(Articolo non pubblicato nel dossier di Liberazione su Gramsci del 29 aprile, per il rifiuto dell'autore di espungere la frase di critica a Bertinotti che riportiamo in corsivo nel testo)
1. La domanda se il subalterno possa parlare costituisce (a rigori)
una tautologia, che nasconde però un problema (e forse il problema). Il
subalterno, finché rimane subalterno e in quanto subalterno, non può
evidentemente parlare, perché l’essere subalterno si definisce appunto
come una radicale mancanza di autonomia, che significa mancanza di un
proprio punto di vista, mancanza di un discorso auto-centrato e
posizionato a partire da sé, dunque mancanza anzitutto di parola. Dove
“parola” significa evidentemente sia lessico che linguaggio i quali (il
pensiero femminista ce l’ha insegnato) sono intrisi di dominio: usare
la parola di chi ci usa non è parlare.
Credo anzi che potrebbe essere
questa la vera definizione di “subalterno”: è subalterno chi non
possiede una propria capacità di parola (qui Spivak è ìmpari a se
stessa, quando definisce “subalterno” come “essere rimosso/a/i da ogni
linea di mobilità sociale”: il contrario è vero, anche la “mobilità
sociale”, perseguìta individualmente o corporativamente dentro la
gerarchia delle classi assunta come immodificabile, è fattore e segno
di subalternità).
2. Se “subalterno” è mancanza di parola, allora
“potere” è anche potere di parola, il potere egemonico di articolare un
discorso auto-legittimante, di istituire un senso, di dare senso alle
cose (o meglio: di imporglielo), rendendo il proprio punto di vista
“senso comune”. E Gramsci ci insegna che appunto attorno al “senso
comune” si svolge la lotta egemonica fra le classi: è egemone chi
incontra, controlla, gestisce il senso comune.
Da questo punto di
vista non solo le nazioni ma anche i poteri sono racconto o, per meglio
dire, le “grandi narrazioni” condivise dai subalterni sono necessarie
ai poteri non meno di quanto gli siano le polizie e gli eserciti (non
foss’altro perché - come già Gramsci vide lucidamente - anche nella più
esclusiva, costrittiva e “dominante” delle dittature almeno le polizie,
gli eserciti e i membri degli apparati repressivi debbono, in qualche
modo, essere “egemonicamente” persuasi dal potere che servono, cioè
debbono condividere il racconto del mondo proposto/imposto da quel
potere). Per questo le dittature hanno bisogno di eroi.
3. È giunto il
momento che i rivoluzionari assumano il problema della costruzione del
senso come il più decisivo dei problemi. Se non nei termini della
produzione di un racconto opposto e speculare rispetto a quello del
potere almeno nei termini della capacità di criticare il racconto del
potere al fine di sottrarvisi. Questo gesto è la condizione necessaria
della lotta per l’autonomia, cioè per la fuoruscita dalla subalternità.
È il gesto (se ci riflettiamo: meraviglioso) da cui origina ogni
liberazione collettiva: è il movimento operaio che nasce nel momento
stesso in cui rifiuta di credere al racconto del capitale (cioè che la
liberazione passi per lo sfruttamento); è il gesto dei popoli
colonizzati che comprendono come il “fardello dell’uomo bianco” sia
solo un racconto che serve per caricare ogni fardello sulle spalle dell’
uomo nero e della donna nera; è il gesto di Lenin e di Malcom X, del
femminismo e dei movimenti di rivolta giovanili, etc.
Quando i rapporti
di forza sono particolarmente sfavorevoli o addirittura disperati (come
nei tempi nostri) forse potrebbe bastare il gesto degli ebrei costretti
ad assistere alle prediche della Controriforma: turarsi le orecchie con
invisibili tappi di cera. Forse è proprio questo che fanno i ventenni
di oggi, forse è una forma di primitivo, ma sensato e radicale, rifiuto
il loro malinconico e anoressico silenzio, forse è l’unica forma di
opposizione che sia oggi loro possibile.
4. Chi rifiutasse ancora l’
urgenza del problema che qui poniamo (magari perché lo ritiene, con
formuletta lorianesca, “sovrastrutturale”) dovrebbe riflettere sull’
accanimento e la cura che il potere capitalistico impiega nella
distruzione sistematica dei racconti di liberazione che minacciano di
mettere in questione la passività dei subalterni. Cos’altro sono la
campagna sistematica della pagina culturale del “Corriere della sera”
contro la Resistenza o di “Repubblica” contro Cuba se non lo sforzo di
persuadere che nulla di diverso dal potere dai suoi orrori è stato mai
possibile (e, dunque, oggi neppure pensabile)? Anche molta parte della
gestione neo-brescianesca di Gramsci (Gramsci liberale, Gramsci
trotzkista, Gramsci socialdemocratico, Gramsci tradìto da Togliatti,
etc.) ci parla di questa esigenza del potere di rendere impensabile
ogni alternativa.
Questa è la secolare lotta culturale (e politica)
fra le classi: da una parte i subalterni tentano sempre in ogni modo
(compreso il sogno e la religione) di affermare che un altro mondo
sarebbe nonostante tutto possibile; dall’altra parte il potere
ribadisce invece che non c’è nulla da fare, che un altro mondo è
assolutamente impossibile, che “tanto, signora mia, una volta al potere
sono tutti uguali”.
Da questo punto di vista l’esito dell’esperienza di
Rifondazione (simboleggiato dalle reazioni di Bertinotti agli studenti
che lo avevano contestato alla “Sapienza”) rappresenta una grande
vittoria culturale, cioè politica, del potere capitalistico italiano, e
costituisce un formidabile fattore di disillusione e rassegnazione dei
subalterni (che si tramuta in passività politica).
5. Qui il pensiero
di Gramsci ci aiuta. In Gramsci il soggetto (il soggetto della storia,
e della rivoluzione) non è affatto dato, esso si deve continuamente
costruire, dunque auto-costruire.
A ben vedere deriva proprio da qui
una insopprimibile istanza democratica presente in Gramsci: la
necessità di costruire il soggetto rivoluzionario (costruire, non solo
dirigere) attraverso un processo reale storicamente determinato, cioè
politico e conflittuale, che presenta contraddizioni anche al suo
interno (fra dirigenti e masse, fra partito e movimento, fra “direzione
consapevole” e “spontaneità” etc.). E il fondamento teorico della
democrazia comunista è l’inaudita risposta che Gramsci fornisce alla
più inaudita delle domande che un dirigente comunista si sia mai posto,
una domanda ai limiti dell’assurdo nella concezione leninista del
Partito e che Gramsci definisce invece “quistione teorica
fondamentale”: “Si presenta una quistione teorica fondamentale (…): la
teoria moderna [il marxismo, n.d.r.] può essere in opposizione con i
movimenti ‘spontanei’ delle masse?” (Q 3, pp. 330-331). La risposta che
Gramsci si dà (e nessun altro comunista dopo di lui si darà) è tanto
risoluta quanto gravida di conseguenze fondamentali per la teoria del
Partito e per la stessa idea di rivoluzione: “Non può essere in
opposizione: tra di essi c’è una differenza ‘quantitativa’, di grado,
non di qualità; deve essere sempre possibile una ‘riduzione’, per così
dire, reciproca, un passaggio dagli uni agli altri e viceversa”
(Ibidem).
6. “Siamo indios, ma non solo…” dicono gli zapatisti. I
subalterni gramsciani, gli operai che egli ha ascoltato negli anni
dell’”Ordine Nuovo”, i quadri popolari con cui ha cercato di costruire
il suo Partito, perfino i delinquenti meridionali che ha incontrato in
carcere non sono mai tabula rasa, non sono mai mera passività e assenza
di soggettività, non sono mai solo il “concio” della storia: sono
sempre anche qualcos’altro. È questo il motivo per cui: “il punto di
partenza deve sempre essere il senso comune, che spontaneamente è la
filosofia delle moltitudini che si tratta di rendere omogenee
filosoficamente.” (Q 11, pp. 1397-1398). Esiste infatti “lo spirito
popolare creativo”, che Gramsci afferma essere la vera base della sua
ricerca, la comune origine dei quattro strani temi che egli si assegna
nella lettera a Tania del 19 marzo 1929 in cui annuncia per la prima
volta il progetto dei Quaderni. Per questo: “Ogni traccia di iniziativa
autonoma da parte dei gruppi subalterni dovrebbe (…) essere di valore
inestimabile per lo storico integrale” (Q 25, pp.2283-2284).
Scritto da millepiani il 05.05.07 17:20
come una memoria
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