da L'Unità, 10.04.07
In uno dei suoi primi interventi dal titolo Direzione politica di classe prima e dopo l’andata al governo, Gramsci scrive: «Ci può e ci deve essere una “egemonia politica” anche prima della andata al governo e non bisogna contare solo sul potere e sulla forza materiale che esso dà per esercitare la direzione o egemonia politica» (Q1, &44). Questa «direzione o egemonia politica», prosegue Gramsci, si ottiene mediante l’opera degli intellettuali che fungono da avanguardia del gruppo che aspira a conquistare il potere di governo; e questi intellettuali svolgono la loro opera nella società civile.
Negli Stati Uniti c’è la tendenza generale a considerare gli intellettuali del tutto estranei alla realtà politica o ostinatamente di sinistra. Più di recente, tuttavia, gli osservatori hanno finito per apprezzare il ruolo cruciale che gli intellettuali hanno svolto nel preparare il terreno alle politiche realizzate dall’amministrazione Bush. Questo lavoro di preparazione è stato svolto da gruppi di intellettuali estremamente ben istruiti e tecnicamente sofisticati accolti e finanziati da vari think tank e istituti di ricerca.
Nel settembre 2002, quando appariva sempre piu’ chiaro che gli Stati Uniti erano decisi ad attaccare l’Iraq, l’amministrazione Bush ha pubblicato La strategia di sicurezza nazionale degli Stati Uniti d’America. Dopo aver letto il documento ufficiale con l’inquietante esposizione della dottrina della guerra preventiva, gli analisti politici hanno notato che si trattava sostanzialmente di una rielaborazione di un documento di dominio pubblico da anni, ma in generale ignorato. Il testo originale Ricostruire le difese dell’America è stato pubblicato per la prima volta nel settembre del 2000 a cura del Project for the New American Century. Il Pnac è stato fondato nel 1997 da alcuni notissimi conservatori, tra i quali Dick Cheney, Donald Rumsfeld, Paul Wolfowitz e Elliot Abrams. I conservatori hanno scoperto molto tempo fa l’efficacia di operare nella società civile tramite istituzioni auto-organizzate per influenzare la politica del governo prima di prendere in mano le redini del potere. Nel 1980 il Council for Inter-American Security, un think tank con sede a Washington D.C. fondato nel 1976, dette vita ad un gruppo di ricerca che finì per essere conosciuto con il nome di «Commissione di Santa Fe», con il compito di formulare una nuova strategia americana nei confronti dell’America Latina. Il documento partorito dalla Commissione «Una nuova politica inter-americana per gli anni ’80», fu pubblicato solamente in ciclostile. Nell’anno seguente il documento della Commissione di Santa Fe era diventato il programma cui si ispirava la politica di Ronald Reagan nei confronti dell’America Latina. Nel 1989 lo stesso think tank dette alla luce «Santa Fe II», allo scopo di predisporre la politica latino-americana dell’amministrazione di George Bush senior.
Santa Fe II contiene una sezione dal titolo, «L’offensiva culturale marxista», che parla della minaccia rappresentata dall’influenza di Gramsci sugli intellettuali di sinistra dell’America Latina. Secondo il rapporto, l’analisi della cultura di Gramsci dimostrava «che era possibile controllare o plasmare il regime tramite il processo democratico a condizione che i marxisti fossero in grado di esprimere i valori culturali dominanti della nazione». Quello stesso anno Michael Novak scrisse sul pericolo che il «gramscismo» fosse abbracciato dagli intellettuali americani incorreggibilmente di sinistra in quanto presumibilmente minaccia di scalzare i valori americani e di ottenere sul piano culturale ciò che le fallite teorie del marxismo non erano tristemente riuscite a fare in campo economico. Questo intervento indusse in seguito il commentatore conservatore Rush Limbaugh ad informare e ammonire i suoi concittadini americani che: «il nome e le teorie di Gramsci sono ben noti in tutti gli ambienti intellettuali di sinistra. ... Gramsci è riuscito a definire una strategia per combattere una guerra culturale... che rimane l’ultima grande speranza di quanti cronicamente odiano l’America».
Con ogni probabilità anche Augusto Pinochet lesse il rapporto «Santa Fe II» in quanto in un’intervista rilasciata nel 1992 ad un giornale russo parlò di Gramsci come di un lupo marxista travestito da agnello che aveva una grande capacità di seduzione sugli intellettuali. Più di recente in La fine dell’Occidente Pat Buchanan ha sostenuto che «nei suoi Quaderni del carcere (Gramsci) ha superato i programmi in vista di una rivoluzione marxista coronata dal successo. La nostra rivoluzione culturale sarebbe potuta venire direttamente da queste pagine… L’idea di Gramsci su come fare la rivoluzione in una società occidentale si è rivelata corretta... la rivoluzione gramsciana continua ad avanzare e a tutt’oggi continua a fare adepti».
Centinaia e centinaia di pagine di analoghi allarmi si possono ricavare da periodici conservatori e siti Internet di gruppi di estrema destra. Tuttavia la prima fonte di informazione di Buchanan su Gramsci non è un qualche strambo teorico del complotto o fanatico guerriero culturale, ma John Fonte, senior fellow dello Hudson Institute, il cui saggio Perché c’è una guerra culturale: Gramsci e Tocqueville in America, è apparso sulla rivista della Heritage Foundation, Policy Review. Nel suo saggio John Fonte sostiene che «sotto la superficie della politica americana è in corso una dura guerra ideologica tra due visioni del mondo contrapposte. Li chiamerò “gramsciani” e “tocquevilliani” dal nome dei due intellettuali cui si devono le idee che si fanno la guerra... La posta in gioco della battaglia in corso tra gli eredi di questi due uomini altro non è che il tipo di paese che gli Stati Uniti saranno nei decenni a venire». Un filo comune percorre le rappresentazioni conservatrici di Gramsci; la convinzione che il comunista italiano ha lasciato in eredità alla sinistra una strategia efficace per trasformare radicalmente la società americana dall’interno corrompendola furtivamente o impadronendosi delle principali istituzioni della società civile. Questa visione della società civile è stata rafforzata dagli intellettuali, dai politici e dai propagandisti di destra che non si stancano mai di lamentare il fatto che la sinistra è impegnata in una «lunga marcia nelle istituzioni» - una sorta di guerra culturale di ispirazione gramsciana volta a minare i valori tradizionali, la fede religiosa e tutto ciò che l’America rappresenta. In realtà tuttavia, è stato il movimento conservatore che, fin dall’epoca della prima candidatura alla presidenza di Reagan, ha assiduamente e metodicamente marciato nelle istituzioni. Istituti di ricerca come la Heritage Foundation e l’American Enterprise Institute, fondati con una programma apertamente di destra e che ora svolgono un ruolo importante nel formulare la strategia politica, sociale ed economica del Partito repubblicano, non hanno equivalenti progressisti e tanto meno di sinistra. Sono spuntati filantropi al solo ed esclusivo scopo di finanziare iniziative conservatrici quali la creazione di organizzazioni studentesche (con i loro giornali universitari) presso alcune delle più prestigiose e influenti università. Leader religiosi di grandi congregazioni fondamentaliste cristiane hanno stretto alleanze strategiche di ferro con politici conservatori. In tutto il paese stazioni radio trasmettono talk-show di estrema destra condotti da personalità che si sono conquistate notorietà nazionale. L’emittente televisiva Fox, creata dall’attuale proprietario Rupert Murdoch, è così dichiaratamente conservatrice da essere diventata a tutti gli effetti la portavoce del Partito repubblicano. Abbondano i periodici di destra che non solo esercitano una forte influenza su un numero di lettori sempre più grande, ma contribuiscono anche a determinare la politica del governo.
Lungi dall’essere radicalizzata da movimenti sociali progressisti, la società civile americana è inondata da valori sociali, politici, culturali ed economici conservatori promossi e diffusi instancabilmente da oltre venti anni da un movimento ben radicato e altrettanto ben finanziato. La società civile ha finito per diventare la principale fonte di forza di George Bush; ma sarebbe più esatto dire che la forza dell’amministrazione Bush è la manifestazione esteriore del grado di penetrazione del movimento conservatore nella società civile. Ciò non vuol dire che il movimento conservatore sia invincibile o irresistibile. Vuol dire, tuttavia, che l’apparato coercitivo della società politica non è la sua principale fonte di potere. La sua principale fonte di potere è la società civile. Naturalmente è necessario anche l’«ottimismo della volontà», ma, affinché non sia pura follia, deve essere fondato su una esauriente e lucida valutazione dei punti di forza dell’avversario. Questi punti di forza sono radicati, prevalentemente, nella società civile ed è lì che l’ethos dell’egemonia prevalente è stato interiorizzato come «senso comune» - e questo, come Gramsci sapeva fin troppo bene, è la cosa più difficile da trasformare.