
Corriere della Sera 26.6.07
Elie Wiesel: le religioni e l'ombra del Male «Cristiani, ebrei, musulmani: ormai nel nome di tutti i credo i fanatici guadagnano terreno»
di Elie Wiesel
Il diritto al dubbio si basa sul dialogo contro ogni forma di assolutismo
Elie Wiesel (foto C.J. Walker / Corbis) è nato il 30 settembre 1928 a Sighet, in Romania: Premio Nobel per la Pace nel 1986, è oggi presidente della «Elie Wiesel Foundation for Humanity»
Cercare di descrivere l'Assoluto significa sminuirlo o tradirlo. Come l'amore, si può essere pro o contro, ma non parlarne dall'esterno. Il linguaggio dell'amore può essere ingannevole proprio come quello dell'Assoluto (...). In linea di principio, l'Assoluto offre visioni ai mistici e terrorizza i pensatori, che raramente sanno come affrontarlo: come si fa a parlare dell'Assoluto in termini assoluti? Per il credente, Dio è assoluto. Malgrado il suo comportamento apparentemente paradossale, che sembra essere al tempo stesso misericordioso e giusto, inflessibile e caritatevole? Sì, malgrado questo, malgrado tutto. Dio si può permettere di essere assoluto nella sua essenza e relativo nei suoi atteggiamenti. Di conseguenza, per dirla con Kafka, è possibile parlare con Dio ma non di Dio.
Il rabbino Eliézer Hakalir, un grande poeta liturgico dell'antichità, dice da qualche parte: Hou yedatif, heyitif — Se conoscessi Dio, sarei Dio. In altre parole: la conoscenza, in questo caso, non significa solo possesso ma anche identificazione. Ambizione forse troppo grande? (...). Nel romanzo La peste, Camus solleva una domanda interessante: si può essere santi senza Dio? Possiamo forse spostare il suo interrogativo nella direzione che ci interessa in questo momento: la ricerca dell'Assoluto è concepibile senza Dio?
(...)Un tentativo del genere è stato fatto nel secolo scorso, segnato e ferito da due ideologie, due movimenti totalitari: il nazismo da una parte, il comunismo dall'altra, entrambi guidati da personaggi che l'avidità di potere assoluto aveva privato della capacità di raziocinio, Hitler e Stalin. Avendo conquistato la totalità del potere decisionale, essendo arrivati a invadere tutti gli ambiti della vita pubblica e privata dei loro rispettivi Paesi, l'obiettivo dei due dittatori era quello di cambiare non solo il mondo ma anche la condizione umana in sé. Per entrambi, qualsiasi decisione doveva essere, e in effetti lo era, definitiva, irrevocabile.
Sottoposto alla medesima autorità, l'Assoluto diventava allo stesso tempo fine e mezzo, governando senza pietà a Berlino e a Mosca e non solo, in ogni Stato, provincia, città, villaggio. Il minimo gesto di opposizione o malcontento, la più semplice esitazione volevano dire il carcere, la tortura, la morte. Era forse, il loro, un Assoluto privo di Dio? Era un Assoluto concepito e messo in pratica da uomini che pensavano di essere Dio e che, dunque, tutto fosse loro permesso.
Ciascuno, a suo modo, poteva contare sul sostegno entusiastico di milioni di sudditi appartenenti a tutte le sfere del Paese. Come ci spieghiamo questo, oggi? Con il loro attaccamento a un ideale? A un ideale qualsiasi, necessario se non indispensabile per il singolo, anche se quell'ideale — per la sua natura violenta e criminale, totalmente violenta, sanguinosa e criminale — è destinato a provocare una catastrofe giudicata irreparabile dai milioni di persone che ne furono vittime? Perché non ammetterlo? All'epoca, l'umanità si è dimostrata capace di raggiungere il male assoluto, mentre il bene assoluto restava inafferrabile. Erano i giorni e le lunghe notti in cui l'impossibile diventava possibile, l'impensabile diventava la norma.
Fu fondato un universo parallelo al nostro, una creazione simile, o forse opposta, alla nostra, con le sue classi sociali, i suoi principi e i suoi mendicanti, profeti e schiavi, invenzioni e costumi, filosofia e linguaggio.
In quei Paesi venivano violate, corrotte, le leggi stesse della natura: il cieco potere del più giovane e umile soldato delle SS era più grande di quello delle centinaia e centinaia di poeti e scienziati che aveva di fronte. A costoro era proibito guardarlo negli occhi: non si guarda negli occhi Dio, o la Morte, impunemente. Vestito con la sua uniforme nera, il soldato era la personificazione di un indiscusso diritto di vita o di morte. E l'uccisore di innocenti e dei figli di innocenti non si sentiva nemmeno colpevole.
Oh sì, in quei tempi bui abbiamo imparato che c'erano migliaia di modi per morire, ma pochissimi per vivere mantenendo la fede nell'Assoluto. Oh sì, l'Assoluto stesso aveva perso il suo significato umano e la sua vocazione divina. Perché, quando l'Assoluto si trasformava in potere assoluto, diventava la negazione della libertà e il nemico di chi, la libertà, voleva difenderla. Era inevitabile. L'Assoluto finisce per chiudersi a chiave dall'interno. Non può respirare, accanto a chi mette in dubbio la sua legge. Soffoca i sogni e diventa efferato, dunque pericoloso.
Questo valeva allora. E adesso? Stiamo forse assistendo a un ritorno della inesorabile ricerca dell'Assoluto? Sì, in tutte le religioni di oggi in cui gli estremisti guadagnano terreno in numero e forza. Lo so: dentro di voi, il pensiero va all'Islam, ma l'Islam non è il solo a sedurre fanatici. Il cattolicesimo ha i suoi, così come il protestantesimo e l'ebraismo. Fu un giovane fanatico ebreo ad assassinare il primo ministro israeliano Yitzhak Rabin.
Per quanto riguarda l'Islam, lungi da me l'intenzione di condannare un'intera religione — non ho mai creduto nelle colpe collettive — ma mi sento in dovere di denunciare la nuova ondata di nemici dell'umanità, i terroristi kamikaze, che rappresentano una minaccia per la civiltà (...). Sostengono di agire in nome della loro religione e si considerano martiri. Ma tanto la tradizione giudaica quanto quella cristiana ci insegnano che un vero martire non è qualcuno che uccide per Dio, ma qualcuno che muore per Dio. Chiunque pretenda di commettere omicidi in nome di Dio lo trasforma nel complice di un omicidio. L'Inquisizione non ha certo dato lustro alla Chiesa. Ricordate le parole rivolte da Giordano Bruno ai propri giudici in Campo de' Fiori a Roma: forse tremate più voi nel pronunciare questa sentenza che io nell'ascoltarla (...).
La ricerca dell'Assoluto può essere proficua anche se rimane vana? A questa domanda io risponderei di sì: sì, a patto che rimanga vana. L'Assoluto è plausibile come sfida, nel senso platonico del termine. È quando raggiunge il proprio obiettivo che la ricerca si trasforma in una minaccia (...). Io credo nella validità e nella forza delle domande, mentre diffido di coloro che sostengono di aver trovato le risposte. Sono fanatici. Rifiutando il fanatismo in tutte le sue forme, chiedo che mi venga riconosciuto un piccolo diritto, già celebrato da Erasmo e Montaigne: il diritto del dubbio. E un altro, che lo precede di secoli e secoli, plasmato e illustrato dai grandi maestri del Talmud
di Gerusalemme e di Babilonia: il diritto di entrare in dialogo. È solo quando fallisce il linguaggio che emerge la violenza. E allora ce ne vergogniamo, e proviamo rimorso.
Come si combatte l'Assoluto? Il suo opposto non è né il nichilismo né un altro assoluto. È il prepotente bisogno dell'uomo di restare umano persino in circostanze disumane. E il riconoscere nell'«altro» non un essere inferiore o un nemico, ma un proprio simile e un alleato. Solo una persona come me può gettarmi nella disperazione; e solo una persona come me può trasformare la mia disperazione in speranza.
(Traduzione di Carlo Prosperi © Elie Wiesel, per gentile concessione di Luigi Bernabò Associates)
Corriere della Sera 30.6.07
Il pensatore del Seicento, lontano dalla religione ma tentato di negare il mondo
Spinoza, Dio e il Nulla
Il paradosso del grande filosofo: un legame segreto lo avvicina a Cristo
di Emanuele Severino
La filosofia nasce volendo essere libera: indipendente da miti, fedi, religioni, opinioni, istinti, costumi sociali, oltre che da ogni costrizione e comandamento che provengano dall'esterno di ciò che essa porta alla luce, chiamandolo «verità». Ma lungo la sua storia la filosofia si è posta sempre in rapporto con tutte queste forze, da cui essa non intende farsi guidare, per indagarne il significato e la consistenza: soprattutto con le religioni monoteistiche (e con il potere politico) — e in particolare col cristianesimo. All'interno della grande epoca della tradizione filosofica, cioè del pensiero che pone l'Eterno al di sopra o nel cuore del Tempo, e al suo fondamento, Spinoza è certamente il più lontano dal mondo religioso. Si può dire che quello di Spinoza sia addirittura «il più radicale e alternativo sistema della storia filosofica dell'Occidente dopo la venuta di Cristo»? Lo sostiene Filippo Mignini, che con grande perizia e acume ha curato la prima edizione italiana di tutte le opere del filosofo, con la collaborazione di un'altro specialista, Omero Proietti, per i Meridiani di Arnoldo Mondadori editore: Spinoza Opere; quasi duemila pagine, ottime traduzioni inedite; un evento culturale importante.
Sono note le vicende di questo grande, probo e pacifico pensatore ebreo, cacciato dalla Sinagoga e condannato, oltre che dagli ebrei, dai cristiani, protestanti e cattolici, e dagli Stati. Nonostante l'ammirazione di un ristretto circolo di amici, lo si considera «l'uomo empio e pericoloso di questo secolo», come scrive Arnauld, approvato da Leibniz (che però nel 1671 invia a Spinoza, a cui riconosce «insigne perizia nell'ottica», il proprio scritto Notizia sui progressi dell'ottica, per averne il giudizio). Anche Boyle, il grande precursore della chimica moderna, indirettamente in contatto con Spinoza, contribuisce a denunciare l'empietà. «Ateo, fatalista, materialista, dissacratore della Scrittura e di ogni religione, corruttore della morale e dalla stessa convivenza umana»: queste, ricorda Mignini, le accuse principali rivolte al filosofo.
Ma il giorno di Natale del 1784 Herder dona a Goethe gli Opera Posthuma di Spinoza: «Rechi oggi il santo Cristo in dono di amicizia il santo Spinoza», scrive; «Spinoza sia sempre per voi il santo Cristo». Odiato o dimenticato per un secolo, a partire dagli ultimi lustri del XVIII secolo il pensiero di Spinoza viene riconosciuto in tutta la sua potenza. Jacobi, Fichte, Schelling, Herder, Goethe, Schiller, Lessing, Hegel, Schopenhauer, Nietzsche, Borges, Einstein, tra gli artefici e i testimoni di questa rinascita. Che anche oggi è attuale — soprattutto per le tesi sul rapporto tra Stato e Chiesa, fede e ragione e per la difesa della democrazia. «La libertà di filosofare — si legge sul frontespizio del Tractatus theologico-politicus — si può concedere senza danno per la pietà e la pace dello Stato, ma, anche, essa non si può togliere senza togliere la pietà e la pace dello Stato». Sullo sfondo di queste tematiche, la decisione del filosofo di «ricercare un bene vero e condivisibile »: «qualcosa grazie al quale, una volta scoperto e acquisito, godessi in eterno una gioia continua e suprema».
Tale bene è Dio. Un Dio, certo, molto diverso da quello pensato dalla filosofia dopo l'annuncio cristiano: ad esempio non è persona, non ha volontà né scopi, include la natura, e quindi anche ciò che erroneamente gli uomini credono male e peccato. E tuttavia possiede quei caratteri della potenza e dell'eternità che sono propri di ogni modo in cui la tradizione filosofica ha pensato il divino.
Si tratterebbe di comprendere che anche alle radici di una filosofia come quella di Spinoza, così lontana dalle (sia pur grandi) abitudini concettuali della civiltà occidentale, è presente l'essenza stessa di quelle abitudini, il tratto decisivo rispetto al quale le pur profonde differenze tra Spinoza e i suoi avversari passano in secondo piano. «Alle radici», diciamo: perché si tratterebbe di scendere sul fondo dell'abisso su cui è sospeso il pensiero dell'uomo occidentale, e ormai dell'uomo planetario. Sin dall'inizio dell'Etica, il suo capolavoro, Spinoza distingue ciò che esiste necessariamente, cioè non è mai inesistente, ed è Dio, l'Eterno, da ciò che invece non esiste necessariamente, nel senso che non è sempre esistente ed è l'insieme delle «cose prodotte da Dio», esistenti nel Tempo. Ora, essenzialmente, radicalmente più decisiva del modo in cui Spinoza «dimostra » l'esistenza di Dio — e più decisiva di ogni altra «dimostrazione» di tale esistenza, proposta lungo la storia del pensiero occidentale — e la convinzione che le cose del mondo non esistono necessariamente: nel senso, appunto, che non sono sempre esistenti (anche se accadono necessariamente). Spinoza condivide questa convinzione con ogni altra forma (anche religiosa, dunque) del pensiero dell'Occidente.
Si dirà: è ovvio che la condivida! Infatti è la verità più evidente di tutte! E oggi si aggiunge: ed unica verità evidente!— Questo dire e questa aggiunta sono inevitabili. Infatti, anche se la cosa è tutt'altro che facile a comprendersi, l'onnipresente essenza della civiltà occidentale e appunto la convinzione che le cose del mondo non siano sempre esistenti e che questa loro non necessaria esistenza sia l'evidenza originaria o, addirittura, come oggi si conviene, l'unica evidenza assoluta.
Perché, allora, perdere tempo con ciò che oggi è rimasta l'unica verità fuori discussione, e non impegnarsi invece per diradare un poco le nebbie dell'incertezza che avvolge la vita dell'uomo? Proviamo a rispondere così: perché quanto sembra l'unica verità veramente fuori discussione è invece l'errare più profondo, e anche più nascosto. Ma come possiamo azzardarci a dir questo? Che presunzione! Ancora maggiore, la presunzione, se si tiene presente, che anche per la scienza moderna le cose del mondo non esistono sempre: esse sono, dopo non essere state, e tornano a non essere: sporgono provvisoriamente dal nulla.
Certo, sembra proprio un azzardo e una presunzione. Con i quali, tuttavia, acquista un maggior spicco il motivo per cui affermiamo che anche una filosofia come quella di Spinoza, così lontana dalle abitudini morali e concettuali dell'Occidente cristiano, e, ciò nonostante, profondamente solidale con l'essenza di tali abitudini. Anche a Nietzsche (che vede in Spinoza il pensatore a lui «più vicino») compete questa solidarietà.
Poi, si tratterà di pensare la follia di quell'essenza. Credere che le cose escano e ritornino nel nulla — ad opera di un Dio o da sole — non è forse credere che le cose siano nulla? non è forse credere che ciò che non è nulla sia nulla? e questa fede non è forse la mano più terribile e violenta? non uccide forse uomini e cose nel modo più originario e radicale, quello che sta al fondamento della violenza visibile che tutti sono capaci di scorgere? Sul fondamento di questa fede, ogni santità è la culla dell'omicidio e di ogni altra forma di annientamento.
Certo, è indiscutibile che per Spinoza (sulla scia di Seneca e in generale dello stoicismo) le decisioni umane e tutte le cose avvengono per «fatale necessità» (fatalis necessitas); che nessuna cosa può esistere diversamente da come esiste e che dunque ogni cosa è necessaria. Certamente! Ma nel senso che ogni cosa del mondo si genera e si corrompe necessariamente: non nel senso che non si generi e non si corrompa. Che tali cose escano dal nulla e vi ritornino seguendo o non seguendo un percorso inevitabile indica due prospettive che per quanto fortemente opposte hanno tuttavia in comune la convinzione decisiva e abissale: che le cose del mondo sono nulla. La stessa convinzione che accomuna nell'essenziale le esperienze in cui, lungo la storia dell'Occidente, si pone un Dio alla guida della produzione e distruzione delle cose e le esperienze dove invece si ritiene che tale produzione-distruzione non abbia bisogno di alcun Dio. Questa accomunante convinzione è l'«intima mano», assolutamente più intima e terribile di quanto possa supporre Herder, quando, volgendosi al «santo Cristo» e al «santo Spinoza», si chiede: «Quale intima mano congiunge i due in uno»?
Repubblica 4.7.07
Il romanzo di Heidegger
Uno scrittore argentino tenta la via della fiction per spiegare il dramma del filosofo
di Antonio Gnoli e Franco Volpi
José Pablo Feinmann ricostruisce il fascino devastante e ipnotico del Maestro. Perché il più grande pensatore del Novecento aderì al nazismo di Hitler? La storia è raccontata in forma di lettera da un ex allievo in procinto di suicidarsi. Il rovello di fondo è che "Essere e Tempo" contenga già i germi del totalitarismo
C´è un ingombrante fantasma che si aggira in questa lunga lettera-romanzo. E´ piccolo e impettito. Il suo nome è Martin Heidegger. Suscita un certo effetto incrociarne il destino sotto forma di un racconto che parla di seduzione, svela equivoci e delusioni, e lo fa partendo da una certa idea di prossimità. Che cosa vuol dire la vicinanza? Che effetto fa stare accanto a un maestro, a un genio, a un demone che incanta e poi si ritrae furtivo dalla scena?
José Pablo Feinmann - scrittore argentino (Buenos Aires, 1943) che da tempo la critica ha segnalato come personalità letteraria di notevole spessore - descrive una zona oscura del Novecento e racconta di una stella finita nella polvere.
Gli astratti pensieri dei filosofi a volte si posano laddove non dovrebbero. Frugano tra le ombre del divenire, convinti di illuminarne il percorso con la forza del linguaggio. Il guaio è che a volte ci riescono. Capita che una luce radente scopra qualcosa. E che questo qualcosa venga scambiato per il tutto. Ma è solo un altro fraintendimento del modo in cui la verità della filosofia ha voluto contendere il primato alla verità del potere.
La storia di Heidegger è indicativa delle complicate nozze mistiche tra la filosofia e la politica. Ma ciò che qui interessa non è solo lo scacco di quell´unione, né l´abbaglio che l´ha prodotta, bensì il fatto che quella storia continui a rappresentare una ferita dell´Occidente e del suo modo di declinare la parola «etica».
Temporaneo o organico che sia stato, l´impegno nazionalsocialista di Heidegger è un fatto storico incontestabile. Nel maggio del 1933 l´astro nascente della filosofia tedesca aderì al Nsdap, fu eletto rettore dell´università di Friburgo e, almeno per un anno, fino alla rassegna delle dimissioni nell´aprile del 1934, si impegnò nell´allineare l´attività accademica alle direttive ideologiche del partito.
Un caso abbastanza chiaro, in fondo non diverso da altri. A paragonarlo poi con quello di un altro grande filosofo del Novecento, Giovanni Gentile, che collaborò in modo ben più organico e durevole con il fascismo, potrebbe essere perfino derubricato nell´ordine della gravità.
Perché allora, dalla fine della seconda guerra in poi, tante polemiche e tanto accanimento? Perché Heidegger nazista ha fatto scandalo, e con periodica insistenza si è tornati a discutere della sua compromissione, episodica o essenziale che fosse?
Naturalmente perché Heidegger è stato il più grande pensatore tedesco contemporaneo, e il nazionalsocialismo il totalitarismo più tragico del Novecento. Fatichiamo a capire come fu possibile il loro incontro. Perché mai una mente così profonda aderì a un´ideologia tanto barbara?
L´imbarazzo è accresciuto dall´ostinato e ingombrante silenzio del maestro teutonico dopo la guerra. Non solo.
C´è anche il fatto che la verità storica sulla sua compromissione è venuta a galla soltanto poco a poco, grazie a sempre nuove scoperte e a nuovi accertamenti, succedutisi nel corso degli anni, che hanno contribuito ogni volta ad attizzare le polemiche.
Ma non è solo questo. E´ in gioco qualcosa di più viscerale. Qualcosa che va al cuore della filosofia di Heidegger e tocca l´essenza stessa del pensiero. Lukács, Adorno, Löwith, il giovane Habermas, Guido Schneeberger, Victor Farías, Hugo Ott e recentemente Emmanuel Faye, con le loro prese di posizione, le loro ricerche, la loro documentazione non hanno solo inteso far luce sull´errore storico contingente di Heidegger, sulla caduta del protofilosofo. Hanno anche sollevato, soprattutto, la questione se nel suo pensiero, nella grande opera che l´ha reso immortale, Essere e Tempo, e nella «svolta» che già lì, nei paragrafi finali, si annuncia, non si annidino le premesse teoriche e dottrinali della sua scelta politica in favore del nazionalsocialismo. Il caso Heidegger rimanda in fondo a uno di quegli eterni problemi della filosofia che non hanno soluzione, ma solo storia: il rapporto della saggezza con la tirannide, del pensiero con la politica, della teoria con la prassi, degli intellettuali con il potere.
Con la sua invenzione filosofico-letteraria Feinmann ha probabilmente imboccato la via migliore, certo non per mettere sul caso Heidegger l´impossibile parola «fine», ma per lasciar parlare, se così si può dire, la forza delle cose e far sì, con la giusta sensibilità e dalla giusta distanza, che chiunque capisca la rilevanza del problema e la posta in gioco. E´ la via della finzione letteraria, che con la sua agilità aggira l´indispensabile ma prolissa letteratura scientifica e, intentio obliqua, arriva con maggiore efficacia al punto. Il caso Heidegger diventa finalmente comprensibile a tutti e tutti possono toccare con mano il dilemma di cui egli è stato protagonista.
Feinmann racconta la tragica storia di Dieter Müller, allievo di Heidegger diventato anch´egli nazista, e alla fine della guerra fuggito in Argentina. E lo fa nella forma di una lunga lettera che Dieter Müller scrive al figlio Martin poco prima di suicidarsi. Dalla prospettiva del protagonista, il racconto si presenta sbilanciato in una celebrazione di Heidegger e dell´ideologia della grande Germania, nella quale sarebbe riposta la salvezza dell´Europa schiacciata a tenaglia, secondo la nota diagnosi metafisica e geopolitica heideggeriana, tra americanismo e bolscevismo. Ma ciò che sembra un´adesione entusiastica è in realtà un artificio letterario voluto per produrre l´effetto opposto, che a un certo punto emerge con chiarezza e si concretizza in un giudizio senza appello: il pensiero dell´Essere non è estraneo alla scelta per il nazionalsocialismo, ma ne è la condizione e la preparazione sistematica. Come dire che la filosofia di Heidegger è per certi versi indipanabile dalle sue scelte politiche. Nelle ultime drammatiche parole scritte al figlio, Dieter Müller evoca l´atmosfera culturale in cui il filosofo, con la sua tenebrosa e ipnotica personalità, era diventato lo sciamano di un´intera generazione, e racconta come lui stesso, incantato dalla chiamata all´autenticità del maestro, aveva profuso le proprie energie al servizio delle verità assolute predicate dal pifferaio magico della filosofia teutonica. Ma dopo avere creduto che gli orrori del nazismo non fossero altro che la versione trionfalistica della storia propagandata dai vincitori, Dieter Müller, di fronte alla foto di un deportato in procinto di entrare in una camera a gas, è vinto dalla compassione e si rende tardivamente conto di essere stato un intellettuale complice: il preteso possesso della Verità può trasformare un individuo, una collettività, l´intero popolo che se ne arma, in un potenziale assassino. Müller espia il suo irredimibile abbaglio e il suo senso di colpa con il suicidio. Il figlio Martin, per elaborare la tragedia del padre, anni più tardi si metterà sulle tracce di Heidegger.
La sua ricerca diventerà il senso e l´ossessione di un´intera vita, finché, raggiunto il pensatore nella sua baita di Todtnauberg, cercherà, senza riuscirvi, di strappargli una risposta degna del suo acume teoretico: perché la grandezza filosofica si accompagna a volte così testardamente all´abiezione politica?
Nessuno prima di Feinmann aveva sperimentato la finzione letteraria per affrontare la compromissione di Heidegger con il nazionalsocialismo, e più in generale il rapporto della sua filosofia con l´etica e la politica. La libertà del racconto, anziché allontanarci dagli eventi e dai fatti, ce li fa rivivere de visu, e suscita quell´imbarazzo etico che la loro gravità richiede. E´ ben diverso sostenere la colpevolezza di Heidegger da storico, o metterla direttamente in bocca a un suo stesso allievo, che per di più confessa di essere stato convinto al nazismo dalla filosofia del maestro. Qui non c´è bisogno di fornire prove, ma si dà la parola all´evidenza. La quale è tanto più convincente in quanto Feinmann non concede nulla alla reazione scandalizzata, nulla al politicamente corretto, nulla al giudizio dell´uomo della strada che condanna o deride le soluzioni del filosofo solo perché non ha capito i suoi problemi. Al contrario, ci fa vedere come la torbida e pericolosa ambiguità del pensiero di Heidegger sia connessa proprio alla sua grandezza di teoreta. Alla fine il suo racconto si lascia preferire a intere biblioteche che sono state scritte sul caso (...).
Com´è possibile che un pensiero così vigile non abbia riconosciuto per quel che era la realtà politica che andava affermandosi? E noi, quali conseguenze dobbiamo trarne nel valutare la sua opera e la sua influenza?
Heidegger non fu peraltro un caso isolato. Oggi naturalmente il suo nome svetta tra gli esempi di ottusità politica associata a profondità filosofica. Ma all´epoca l´analfabetismo politico era alquanto diffuso tra i vari professori tedeschi di filosofia che si precipitarono a servire il nazionalsocialismo (...). Quando in quegli anni orribili egli pretese di illuminare la Germania, illudendosi di portare la filosofia nel cuore stesso del potere, ottenne in un certo modo l´inverso. Il successivo silenzio in cui avvolse la sua vicenda si può anche interpretare come l´inconfutabile afasia della sua voce politica.
Il grande guaio, acutamente individuato da Leo Strauss, e che José Pablo Feinmann fa rivivere nel suo racconto, ci spinge perciò a formulare una domanda: com´è possibile, oggi, riconciliare filosofia e politica dopo che «il solo grande pensatore del nostro tempo» le ha dissociate?
Repubblica 6.7.07
Spinoza. Ripensò Dio e liberò l'uomo
Un meridiano con le opere complete
di Eugenio Scalfari
Un pensiero radicale e per questo molto avversato che cancellava ogni tentazione antropomorfica nella concezione del mondo e della sua creazione
Convivono nei suoi scritti un aspetto distruttivo e uno costruttivo, intrecciati l´uno con l´altro
Nietzsche si imbatté in lui negli anni 80 del suo secolo e ne rimase sconvolto: ecco il mio precursore
L´incontro decisivo che egli ebbe e che lo aiutò a definire il suo pensiero fu quello con Descartes
La pubblicazione avvenuta di recente nei "Meridiani" Mondadori dell´opera completa di Baruch Spinoza è un evento importante nella cultura italiana e non soltanto per la vastità degli apparati, la completezza critica dei testi, la qualità dei commenti e in particolare per le introduzioni alle singole opere e per quella generale, dovuta a Filippo Mignini.
L´evento sta nel fatto stesso della pubblicazione. Qui ed ora, viene in mente di dire. Perché qui ed ora la filosofia di Spinoza attraversa di nuovo una fase attraente, direi in sintonia con i modi di sentire dell´epoca in cui viviamo; ma sintonia però non consapevole e perciò inadeguata, neppure nella società dei colti e dei filosofi, con alcune importanti eccezioni tra le quali va segnalata quella di Emanuele Severino che di Spinoza è stato da sempre attento e acuto cultore.
Il crescere e il tramontare delle filosofie e dei filosofi che le hanno pensate è un attributo permanente è quasi il succedersi di una modalità alla quale sono stati soggetti anche i pensatori più significativi, da Descartes a Hobbes, a Kant, ad Hegel e Schopenhauer a Nietzsche e Heidegger, tanto per restare nel solco della nostra civiltà occidentale. Perfino Platone e Aristotele hanno avuto fasi di luminosità e altre di impallidimento nella memoria collettiva. Ma nessuno ne ha sofferto quanto Spinoza, costretto addirittura a non pubblicare la maggior parte dei suoi scritti che sarebbero comunque incorsi nel sequestro immediato e nell´immediata distruzione, come avvenne per i pochissimi che - lui vivente - videro la luce.
Nonostante questo suo silenzio obbligato, fioccarono su Spinoza scomuniche e dannazioni estreme, a cominciare dalla più terribile che gli fu inflitta dalla Sinagoga di Amsterdam, cui seguì l´ostilità dapprima blanda ma poi sempre più intensa fino a diventare furiosa dei circoli cattolici in Olanda, in Francia, in Germania e a Roma.
Infine, non meno violenta, la "damnatio" delle Chiese riformate, luterane e calviniste che fossero.
Così anche l´opera postuma ebbe scarsa diffusione e possibilità assai limitate di influire sull´evoluzione del pensiero filosofico, anche se fu conosciuta e tenuta in gran conto da alcuni degli illuministi (pochi in verità) la maggior parte di essi accettando semplicisticamente un teismo al cui approfondimento non dedicarono gran tempo.
La scoperta di Spinoza arrivò con l´Ottocento, ad un secolo e mezzo di distanza dall´opera sua. Illuminò quell´arco di anni con intensità ma poi di nuovo rientrò nel silenzio e soltanto di recente ricominciarono segni di attenzione.
Bisognerebbe domandarsi il perché di questo interesse così discontinuo e precario. La scrittura rocciosa e "geometrica" delle sue argomentazioni non è certo fatta per accattivare, ma non può esser quello il vero ostacolo se solo si pensa alle non minori difficoltà di lettura e di comprensione di filosofi che hanno tenuto a lungo la scena dell´opinione colta, a cominciare da Kant e a finire con Heidegger.
Non credo perciò che sia stato quello l´ostacolo, ma piuttosto un altro e cioè la radicalità del pensiero spinoziano nei confronti della salvezza, dell´antropomorfismo e della centralità dell´uomo nel mondo. Non c´è stata finora filosofia più lontana, più indifferente, anzi più impegnata nella dimostrazione che la nostra specie non può vantare alcun privilegio e alcuna posizione dominante nell´universo. Non solo: non può appellarsi né sperare in alcun Dio che possa assicurarci la salvezza e indicarne il percorso. Ma, nello stesso tempo, una filosofia dedicata alla dimostrazione che "Dio c´è" come si direbbe oggi, ed anzi è presente in tutto e dovunque, eterno e assoluto, unica sostanza esistente, della quale tutto l´universo è pervaso fin nelle sue più intime particelle; ma un Dio indifferente, privo di passioni e di affetti, non vendicativo ma neppure misericordioso; un Dio che nulla ha creato, che non conosce se stesso, che nulla vuole perché non ha volontà; un Dio infinito e assoluto, pura potenza che incessantemente si attua nelle infinite forme naturali. Infine un Dio che è "natura naturante" dal quale esplodono senza interruzione le forme della "natura naturata" ciascuna delle quali fondata sulla legge che scaturisce dal suo proprio fondamento.
«Questo tuo Dio è un mostro» gli scrisse uno tra i tanti suoi corrispondenti che cercavano di chiarire a loro stessi il suo pensiero sperando (per loro) che esso potesse almeno esser tollerato dalla Chiesa e dalle Università e quindi pubblicamente discusso e diffuso. «Questo tuo Dio è un mostro». Ma lui, a sua volta, non riusciva a comprendere reazioni così violente e rifiuti così totali. E si accaniva a rispondere, a chiarire il suo pensiero, a definire i soggetti e le idee.
La definizione era per lui una vera e propria legge.
«Questo è vero per definizione» diceva, e si stupiva che gli altri non capissero. La forza della definizione è opera di Spinoza ed assume con lui il valore del "Logos", del "Verbo", della "Parola" celebrati nel Vangelo di Giovanni quale "incipit" della Creazione. Solo che per Spinoza credere nella Creazione era una bestemmia intellettuale: il suo Dio non era creatore ma assoluta potenza necessaria; non manipolava una materia a lui esterna, ma attuava la sua potenza, la sua esplosiva potenza che non poteva che attuarsi. Il suo «tutto è Dio» non era concettualmente lontano dal più radicale ateismo. Anche se la parola ateismo non dovrebbe esser lasciata circolare senza una sua definizione.
* * *
Convivono nell´opera di Spinoza un aspetto distruttivo ed uno costruttivo, intrecciati l´uno con l´altro e necessari entrambi. L´uno non potrebbe darsi senza l´altro; la sua raffigurazione e dimostrazione del Dio come potenza infinita e assoluta, unica e pervasiva sostanza di tutte le cose, non potrebbe infatti procedere senza aver sgombrato il campo dalle raffigurazioni fallaci e «superstiziose» che ingombravano le religioni monoteistiche e in particolare quelle giudaica e cristiana. Secondo il suo pensiero queste raffigurazioni fallaci sono: il Dio incarnato, le attribuzioni a Dio di "affetti" propri della natura umana, i miracoli, la rivelazione nel suo complesso. Insomma le Scritture, a cominciare dal Genesi, i Vangeli e la figura di Gesù-Dio, morto e risorto; Mosè, Abramo e l´Alleanza intesa come percorso verso la salvezza. E comincia dal punto più sensibile, teologicamente e politicamente: quello del Dio fatto uomo.
Scrive ad uno dei suoi corrispondenti cattolici, Hugo Boxel: «Questo io so: che tra infinito e finito non si dà alcuna proporzione» e ad Albert Burgh: «Tu mi compiangi e chiami una chimera la mia filosofia. Oh giovane privo di mente. Chi ti ha incantato fino al punto di portarti a credere che tu possa divorare ed avere negli intestini quel Dio sommo ed eterno?».
Ma poiché i suoi interlocutori fingono di non capire e continuano ad incalzarlo con petulanti richieste di chiarimenti, alla fine spazientito risponde a Boxel:
«Quando dico che ti sfugge quale Dio io abbia se nego che l´atto di vedere, udire, osservare, volere non si danno in Dio, sospetto che tu creda che non esistano perfezioni maggiori di quelle che sono tipici attributi umani. Ma non mi meraviglio di questo perché credo che anche il triangolo, se avesse la facoltà di parlare, direbbe egualmente che Dio è triangolare e il cerchio direbbe che la divina natura è circolare in modo eminente. Così ognuno ascriverebbe a Dio i suoi attributi, si renderebbe simile a Dio e il resto gli sembrerebbe di forma diversa».
Questi pensieri assumeranno forma definitiva nell´Etica, la sua opera più completa dove Dio sarà descritto come «la sostanza eterna, infinita e assoluta che non opera con libera volontà né con intelligenza, non ha alcun rapporto personale e diretto con gli uomini né con alcuna altra specie, non è né misericordioso né vindice o giustiziere, non è affetto da gioia né da tristezza. Non vi è pregiudizio più misero di quello che subordina il presunto amore dell´essere infinito alla venerazione ricevuta da una natura finita. Altrettanto meschina è la convinzione di poter modificare i decreti di Dio per mezzo delle nostre preghiere, come si potrebbe fare con un padre un giudice e un re».
Dio - per dirla in breve - produce a getto continuo forme in sé perfette, una esplosione di forme, ciascuna determinata e quindi soggetta alla natura della propria forma. Forme moriture come tutto ciò che deriva da una nascita, ma non create da un Dio che abbia utilizzato «altro da sé» o che abbia ordinato un caos preesistente. Le forme prodotte da Dio sono un´eruzione continua il cui fondamento è Dio stesso il quale, attraverso quelle forme, è ovunque e tutto pervade con un´immanenza totale. Il mondo così descritto non contiene dunque una scintilla divina inserita dentro ad una materia altrimenti inerte o caotica ma, al contrario, il mondo è interamente divino e per questo stesso è infinito.
Così ragionava l´ebreo Baruch Spinoza, stupefatto di esser definito ateo e dissacratore, lui che descriveva e sentiva la divinità onnipotente, nel filo d´erba e nel serpente, nella stella e nell´uomo, senza colpe, senza peccati, senza necessità di salvezza né di individuale sopravvivenza, salvo sapere che ogni ente esistente e perituro non ha altra pulsione che la sopravvivenza della propria forma e quindi la paura della propria morte per quelle forme capaci di pensare se stesse e la propria mortalità.
* * *
L´incontro decisivo che egli ebbe e che contribuì a definire la struttura del suo pensiero fu quello con Descartes che, prima dell´arrivo in campo dell´autore dell´Etica aveva rappresentato la vetta più alta della speculazione filosofica aprendo la strada alla modernità.
Il Discorso sul metodo è stato il punto d´arrivo e insieme il punto di partenza della storia della filosofia che gli va tuttora debitrice per tre aspetti essenziali del suo pensiero: la scoperta dell´io quale punto di riferimento della conoscenza, la necessità di ancorare l´attività conoscitiva a certezze di assoluta evidenza, la distinzione tra la "res cogitans" e la "res extensa" che riassume in due polarità l´intera moltitudine degli enti recuperandone l´oggettività dopo aver affermato l´egemonia conoscitiva ed esistenziale del soggettivismo.
Con questo stipite del pensiero moderno si misurò Spinoza quindici anni dopo la pubblicazione dei Principi di filosofia e la scomparsa del loro autore.
In realtà quell´incontro fu inizialmente una sorta di tributo che Spinoza volle pagare alla grandezza innovativa di Descartes, curandone la traduzione dal latino in lingua olandese ed argomentandone le tesi da par suo. Cartesio in quegli anni era preso di mira dalla tradizionale dottrina della Chiesa. Tradurne i testi in una lingua "volgare" era già di per sé un modo di esporsi all´implacabile giudizio dell´Inquisizione; commentarli positivamente, sia pure con qualche timida riserva, significava addirittura sfidare l´ortodossia della Scolastica e attirare su di sé gli anatemi dei Tribunali ecclesiastici.
Il pur prudentissimo Spinoza corse questi rischi, anche se mise bene in chiaro che la sua era stata soltanto un´operazione editoriale e culturale e non già lo schierarsi e identificarsi con le tesi di Cartesio dalle quali anzi in più punti dissentiva.
Molti contemporanei attribuirono allora quella presa di distanza da Cartesio alla necessità di non approfondire il solco con la Chiesa e con la sua Inquisizione. Ma le cose non stavano così. Il riconoscimento spinoziano della grandezza di Cartesio era senza dubbio genuino, ma altrettanto genuine le sue riserve, in particolare dalla distinzione tra la cosa "estesa" e la cosa "pensante" che Descartes riteneva fossero due sostanze incomunicabili in tutto fuorché nell´essere entrambe una creazione di un Dio trascendente, mentre Spinoza le vedeva come due attributi di Dio riverberati nella nostra specie come "modalità" dell´unica sostanza divina e immanente a tutte le cose.
Quanto al "Cogito ergo sum" Spinoza non si è mai espresso in modo esplicito ma dall´insieme del suo pensiero quell´orgogliosa affermazione dell´autonomia dell´io risulterebbe esser stata fatta propria dall´autore del Tractatus. Per arrivare a questa conclusione occorre però forzare il pensiero di Spinoza su un punto assai delicato: quello dell´autonomia delle forme nelle quali si esplica la sostanza divina.
In verità Spinoza usa assai poco o per niente la parola "forma" e molto di più usa il termine "res" privilegiando l´estensione rispetto al pensiero. Se ne comprende la ragione: la "res extensa" coinvolge nella propria dimensione tutto l´universo inorganico oltre a quello organico. La "cogitans" invece si limita alle facoltà della nostra specie.
Ma questo è un aspetto soltanto quantitativo del problema e quindi non essenziale per le concezioni spinoziane. Per questa ragione io credo che il termine "forma" sia il più appropriato per designare la molteplicità immanente della "natura naturans" nelle sue infinite espressioni.
Ebbene: il fondamento di queste forme dell´immanenza sta appunto nelle "modalità" che le distinguono. La modalità è nata perfetta, senza difetti e senza peccato, come Dio l´ha emessa realizzando la sua potenzialità.
L´autonomia di quella forma nei suoi "modi" fa dunque parte della sua definizione e per Spinoza la definizione altro non è che legge di natura.
Questo ragionamento mi porta a concludere che il "Cogito ergo sum" fu accettato e inserito nel pensiero spinoziano. Semmai, ai suoi occhi, sarebbe bastato scandire il verbo "esse" con la prima persona singolare. L´uomo in quanto individuo era titolato a pronunciare questa affermazione, la sua pulsione di sopravvivenza lo portava a quell´orgoglioso "sum", l´evidenza del vero era interamente presente.
Aggiungo per la chiarezza di noi postumi che la distinzione cartesiana tra l´estensione e il pensiero è stata superata non soltanto per le ragioni esegetiche addotte da Spinoza, ma per altre ancor più decisive. La mente pensante altro non è che un´efflorescenza degli apparati cerebrali. Altre volte ho scritto che la mente sta alle mappe cerebrali come la musica sta al pianoforte e le sue "note" stanno ai tasti di quello strumento. Il funzionamento della mente non è mai lo stesso; come le note vanno rapportate di continuo alla tensione delle corde che le producono.
Ne segue che al funzionamento della mente, cioè del pensiero, cospirano tutti gli organi del corpo e non soltanto il cervello. Il quale riceve dagli altri organi, tramite i flussi sanguigni e i terminali nervosi, sensazioni ed elementi in misura diversa di tempo in tempo.
La quantità di ossigeno non è mai la stessa, le tossine provenienti dal fegato, dall´intestino, dai reni, non sono mai le stesse e mai gli stessi gli ormoni, gli enzimi, i flussi endocrini.
La mente insomma è parte integrata nel corpo, ne è determinata e a sua volta lo determina; sicché nel corpo individuale tutto è al tempo stesso esteso e cogitante, che è poi la stessa tesi spinoziana raggiunta attraverso la fisiologia moderna anziché attraverso le tesi filosofiche dell´immanenza della natura divina.
* * *
Non è certo questa la sede per rivisitare compiutamente la filosofia di Baruch Spinoza, per la quale si può adottare la conclusione di Filippo Mignini a chiusura della sua introduzione generale: «È stato uno dei rari spiriti che nella storia del mondo hanno ideato per qualunque uomo di ogni religione e cultura un percorso di illuminazione e di libertà».
Mi sembra invece interessante mettere in luce i nessi tra lui e il principale tra i pensatori che l´hanno scelto come compagno e maestro. Parlo di Federico Nietzsche, il filosofo che chiude il ciclo della filosofia moderna smantellando il platonismo e le religioni, decostruendo e anzi capovolgendo la scala tradizionale dei valori ed elaborando una visione del mondo, della conoscenza e della civiltà che approda al superamento dell´io e di ogni assoluto.
Nietzsche fu più un artista e una «voce» che un filosofo nel senso tradizionale della parola. Raccontò il suo pensiero. Parlò per enigmi, per aforismi, per frammenti, per simboli. Dopo di lui sarebbe impossibile scrivere un trattato o un manuale di filosofia. I pochi che hanno tentato ancora di farlo hanno solo dimostrato la loro irrilevanza.
Ma Nietzsche non può esser compreso se non si risale a Spinoza. L´autore del Tractatus e dell´Etica può apparire, se si bada alla forma della sua scrittura, esattamente agli antipodi dell´autore di Zarathustra.
Invece basta ascoltare lo stesso Nietzsche per comprendere di quale spessore fosse la consonanza dei loro pensieri.
Nietzsche s´imbatté (è il caso di usare questa parola che contiene un elemento fortuito) in Spinoza negli anni Ottanta del suo secolo, ne rimase sconvolto e così ne scrisse all´amico Overbeck: «Sono pieno di meraviglia e di giubilo: ho un precursore, e che precursore! Io non conoscevo quasi Spinoza. Per "istinto" ho desiderato di leggerlo. Questo pensatore, il più abnorme e solitario che sia mai esistito, è il più vicino a me in queste cinque argomentazioni: egli nega il libero arbitrio, la finalità, l´assetto morale del mondo, il non-egoismo, il male. Anche se tra Spinoza e me restano enormi differenze, queste sono da attribuire soprattutto alla differenza dei tempi, della cultura, della scienza. Insomma la mia solitudine - che come capita in montagna alle grandi altitudini, spesso mi toglieva il fiato e mi faceva trasudare sangue dai pori - è ormai una solitudine in due».
Non ci poteva essere elogio maggiore e più lucida identificazione. Ma resta, al di là delle differenze dovute ai diversi contesti storici dei tempi, della cultura e della scienza, che l´autore di Zarathustra chiaramente individua, un approccio che pone Nietzsche in una prospettiva diversa anche nei confronti di Spinoza, rispetto alla intera storia della filosofia occidentale da Platone in poi, ed è il rapporto con l´assoluto. Con la verità assoluta. Con la divinità assoluta.
Spinoza è infatti il più radicale assertore dell´assolutezza della verità e della divinità dell´immanenza, "sive natura". Dell´essere parmenideo, presente in tutti gli enti che da quell´essere scaturiscono. E della conoscenza che l´intelletto individuale può averne.
Per Nietzsche al contrario il solo approccio valido alla conoscenza ha il suo fondamento nell´interpretazione.
L´interpretazione è il suo Logos, il suo Verbo, la sola ed unica realtà. L´essere nietzscheano non è quello di Parmenide ma quello di Eraclito per quel tanto che sappiamo di lui; non è lo stare, ma il divenire, il flusso, la rappresentazione prismatica dell´universo.
Quando, nella lettera a Overbeck, Nietzsche enumera le cinque argomentazioni di Spinoza nelle quali egli si riconosce interamente, compie a mio avviso un errore auto-interpretativo: afferma, come Spinoza, di negare il valore morale del mondo. Ma sbaglia. Il mondo nietzscheano è un mondo morale proprio perché ogni interpretazione contiene la sua propria moralità. Proprio perché il relativismo nietzscheano nega l´assoluto ma rifiuta il nichilismo.
Diciamo dunque che neppure Spinoza riesce a liberarsi dalla metafisica come - dopo Nietzsche - recuperano una sorta di metafisica tutti quei pensatori che riproposero l´essere alla base della loro concezione.
Nietzsche è stato il vero solitario in questo punto capitale del pensiero, è stato l´unico ad aver descritto la realtà come una polifonia interpretativa il cui fondamento risiede nello sguardo dell´interprete.
Dopo Nietzsche resta in piedi una sola domanda: può l´interprete interpretare anche se stesso?
Domanda fondamentale, cui non si può dare risposta se, prima, non si definisca la parola interpretazione e il soggetto che la pronuncia.
Una definizione. Ecco che ancora torna in scena Spinoza e il valore che egli attribuisce alla definizione.
Vedete? Il Logos, il Verbo, la Parola, la parola-chiave, l´Interpretazione, l´Interprete....
Scrive Giovanni all´inizio del suo Vangelo: «All´inizio ci fu il Logos e il Logos era accanto a Dio, il Logos era Dio». Se non ci fosse il relativismo nietzscheano, saremmo di nuovo in piena metafisica.
Repubblica 7.7.07
Croce, lettere su dio
In un epistolario curato da Giovanni Russo il filosofo affronta temi religiosi
di Nello Ajello
Sono gli anni in cui compare il saggio "Perché non possiamo non dirci cristiani"
Un fitto dialogo, durato un decennio con un´aristocratica napoletana
«Lettura di un libretto di versi religiosi della signora Maria Curtopassi», scriveva Benedetto Croce nei suoi Taccuini di lavoro il 2 gennaio 1942, «del quale farò un annunzio per La Critica». È il sostanziale preludio ad una frequentazione epistolare durata oltre dieci anni, fin quasi alla morte del filosofo. Ne dà conto il volume di Benedetto Croce e Maria Curtopassi, Dialogo su Dio. Carteggio 1941-52, che esce a giorni in edizione Archinto, a cura di Giovanni Russo (pagg. 180, euro 18, 50).
La corrispondente del pensatore settantaseienne è un´aristocratica napoletana che sfiora i cinquant´anni. «Una donna cristiana e cattolica», così la definirà Croce, capace di sentire la religione «nella forma di verità che è propria della poesia». Dalle Liriche della Curtopassi il filosofo è vivamente colpito, al punto da scrivere la prefazione al libretto, che ha letto ancora inedito. La Curtopassi, dal suo canto, non esita a professarsi sua allieva. Croce le fa spedire la Storia d´Italia e le preannunzia l´invio della Storia d´Europa. Così, l´epistolario prende i colori dell´amicizia.
Giovanni Russo, che questo carteggio ha trovato e ordinato, riassume con efficacia le intenzioni della poetessa: la vede «impegnata nel cercare le coincidenze tra la dottrina cattolica e la filosofia crociana». Il filosofo non si sottrae al confronto. Ne approfitta, anzi, per esporre i modi molto personali della sua vicinanza al Vangelo e, più in generale, alla religiosità giudaico-cristiana, e insieme i motivi di critica che lo oppongono alla corrente cultura cattolica.
L´inizio di questo «duello a distanza», così lo definisce lo stesso Russo, cade in un momento propizio. Nell´estate del ´42 - lo si rileva sempre dai suoi "taccuini" - Croce sta riflettendo su temi analoghi a quelli toccati nelle lettere, spesso molto lunghe, della sua interlocutrice. «Risvegliatomi dopo la mezzanotte», egli annota il 16 agosto, «sono andato a letto, ma non ho potuto riaddormentarmi presto, e non ho trovato di meglio da fare che venire meditando sul punto: perché non possiamo non chiamarci cristiani?. La mattina ho tracciato il disegno di un piccolo scritto sull´argomento». È il celebre saggio, che uscirà nella Critica il 20 novembre 1942 con il titolo, appunto, Perché non possiamo non dirci cristiani.
Le lettere di Croce che qui pubblichiamo, scegliendole fra le ventuno comprese nel volume, parlano da sole. È facile sciogliere qualche allusione in esse contenuta. Con ogni probabilità, nel «materialista storico» che si dice scandalizzato per la vicinanza politica di Croce a De Gasperi - se ne parla nella lettera del 21 dicembre ´47 - va individuato Palmiro Togliatti. L´articolo di Croce sul Mondo (egli vi accenna il 28 marzo ´49) era uscito dieci giorni prima con il titolo L´uomo vive nella verità. Notizie occasionali. Esse confermano, tuttavia, che il dialogo epistolare fra la poetessa e il filosofo, recuperato grazie a Giovanni Russo, non è una mera "trouvaille", ma si colloca in una zona vitale del pensiero crociano.
GLI INEDITI
"La civiltà moderna figlia di Cristo"
Nella religione delle anime elette c'è qualcosa di poetico
La Chiesa ha perduto la sua plasticità, si è irrigidita e può andare in pezzi
Napoli, 10.6.1941
Pregiatissima Signora, ho letto le sue lettere con la serietà che meritano, perché nascono da uno spirito nobile e severo, profondamente religioso, e da un animo sensibile (...). La ringrazio di avermi data l´occasione di incontrarmi - raro incontro ai nostri giorni - con qualcosa di umanamente gentile.
B.Croce
Napoli, 23.VI.´41
Pregiatissima Signora, (...). Puro filosofo quale sono, e, per sincerità verso me stesso, voglio restare, io stimo che il più profondo rivolgimento spirituale compiuto dall´umanità sia stato il cristianesimo, e il cristianesimo ho ricevuto e serbo, lievito perpetuo, nella mia anima. E godo perciò che il mio pensiero abbia trovato qualche risonanza in un così nobile spirito cristiano come il Suo. B.Croce
Napoli,
3 gennaio 1942
Pregiatissima Signora (...), mi giunge il dono del suo volumetto, che io sono ben lieto che lei si sia risoluta a pubblicare. Ne darò un annuncio e alcuni saggi nella Critica. Le farò avere le bozze di stampa, perché Ella mi dica se desidera che qualcosa sia modificato. C´è un fondo di fede umana in ciò che è superiore e solo ha valore, che io ho ritrovato nelle persone più da me diverse di concetti e di opere, e per il quale mi sono sentito congiunto intimamente con un prete e con un materialista, assai più che con altri che con me consentiva nelle idee e nell´azione pratica. Forse questo intimo e profondo consenso, questo fluido impalpabile, è ciò che Ella chiama, e anche a me piace chiamare, cristianesimo.
B. Croce
Pollone, 30 agosto 1942
Gentilissima Sig.ra e amica, La sua lettera ultima è stata da me letta, e anche riletta, con viva partecipazione, anche perché ho proseguito, e quasi terminato, in questi giorni il Nuovo Testamento. Le dirò che c´è nella religione delle anime elette qualcosa di poetico e amoroso al quale credo che io non potrò giungere, perché sono tutto pensiero ed azione, con la poesia e l´amore che questi placano e sottintendono. Ma, pure rendendomi conto di questo limite, sono profondamente convinto e persuaso che il pensiero e la civiltà moderna sono cristiani, prosecuzione dell´impulso dato da Gesù e da Paolo. Su di ciò ho scritto una breve nota, di carattere storico, che pubblicherò appena ne avrò lo spazio disponibile. Del resto, non sente Ella che in questa terribile guerra mondiale ciò che è in contrasto è una concezione ancora cristiana della vita con un´altra che vorrebbe risalire all´età precristiana, e anzi pre-ellenica e preorientale, e riattaccare quella anteriore alla civiltà, la barbarica violenza dell´orda? Portae inferi non praevalebunt. Spero bene (...).
B. Croce
Napoli, 21 dic. ´47
Stimatissima Signora ed amica (...), le religioni sono piene di filosofia, soprattutto la cristiana. Ma il mio dubbio è che il suo scritto non sarà accolto dalle riviste cattoliche, che non vanno per il sottile, e mentre credono grandi pensatori i meccanici ripetitori di vecchiumi, non tollerano chi parla in nome del pensiero umano e lo tiene umano-divino. Comunque, ho letto nei giornali, a proposito dell´appoggio che io col Partito Liberale ho dato alle postille di De Gasperi (il quale, ora come ora, mira a salvare la libertà italiana contro il bolscevismo russo) che il De Gasperi, cattolico, si è alleato col «capo degli atei internazionali, con B. C.»! Naturalmente questa sollecitudine per l´offesa recata a Dio veniva dalle labbra di un materialista storico per il quale non è altro Dio che materia, o più propriamente l´interesse economico. Io, modestamente, so di vivere in un continuo colloquio con Dio, così serio e intenso che molti cattolici e molti preti non hanno mai sentito nella loro anima.
B. Croce
Napoli, 29.X.´48
Stimatissima amica (.), ciò che mi scrive nells sua lettera mi conferma che Lei ha sentito e compreso la mia anima. Quanto alla teologia che ora si vuole di nuovo nelle nostre università, a me pare vietata dal Decalogo che vuole che il nome di Dio non sia pronunciato invano. E invano lo si pronuncia quando lo si prende in astratto e lo si separa dall´uomo. In questi casi persino fa sbadigliare. Mi ricordo l´aneddoto del direttore della Revue des deux mondes. Avendogli Pierre Leroux portato un articolo e domandato il direttore quale ne fosse l´argomento e dettogli dal Leroux: «Dieu», egli esclamò - «Dieu! Quel mauvais sujet!». Tanto per ridere talvolta, ora che così difficilmente si riesce a ridere.
B. Croce
Napoli, 1. febbraio ´49
Carissima amica (...), certo la cultura cattolica è ora inferiore assai a quella del mondo laico, e avrebbe bisogno di rinnovarsi e di autocriticarsi. Ma il male è che la Chiesa ha perduto da quattro secoli la sua plasticità, si è irrigidita e se tentasse di muoversi e progredire, correrebbe il rischio di andare in pezzi. E se affrontasse coraggiosamente questo rischio e andasse innanzi, che cos´altro poi troverebbe? Quel complesso di verità assodate che uomini cristiani ma laici hanno prodotto col loro lavoro: eredità che non si può rifiutare, si deve accrescere e correggerla, anche per accrescerla, ma col metodo stesso col quale è stata trovata, cioè col metodo antidommatico e critico, che non ammette verità che non nascano dal pensiero, il quale è esso stesso verità (...).
B. Croce
18. III. ´49
Gentile amica, grazie della sua lettera affettuosa. Non so se le sia venuto sott´occhio, nel Mondo (n. 4, mi sembra), un mio articolo, nel quale io affronto la fede, o, per meglio dire, la verità dell´esistenza di Dio, con argomenti non teologici. Ma forse non ne prenderà scandalo, perché, se mai, la mia dimostrazione non nega, ma integra la fede.
B. Croce
Repubblica 10.7.07
Se la sinistra riparte dall'eguaglianza
di Aldo Schiavone
Un lavoro enorme attende la sinistra italiana – quel che ne rimane in piedi: la ricostituzione di un patrimonio culturale degno di questo nome. Non solo i concetti (che già non è poco), ma i sogni, le emozioni, le speranze, la capacità di discorso e di persuasione. "Beffato il mio amore, congedata la mia fantasia: di tutto il passato non mi resta che il dolore»: i versi dell´"Addio alla corte" di Walter Raleigh sembrano proprio scritti per lei.
E poiché si deve pur cominciare da qualche parte, proveremo a fare un esempio: un piccolo appunto per i nostri cari quarantacinque saggi impegnati a dare un´anima al Partito democratico, ma anche per gli amici che non condividono questo progetto, e che lavorano a costruire la "Cosa rossa". Parleremo dell´idea di eguaglianza (ne abbiamo fatto cenno, qui su "Repubblica", discutendo di socialismo): una bandiera dell´occidente, sin dal pensiero antico ("il nome di tutti più bello": così Erodoto, nel cuore del quinto secolo a. C. – e si stava riferendo all´"isonomia", alla legge eguale per tutti). Una bandiera che la modernità avrebbe consegnato, con diverso successo, al fuoco di due rivoluzioni: prima quella francese, e poi quella russa.
Oggi sembra una parola in difficoltà, che facciamo fatica a pronunciare (mentre tutti sproloquiano di libertà): messa in crisi dai fallimenti del ventesimo secolo, non meno che dall´onda del capitalismo totale che sta dominando l´orizzonte del pianeta. Ma sbagliamo, ed è un errore grave. Perché di eguaglianza avremo presto un gran bisogno, per riuscire a sottrarre il futuro che ci aspetta alla destabilizzazione di squilibri paurosi, indotti dalla forza stessa delle potenze in campo: l´intreccio titanico fra scienza e mercato, nella forma storica che stiamo sperimentando. Dismisure rispetto alle quali le ingiustizie del vecchio capitalismo industriale sembreranno presto non più di un pallido preludio.
Le nuove diseguaglianze non hanno origine – come quelle di una volta – sul terreno della produzione in senso stretto, del conflitto fra capitale e lavoro – insomma dell´economia classicamente intesa – anche se continueranno ad apparire, alla fine, come enormi disparità di ricchezza e di status. Le nuove diseguaglianze saranno tutte, molto prima che diseguaglianze proprietarie o distributive, disparità "di accesso": generate non direttamente dall´economia, ma dal rapporto problematico e ancora oscuro fra l´avanzamento tecnologico e il suo uso sociale (in ultima analisi, fra tecnica e democrazia: sono penetranti a questo riguardo le obiezioni che mi muove Ernesto Galli della Loggia). E riguarderanno per prima cosa il rapporto fra destino individuale e possibilità di disporre in maniera adeguata delle tecnologie da cui dipenderanno sempre di più la costruzione e la conservazione della nostra identità: le tecniche alla guida dei processi conoscitivi in tutti i campi del sapere, della circolazione e della gestione dell´informazione, dello stesso statuto biologico di ciascuno di noi - qualcosa di enormemente più complesso di ciò che oggi chiamiamo "salute", o diritto all´integrità del proprio corpo.
Per fronteggiare l´aggressività di queste asimmetrie abbiamo bisogno di elaborare – da un punto di vista teorico e istituzionale – una nozione radicalmente nuova di eguaglianza: davvero di rifare il lavoro che a suo tempo svilupparono Rousseau e Marx. Di elaborarne un´idea non più statica, chiusa e solo patrimonialistica, come mera redistribuzione della ricchezza prodotta, o peggio ancora (ma quasi nessuno ci pensa più, ormai) come mitico risultato di un´inesistente economia speculare rispetto a quella capitalistica. Un´idea non più intrinsecamente e irriducibilmente anti-competitiva, del tipo di quella che tuttora domina nella cultura sindacale e nel mondo della scuola italiani (per molte, e in parte anche nobili ragioni storiche, che sono ormai però diventate relitti inservibili, dietro i quali si annidano sfacciatamente ottusi privilegi corporativi). Ma in grado di convivere con il mercato e con le sue scelte, per quanto dure, partendo dalla consapevolezza che la forma di merce non è né "naturale" né eterna, e prima o poi sarà sostituita da qualcos´altro; e però è in questo momento, nel suo intreccio con la tecnica, il più importante motore di sviluppo di cui disponga la civiltà umana su questo pianeta: e occorre saper accettare realisticamente questo dato di fatto.
In altri termini, e in positivo: un´idea dinamica e aperta di eguaglianza come potenzialità di accesso e come trasparenza e controllo condiviso sull´allocazione delle tecnologie. Un´eguaglianza che sappia assumere come suo orizzonte politico, per la prima volta nella storia, l´interezza della specie, senza eccezioni, e sappia preservarne – ancora a lungo, quantomeno – la sua unità biologica, ereditata dalla selezione naturale. Un´eguaglianza mai in atto, mai bloccata (come nelle vecchie formule: a ciascuno secondo i suoi bisogni, o i suoi meriti – roba da fine della storia), ma sempre relativa e in divenire, per l´umanità in trasformazione. Un´eguaglianza come parità nella mobilità – spaziale e sociale –, nella fluidità – delle posizioni, delle carriere, delle conoscenze –, nella permanente rimessa in gioco di ogni acquisizione. Un principio in grado di produrre diversità, specificità, differenze: proiettato sull´infinito, immagine mobile di una soglia che tutti possono raggiungere, ma anche tutti superare.
Abbiamo ereditato dai nostri classici una distinzione capitale: quella fra un´eguaglianza formale, politica e giuridica, e un´eguaglianza sostanziale, sociale ed economica. Rousseau ancora la ignorava, ma Marx, sviluppando Hegel, l´ha enfatizzata oltre ogni limite. Nel tentativo di passare dall´una all´altra, la modernità ha sbattuto più volte la testa, provocando orrendi disastri. Credo sia venuto il momento di prendere congedo da lei. Il mondo che ci aspetta integra rischiosamente i piani, non li separa. Eguali di fronte alla legge ed eguali di fronte alla tecnica (e alle sue proiezioni economiche) sono ormai due facce dello stesso problema. Venirne a capo è il compito di un nuovo umanesimo. Ed è qui che siamo arrivati.
il manifesto 11.7.07
Quello che non è scritto nei "Quaderni dal carcere"
di Guido Liguori
Data dagli anni Novanta un interesse reale per la vicenda carceraria di Gramsci, che accompagna l'ormai acquisita coscienza della necessità di leggere i Quaderni in modo diacronico. Essa si nutre di nuovi ritrovamenti negli archivi di Mosca e di un'attenta riconsiderazione degli epistolari di Gramsci e dei suoi interlocutori. Perfetto esempio di questo approccio è il recente libro di Angelo Rossi e Giuseppe Vacca, Gramsci tra Mussolini e Stalin (Fazi, pp. 245, euro 19) che presenta due documenti finora sconosciuti, scritti da Gennaro Gramsci dopo la celebre visita al fratello nel carcere di Turi, inviato da Togliatti per conoscere gli orientamenti del prigioniero in merito alla «svolta» del '29 che inaugurava la politica del socialfascismo.
Nuove ipotesi dai carteggi
Sebbene non contengano rivelazioni eclatanti, questi documenti confermano sia l'interesse con cui Gramsci seguiva gli avvenimenti del «mondo grande e terribile» («sono al corrente di tutto perché le molte riviste che leggo... riportano tutti i fatti salienti della vita mondiale»), sia la netta presa di posizione contro la previsione di repentino crollo del fascismo propria della «svolta» («non credo che la fine sia così vicina. Anzi ti dirò, noi non abbiamo ancora visto niente, il peggio ha da venire»).
Gli autori si spingono avanti nello studio dei carteggi, per formulare nuove ipotesi su alcuni rilevanti passaggi della vicenda. Composto da quattro saggi, firmati dai due autori (ma scritti dichiaratamente dall'uno o dall'altro), il libro offre notevoli materiali e spunti di riflessione, qualche novità di indubbio rilievo, e una serie di ipotesi interessanti pur se discutibili. In particolare, i quattro saggi sono dedicati al rapporto e alla comunicazione tra Gramsci in carcere e il partito, ai documenti inediti stesi da Gennaro dopo la visita del 1930 a Turi, alla ripresa del tema della Costituente (il «cazzotto nell'occhio») con cui Gramsci prospettò nei colloqui con gli altri detenuti comunisti un'alternativa al rozzo ottimismo staliniano affermatosi nel 1928-29 e, infine, all'analisi del 1933, l'ultimo anno trascorso a Turi, e alle ipotesi di liberazione del prigioniero per tramite di una trattativa interstatuale. Ma vengono affrontati nel volume, spesso con acutezza, altri momenti topici della vicenda, quali il ruolo di Sraffa, la lettera di Grieco del '28, l'attenzione con cui Mussolini seguiva le cose di Gramsci, la vigilanza del prigioniero perché mai un suo gesto potesse essere interpretato come capitolazione davanti al fascismo.
Sraffa comunista?
È noto come intorno al capo dei comunisti italiani costretto in carcere vi fosse una rete di persone non solo impegnate nell'aiutare il prigioniero, ma nel garantire una prudente comunicazione con il vertice del partito: il «circolo virtuoso» Gramsci-Tania-Sraffa-Togliatti (e viceversa). Ebbene, gli autori affermano che Sraffa non vi abbia preso parte solo in quanto fidato amico di Gramsci, antifascista e simpatizzante dell'Ordine Nuovo, ma in quanto comunista «sotto copertura», non formalmente iscritto proprio per poter svolgere i compiti particolari affidatigli (lo stesso si afferma di Gennaro Gramsci). Sraffa acquista anzi - attraverso l'analisi della sua corrispondenza con Tania - un forte ruolo dirigente, che ridimensiona implicitamente quello della cognata. La tesi di Sraffa dirigente comunista - almeno nell'ambito dell'affaire Gramsci - è suggestiva, forse non lontana dal vero, ma resta non suffragata da prove documentarie.
Un secondo aspetto da ricordare è quello dei codici di comunicazione che Sraffa e Togliatti avrebbero escogitato per dialogare con Gramsci. Su questo terreno, il libro non è del tutto convincente. È chiaro che il linguaggio gramsciano, a causa della censura, specie nelle Lettere, sia pieno di doppi sensi, di riferimenti impliciti, di messaggi tra le righe. Senza dire del carattere analogico e metaforico del ragionare di Gramsci. Ma che tutto questo si possa definire un codice appare forzato. Si tratta in molti casi di metafore trasparenti, di riferimenti all'attualità appena velati. È chiaro che se Gramsci ragiona sul ruolo di Croce, ha alle spalle un'elaborazione pregressa e condivisa con Togliatti. Per cui parlare di Croce in un certo modo costituisce anche una conferma della «politica di Lione» e dell'analisi della società italiana che essa aveva alle spalle. Che gli interlocutori di Gramsci fossero interessati a decifrarne le opinioni sull'attualità è evidente, come dimostra la lettera di Sraffa a Togliatti in cui si esplicita la volontà di trovare temi di ricerca «il cui contenuto politico possa essere fatto passare sotto veste di letteratura».
L'unico esempio che può essere segnalato come un tentativo di comunicazione codificata è quello relativo allo studio gramsciano sul Canto X dell'Inferno. A tal proposito, viene da osservare che Gramsci non ha scritto in carcere centinaia di pagine su Dante e su temi analoghi al fine di ingannare la censura: sono argomenti che gli interessano in quanto tali. Né è pensabile che egli possa aver piegato la propria interpretazione a motivi esogeni. E, d'altra parte, sembra ben povero il contenuto di tale comunicazione esoterica: come Cavalcante - farebbe intendere il prigioniero - sono preoccupato delle sorti di mio «figlio», il partito; né dovete farmi passare per eroe, voglio combattere anche per uscire vivo di galera... Tutto qui il messaggio «in codice» di Gramsci? Non sembra un granché. Nonostante tali perplessità, va però detto che il lavoro ermeneutico degli autori resta importante per documentare l'attenzione gramsciana all'attualità e la sua opposizione agli indirizzi prevalenti ai vertici dell'Internazionale. Esso fornisce convincenti esempi di interpretazione del carteggio, e indica la ricchezza di una lettura contestuale dell'intero epistolario e dei carteggi paralleli. Che non è merito da poco.
Un terzo punto di rilievo è la sottolineatura dell'attenzione prestata da Gramsci al contesto geopolitico e al riavvicinamento temporaneo verificatosi tra Roma e Mosca dopo l'ascesa al potere di Hitler, anche in relazione alla lotta del prigioniero per ottenere la liberazione e salvarsi la pelle. I forti richiami a Tania (dunque a Togliatti, se non si dimentica il «circolo virtuoso») perché si agisse a livello di Stati, senza coinvolgere il partito, viene spiegato con la consapevolezza gramsciana che il fascismo mai avrebbe concesso la liberazione se essa fosse sembrata un successo delle opposizioni. Questo era stato l'errore già della lettera di Grieco del '28. E molti danni vennero poi compiuti dall'iniziativa delle forze antifasciste fuori d'Italia: esse accusavano il Pcd'I di aver «abbandonato Gramsci», costringendo così anche il partito a incrementare le proteste, che però sortivano effetti opposti a quelli desiderati. In questo quadro, sembra agli autori che sarebbe stata possibile la liberazione del prigioniero in occasione della visita a Roma del ministro degli Esteri sovietico, nel 1933. E viene avanzata l'ipotesi che sia mancata solo, da parte comunista, la volontà di compiere un preciso passo in questo senso. Gramsci vittima di Togliatti? O, come sembra suggerire il libro, di Stalin? Domande ancora una volta senza risposta.
Ma senza supporto di prova resta tutta l'argomentazione. Si tocca qui, mi pare, un punto centrale di metodo: è giusto avanzare ipotesi interpretative non suffragate da alcuna «pezza d'appoggio»? Non si rischia di scrivere così, per certi versi, un romanzo storico? Bisogna ovviamente distinguere da caso a caso. Ma una grande cautela è necessaria quando non si hanno riscontri di fatto.
Esercizi di ermeneutica
Molti altri spunti interessanti offre il libro di Rossi e Vacca. Vorrei ricordarne in conclusione solo un altro, che è anche il più rilevante dal punto di vista teorico-politico: la questione della Costituente di cui ebbe a parlare Gramsci in carcere, il cui problema di fondo è nella valutazione che essa contiene della «fase di transizione» e più in generale del fine della transizione stessa. A tal proposito Vacca scrive: «Sia la teoria dell'egemonia sviluppata nei Quaderni, sia la concezione della "democrazia di nuovo tipo" (le posizioni di Togliatti e Dimitrov, ndr), implicano il superamento della teoria della "rivoluzione proletaria" e della "dittatura del proletariato", e comportano quindi una riformulazione del "fine ultimo", se non il suo abbandono». A me sembra che se con ciò si vuole affermare che Gramsci opera in carcere una ridefinizione profonda dell'idea di rivoluzione, prendendo le distanze definitivamente dal modello bolscevico con una serie di categorie storico-politiche originali (egemonia, guerra di posizione, ecc.) si dice cosa inoppugnabile. Se invece si vuol dire che così viene meno in Gramsci, novello Bernstein, il «fine ultimo» del superamento della società capitalistica, si dice qualcosa che - per quanti esercizi di ermeneutica si facciano - non troviamo scritto nei Quaderni.
il manifesto 11.7.07
La lunga marcia dell'autore italiano più tradotto all'estero
Efficaci strategie. In tutto il mondo e in particolare negli Stati Uniti corsi di studio sui testi gramsciani
di Adalberto Minucci
Sono in molti a ritenere che le vicende politiche che hanno segnato la fine del Novecento e i primi anni del nuovo secolo abbiamo coinciso con un abbassamento del livello culturale della società italiana e, in qualche misura, l'abbiano determinato.
Per un periodo assai lungo, delle opere e delle idee di Gramsci si sono occupati essenzialmente (come era giusto, del resto) alcuni studiosi. Più scarso l'interesse del mondo politico e della stessa sinistra - spesso impegnata in ridicole polemiche su chi includere nel «Pantheon» dei suoi padri nobili - proprio in una fase in cui il pensiero di Gramsci era più che mai attuale.
La ripresa di attenzione, oggi, compreso il lancio di nuove edizioni della sua opera, si deve molto, se non soprattutto, alla straordinaria diffusione delle sue idee, delle sue concezioni politiche e filosofiche a livello mondiale.
Da qualche decennio, infatti, Gramsci è diventato l'autore italiano più tradotto all'estero. In numerose università americane, australiane (in particolare Sydney), asiatiche e ovviamente europee, vi sono facoltà che dedicano corsi di studio all'opera gramsciana. Per ciò che riguarda gli Stati Uniti in particolare, Joseph A. Buttigieg, riferendosi anche a noti accademici americani in un articolo apparso tempo fa sull'Unità, sottolinea che «l'idea di Gramsci su come fare la rivoluzione in una società occidentale si è rivelata corretta», tanto che negli stessi Usa «la rivoluzione gramsciana continua ad avanzare e a tutt'oggi continua a fare adepti».
Negli ambienti conservatori - scrive ancora Buttigieg - si è fatta strada «la convinzione che il comunista italiano abbia lasciato in eredità alla sinistra una strategia efficace per trasformare radicalmente la società americana dall'interno, corrompendola furtivamente o impadronendosi delle principali istituzioni della società civile. Questa visione della società civile è stata rafforzata dagli intellettuali, dai politici e dai propagandisti di destra che non si stancano mai di lamentare il fatto che la sinistra è impegnata in una «lunga marcia nelle istituzioni», una sorta di guerra culturale di ispirazione gramsciana volta a minare i valori tradizionali» della società statunitense.
Questa attenzione al pensiero di Gramsci è in buona misura riferibile al fatto che il fondatore del Pci viene considerato - in un periodo di grande trasformazione e crisi dei sistemi capitalistici - come il teorico marxista che più di ogni altro ha posto, dopo Marx, la questione della trasformazione sociale nei paesi di capitalismo sviluppato, rimasta irrisolta dopo la vittoria dei bolscevichi. La famosa definizione della Rivoluzione di Ottobre come «una rivoluzione contro il Capitale di Carlo Marx» - titolo di un suo editoriale sull'Avanti! del 24 dicembre 1917 - non è certamente una battuta estemporanea. Pone l'accento sull'arretratezza del capitalismo russo per valutare le grandi e forse insormontabili difficoltà della realizzazione di una nuova formazione sociale.
Non a caso, Gramsci conclude l'articolo augurandosi che l'umanità russa «non cada nello sfacelo più orribile». C'è in Gramsci una concezione del passaggio dall'una all'altra formazione sociale che è in completa sintonia con quella di Marx. Per entrambi, la rivoluzione proletaria e socialista si presenta come una continuità storica della rivoluzione capitalistica e borghese. Marx stesso apre, non a caso, la prima edizione del Capitale con un'affermazione che non lascia spazio a dubbi. «Il mio punto di vista», scrive Marx, «concepisce lo sviluppo della formazione economica della società come un processo di storia naturale. Anche quando una società è riuscita a intravedere la legge di natura del proprio movimento non può né saltare, né eliminare per decreto le fasi naturali dello svolgimento». Riflettendo sulle vicende del 1848, Marx faceva appello assai significativamente ad una «evoluzione rivoluzionaria». In altri termini, la «classe operaia non ha da realizzare ideali, ma da liberare gli elementi della nuova società dei quali è gravida la vecchia e cadente società borghese». Sono parole che ricordano l'insistenza con cui Enrico Berlinguer esortava a fare emergere con l'iniziativa politica «gli elementi di socialismo» già presenti nella crisi delle moderne società capitalistiche.
La straordinaria attualità di Gramsci è evidenziata oggi non soltanto dal «processo di storia naturale» che muove e mette in crisi il capitalismo attuale, ma anche dal fallimento delle esperienze statali nate dall'Ottobre russo. Già dal carcere egli aveva compreso che un regime politico a partito unico non è in grado di garantire lo sviluppo di una società complessa. Più tardi, un altro comunista italiano, formatosi alla sua scuola, da una tribuna di Mosca avrebbe affermato che la democrazia è un «valore universale» e che non può esservi socialismo senza pluralismo.
il Riformista 13.7.07
INFLUENZE. IL LIBRO DELL’ARGENTINO JOSÈ PABLO FEINMANN
L'insostenibile complicità col male
L’ombra di Heidegger racconta il suicidio di un intellettuale filonazista ucciso dai sensi di colpa
DI LIVIA PROFETI
Nel 1948, in Francia «tutti leggevano o cercavano di leggere L’être e le néant. Un libro dettato da Heidegger (…) che - dicevano molti - esprimeva lo spirito della resistenza francese. Quale miracolo aveva prodotto Sartre? Come aveva fatto ad esprimere lo spirito della resistenza francese partendo da un libro scritto da un nazista? ».
Così scrive al figlio, poco prima di suicidarsi, Dieter Müller, protagonista del romanzo L’ombra di Heidegger dell’argentino José Pablo Feinmann (Neri Pozza, pp. 181, euro 15). Allievo del filosofo, da questi attirato verso la «scelta autentica» di aderire al nazionalsocialismo, Müller fuggirà in Argentina alla fine della guerra e si toglierà la vita dopo che l’immagine di un deportato sulla soglia della camera a gas gli rivelerà di colpo la propria complicità intellettuale con i crimini inumani del Terzo Reich.
Come si legge nella postfazione di Antonio Gnoli e Franco Volpi, riportata anche su la Repubblica del 4 luglio scorso, da L’ombra di Heidegger emerge un giudizio netto sul filonazismo della filosofia heideggeriana che, lungi dall’essere separata dal coinvolgimento del suo autore nel nazionasocialismo, ne sarebbe al contrario la «condizione e preparazione sistematica». Il romanzo si inserisce quindi nella lunga questione intorno all’adesione del filosofo al regime di Hitler, tornata di recente alla ribalta con il lavoro del francese Emmanuel Faye Heidegger. L’introduction du nazisme dans la philosophie, che ha evidenziato i nessi esistenti anche se sapientemente celati, tra le opere “ufficiali” e gli enunciati nazisti dei corsi universitari e di altri scritti prima inediti.
L’attuale dibattito internazionale è incentrato quindi sul sospetto che l’intera opera heideggeriana sia fondata su presupposti “nazisti”, una questione ancora poco frequentata in Italia salvo che da il Riformista e dalla rivista Left, nonostante o forse proprio a causa del suo elemento perturbante, ovvero la grande influenza di Heidegger sulla cultura di sinistra degli ultimi decenni, riassunta da Feinmann con una sentenza fulminante sugli intellettuali del ’68: «hanno rimpiazzato Marx con Heidegger».
Docente di filosofia e scrittore di successo, l’argentino ha fuso le sue due anime in un romanzo filosofico i cui personaggi usano espressioni come «un SA è un Dasein che accetta il suo essere-per-morte. E questo lo differenzia dagli altri, dagli inautentici, dai mediocri», o anche: «un SS vestito di nero (…) è Mefistofele, lo spirito che tutto nega». Una storia nel cui intreccio sono rappresentati tutti gli enigmi del caso Heidegger, a partire dall’esaltata ambizione di diventare il “Führer filosofico” del regime sino al devastante rapporto con le donne.
La postfazione di Gnoli e Volpi rappresenta in parte una novità per i due studiosi che avevano sempre separato gli scritti del filosofo dalle sue vicende politiche mentre ora ammettono una certa «pericolosa ambiguità» del suo pensiero. In tal senso però il loro lavoro non è privo di contraddizioni che sembrano legate all’impostazione più generale del rapporto tra intellettuali e politica, considerato nei termini di «uno di quegli eterni problemi della filosofia che non hanno soluzione, ma solo storia ». Il duo affronta quindi la questione partendo dal presupposto di una separazione radicale tra pensiero - ritenuto «eterno» e dunque di origine sovraumana - e divenire storico in odore di insignificanza.
Una strada plurimillenaria senza uscita, per la quale la loro stessa domanda - «come è possibile, oggi, riconciliare filosofia e politica? » - rischia di diventare puramente retorica.
Dopo i fallimenti del ’900, il rapporto tra intellettuali e politica è invece da affrontare con un’impostazione concretamente e saldamente laica che si ponga l’obiettivo reale di superare la scissione tra pensiero e azione, perché parte dalla convinzione che siano entrambi umani. Una direzione di ricerca per la quale proprio il caso di José Pablo Feinmann potrebbe essere paradigmatico.
Nato a Buenos Aires nel 1943, il suo interesse per il nazismo si lega anche ai passati anni bui del suo paese, a quel Reich argentino che, «razionale come quello tedesco», era «arrivato ad installare 350 campi di concentramento» e praticava la tortura «come unico mezzo di intelligence »; per questa avevano «stabilito, rigorosi, precise relazioni tra voltaggio e peso corporeo» ed «agli scartati, a quelli che non avevano più niente da farsi strappare, facevano un’iniezione di pentotal, li mettevano su un aereo e li gettavano vivi nel Río de la Plata». Con queste parole terribili l’autore de L’ombra di Heidegger ci dice che, diversamente da ciò che comunemente si pensa, la razionalità non è estranea alla violenza più estrema che annulla l’identità umana. E da filosofo che non ha chiuso le porte alla fantasia, con la sua presa di posizione politica ci suggerisce, al contrario, che la coerenza “etica” tra pensiero e azione passa attraverso quella dimensione irrazionale umana che è anche il fondamento stesso dell’arte.
il manifesto 15.7.07
L'esodo della soggettività alla vigilia del postfordismo
Riproposto da Ombre Corte «Dall'operaio-massa all'operaio sociale» di Toni Negri
di Gigi Roggiero
Sono pochi i libri capaci di descrivere un'epoca, meno ancora quelli che con la loro griglia di interpretazione rovesciano la prospettiva corrente. Uno di questi libri è Dall'operaio massa all'operaio sociale. Intervista sull'operaismo (a cura di Paolo Pozzi e Roberta Tommasini, pp. 155, euro 14) di Toni Negri, apparso nel 1979 per le edizioni Multhipla, riedito in questi giorni da Ombre Corte. Il libro analizza il passaggio e l'esplosione della vecchia composizione di classe, determinata dalle lotte degli anni Sessanta, con la completa socializzazione della produzione e l'emergere di nuove centralità operaie, non più limitate alla struttura di fabbrica. In questa transizione, l'operaismo di cui si ripercorrono nel libroorigine e percorsi, a partire dai Quaderni Rossi e Classe Operaia è morto. Lo sostiene in modo reciso Negri, non diversamente da Tronti, anche se opposte sono le conclusioni rispetto all'autonomia del politico. Lo stesso Negri, infatti, rivendica la continuità del metodo operaista dentro le esperienze di Potere Operaio, cioè la griglia interpretativa del meccanismo «attacco operaio, ristrutturazione capitalistica, riconfigurazione della composizione di classe». Crisi dell'operaismo, dunque, significa fine della centralità politica dell'operaio massa e apertura di una nuova potenza rivoluzionaria. L'operaio sociale è un soggetto di parte e, marxianamente, produttivo di plusvalore, dove il rifiuto del lavoro ha messo in crisi un rapporto salariale che diventa di puro sfruttamento. Qui va ricercata le genealogia del capitalismo cognitivo e del precariato.
La conservazione della «centralità operaia» negli anni '70, da parte del Partito Comunista, non significava semplice difesa dell'operaio massa. Era invece l'affermazione del Pci, in termini repressivi e di controllo, contro i movimenti e l'autonomia operaia. Lo spazio per il riformismo ha iniziato a chiudersi allora, di fronte a un bisogno di comunismo che fosse all'altezza della composizione di classe. Rimaneva il problema dell'organizzazione di ciò che si potrebbe chiamare «esodo», non solo, quindi, della rottura rivoluzionaria. Resta da chiederci se, in questo passaggio, il problema della composizione politica e dell'individuazione della gerarchia dei conflitti non iniziasse a porsi immediatamente dentro le nuove coordinate spazio-temporali della composizione di un lavoro vivo, non riducibile nella sintesi della rappresentanza politica e sindacale. Il che significa interrogare il rapporto tra classe e ciò che Negri definisce moltitudine. Si è tentato spesso in tempi recenti di edulcorare l'esperienza dell'operaismo, liberandola da un eccesso di anticipazione teorica e politica. Ma senza quell'eccesso, del metodo operaista non resterebbe nulla o, peggio, diventerebbe ciò che non è mai stato: un'eresia marxista. Già negli anni '70, la composizione del lavoro vivo, che nel libro Negri chiama operaio sociale, ha cominciato il suo esodo dalla sinistra. Chi legge in quelle esperienze una sconfitta senza appello, per seppellire con esse la lotta di classe e la sua autonomia, forse non ha fatto i conti con la potenza del presente.
da il manifesto 24.7.07
L'odierno, ossessivo invito a migliorare la propria formazione - di cui le fortune della consulenza filosofica sono un segnale - rivela un'ansia manipolativa legata a un percorso di «modellamento» della persona. «Il business del pensiero» di Alessandro Dal Lago per manifestolibri
di Bruno Accarino
A chi voglia dare avvio a una nuova impresa o a un filone di sperimentazioni teoriche o pratiche, «smarcarsi» da qualcosa - o entrare in una dinamica di controversie con un avversario classificato come immobile e tradizionalista - serve per raggranellare un minimo profilo identitario, per farsi coraggio e per occupare (più spesso: per annunciare solennemente di essere sul punto di occupare) uno spazio lasciato vuoto. Nel caso della consulenza filosofica, per darsi slancio si fa carambola con la presunta e inveterata propensione della filosofia a soggiornare in torri d'avorio improduttive e inaccessibili.
Diciamo la verità: è un biglietto da visita disgraziato.
Vogliamo chiedere ragguagli a Kant, che litigava un giorno sì e l'altro pure con il conservatorismo prussiano? O a Hegel, che monitorava ossessivamente il destino della Germania? O a Marx, che aveva una padronanza maniacale dei movimenti del capitale internazionale e trovava pure il tempo e il gusto di leggere la Scienza della logica di Hegel? E siamo sicuri che le pur leziose (per un laico) dispute teologiche non avessero come posta in gioco equilibri ecclesiastici di potere e progetti di egemonia assai materiali? Raramente bisogna concedere credito alle modalità di autointerpretazione di un'impresa intellettuale e organizzativa, ma in questo caso, come suggerisce Alessandro Dal Lago (Il business del pensiero. La consulenza filosofica tra cura di sé e terapia degli altri, manifestolibri, pp. 136, euro 14), l'autointerpretazione è dotata di potenza performativa.
La consulenza filosofica offre risposte a persone che hanno problemi esistenziali ma si intende come un'alternativa alla psicoterapia, di cui non vuole invadere il territorio né ereditare lo statuto; non ha la pretesa di insegnare la filosofia, ma quella di disporsi su un terreno dialogico-maieutico-socratico, costellato di meditazioni a due (consulente e consultante) ma immune dalla trasmissione dall'alto di un sapere preconfezionato; non ha un assetto autoritario ma paritario, e si sforza di recepire il consultante come ospite e non come paziente; non è esosa ma neanche gratuita, anche se somiglia talvolta alla chiacchierata con l'amico del cuore, più equilibrato e più attrezzato a prestare ascolto alle nostre paturnie esistenziali.
Ora, siamo tutti alla ricerca di un orizzonte di senso, benvenuto chi offre un farmaco anche solo lenitivo. Non è in questione la buona fede di chi vuole valorizzare un approccio anomalo a questioni filosofiche. Tuttavia, di fronte a una domanda di orientamento filosofico che, si dice, non può essere soddisfatta nelle sedi canoniche, è lecito chiedersi: se questa domanda è tanto forte, perché le briciole di un così grande interesse non ricadono a beneficio delle istituzioni preposte all'insegnamento di discipline filosofiche e non producono un significativo aumento di iscritti universitari? Perché molti dipartimenti di filosofia registrano un calo di popolarità e di iscrizioni e si logorano in campagne pubblicitarie condite da pratiche di adescamento degne dei viali di periferia?
Curatore di opere di Hannah Arendt, Dal Lago non ha difficoltà a sospettare la presenza di un invito alla fuga nell'introspezione, massicce dosi di «rinuncia al mondo» e una sostanziale propensione ad adattarsi allo stesso, secondo i termini della sociologia weberiana della religione. Il sospetto, anzi, è che nella consulenza filosofica si riaffacci quel filone carsico della cultura occidentale che è l'eresia gnostica.
Ma i guai seri, più terreni, cominciano quando si decide di varcare la soglia del mondo e si entra nel suo reparto più aggressivo, quello dell'azienda. A quel punto non basta più un'aura irenico-conciliativa e nemmeno il piglio sportivo e manageriale del problem solving: occorre che il consultante sia profondamente imbevuto di ideologia aziendalistica perché riversi nel settore della gestione delle cosiddette risorse umane (un'espressione da mercato degli schiavi o da videogioco truculento, a scelta) e nella soluzione di conflitti professionali quanto ha appreso e tesaurizzato «consultandosi» con un filosofo. Annullate le ragioni di attrito con il mondo, che cosa osta alla rappacificazione con il mondo del lavoro?
La verità è che Dal Lago coglie nel segno sin dalle prime pagine: ci si può ingegnare a neutralizzare la spocchia specialistica semplificando qua e là, si possono demarcare accuratamente i confini rispetto alla psicoanalisi, ci si può affannare magari a smussare le asperità del lessico filosofico e ad ammorbidire l'ovvia e naturale gerarchia tra chi offre consulenza e chi la accetta, ma è difficile eliminare il tratto pedagogico di tutta l'operazione. Ora, se c'è una vicenda umana e intellettuale sulla quale, per pudore, bisognerebbe preventivamente tacere (e comminare sanzioni pecuniarie a chi non lo fa), è l'educazione: una parola quasi impraticabile, e la cui complessità è pari al tasso di disinvolta circolazione che la vede comparire ai più svariati propositi.
Basti pensare ai cipigliosi carcerieri travestiti da pedagogisti che si aggirano nei territori della pubblica istruzione italiana parlando a ogni pié sospinto di «meritocrazia»: sarebbero traumatizzati se sapessero che la più sgarrupata delle enciclopedie teologiche dedica al lemma merito decine di pagine, e senza offrire scorciatoie di giustizia distributiva.
L'odierno, ossessivo invito a migliorare la propria formazione non solo è totalmente estraneo al pur ammuffito ideale classico di Bildung, ma rivela un'ansia manipolativa, correttiva e paternalistica che è imparentata con un percorso di modellamento della persona: a fronte del quale, onestamente, una pur burocratica e poco partecipe indicazione bibliografica sarà pure professorale, ma è totalmente innocua e priva di pretese. Il fatto grave è che in questo modo siamo ormai usciti dalla sfera privata e interiore, perché da tempo il counseling indirizzato a clientes e consumers viene caricandosi, anzitutto nella scuola, di valenze normative e di vincoli istituzionali, quando non legislativi.
Scritto in modo ironico e brillante, il libro tradisce in realtà un fondo di preoccupata tristezza. Con un pizzico di civetteria, Dal Lago si dichiara non filosofo e condannato a più umili bassure intellettuali, ma ci sarà bisogno anche di lui per venire a capo dei fenomeni - tra i quali è da annoverare, nella veste di sintomo e non di causa, la consulenza filosofica - che denunciano l'attuale impotenza non dico politica, ma più modestamente civile del sapere filosofico.
Le guerre scoppiano perché l'attenzione polemologica dei filosofi è affetta da erudizione libresca? Magari: basterebbe correggere il tiro e fare un po' di tara sull'acribia filologica. Il peggio, per ora, lo si può solo intravvedere. Come sosteneva Niklas Luhmann, il welfare eredita su scala ingigantita e organizzata le pratiche tribali dell'«aiuto». Ebbene, il suo ritrarsi e il discredito che accumula ogni giorno di più alimentano surrogati assistenziali e variegate forme di supplenza e di imprenditorialità psico-relazionale che hanno appena cominciato ad invaderci e hanno un denominatore comune: l'emarginazione della cultura dei diritti, questa zavorra difesa ormai solo dai fissati e dai poco elastici.
dal Corriere della Sera 24.7.07
Un saggio di Giovanni Jervis
Le fondamenta della coscienza
di Sandro Modeo
Davanti alle guglie di una cattedrale — specie in una giornata luminosa — tendiamo a rimuovere la complessità sottostante che le ha prodotte e le sorregge, cioè la concezione della struttura e la profondità e solidità delle fondamenta. Allo stesso modo, tendiamo a considerare gli esiti più raffinati e rarefatti della nostra mente e del nostro comportamento (la coscienza, il pensiero astratto e l'etica), scorporandoli dal loro «opaco » substrato biologico e (neuro)fisiologico. Nel suo nuovo libro (Pensare dritto, pensare storto, Bollati Boringhieri, pp. 206, e 14) lo psichiatra e analista Giovanni Jervis elegge proprio questa rimozione a timone del suo ragionamento; anzi, del suo «smascheramento » delle molte «illusioni sociali» di cui è infittita la nostra quotidianità. Ignorare o misconoscere le basi naturalistico- materialistiche della nostra «cultura» (del nostro assetto emotivo-cognitivo e della nostra socialità) comporta infatti il rinsaldarsi di tante allucinazioni interpretative, facendo di ognuno di noi un Mister Magoo che dialoga coi semafori. Intendiamoci: queste «costruzioni » hanno un forte potere adattativo, scremato in milioni di anni di evoluzione (a cominciare dall'idea del trascendente, bersaglio ritornante del libro); ma ciò non toglie che la loro demistificazione porterebbe, con ogni probabilità, a una convivenza più democratica e tollerante in senso non retorico; ad adattamenti, insomma, meno approssimativi.
Molte acquisizioni delle scienze biologiche degli ultimi decenni, dimostra Jervis — in questo discostandosi da molti colleghi mestamente autarchici —, servono per spiegare la vera natura di tanti comportamenti. Le neuroscienze, per esempio, hanno ricondotto diverse varietà di istinti — più che alla coscienza — all'inconscio inteso come insieme di «automatismi » (vedi la memoria procedurale), così riducendo ulteriormente il margine di «libero arbitrio » (ma accrescendo, paradossalmente, quello della responsabilità di ogni scelta). Mentre la genetica e l'etologia hanno evidenziato una predisposizione (nell'uomo come in altri animali) non solo alla competizione e all'aggressività, ma anche alla cooperazione e all'altruismo, levando così gli alibi a ogni tipo di impostazione ideologica. In questa prospettiva, l'uomo si rivela insieme meno razionale e meno stupido del suo stereotipo, aggregato in una socialità che funziona più per mutua convenienza che per solidarietà e minacciato, nella sua sopravvivenza, più da vincoli strutturali (come la sovrappopolazione e l'esaurirsi delle risorse) che da istinti (auto)distruttivi pure innegabili.
Il rischio, in un simile disincanto, è quello di un «giustificazionismo» che divenga facile preda della propaganda di potere.
Ma che capire non significhi assecondare, per fortuna, Jervis lo ribadisce a ogni pagina: riconoscere nel «solidarismo familistico » una «naturale» propensione tribale non significa tacere davanti alle baronie universitarie o all'impasse economico determinato dalla mafia nel Mezzogiorno; e riconoscere la portata strutturante e identitaria della religione non implica di accettarne i fanatismi e le loro applicazioni (brutali, come nell'Islam, o subdolamente insinuanti, come nel «monitoraggio etico» cattolico). La stessa verve (fredda e ironica, beninteso) è dimostrata del resto nelle tante micro-invettive del testo, come quella sui festival culturali (tesi a fornire nello scrittore un surrogato del libro) o sul relativismo di sinistra, che sotto l'ombrello della «verità inattingibile » finisce col legittimare posizioni estreme come quelle neonaziste.
Una volta, Pensare dritto, pensare storto sarebbe stato rubricato tra i libri di «critica della cultura »; oggi — in un contesto meno ideologico, ma anche più intorpidito — è un tentativo di rilanciare una cultura della critica.
da il manifesto 25.7.07
Primo di una serie di annali che intendono offrire una rassegna delle ricerche su Gramsci fuori d'Italia, il volume «Studi gramsciani nel mondo 2000-2005» a cura di Giuseppe Vacca e Giancarlo Schirru rivela l'attenzione internazionale rivolta ai «Quaderni». Anche se, come nota nel suo contributo Marcus Green, non mancano letture incomplete e fraintendimenti
di Guido Liguori
La fortuna di Gramsci nel mondo, e la rilevanza numerica dei contributi su Gramsci in lingua inglese (dovuta ai cultural studies e ai subaltern studies, per i quali egli è forse il massimo autore di riferimento), è un dato acquisito, come è stato dimostrato - in questo settimo decennale della morte - anche dal convegno internazionale organizzato dalla Fondazione Gramsci in collaborazione con l'International Gramsci Society su «Gramsci, le culture e il mondo» lo scorso aprile; e dal convegno della stessa Igs su «Antonio Gramsci, un sardo nel "mondo grande e terribile"», che si è svolto a maggio in Sardegna con la partecipazione di oltre sessanta studiosi, di cui la metà provenienti dall'estero (una decina dagli Stati Uniti, sei dall'Australia, cinque dal Brasile; e altri dal Regno Unito, dal Canada, dalla Romania, dalla Francia, dal Messico, dal Giappone).
Se si va al di là del dato quantitativo, quali sono i temi gramsciani che più hanno diffusione al di fuori del nostro paese? Un contributo di conoscenza è dato da una pubblicazione della stessa Fondazione Gramsci, Studi gramsciani nel mondo 2000-2005, a cura di Giuseppe Vacca e Giancarlo Schirru (il Mulino 2007, pp. 345, euro 24,50), primo di una serie di annali che si prefiggono di offrire una rassegna degli studi su Gramsci scritti fuori d'Italia.
Un comitato scientifico quale quello che presiede alla pubblicazione - con studiosi che operano in Francia, Giappone, Stati Uniti, Russia, Messico, Germania, oltre che in Italia - può monitorare l'evolversi degli studi su scala internazionale e operare una selezione di qualità. L'osservazione che si può fare è solo quella della necessità di allargarlo a esponenti di altre aree geoculturali: l'assenza di rappresentanti di realtà come quella brasiliana e quella australiana sono pecche alle quali non sarà difficile porre rimedio.
Il volume in questione è composto da undici saggi, scelti con un duplice criterio: alcuni per il valore di rappresentatività dei contesti culturali dai quali provengono; altri quali contributi specialistici di oggettiva rilevanza. Sul primo versante, gli scritti di Michaelle Browers su «società civile» e «intellettuale» nel mondo arabo, di Markus Bouillon sul declino del processo di pace in Medio Oriente, di Rupe Simms sulla Black Theology in Sud Africa e di Claire Cutler sulla concezione gramsciana del diritto globale hanno un valore soprattutto documentario.
Indubbiamente interessante è lo scritto di Amartya Sen sui rapporti di Sraffa con Gramsci e con Wittgenstein: il premio Nobel ricorda come Sraffa abbia influenzato la svolta teorica tra il Tractatus e le Ricerche (il fatto era noto), ma anche mette in rilievo come le idee sul linguaggio dell'economista italiano fossero quelle del suo amico Gramsci. Tesi affascinante anche se un po' aleatoria.
Certo la collocazione di Gramsci in un consesso di tale livello - tra Wittgenstein e Sraffa - già di per sé aiuta a spiegarne la statura e l'enorme influenza del lascito intellettuale, rispetto alla quale persino l'accademia italiana inizia a mostrare qualche crepa: il successo del Centro interuniversitario di studi gramsciani, promosso dalla Igs Italia e presieduto da Pasquale Voza, ne è un chiaro sintomo.
Altri autori presenti nel volume sono nomi molto noti nel panorama degli studi gramsciani - da Joseph Buttigieg, curatore dell'edizione inglese dei Notebooks, a Juan Carlos Portantiero, da poco scomparso, antesignano con Aricó degli studi gramsciani in Argentina; da Dora Kanoussi, che in Messico ha portato a termine la traduzione in spagnolo dell'edizione critica dei Quaderni e poi le Lettere, al newyorkese Benedetto Fontana, uno dei migliori studiosi di teoria politica che si occupano di Gramsci. Accanto a essi, alcuni dei più promettenti studiosi delle nuove leve, quali lo statunitense Marcus Green e l'inglese Adam Morton. Il ventaglio dei temi è ampio: si va dal Gramsci lettore di Machiavelli di Portantiero al Filosofo democratico: retorica come egemonia di Fontana, dalla Introduzione alle Lettere della Kanoussi alla teoria della nascita dello Stato moderno tentata da Morton con una strumentazione marxiana e gramsciana. Sono però gli scritti di Buttigieg e di Green a riportarci maggiormente alle considerazioni dalle quali siamo partiti: quali sono i concetti gramsciani oggi più usati nel mondo? I saggi dei due autori sono imperniati sulle due architravi di questa fortuna, che essi sottopongono ad argomentata critica, opponendovisi dall'interno: il concetto di «società civile» e quello di «subalterno». Buttigieg critica la concezione di società civile attribuita a Gramsci prevalente nel mondo anglofono, fondata sulla visione binaria Stato/non Stato tipica della tradizione liberale ma - sottolinea Buttigieg - estranea a Gramsci, che col concetto di «Stato integrale» vede invece come un unico filo di potere attraversi e unisca dialetticamente entrambi.
Non solo, Buttigieg mostra come l'analisi gramsciana trovi una riprova proprio negli Stati Uniti di oggi, dove le forze conservatrici agiscono per formare l'opinione pubblica nella società civile in tutt'uno con la loro azione nelle amministrazioni repubblicane. Analogamente fa Green per il concetto molto diffuso di «subalterno», che viene da Gramsci e che grande fortuna ha avuto a partire dall'uso che ne ha fatto la scuola indiana cui appartengono fra gli esponenti più noti Ranajit Guha e Gayatri Spivak. Proprio con la Spivak polemizza l'autore fin dal titolo inglese del saggio - purtroppo non conservato nella traduzione italiana - Gramsci cannot speak, contrapposto al celebre scritto della Spivak Can the subaltern speak? L'accusa che egli rivolge alla celebre studiosa di Derrida è quella di aver stravolto il concetto gramsciano, astraendolo dal contesto di lotta per l'egemonia in cui era immesso. Green ci fa capire come Gramsci sia stato letto in modo incompleto, e spesso frainteso, specie dagli studiosi che, non conoscendo l'italiano, spesso non possono leggerlo e studiarlo integralmente.
Insomma, il panorama degli studi gramsciani fuori d'Italia è variegato. Non è solo nel nostro paese che è viva l'attenzione al testo e al contesto storico-culturale, anche se è soprattutto da noi gli studi gramsciani hanno fortemente privilegiato questo versante: penso alle iniziative della Igs Italia - un seminario interdisciplinare sul lessico dei Quaderni che va avanti da diversi anni e che ha già prodotto un libro apprezzato come Le parole di Gramsci (Carocci) e il primo, grande Dizionario gramsciano di prossima pubblicazione; e a quelle della Fondazione Gramsci, come l'edizione nazionale delle opere, di cui è uscito quest'anno il primo volume dei finora inediti Quaderni di traduzione a cura di Giuseppe Cospito e Gianni Francioni per i tipi dell'Istituto della Enciclopedia Italiana; e come l'impegnativo convegno in programma in autunno su «Gramsci nel suo tempo», nonché la grande Bibliografia Gramsciana Ragionata (BGR) a cui sta lavorando un gruppo di studiosi guidato da Angelo D'Orsi.
Non necessariamente questi «due mondi» (quello dello scavo storico-filologico e quello soprattutto volto all'uso di Gramsci) devono essere intesi come contrapposti: il reciproco ascolto è anzi necessario perché si impari da una parte a usare Gramsci senza tradirlo, e dall'altra a studiare Gramsci senza farne un fossile, un «classico» del tutto estraneo alla politica e alla lotta per l'egemonia che egli non solo teorizzò, ma cercò anche sempre di portare avanti in prima persona.
da il manifesto 26.7.07
Nel suo ultimo libro, «Contro l'Illuminismo», edito da Baldini Castoldi Dalai, lo storico Zeev Sternhell offre un'attenta analisi, che arriva ai nostri giorni, della rivolta contro i principi fondanti, i valori e le aperture politiche nate in seguito alla Rivoluzione francese
di Roberto Ciccarelli
L'origine della grande offensiva conservatrice in atto dal settembre 2001 non è ancora stata messa debitamente a fuoco. Molti sono i suoi protagonisti, dalla neocon Gertrude Himmelfarb, recente autrice di una polemica all'ultimo sangue contro l'Illuminismo francese, colpevole a suo dire di avere distrutto la moralità della società occidentale, fino alla ex deputata somalo-olandese Hirshi Ali che, nella sua autobiografia apparsa anche in Italia col titolo Infedele (Rizzoli, pp. 393, euro 18,50), si è invece cimentata in una dura requisitoria contro la debolezza dell'Occidente nei confronti del montante odio «islamico». L'impressione è che, in ogni caso, lo scontro si giochi soprattutto sull'interpretazione della storia dell'Illuminismo - centro fondatore dei discorsi sulla tolleranza, la libertà individuale e la sovranità popolare -ma anche contro la critica che di questo Illuminismo fornirono Adorno e Horkheimer nella loro Dialettica dell'Illuminismo.
Sull'argomento è interessante la lettura dell'ultimo volume dello storico delle idee Zeev Sternhell, Contro l'illuminismo. Dal XVIII secolo alla guerra fredda (Baldini Castoldi Dalai, pp. 655, euro 20).
A dispetto del titolo -che può trarre in inganno, dando l'idea di un pamphlet a favore del conservatorismo - il libro di Sternhell indaga i presupposti della reazione plurisecolare all'Illuminismo, in particolare quello francese e anglo-scozzese. Il titolo originale, Les anti-Lumières, rivela come l'oggetto del lavoro sia proprio il conservatorismo europeo che, nato con le Riflessioni sulla Rivoluzione Francese del liberale conservatore Edmund Burke, tocca la Francia con i reazionari alla De Maistre, attraversa l'Ottocento tedesco con lo storicismo di Herder e di Meinecke e infine sbarca nel Novecento, contagiando gli insospettabili (perché poco letti con una lente critica) liberal-conservatori come Isaiah Berlin o gli storici alla François Furet.
Ripercorrendo la storia delle idee - Sternhell lo fa con grande consapevolezza storica, oltre che con una vis polemica straripante - si scoprono, come si suol dire «segreti delle cose ovvie», o almeno di quelle ritenute tali. L'origine del nazismo, in particolare, risale ai luoghi oscuri della cultura liberale, nello specifico della cultura conservatrice tedesca. Sternhell ha pochi dubbi su questo: la tradizione anti-illuminista si è sempre scagliata contro i diritti dell'uomo e la democrazia liberale, ha negato il «diritto naturale» comune all'intera umanità, ha dichiarato la morte della «sovranità popolare» e ha sostenuto l'impossibilità della convivenza tra culture diverse.
Il nazifascismo è cresciuto nei paesi dell'anello debole del liberalismo continentale, l'Italia e la Germania, che avevano a loro tempo respinto l'illuminismo francese (il conflitto tra Vico e Cartesio e quello tra Herder e Rousseau). Nel liberalismo elitario europeo del XIX secolo, questi assunti hanno forgiato i più diversi nazionalismi culturali e politici, ponendo le basi per le politiche razziste dei vari imperialismi europei.
Nel XX secolo, dopo il tremendo monito del nazismo, questa aristocrazia del pensiero e dell'elitarismo politico si è attestata su posizioni più prudenti, ma non meno controverse. A questo punto arriva la durissima requisitoria di Sternhell contro Isaiah Berlin, un centinaio di pagine molto dure sullo studioso di Oxford che aprono uno squarcio sui paradossi costitutivi dell'attuale offensiva conservatrice. Viene rivelata così la guerra di Berlin contro il «monismo dei Lumi», contro il loro razionalismo e la loro pretesa «totalitaria» di affermare valori per l'intera umanità. Pur con vari e tormentati ripensamenti, Berlin giunge al controsenso di fare l'apologia del populismo (inteso come senso di appartenenza a un gruppo che si distingue per specificità etniche e culturali) partendo da premesse liberali classiche. La conclusione del ragionamento di Berlin è di matrice fichtiana ed è molto simile. Per lui, il pluralismo delle culture è da riconoscere perché le culture sono incompatibili. Solo il pluralismo, infatti, consentirebbe a tutti di vivere trovando negli altri il proprio centro di gravità. Relativizzare, storicizzare, dunque, perché il particolare è civile, mentre l'universale è il segno di una volontà di dominio che non cgenera altro che mostri.
Ma a quali impensabili estremi giunge lo storicismo depurato, com'è giusto, da ogni pretesa nazionalistica? Sternhell conduce la sua critica sino in fondo e vede quindi in Berlin il capostipite di un liberalismo elitario e conservatore, che ha fatto scuola anche nella destra liberale e liberista che predica oggi le virtù della cristianità e dei valori della vita, contro una presunta avanzata di altre civiltà che intendono spazzare via quanto rende unica la nostra cultura.
In realtà, come gran parte dei liberali del nostro tempo, Berlin ha equivocato sulla natura dell'illuminismo francese e kantiano. Gli illuministi, infatti, non erano dei laici fanatici che odiavano la religione e intendevano istituire il nuovo culto della Repubblica giacobina fondata sul terrore. Piuttosto, erano dei riformatori moderati che lottavano contro l'intolleranza, qualcuno timidamente protestava contro l'«eurocentrismo», ma tutti manifestavano un rispetto verso i fondamenti della cristianità. Per Sternhell, questo errore di prospettiva ha conseguenze tragiche arrivando a giustificare il nazionalismo radicale, negando ogni diritto di critica e di indipendenza dalla ragione del più forte. La grande campitura disegnata da Sternhell trascura tuttavia alcune questioni rilevanti. Innanzitutto il «diritto naturale» di cui gli illuministi sarebbero i difensori. Nozione alquanto equivoca non perché non esista una «natura» comune a tutti gli uomini, ma perché questa idea è stata usata per imporre un modello di razionalità universale nel mondo. E poi, c'è il problema dell'origine storica dell'illuminismo franco-kantiano. A tal proposito, è un vero peccato che non sia stato ancora tradotto in italiano il libro di Jonathan Israel Radical Enlightenment (Oxford University Press) che individua tali origini nel 1650, e non nel 1720 come invece ritiene Zeev Sternhell. È quella la data in cui Spinoza pone le vere premesse al movimento teorico e politico dell'illuminismo europeo: critica radicale della religione, della Chiesa, dello Stato; revisione dell'interpretazione delle Sacre Scritture in senso materialistico; attacco alle monarchie europee e affermazione di una democrazia radicale.
Un magma politicamente incontenibile che ha fatto il giro dell'Europa per mezzo secolo, prima di essere rielaborato, anche per timore di persecuzioni, dagli illuministi francesi e da Kant. L'analisi del «contro-illuminismo» andrebbe fatta a partire dal triangolo costituito proprio dall'illuminismo radicale. Per Jonathan Israel, infatti, il vero avversario della reazione liberale è il movimento spinozista che si è aggirato in Europa per poi essere depurato da Pierre Bayle e stravolto da Hegel.
Ma questa è un'altra storia sulla quale né i conservatori liberali, né i liberali democratici intendono, forse, ragioni.