l’Unità 15.4.07
I Quaderni ripensano la lunga durata della storia italiana, caratterizzata, per il suo tratto distintivo, dall’intreccio profondo di particolarismo municipale e di cosmopolitismo cattolico. Il tema della laicità evoca dunque in Gramsci il nodo gordiano dello Stato. La sua edificazione in Italia avviene all’insegna di Cavour, che fu un «politico creatore» non un mero diplomatico.
Quella di Cavour fu «un’abilità subalterna, tuttavia fruttuosa». Il «capolavoro politico del risorgimento» fu anche la capacità dei liberali di «suscitare la forza cattolico-liberale» sganciandola dalle ipoteche della chiesa e legandola in qualche misura alle parole d’ordine della nazione e della patria. Tra gli Stati europei, tuttavia, l’Italia non solo è tra quelli di più recente costituzione, ma il suo cammino verso l’unità giuridica e politica si compie combattendo manu militari la chiesa.
La chiesa logora le basi di legittimità dello Stato nascente rendendolo precario e segno del demoniaco. L’estraneità irriducibile della chiesa impedisce una socializzazione politica delle masse cattoliche. Mentre in altri sistemi politici compaiono partiti conservatori ispirati al cattolicesimo e capaci di gareggiare con le risorse del suffragio universale, in Italia la chiesa rigetta ogni agire politico nelle sedi istituzionali. Ma la chiesa monopolizza solo spezzoni di società civile e non raggiunge un respiro nazionale.
Gramsci non ha dubbi: il mondo cattolico aveva paura delle masse che controllava solo a parole. Per Gramsci il malessere italiano non è affatto una semplice conseguenza dell’assemblearismo e del trasformismo dell’età giolittiana. Il paradigma dell’arretratezza costituisce un elemento centrale nella sua ricognizione. Mancava in Italia la società civile che era «qualcosa di informe e di caotico e tale rimase per molti decenni». Per questo non si poteva esprimere una vera classe dirigente. Legato alla endemica arretratezza nazionale era anche il problema cattolico. «Il clericalismo non era neanche esso l’espressione della società civile, perché non riuscì a darle una organizzazione nazionale ed efficiente».
La crisi italiana è dunque a più strati. Comprende l’arretratezza della società civile, la debolezza delle classi dirigenti, il carattere di rivoluzione passiva assunta dal risorgimento. Per questo complesso di fenomeni «l’unità nazionale è sentita come aleatoria». Gramsci rivendica il valore integrativo della nazione. Lo «scarso spirito nazionale e statale in senso moderno» costituisce a suo giudizio una pesante ipoteca per la politica italiana. La fragilità del movimento socialista è legata anch’essa a questa debole impronta della coscienza civica nazionale. Dinanzi alle crisi telluriche del ’900 manca una classe politica provvista di valori istituzionali condivisi. Il mondo cattolico si affaccia alla politica, dapprima sottobanco con il patto Gentiloni e poi con un autonomo partito, quando il destino del regime liberale era già segnato. Con la comparsa di un autonomo soggetto politico dei cattolici, si ufficializza la sconfitta del neoguelfismo e di ogni primato papale.
Secondo Gramsci, il partito popolare segna a tutti gli effetti il tramonto dell’egemonia clericale poiché la religione «da concezione totalitaria, diventa parziale e deve avere un proprio partito». Per la chiesa si consuma una autentica catastrofe culturale quando le sue espressioni politiche organizzate «diventano partiti in contrapposto ad altri partiti».
Nell’analisi di Gramsci la chiesa è sulla completa difensiva nel mondo della «indifferenza», della «apostasia di intiere masse», della «riforma intellettuale e morale laicista» portata dal moderno. Spaesata essa deve prendere dai suoi avversari persino lo strumento dell’organizzazione politica di massa. Nella cultura che conta il tomismo è in generale ritirata. Nelle culture popolari «il cattolicesimo si è ridotto in gran parte a una superstizione di contadini, di ammalati, di vecchi e di donne». La secolarizzazione è un destino inevitabile nel Moderno disincantato e laico. Molti sono gli elementi di novità che Gramsci segnala riflettendo sull’americanismo. La nuova personalità femminile, la nuova etica sessuale, la diversa disciplina degli istinti, la attenzione per la salute fisica e psichica, oltre agli alti salari, l’autodisciplina, la fioritura di istituti di credito. Nei paesi civili procede un indifferentismo religioso, sempre più soggetti ricorrono a matrimoni misti, rapporti osteggiati dalla chiesa che li censura come unioni invalide, areligiose. Anche il Francia, dove le masse votano da tempo, «il sentimento nazionale, organizzato intorno al concetto di patria è altrettanto forte, e in certi casi è indubbiamente più forte, del sentimento religioso-cattolico». La coscienza civica è più forte del senso di appartenenza subculturale. «La Marsigliese è più forte dei salmi penitenziali».
In Italia la situazione è diversa perché nessun soggetto politico ha svolto una adeguata funzione di nazionalizzazione delle masse. Gramsci ricorda che «la formula della religione affare privato è di origine liberale» ed è una formula di compromesso per schivare guerre di religione. In fondo però «neanche per i liberali la religione è un affare privato in senso assoluto». Senza porsi compiti di integrazione, i liberali non contribuiscono alla maturazione di una moderna coscienza laica. Compito prioritario del partito operaio per Gramsci sarebbe stato quello di fornire «la base di un laicismo moderno, e di una completa laicizzazione di tutta la vita e di tutti i rapporti di costume». Stato e partito non vanno confusi. Lo Stato etico è un pericolo perché alla dimensione dello Stato per definizione appartiene la tutela dei molteplici punti di vista. La concezione del partito non è totalizzante giacché il partito dovrebbe essere il veicolo della laicizzazione entro un orizzonte pluralistico e competitivo. Un partito unico è un non partito.
Tra gli anni venti e trenta in molti paesi europei vince proprio la soluzione cesaristica. La chiesa ricorre ovunque al concordato con le potenze autoritarie. Per Gramsci i patti lateranensi con il fascismo furono una capitolazione dello Stato poiché «il concordato è il riconoscimento esplicito di una doppia sovranità in uno stesso territorio statale». Accanto alla contraddizione di postulare due sovranità su un solo territorio, con il concordato si asserisce che l’obbligo politico verso l’ordinamento statale necessita di una integrazione offerta dalla chiesa che ottiene «un riconoscimento pubblico». A Gramsci non sfuggono le contraddizioni che sul piano del diritto civile sono imputabili al regime concordatario. Affidando la disciplina del matrimonio al diritto canonico - egli nota - non solo «viene applicato nell’ambito statale un diritto ad esso estraneo», ma viene attribuito solo ai cattolici un diritto che gli altri non hanno, quello di vedere annullato il loro matrimonio da un tribunale religioso ad hoc. Si stabilisce così un regime giuridico differenziato «mentre l’essere o non essere cattolici dovrebbe essere irrilevante agli effetti civili».
Il giudizio che Gramsci dà della condotta della chiesa negli anni ’30 è severo. La chiesa adotta un atteggiamento opportunista e privo di principi coerenti. La chiesa si accontenta di conservare sue prerogative benché le nuove forme di nazionalismo paganeggiante rendaono difficile l’esistenza della chiesa. «D’altronde - scrive Gramsci - il papa non può scomunicare la Germania hitleriana, deve talvolta persino appoggiarsi ad essa e ciò rende impossibile ogni politica religiosa rettilinea, positiva, di un qualche vigore». Gramsci denuncia con forza il connotato reazionario dei concordati: «elementi di teocrazia sussistono in tutti gli Stati dove non esista netta e radicale separazione tra Chiesa e Stato, ma il clero eserciti funzioni pubbliche di qualsiasi genere e l’insegnamento della religione sia obbligatorio o esistano concordati». Il suo è un grande messaggio laico che affida i «valori» della politica all’azione politica stessa che non ha bisogno, se è grande politica, di ricercarli nella religione. Non serve pertanto alcun diritto naturale per mutare rapporti sociali ingiusti. «La concezione del diritto - scrive ancora - dovrà essere liberata da ogni residuo di trascendenza e di assoluto». Il diritto positivo altro non è che uno strumento per creare un tipo moderno di cittadino. Ne parla perciò come di uno strumento del tutto laico della «attività positiva di incivilimento svolta dallo Stato».