Maggio 2007 Archives

Dossier Gramsci - Gramsci di Rossana Rossanda

il 08.05.07 00:00

Settanta anni fa moriva in una clinica Antonio Gramsci. Al funerale non andò nessuno, fuorché la cognata Tatiana e la polizia. Era stato arrestato nel 1926 ed era libero da poche settimane, sfinito dalla malattia e non solo da essa. Se morire comporta un qualche assenso, deve averlo propiziato il rendersi conto che non era desiderato da nessuna parte - non a Mosca, dove erano la moglie e i figli e i compagni, non a Ghilarza, dove era la sua famiglia d’origine. Di questo nulla ha detto all’amorevole non amata Tatiana, e se lo ha confidato a Piero Sraffa, Piero Sraffa non ce ne ha lasciato testimonianza. Eppure, di quel che era successo al mondo dal ’26 al ’37 i due, in una clinica finalmente senza polizia, devono avere parlato a lungo, e Gramsci molto deve avere saputo di quel che aveva potuto intravvedere o adombrare. Nell’Urss la collettivizzazione delle terre, poi l’assassinio di Kirov e l’inizio della liquidazione del comitato centrale eletto nel 1934, e nel 1936, giusto un anno prima, il primo dei grandi processi. Fuori dell’Urss la crisi del 1929, l’ascesa del nazismo in Germania nel 1932, l’aggressione italiana all’Abissinia nel 1935 e nel 1936, il Fronte popolare in Francia ma l’attacco di Franco alla repubblica spagnola. Che ne ha pensato? Che poteva attendersi dal ritorno alla libertà? Difficile immaginare un’esistenza più sofferente per le miserie del corpo, per la sconfitta, per la solitudine, per la lucidità.

C’era una volta l’edizione tematica dei Quaderni del carcere in sei volumi, quella voluta da Togliatti nel 1947. Arbitraria ma utile, e ricavata da alcuni titoli indicati dallo stesso Gramsci: Il materialismo storico e la filosofia di Benedetto Croce, il Risorgimento, Note sul Machiavelli, etc. Poi nel 1975 venne la capitale edizione Einaudi di Valentino Gerratana in quattro volumi, oggi ristampata, rigorosamente cronologica e senza i quaderni di traduzione (4 quaderni su 33). Oggi, non senza polemiche in
passato, arriva invece l’Edizione nazionale degli scritti, che include le traduzioni fatte dal prigioniero e tutti i carteggi paralleli (Gramsci, Schucht, Sraffa). E prevede per i soli Quaderni 6 o 7 tomi (Fondazione Gramsci - Istituto dell’Enciclopedia italiana). La novita’, anticipata da
"L’Unita’" lunedi’ scorso, e’ grossa e anche controversa. Poiche’ il criterio non e’ piu’ solo cronologico, bensi’ per "partizioni". Basato cioe’ sulle distinzioni interne che Gramsci stesso in carcere "immaginava" pertutto il suo lavoro. Resta "l’unita’-Quaderno" ripristinata dallo scomparso Gerratana, e anche la sua cronologia, grosso modo. Tuttavia (con le traduzioni a parte) vengono separati i tipi di "quaderni": "miscellanei", "misti" e "speciali". E’ un tentativo di radiografare l’ordine "ideale" e logico di una scrittura frammentaria e compressa dal carcere, ma aperta a un progetto continuo, fatto di "enunciati mobili". Un altro Gramsci? Anch’esso arbitrario? Il vero Gramsci? O un Gramsci piu’ leggibile? Ne parliamo con Gianni Francioni, ordinario di storia della filosofia a Pavia, sassarese, 57 anni. Da oltre un trentennio sulle piste di un’impresa del genere, che oggi va in porto sotto la sua direzione (con Giuseppe Cospito e Fabio Frosini) proprio nel settantesimo della morte di Gramsci.

Questo anniversario: Giuseppe Vacca

il 05.05.07 00:00

Questo anniversario: Giuseppe Vacca

da l’Unità 15.4.07

Il settantesimo della morte di Gramsci si annuncia particolarmente denso di eventi e iniziative culturali di grande rilievo. Molti di essi sono promossi o realizzati con la partecipazione della Fondazione Istituto Gramsci. Segnalarne i più significativi mi sembra utile per dare conto degli sviluppi più recenti degli studi gramsciani, della diffusione crescente degli scritti di Gramsci nelle diverse aree linguistiche e culturali del mondo, e della vitalità del suo pensiero. Dopo quasi dieci anni di intenso lavoro comincia quest’anno la pubblicazione dell’Edizione nazionale degli scritti di Gramsci. Com’è noto, egli è ormai universalmente riconosciuto come un classico del pensiero politico del Novecento, attualmente il più tradotto e studiato nel mondo intero. Man mano che la sua fortuna cresceva diveniva sempre più necessario che la cultura italiana fornisse alla comunità scientifica internazionale gli strumenti indispensabili ad uno studio critico filologicamente fondato del suo pensiero.

Mio padre Gramsci: di Giuliano Gramsci

il 05.05.07 00:00

Mio padre Gramsci: di Giuliano Gramsci

Corriere della Sera 27.4.07

Di Antonio Gramsci è stato scritto molto e l’interesse per la sua vita e le sue opere si è particolarmente intensificato negli ultimi mesi, mentre si stava avvicinando il settantesimo anniversario della morte, avvenuta il 27 aprile del ’37. Ma la maggior parte degli scritti si è concentrata sulla figura dell’intellettuale e del politico, anche per stabilire 1’attualità e validità del suo pensiero e del suo ruolo nel mondo contemporaneo. Ciò che mancava in questa fluviale produzione letteraria era l’uomo Gramsci, l’umanità di questo piccolo grande sardo, fondatore del Pci, emersa solo timidamente nelle Lettere dal carcere e quasi schiacciata sotto il peso del controverso personaggio pubblico, che aveva tutto sacrificato al suo impegno di leader comunista, militante usque ad mortem.

Ora, col libro di Anna Maria Sgarbi Giuliano Gramsci, lettere a mio padre, che uscirà in autunno per le edizioni Laterza, questa lacuna è stata colmata. Per oltre tre anni, a cominciare dal settembre del 2003, l’autrice ha frequentato assiduamente a Mosca, dove vive, il figlio superstite di Antonio — Giuliano, appunto —, che ha ora 81 anni e che, avendo preferito la musica alla politica fin dall’infanzia, è professore di flauto e clarino presso il Conservatorio della capitale. «Ho trascorso con lui intere giornate a passeggiare molto lentamente — scrive Anna Maria nella prefazione —, sia per l’instabilità della sua camminata che per il dialogo tanto affascinante quanto esclusivo». Il progetto di un libro in cui Giuliano rievoca, con rimpianto, nostalgia e non di rado angoscia, la figura paterna, nasce proprio al termine di queste lunghe passeggiate per le strade di Mosca quando la signora Sgarbi (di professione avvocato internazionale) gli propose di scrivere a quatto mani delle lettere al padre, un papà che non aveva «mai visto» e che morì in prigione in Italia, quando lui non aveva ancora undici anni.
Le lettere sono venti. Caro papà — scrive nelle prima — «sono invecchiato, ho ottant’anni... Tu sei sempre quello, giovane, intelligente, acuto e anche bello... Non ti ho mai toccato con le mani, ma ti ho sempre accarezzato sulla carta e ti ho anche abbracciato nei sogni» (Ed ecco riemergere, in un flash-back, la Russia degli anni Trenta quando in casa Gramsci, a Mosca, ci sono «preoccupazioni per il pane quotidiano» mentre per le strade corre «l’eco delle purghe di massa e della lotta contro i trotzkisti e altri "nemici del popolo"».

Gramsci, Oltreoceano: Carlo Antonio Biscotto

il 05.05.07 00:00

Gramsci, Oltreoceano: Carlo Antonio Biscotto

da L’Unità, 10.04.07

In uno dei suoi primi interventi dal titolo Direzione politica di classe prima e dopo l’andata al governo, Gramsci scrive: «Ci può e ci deve essere una “egemonia politica” anche prima della andata al governo e non bisogna contare solo sul potere e sulla forza materiale che esso dà per esercitare la direzione o egemonia politica» (Q1, &44). Questa «direzione o egemonia politica», prosegue Gramsci, si ottiene mediante l’opera degli intellettuali che fungono da avanguardia del gruppo che aspira a conquistare il potere di governo; e questi intellettuali svolgono la loro opera nella società civile.

Negli Stati Uniti c’è la tendenza generale a considerare gli intellettuali del tutto estranei alla realtà politica o ostinatamente di sinistra. Più di recente, tuttavia, gli osservatori hanno finito per apprezzare il ruolo cruciale che gli intellettuali hanno svolto nel preparare il terreno alle politiche realizzate dall’amministrazione Bush. Questo lavoro di preparazione è stato svolto da gruppi di intellettuali estremamente ben istruiti e tecnicamente sofisticati accolti e finanziati da vari think tank e istituti di ricerca.
Nel settembre 2002, quando appariva sempre piu’ chiaro che gli Stati Uniti erano decisi ad attaccare l’Iraq, l’amministrazione Bush ha pubblicato La strategia di sicurezza nazionale degli Stati Uniti d’America. Dopo aver letto il documento ufficiale con l’inquietante esposizione della dottrina della guerra preventiva, gli analisti politici hanno notato che si trattava sostanzialmente di una rielaborazione di un documento di dominio pubblico da anni, ma in generale ignorato. Il testo originale Ricostruire le difese dell’America è stato pubblicato per la prima volta nel settembre del 2000 a cura del Project for the New American Century.

Gramsci, La laicità gramsciana: Michele Pospero

il 05.05.07 00:00

Gramsci, La laicità gramsciana: Michele Pospero

l’Unità 15.4.07

I Quaderni ripensano la lunga durata della storia italiana, caratterizzata, per il suo tratto distintivo, dall’intreccio profondo di particolarismo municipale e di cosmopolitismo cattolico. Il tema della laicità evoca dunque in Gramsci il nodo gordiano dello Stato. La sua edificazione in Italia avviene all’insegna di Cavour, che fu un «politico creatore» non un mero diplomatico.
Quella di Cavour fu «un’abilità subalterna, tuttavia fruttuosa». Il «capolavoro politico del risorgimento» fu anche la capacità dei liberali di «suscitare la forza cattolico-liberale» sganciandola dalle ipoteche della chiesa e legandola in qualche misura alle parole d’ordine della nazione e della patria. Tra gli Stati europei, tuttavia, l’Italia non solo è tra quelli di più recente costituzione, ma il suo cammino verso l’unità giuridica e politica si compie combattendo manu militari la chiesa.

Gramsci, l’ uomo che ha afferrato il fulmine a mani nude: Mario Tronti

Ho riflettuto a lungo sul perché, quando il Presidente Bertinotti mi ha proposto il gradito compito di questa commemorazione, sia scattato in me, subito, per istinto, un titolo: la figura del grande italiano. Sarà che questo nostro paese continua a metterci di fronte una sostanziale ambiguità: da un lato la debolezza politica della storia italiana, dall’altro lato il paese forse più politico del mondo, in tutte le sue componenti sociali e popolari. Noi abbiamo inventato la politica per la modernità. Ne abbiamo fatto una forma, privilegiata, e un’espressione, intensa, di pensiero umano. Perché Gramsci ha così a lungo pensato su Machiavelli? Fermiamoci un momento su questo, perché questo ci permette di entrare da subito nel foro interno di questa personalità.

Gramsci, Grazie ai Quaderni sono uno storico : Eric J: Hobsbawm

il 05.05.07 00:00

Gramsci, Grazie ai Quaderni sono uno storico : Eric J: Hobsbawm

Una testimonianza del grande storico inglese

"Il 4 maggio sarà inaugurata a Ghilarza l´International Gramsci Society-Sardegna. Presidente onorario, . Del grande storico inglese pubblichiamo la testimonianza su Gramsci raccolta da Giorgio Baratta.
Credo che, in Gran Bretagna, siamo stati tra i primi ad accorgerci di Gramsci, principalmente a causa dei molti soldati britannici che tornarono in patria dopo aver combattuto la guerra in Italia, ove avevano sentito parlare di lui. Credo sia stato proprio tramite alcuni di loro che anch´io sentii parlare di Gramsci per la prima volta: da uomini come il poeta Hamish Henderson, ottimo scrittore, gran bevitore, scozzese, che fu tra i primi a tradurre le Lettere dal carcere, e da diverse altre persone, che mi sollecitarono a prendere personalmente contatto con i suoi testi. Uno di essi fu il primo a realizzare un´antologia dei testi di Gramsci in Inghilterra, negli anni Cinquanta, The Modern Prince, forse la prima raccolta pubblicata fuori dall´Italia.
Quando venni in Italia per la prima volta, credo nel 1951 o ‘52, attraverso i contatti con alcuni amici italiani ebbi la possibilità di conoscere direttamente gli scritti di Gramsci presso l´Istituto Gramsci. Naturalmente Piero Sraffa, mio collega al Trinity College, mi aveva parlato di lui ma, come tutti sanno, Piero Sraffa parlava pochissimo di quanto stretti fossero stati i suoi rapporti con Gramsci, e fu soltanto in seguito che io ne venni a conoscenza.
Rimasi colpito quasi immediatamente non tanto dall´approccio politico di Gramsci, che peraltro all´epoca era molto originale per un marxista, ma soprattutto dal suo approccio alla storia delle classi subalterne, alla storia delle classi popolari. Sotto certi riguardi i miei primi scritti storici erano paralleli a quelli di Gramsci in questa direzione. Ad esempio, l´introduzione al lavoro che poi generò il mio primo libro sui ribelli primitivi (ndt I banditi. Il banditismo sociale nell´età moderna) vide la luce proprio grazie al fatto che avevo sentito parlare di Davide Lazzaretti. Allora non conoscevo, perché non l´avevo ancora letto, il passo di Gramsci nei Quaderni in cui egli parla di che cosa ci sia "ai margini della storia", iniziando precisamente dalla scoperta di Lazzaretti, quale esempio della storia speciale straordinaria delle classi subalterne. L´incontro con il testo di Gramsci mi stimolò al punto che non mi limitai ad affrontare l´argomento, ma progettai e realizzai un intero libro sull´orientamento di scrivere la storia "dal basso", la storia "dei subalterni".
Il mio rapporto personale con Gramsci è stato, in un certo senso, fondativo: Gramsci è una delle maggiori fonti di ispirazione del mio lavoro di storico. Allo stesso tempo egli rappresenta anche una essenziale fonte di ispirazione delle mie idee sulla politica, perché Gramsci è stato uno dei pochissimi, forse l´unico tra i marxisti e i comunisti, a scoprire che l´oggetto della politica non è soltanto la questione di come prendere il potere e mantenerlo, ma che c´è invece molto altro oltre a questo. In effetti la forma governo da parte di una classe non è caratterizzata unicamente, come credono in molti, da un´imposizione dall´alto, ma consiste in un rapporto dialettico molto complesso tra chi governa e chi è governato, un rapporto che non può essere spiegato solamente in termini di potere."

Gramsci e i lager di Lenin. Un episodio inedito accaduto in Urss: Simonetta Fiori

da Repubblica 27.4.07

Nel 1922 il dirigente comunista si adoperò a Mosca per liberare da un campo di lavoro il suo compagno Gino De Marchi Gli incontri all´Hotel Lux e la sfida al potere sovietico
La rivelazione nel saggio di Gabriele Nissim "Una bambina contro Stalin", ricco di carte e memoriali
Nino non gli nega affetto e solidarietà sotto il controllo occhiuto della polizia politica sovietica

È una storia bellissima e sconosciuta, riaffiorata dopo ottant´anni dagli archivi sovietici. Un episodio importante della vita di Gramsci, che in qualche modo anticipa la rottura con Mosca degli anni successivi. Accadde nel luglio del 1922, in Unione Sovietica, nelle buie ed enigmatiche atmosfere del regime leninista. Un suo compagno "scomodo", Gino De Marchi, finisce in galera per una resa dei conti tra comunisti italiani. Gramsci si adopera per liberarlo, lo accoglie affettuosamente nelle stanze dell´hotel Lux e successivamente sfida il Comintern con la richiesta di "non infierire" su quel bravo militante, già fiaccato da malaria e tubercolosi. Un complesso di gesti inusuali e per l´epoca dirompenti che restituisce tutta l´atipicità del comunista sardo, di cui ricorre oggi il settantesimo anniversario della morte. «È come se dinanzi al sopruso agisse in lui una sorta di istinto morale naturale», dice Gabriele Nissim, artefice dell´importante scoperta e autore del suggestivo racconto Una bambina contro Stalin che uscirà a giugno da Mondadori.

Gramsci, A 70 anni dalla morte: Bruno Gravagnuolo

il 05.05.07 00:00

Gramsci, A 70 anni dalla morte: Bruno Gravagnuolo

da l’Unità 15.4.07

Alle 4 e 10 del 27 aprile 1937 moriva Antonio Gramsci, nella clinica Quisisana di Roma, dopo esservi giunto a fine agosto del 1935, da una clinica di Formia e già in condizioni fisiche disperate. Si concludeva così tragicamente una vicenda esistenziale e politica straordinaria. Quella di un prigioniero del fascismo e da poco in regime di libertà condizionale, che era stato uno dei massimi ispiratori teorici e pratici del Pcd’I nato nel 1921, nonché l’artefice del suo nuovo gruppo dirigente a partire dal 1923-24. Con la liquidazione dell’estremismo di Bordiga, la fondazione de l’Unità e la sua ascesa a segretario di quel partito. Dunque, un «combattente» e un costruttore di politica, ma insieme un grande intellettuale e un’eccezionale figura morale.

La cui grandezza avevano compreso da visuali opposte Piero Gobetti e il «carceriere» Mussolini, entrambi capaci di registrare l’enorme energia costruttiva dei suoi pensieri, l’uno per elogiarla, l’altro per controllarla e alfine spegnerla. Senza Gramsci, il Pci così come lo abbiamo conosciuto non vi sarebbe stato, e nemmeno la storia d’Italia sarebbe stata quella che abbiamo conosciuta. Perciò Gramsci è nostro, indubitabilmente. Di chi militò sotto le bandiere del Pci anche decenni dopo. Della sinistra tutta, «post» o meno. E dell’Italia intera, persino di chi militò sotto opposte bandiere, e che magari cerca di «recuperarlo» a modo suo.
Dove sta la grandezza di questo nostro Gramsci? Lo si diceva: nei pensieri. E nella forza di una personalità. Nell’eccezionale forza di un «carattere» che fu l’involucro di quei pensieri, la corazza etica in grado di impedirne la dispersione, di là delle di vulgate e leggende esegetiche. Senza nulla toglire ai meriti di Togliatti, che salvò e trapiantò in Italia quei pensieri, Gramsci «eccede» e travalica ogni lettura addomesticata. Riuscì infatti a pensare e a esprimersi al futuro nel buio della prigionia, in tempi di ferro e di fuoco «tra Mussolini e Stalin», come suona il titolo di un saggio in arrivo di Angelo Antonio Rossi e Giuseppe Vacca (Fazi). E senza piegare la testa, testimoniando in prima persona, malgrado l’isolamento politico e affettivo, qual era l’universale liberazione umana a cui mirava. E come essa potesse e dovesse incontrarsi col corso terribile del mondo così come era. Cosa ci lascia Gramsci oltre la forza di un esempio eroico nel paese del «trasformismo»? Un arsenale inesauribile di idee, consegnate a una stenografia asistematica ma limpida. Che era un crittogramma del mondo, e in parte ancora lo è. Prima di tutto la diagnosi della crisi mondiale dopo la prima guerra. Cioè il conflitto irrisolto tra cosmopolitismo e stato nazionale, dal cui scontro senza universalismo mediatore scaturisce guerra. È dentro quel conflitto che Gramsci vide l’Ottobre 1917, i fascismi, il New Deal. Con il collasso della società liberale in Europa. E sempre in quello scenario scorse l’emancipazione «primitiva» incarnata dal bolscevismo, e i relativi contraccolpi planetari. Per questo il fascismo italiano, nonché figlio di tutta l’arretratezza italiana «senza nazione», gli apparve come una moderna «rivoluzione passiva». Indotta dall’interdipendenza internazionale, ma agita da classi dirigenti che inglobano l’attiva adesione dei ceti subalterni.
Due sfide quindi in Gramsci. Pensare la modernità del mondo, dove il «fordismo» Usa, che allarga il mercato, si rivela egemone rispetto al dispotismo sovietico. E attivare la coscienza dei dominati al livello dell’«economia-mondo», dentro e fuori le singole nazioni. Un cammino lunghissimo, che Gramsci chiamava «guerra di posizione». E una grande gincana della liberazione di massa, attraverso la «società civile», le sue forme simboliche, le sue «fortezze» e «casematte». Politica e filosofia egemoniche senza fine quelle di Gramsci, verso nuovi equilibri di potere. Dove il «mito» non estingue il dissenso e l’autonomia del soggetto. Idee-forza laiche, libere. Nostre.

Dossier Gramsci, Un ricordo di Valentino Gerratana di Rocco Lacorte

il 05.05.07 00:00

Dossier Gramsci, Un ricordo di Valentino Gerratana - di Rocco Lacorte

da International Gramsci Society Newsletter Number 11 (December, 2000): 2-17;
in rete lo trovate qui.

Valentino Gerratana 1919 - 2000
di Rocco Lacorte
Valentino Gerratana ci ha lasciato lo scorso 16 giugno. Abbiamo pensato di raccogliere—criticamente, cioè non senza qualche breve commento—alcuni degli articoli apparsi nei giorni successivi su quotidiani e riviste che lo raccontano e lo descrivono (purtroppo talvolta non senza malizia). L’importanza di ciò che ha fatto e di ciò che ha detto e, soprattutto, di ciò che ancora ha da dire, merita sicuramente di più di questo intervento; il quale, perciò, ora viene proposto come piccolo stimolo alla sua memoria. "Stimolo", in primo luogo, nel senso che ci proponiamo e ci auguriamo che si cominci a studiare e a considerare la sua figura più seriamente di quanto non si faccia nella presente raccolta e di quanto non si sia fatto in passato. "Stimolo", poi, soprattutto in senso attivo, in nome di una concezione non "antiquaria" della memoria: che ci si comporti con lui come egli si era comportato con Gramsci.

Dossier Gramsci: Quel lungo viaggio della libertà

il 05.05.07 00:00

Dossier Gramsci: Quel lungo viaggio della libertà

l’Unità 26.4.07
Gramsci, quel lungo viaggio della libertà
di Bruno Gravagnuolo

CON L’UNITÀ Domani in edicola la prima edizione digitale dei «Quaderni» e un’antologia sistematica degli scritti del pensatore sardo in rigoroso ordine cronologico a cura di Antonio A. Santucci, lo studioso scomparso allievo di Gerratana

Due straordinari «doni» troveranno domani i lettori de l’Unità, acclusi al nostro giornale. Che valgono davvero molto più del sovrapprezzo richiesto. Due opere insieme filologiche e di divulgazione rigorosa, da connettere in simultanea, sfogliare, consultare. E anche da gustare come avventura culturale, specie per chi s’accosti per la prima volta a un pensiero magmatico e per tanti versi ancora da decifrare, come quello di Antonio Gramsci, di cui proprio il 27 aprile ricorre il settantesimo della morte. Pensiero tante volte citato, evocato, ma in realtà poco conosciuto. Sovrastato inevitabilmente dalla «leggenda» del personaggio, dall’aura del «padre fondatore». E anche dalla concretissima vicenda delle sofferenze che il fascismo gli inflisse, che pure seppe contrastare, con la dirittura intellettuale di una personalità eroica (e non è una leggenda).

Eccole, quelle due opere a specchio. Il Cd Rom dei Quaderni del Carcere, a cura di Dario Ragazzini, prima versione digitale del capolavoro gramsciano, con le fonti, i rimandi, le occorrenze, la possibilità di raffrontare le diverse versioni delle note, di cui quei manoscritti sono fatti. Uno strumento formidabile per seguire passo passo non solo l’ordine cronologico dei Quaderni, magistralmente ricostruito a suo tempo da Valentino Gerratana. Ma anche quello ideale e tematico, sotteso in filigrana come progetto a venire del prigioniero pensante. L’altro dono è un’antologia: Le Opere, a cura di Antonio A. Santucci. Ripubblicata a diciasette anni dalla sua prima comparsa per gli Editori Riuniti per la collana le «Chiavi del tempo». Che mantiene intatto il suo carattere di rigoroso «thesaurum» filologico e diacronico, e che anzi resta come esempio di come andrebbe fatta un’antologia. Non scelta più o meno arbitaria quindi, legata ai gusti del curatore. Bensì in questo caso, autentico gesto di lettura sintetica, che dà conto in sviluppo delle idee dell’autore, così come si venivano formando nel vivo della sua battaglia (è la parola giusta per Gramsci). E qui mi sia consentita una divagazione, necessaria. Poiché chiarisce il senso di un volume, che è di per sè un’«opera». Antonio Santucci, scomparso prematuramente nel 2004, non solo era un amico de l’Unità, per la quale concepì volumi e iniziative gramsciane di formidabile spessore e successo. Fu un grande studioso di Gramsci, che accanto a Valentino Gerratana, fu protagonista di uno degli eventi più importanti per la cultura italiana: l’edizione critica, la prima, delle Opere di Gramsci per Einaudi. Anche grazie a lui è stato possibile ripristinare tutti i testi di cui parliamo, datarli, disporli, salvaguardarli. Inquadrarli. E ciò ben prima (1975) della prossima edizione nazionale degli scritti per l’Enciclopedia Italiana della Fondazione Istituto Gramsci, che verrà presentata a giorni al Capo dello Stato in Sardegna. Grazie al lavoro di Gerratana e Santucci, e senza dimenticare l’apporto infaticabile di Elsa Fubini, Caprioglio, Dino Ferreri, Spriano e tanti altri di quella stagione, il pianeta Gramsci è stato reso percorribile e anche «preparato» per ulteriori sistemazioni, che nondimeno non possono prescindere dalla mappatura del 1975. Dunque, chi aprirà l’antologia di Santucci, per formarsi una sua idea del Gramsci pensante, sa di essere in buone mani. Perché, e possiamo testimoniarlo personalmente, non v’era nessuno come Antonio in grado di agguantare il flusso fulmineo e stenografico dei pensieri gramsciani. E di districarne la selva, guidandovi dentro i profani.

Qual è il pregio di questa «antologia» strepitosa, con limpide istruzioini per l’uso, note contestualizzanti e indice dei nomi? Quello di una cronologia tematizzata. Che fa capire gli impulsi, e gli influssi temporali, che Gramsci accoglie e trasforma reattivamente. Illuminando al contempo il metodo di lavoro del prigioniero, allorchè si trovò ristretto in cella. Insomma, tra gli scritti giornalistici giovanili per il Grido del popolo e le splendide, attualissime pagine dei Quaderni su «Americanismo e fordismo» che chiudono idealmente il volume, c’è tutto Gramsci. Tutto, con le critiche teatrali, gli articoli sull’Ordine Nuovo e l’Avanti! - incluso il celebre «La rivoluzione (russa) contro il Capitale» del 1917 - lo scritto sulla Quistione meridionale, e la famosa polemica con Togliatti del 1926, riportata pari pari nel suo drammatico svolgimento epistolare, prima dell’arresto di Gramsci. Da un lato in quell’anno il realismo di Ercoli, che vede come necessità politica le misure contro l’opposizione di sinistra in Urss. Dall’altro la preveggenza di Gramsci, benché d’accordo con il Comintern, contro Trotsky: la disciplina forzosa «svuoterà» l’opera dei bolscevichi e renderà lo stato proletario una caserma autocratica. Nessuna elusione, nessuna celebrazione del «santino». Gramsci è lì cocciuto, nel 1926 e in altri momenti, a rivendicare la sua idea eretica della rivoluzione e della politica contro ogni tatticismo. E in tempi davvero tragici, di lealtà indiscusse, incipiente terrorismo staliniano e consolidantesi terrorismo fascista.
Qual è il problema di Gramsci, prima e dopo l’arresto, pur nella discontinuità della fase autocritica? Semplice, si fa per dire: un «pensiero-azione» della liberazione. Una filosofia pratica dell’emancipazione delle classi subalterne. Che passa attraverso due momenti.
La ricognizione delle sconfitte popolari, durante il Risorgimento e col fascismo. E la comprensione del quadro mondiale, con lo spostamento del baricentro del «progresso» dalla rottura russa del 1917 alla nuova economia globale americana. Con in mezzo le «modernizzazioni conservatrici» fasciste, del pari contraccolpi della guerra e del sommovimento ad Oriente che spezza il mercato mondiale. E qui comincia la lunga marcia del pensiero di Gramsci. Il tentativo di indicare la strada ai «ceti subalterni» dentro la modernità della «società civile», addestrando individui e gruppi al governo capillare di istituzioni, economia e società. «Prima» della presa del potere, e scongelando le «forme simboliche» di cui il potere si nutre. Sul territorio, nella scuola, nelle riviste, nei giornali, nelle unità economiche. Nel «folklore» e nel senso comune. Un lavorìo democratico, tra scontri e alleanze. Dove l’impegno «filosofico» più alto è proprio la politica come intellettualità collettiva, dialogata e conflittuale. E dove la posta in gioco è sempre quella. Ieri con Gramsci, oggi dopo di lui. Rovesciare il gioco dei dominanti. Senza lasciarsi decapitare dalla passività e dal trasformismo. In fondo la «filosofia della praxis», anima delle idee di Gramsci era questa. Un lungo viaggio della libertà.

Dossier Gramsci: le ceneri vietate

il 05.05.07 00:00

Dossier Gramsci: le ceneri vietate

Repubblica 25.4.07
Settant’anni dalla morte. Ecco le carte dell’Ovra che documentano l’ultima persecuzione del regime

Non il primo maggio. La cremazione di Antonio Gramsci, il nemico pubblico numero uno del regime, non poteva avvenire in quel giorno. La coincidenza con la festa dei lavoratori soppressa da Mussolini avrebbe potuto avere, forse, un valore simbolico esplosivo anche nell´Italia addomesticata di quegli anni. E per impedirlo la polizia fascista arrivò a "sabotare" il forno crematorio del cimitero, in modo che l´incinerazione fosse posticipata di quattro giorni. A rivelarlo sono alcuni documenti ritrovati negli archivi della Direzione centrale polizia prevenzione (il vecchio Ucigos), trasmessi dall´Ufficio affari riservati che a sua volta li ereditò dall´Ovra, la polizia segreta fascista. Li ha ripescati lo storico Aldo Giannuli, per anni collaboratore della commissione stragi e consulente del giudice milanese Guido Salvini nell´inchiesta sulla strage di Brescia. Ed è stato proprio nel corso di questa consulenza che, tra i faldoni dei servizi segreti italiani, è spuntato il fascicolo sul detenuto "Gramsci Antonio di Francesco".

L´incartamento mostra come l´agonia e la morte - avvenuta alle 4 del mattino del 27 aprile di settant´anni fa - del fondatore del partito comunista italiano siano state, per il regime, un caso delicato da gestire con la massima cura per evitare anche il più piccolo incidente.
È il 1937, gli echi del biennio rosso sono ormai lontani, di attentati alla vita del Duce non si parla più da almeno cinque anni, gli antifascisti sono quasi tutti al confino o esuli. Sono ancora considerati, però, nemici potenzialmente pericolosi: due di loro, i fratelli Carlo e Nello Rosselli, saranno uccisi un mese dopo in Francia. L´Opera di vigilanza e di repressione dell´antifascismo non si sentiva così al sicuro, a quei tempi. E quando muore Gramsci, impartisce precise disposizioni per evitare che i funerali e la cremazione del più importante oppositore al fascismo si trasformino in un evento destabilizzante.
Così, una "notizia fiduciaria" datata primo maggio 1937 informa che «l´Autorità di P.S. che fece piantonare le adiacenze della Clinica Quisisana in via Gian Giacomo Porro (...) sa bene che la salma fu portata al forno crematorio al Verano, da dove è stata tolta perché l´Autorità stessa ha voluto evitare l´eventuale cremazione nella giornata del I° maggio». Si accenna a un problema di autorizzazioni all´incinerazione da parte dei fratelli di Gramsci (tre di loro sono all´estero). Un´altra nota, però, mostra come il giorno prima, in realtà, la manomissione del forno sia già avvenuta: «Per notizia - scrive un agente alla Squadra politica della Questura di Roma - si comunica che questa mattina, alle ore 8,30, il Marsico, comandante la stazione agenti del Verano, d´accordo con la direzione, ha provveduto a far smontare l´apparecchio crematorio, rendendolo così provvisoriamente inservibile, in modo che la cremazione della salma dell´ex deputato comunista non abbia luogo domani, I° maggio, rimandandola ad altro giorno, sempre, però, previo relativo avviso a questa Regia Questura». Un inganno confezionato per il fratello di Antonio Gramsci, Carlo: «Informato che l´apparecchio crematorio era guasto e che per ripararlo occorre un congruo periodo di tempo, è partito in aereo vuoto in Sardegna». Per Giannuli non c´è altra spiegazione: «Il Regime voleva evitare la sovrapposizione con una ricorrenza ancora molto sentita dai lavoratori». La cremazione avverrà quattro giorni dopo, il 5 maggio. Solo allora la polizia fascista può tirare un sospiro di sollievo considerando scongiurato il rischio di una sia pur minima manifestazione di dissenso.
Già la malattia di Gramsci era stata una grana: mal volentieri, nel corso dei vari ricoveri, i medici si assumevano la responsabilità di ospitare un paziente così "scomodo". Il direttore sanitario del Policlinico di Roma fa sapere, il 13 dicembre del 1936, che «in via eccezionale acconsente a che sia ivi ricoverato, a pagamento, il noto Gramsci Antonio, purché vigilato con agenti in abito borghese». La retta richiesta è, per l´epoca, onerosa: milleottocento lire al mese, esclusa l´assistenza medica e i medicinali. La polizia teme l´evasione: «La camera, che è situata nel corridoio del II° piano - annota l´ufficio politico della questura - ha una sola porta di accesso, ed una finestra, grande, che dà su via Virgilio. Da questo lato la clinica è recintata da uno stretto cortile con cancellata. La vigilanza potrebbe eseguirsi a mezzo di due agenti posti nel corridoio da cui si accede alla camera e dove vi sono dei tavoli e delle poltrone in vimini, mentre un altro agente potrebbe trattenersi sulla via Virgilio per vigilare il lato dove dà la finestra».
Dalla corrispondenza tra polizia e sanitari si evince che la morte di Gramsci è avvenuta per cause naturali. «Appare infondato - commenta Giannuli, che presto dedicherà al caso un saggio sulla rivista "Libertaria" - l´ipotesi di un avvelenamento. Una tesi che invece Bettino Craxi era interessato a dimostrare». Nel 1989 l´ex Presidente del consiglio aveva chiesto di vedere il fascicolo «per motivi imprecisati», come scrive la direzione centrale della polizia di prevenzione. Secondo Giannuli, il leader del Psi era interessato ad accreditare la storia dell´assassinio di Gramsci da parte di emissari di Mosca che, se riscontrata, avrebbe trasferito il fondatore del Pci nel Pantheon socialista-riformista.
Ma indizi di spy story nelle carte non ce ne sono. La polizia fascista si limita a descrivere Gramsci come un "confidente dell´Ambasciata russa". Gli agenti ne sbagliano spesso il cognome - a volte lo chiamano "Gramisch" - oppure lo indicano come "anarchico". Ma, soprattutto, temono per i possibili echi della sua morte. In un libro pubblicato negli anni Settanta dagli Editori riuniti - Gramsci in carcere e il Partito - Paolo Spriano riporta i ricordi della cognata Tatiana sull´imponente presenza, in quei giorni, di funzionari del ministero dell´Interno e riferisce di un fonogramma del questore di Roma nel quale si richiamano misure per "evitare manifestazioni sovversive".
Le informative contenute nel fascicolo documentano un´attenzione maniacale: «Nella decorsa notte nella clinica Quisisana è deceduto il noto anarchico Gramsci. Ufficio P.S. Flaminio e Ufficio Politico intensificheranno vigilanza interno ed esterno clinica predetta e mi faranno conoscere in tempo debito giorno, ora e modalità funerali». I dettagli arriveranno il giorno dopo. «I dirigenti i commissariati di Flaminio e di San Lorenzo provvederanno nei limiti delle proprie giurisdizioni a riservatissimi servizi di vigilanza e d´ordine». Precise prescrizioni vanno seguite per evitare il "funerale politico": «Il carro dovrà procedere al trotto e non dovrà essere consentita alcuna manifestazione comunque contraria al sentimento della Nazione. Particolare attenzione dovrà essere portata sulle scritte e sui colori dei nastri delle corone e adottare tutte le misure necessarie per prevenire e impedire qualsiasi incidente». Bisognerà inoltre «prendere stretto conto delle persone che eventualmente si recassero alla clinica o dovessero partecipare ai funerali». E mantenere «conveniente vigilanza anche sul loculo». Una preoccupazione che sembra eccessiva, vista la solitudine in cui muore il padre degli intellettuali di sinistra italiani. «Il Cavaliere Amatucci ha telefonato alle ore 19 ed ha detto che: non sono state inviate partecipazioni; la notizia però è stata comunicata a dei parenti fuori Roma; non sa se vi parteciperanno altre persone». Al funerale partecipano il fratello Carlo e la cognata. A funerali svolti, però, un funzionario di polizia fa notare che è stato «notato un mazzo di garofani rossi». Unica concessione a una morte che nell´apice dell´era imperiale fascista poteva sembrare innocua nella sua mestizia. E che invece andava a tutti i costi censurata.

Repubblica 25.4.07
Intervista a Giuseppe Vacca, del quale è appena uscito un saggio sul fondatore del Pci
"I fascisti temevano manifestazioni pubbliche"

Gramsci tra Mussolini e Stalin s´intitola il libro che Giuseppe Vacca ha scritto in collaborazione con Angelo Rossi, e che è comparso in questi giorni, in concomitanza con il settantesimo anniversario della morte dello storico leader comunista (27 aprile 1937).
L´opera, pubblicata da Fazi editore (pagg. 250, euro 18), verte in gran parte sulla personale attenzione che il dittatore italiano prestava ad Antonio Gramsci, alle condizioni che presiedevano alla sua detenzione e alle ipotesi (mai divenute effettive) di una sua liberazione. A Vacca - che è presidente della Fondazione Gramsci - abbiamo rivolto alcune domande in relazione ai documenti inediti, di fonte Ovra, che pubblichiamo in questa pagina.
Quali preoccupazioni poteva nutrire il regime - e, per esso, l´Ovra - in occasione dei funerali di Antonio Gramsci?
«Si potevano temere manifestazioni pubbliche, organizzate sia da frammenti della rete clandestina del Partito comunista, eventualmente sfuggite al controllo repressivo del governo, sia da semplici antifascisti. Anche se non numericamente significativi, gesti di questo tipo avrebbero avuto l´effetto di acuire l´interesse internazionale già assai vivo intorno alla figura di Gramsci martire del fascismo».
Si trattava, evidentemente, di preoccupazioni eccessive.
«In effetti, alle esequie di Gramsci parteciparono due sole persone: il fratello Carlo - cui toccò di predisporre la cremazione del defunto - e la cognata Tatiana, che si era dedicata all´assistenza del recluso nei suoi ultimi anni di vita. E´ facile spiegare il perché d´un tale deserto politico-funerario: chiunque avesse seguito il feretro avrebbe attirato su di sé, a proprio danno, l´attenzione della polizia. D´altronde la notizia della morte di Gramsci venne diffusa a funerale compiuto, in poche righe, con stile burocratico e senza alcun risalto. Almeno sul momento. Più tardi, nel dicembre del ´37, Mussolini, commentando un articolo apparso su un foglio anarchico italo-americano, avrebbe deplorato in una sua nota sul Popolo d´Italia che i comunisti avevano tentato di fare di Gramsci "una specie di santo del comunismo" oltre che "una vittima del fascismo". In realtà, egli precisava, il capo comunista "ebbe la concessione di vivere in cliniche semiprivate o completamente private". Comunque, concludeva Mussolini, "egli è morto di malattia, non di piombo, come succede ai generali, ai diplomatici, ai gerarchi comunisti di Russia, quando dissentono - anche un poco - da Stalin e come sarebbe accaduto al Gramsci stesso se fosse andato a Mosca"».
Anche nel libro da lei scritto insieme ad Angelo Rossi risulta attenuata la tesi d´un Gramsci vittima sacrificale del governo fascista.
«L´obiettivo di Mussolini non era di farlo morire di morte lenta in carcere. Di obiettivi egli se ne poneva altri due, ben diversi: ottenere da Gramsci un´abiura, con relativa domanda di grazia da lui firmata, il che avrebbe assestato un forte colpo sia alla propria immagine di recluso che al suo stesso partito; oppure usare il prigioniero come merce di scambio nei riguardi del potere sovietico. In realtà, Antonio Gramsci morì di estenuazione, non in seguito a un deliberato proposito del regime fascista, ma in conseguenza d´un trattamento carcerario che le sue condizioni non gli consentivano di sostenere».
Gramsci, dunque, moneta di scambio. E´ un pensiero che si collegava a manovre diplomatiche che, se pur tentate, non ebbero alcun risultato.
«L´unico tentativo vero di liberare Gramsci risale al 1933: quando sembrò che la liberazione dell´ex capo comunista fosse a portata di mano inserendosi in un´iniziativa bilaterale Roma-Mosca. In questo caso la liberazione stessa avrebbe assunto la veste d´un gesto "grazioso" compiuto dal duce nei riguardi di Gramsci e del governo sovietico, senza che il Partito comunista in esilio potesse vantare alcun ruolo nell´operazione. Ma la disponibilità dell´Urss staliniana nel rendere possibile una simile soluzione si rivelò inesistente»

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Dossier Gramsci, Per una dialettica gramsciana del subalterno, Mordenti

(Articolo non pubblicato nel dossier di Liberazione su Gramsci del 29 aprile, per il rifiuto dell’autore di espungere la frase di critica a Bertinotti che riportiamo in corsivo nel testo)

1. La domanda se il subalterno possa parlare costituisce (a rigori) una tautologia, che nasconde però un problema (e forse il problema). Il subalterno, finché rimane subalterno e in quanto subalterno, non può evidentemente parlare, perché l’essere subalterno si definisce appunto come una radicale mancanza di autonomia, che significa mancanza di un proprio punto di vista, mancanza di un discorso auto-centrato e posizionato a partire da sé, dunque mancanza anzitutto di parola. Dove "parola" significa evidentemente sia lessico che linguaggio i quali (il pensiero femminista ce l’ha insegnato) sono intrisi di dominio: usare la parola di chi ci usa non è parlare.