Repubblica 25.4.07
Settant'anni dalla morte. Ecco le carte dell'Ovra che documentano l'ultima persecuzione del regime
Non il primo maggio. La cremazione di Antonio Gramsci, il nemico pubblico numero uno del regime, non poteva avvenire in quel giorno. La coincidenza con la festa dei lavoratori soppressa da Mussolini avrebbe potuto avere, forse, un valore simbolico esplosivo anche nell´Italia addomesticata di quegli anni. E per impedirlo la polizia fascista arrivò a "sabotare" il forno crematorio del cimitero, in modo che l´incinerazione fosse posticipata di quattro giorni. A rivelarlo sono alcuni documenti ritrovati negli archivi della Direzione centrale polizia prevenzione (il vecchio Ucigos), trasmessi dall´Ufficio affari riservati che a sua volta li ereditò dall´Ovra, la polizia segreta fascista. Li ha ripescati lo storico Aldo Giannuli, per anni collaboratore della commissione stragi e consulente del giudice milanese Guido Salvini nell´inchiesta sulla strage di Brescia. Ed è stato proprio nel corso di questa consulenza che, tra i faldoni dei servizi segreti italiani, è spuntato il fascicolo sul detenuto "Gramsci Antonio di Francesco".
L´incartamento mostra come l´agonia e la morte - avvenuta alle 4 del mattino del 27 aprile di settant´anni fa - del fondatore del partito comunista italiano siano state, per il regime, un caso delicato da gestire con la massima cura per evitare anche il più piccolo incidente.
È il 1937, gli echi del biennio rosso sono ormai lontani, di attentati alla vita del Duce non si parla più da almeno cinque anni, gli antifascisti sono quasi tutti al confino o esuli. Sono ancora considerati, però, nemici potenzialmente pericolosi: due di loro, i fratelli Carlo e Nello Rosselli, saranno uccisi un mese dopo in Francia. L´Opera di vigilanza e di repressione dell´antifascismo non si sentiva così al sicuro, a quei tempi. E quando muore Gramsci, impartisce precise disposizioni per evitare che i funerali e la cremazione del più importante oppositore al fascismo si trasformino in un evento destabilizzante.
Così, una "notizia fiduciaria" datata primo maggio 1937 informa che «l´Autorità di P.S. che fece piantonare le adiacenze della Clinica Quisisana in via Gian Giacomo Porro (...) sa bene che la salma fu portata al forno crematorio al Verano, da dove è stata tolta perché l´Autorità stessa ha voluto evitare l´eventuale cremazione nella giornata del I° maggio». Si accenna a un problema di autorizzazioni all´incinerazione da parte dei fratelli di Gramsci (tre di loro sono all´estero). Un´altra nota, però, mostra come il giorno prima, in realtà, la manomissione del forno sia già avvenuta: «Per notizia - scrive un agente alla Squadra politica della Questura di Roma - si comunica che questa mattina, alle ore 8,30, il Marsico, comandante la stazione agenti del Verano, d´accordo con la direzione, ha provveduto a far smontare l´apparecchio crematorio, rendendolo così provvisoriamente inservibile, in modo che la cremazione della salma dell´ex deputato comunista non abbia luogo domani, I° maggio, rimandandola ad altro giorno, sempre, però, previo relativo avviso a questa Regia Questura». Un inganno confezionato per il fratello di Antonio Gramsci, Carlo: «Informato che l´apparecchio crematorio era guasto e che per ripararlo occorre un congruo periodo di tempo, è partito in aereo vuoto in Sardegna». Per Giannuli non c´è altra spiegazione: «Il Regime voleva evitare la sovrapposizione con una ricorrenza ancora molto sentita dai lavoratori». La cremazione avverrà quattro giorni dopo, il 5 maggio. Solo allora la polizia fascista può tirare un sospiro di sollievo considerando scongiurato il rischio di una sia pur minima manifestazione di dissenso.
Già la malattia di Gramsci era stata una grana: mal volentieri, nel corso dei vari ricoveri, i medici si assumevano la responsabilità di ospitare un paziente così "scomodo". Il direttore sanitario del Policlinico di Roma fa sapere, il 13 dicembre del 1936, che «in via eccezionale acconsente a che sia ivi ricoverato, a pagamento, il noto Gramsci Antonio, purché vigilato con agenti in abito borghese». La retta richiesta è, per l´epoca, onerosa: milleottocento lire al mese, esclusa l´assistenza medica e i medicinali. La polizia teme l´evasione: «La camera, che è situata nel corridoio del II° piano - annota l´ufficio politico della questura - ha una sola porta di accesso, ed una finestra, grande, che dà su via Virgilio. Da questo lato la clinica è recintata da uno stretto cortile con cancellata. La vigilanza potrebbe eseguirsi a mezzo di due agenti posti nel corridoio da cui si accede alla camera e dove vi sono dei tavoli e delle poltrone in vimini, mentre un altro agente potrebbe trattenersi sulla via Virgilio per vigilare il lato dove dà la finestra».
Dalla corrispondenza tra polizia e sanitari si evince che la morte di Gramsci è avvenuta per cause naturali. «Appare infondato - commenta Giannuli, che presto dedicherà al caso un saggio sulla rivista "Libertaria" - l´ipotesi di un avvelenamento. Una tesi che invece Bettino Craxi era interessato a dimostrare». Nel 1989 l´ex Presidente del consiglio aveva chiesto di vedere il fascicolo «per motivi imprecisati», come scrive la direzione centrale della polizia di prevenzione. Secondo Giannuli, il leader del Psi era interessato ad accreditare la storia dell´assassinio di Gramsci da parte di emissari di Mosca che, se riscontrata, avrebbe trasferito il fondatore del Pci nel Pantheon socialista-riformista.
Ma indizi di spy story nelle carte non ce ne sono. La polizia fascista si limita a descrivere Gramsci come un "confidente dell´Ambasciata russa". Gli agenti ne sbagliano spesso il cognome - a volte lo chiamano "Gramisch" - oppure lo indicano come "anarchico". Ma, soprattutto, temono per i possibili echi della sua morte. In un libro pubblicato negli anni Settanta dagli Editori riuniti - Gramsci in carcere e il Partito - Paolo Spriano riporta i ricordi della cognata Tatiana sull´imponente presenza, in quei giorni, di funzionari del ministero dell´Interno e riferisce di un fonogramma del questore di Roma nel quale si richiamano misure per "evitare manifestazioni sovversive".
Le informative contenute nel fascicolo documentano un´attenzione maniacale: «Nella decorsa notte nella clinica Quisisana è deceduto il noto anarchico Gramsci. Ufficio P.S. Flaminio e Ufficio Politico intensificheranno vigilanza interno ed esterno clinica predetta e mi faranno conoscere in tempo debito giorno, ora e modalità funerali». I dettagli arriveranno il giorno dopo. «I dirigenti i commissariati di Flaminio e di San Lorenzo provvederanno nei limiti delle proprie giurisdizioni a riservatissimi servizi di vigilanza e d´ordine». Precise prescrizioni vanno seguite per evitare il "funerale politico": «Il carro dovrà procedere al trotto e non dovrà essere consentita alcuna manifestazione comunque contraria al sentimento della Nazione. Particolare attenzione dovrà essere portata sulle scritte e sui colori dei nastri delle corone e adottare tutte le misure necessarie per prevenire e impedire qualsiasi incidente». Bisognerà inoltre «prendere stretto conto delle persone che eventualmente si recassero alla clinica o dovessero partecipare ai funerali». E mantenere «conveniente vigilanza anche sul loculo». Una preoccupazione che sembra eccessiva, vista la solitudine in cui muore il padre degli intellettuali di sinistra italiani. «Il Cavaliere Amatucci ha telefonato alle ore 19 ed ha detto che: non sono state inviate partecipazioni; la notizia però è stata comunicata a dei parenti fuori Roma; non sa se vi parteciperanno altre persone». Al funerale partecipano il fratello Carlo e la cognata. A funerali svolti, però, un funzionario di polizia fa notare che è stato «notato un mazzo di garofani rossi». Unica concessione a una morte che nell´apice dell´era imperiale fascista poteva sembrare innocua nella sua mestizia. E che invece andava a tutti i costi censurata.
Repubblica 25.4.07
Intervista a Giuseppe Vacca, del quale è appena uscito un saggio sul fondatore del Pci
"I fascisti temevano manifestazioni pubbliche"
Gramsci tra Mussolini e Stalin s´intitola il libro che Giuseppe Vacca ha scritto in collaborazione con Angelo Rossi, e che è comparso in questi giorni, in concomitanza con il settantesimo anniversario della morte dello storico leader comunista (27 aprile 1937).
L´opera, pubblicata da Fazi editore (pagg. 250, euro 18), verte in gran parte sulla personale attenzione che il dittatore italiano prestava ad Antonio Gramsci, alle condizioni che presiedevano alla sua detenzione e alle ipotesi (mai divenute effettive) di una sua liberazione. A Vacca - che è presidente della Fondazione Gramsci - abbiamo rivolto alcune domande in relazione ai documenti inediti, di fonte Ovra, che pubblichiamo in questa pagina.
Quali preoccupazioni poteva nutrire il regime - e, per esso, l´Ovra - in occasione dei funerali di Antonio Gramsci?
«Si potevano temere manifestazioni pubbliche, organizzate sia da frammenti della rete clandestina del Partito comunista, eventualmente sfuggite al controllo repressivo del governo, sia da semplici antifascisti. Anche se non numericamente significativi, gesti di questo tipo avrebbero avuto l´effetto di acuire l´interesse internazionale già assai vivo intorno alla figura di Gramsci martire del fascismo».
Si trattava, evidentemente, di preoccupazioni eccessive.
«In effetti, alle esequie di Gramsci parteciparono due sole persone: il fratello Carlo - cui toccò di predisporre la cremazione del defunto - e la cognata Tatiana, che si era dedicata all´assistenza del recluso nei suoi ultimi anni di vita. E´ facile spiegare il perché d´un tale deserto politico-funerario: chiunque avesse seguito il feretro avrebbe attirato su di sé, a proprio danno, l´attenzione della polizia. D´altronde la notizia della morte di Gramsci venne diffusa a funerale compiuto, in poche righe, con stile burocratico e senza alcun risalto. Almeno sul momento. Più tardi, nel dicembre del ´37, Mussolini, commentando un articolo apparso su un foglio anarchico italo-americano, avrebbe deplorato in una sua nota sul Popolo d´Italia che i comunisti avevano tentato di fare di Gramsci "una specie di santo del comunismo" oltre che "una vittima del fascismo". In realtà, egli precisava, il capo comunista "ebbe la concessione di vivere in cliniche semiprivate o completamente private". Comunque, concludeva Mussolini, "egli è morto di malattia, non di piombo, come succede ai generali, ai diplomatici, ai gerarchi comunisti di Russia, quando dissentono - anche un poco - da Stalin e come sarebbe accaduto al Gramsci stesso se fosse andato a Mosca"».
Anche nel libro da lei scritto insieme ad Angelo Rossi risulta attenuata la tesi d´un Gramsci vittima sacrificale del governo fascista.
«L´obiettivo di Mussolini non era di farlo morire di morte lenta in carcere. Di obiettivi egli se ne poneva altri due, ben diversi: ottenere da Gramsci un´abiura, con relativa domanda di grazia da lui firmata, il che avrebbe assestato un forte colpo sia alla propria immagine di recluso che al suo stesso partito; oppure usare il prigioniero come merce di scambio nei riguardi del potere sovietico. In realtà, Antonio Gramsci morì di estenuazione, non in seguito a un deliberato proposito del regime fascista, ma in conseguenza d´un trattamento carcerario che le sue condizioni non gli consentivano di sostenere».
Gramsci, dunque, moneta di scambio. E´ un pensiero che si collegava a manovre diplomatiche che, se pur tentate, non ebbero alcun risultato.
«L´unico tentativo vero di liberare Gramsci risale al 1933: quando sembrò che la liberazione dell´ex capo comunista fosse a portata di mano inserendosi in un´iniziativa bilaterale Roma-Mosca. In questo caso la liberazione stessa avrebbe assunto la veste d´un gesto "grazioso" compiuto dal duce nei riguardi di Gramsci e del governo sovietico, senza che il Partito comunista in esilio potesse vantare alcun ruolo nell´operazione. Ma la disponibilità dell´Urss staliniana nel rendere possibile una simile soluzione si rivelò inesistente»