di una polemica all'ultimo sangue contro l'Illuminismo francese, colpevole a suo dire di avere distrutto la moralità della società occidentale, fino alla ex deputata somalo-olandese Hirshi Ali che, nella sua autobiografia apparsa anche in Italia col titolo Infedele (Rizzoli, pp. 393, euro 18,50), si è invece cimentata in una dura requisitoria contro la debolezza dell'Occidente nei confronti del montante odio «islamico». L'impressione è che, in ogni caso, lo scontro si giochi soprattutto sull'interpretazione della storia dell'Illuminismo - centro fondatore dei discorsi sulla tolleranza, la libertà individuale e la sovranità popolare -ma anche contro la critica che di questo Illuminismo fornirono Adorno e Horkheimer nella loro Dialettica dell'Illuminismo.
Sull'argomento è interessante la lettura dell'ultimo volume dello storico delle idee Zeev Sternhell, Contro l'illuminismo. Dal XVIII secolo alla guerra fredda (Baldini Castoldi Dalai, pp. 655, euro 20).