In venti anni di pratica filosofia, questo testo che pubblico su millepiani è uno dei testi più intensi e gravidi di conseguenze filosofiche che abbia mai letto. Gianfranco, finalmente, è tra noi.
11 dicembre 2006
a Salvador Allende
[silentium]
Presidente,
in quei difficili o impossibili luoghi in cui lei ha vissuto e vive da quel "momento duro y difícil", come Lei ha detto, certamente non può sapere, non può condividere la gioia, l'allegria che oggi prende il nostro Paese, da cui siamo anzi letteramente travolti dopo anni e anni di silenzio carico di paura o di odio. Oggi, Presidente, i muri delle nostre case sembrano nuovamente caduti, rotti i tamponi delle nostre orecchie, cadute le pezze dalle nostre bocche, in forze, di nuovo in forze le nostre mani.
Non abbiamo esitato un solo momento, Presidente, una volta liberi. La nostra libertà ha un nome, il nome di chi l'ha difesa sino all'ultimo, col proprio corpo solo. Solo nel Palazzo bombardato della democrazia. Scriviamo a lei, Presidente Allende, e con la più grande gioia.
Il Cile, Presidente, è libero. Noi con lui e Lei con noi, Presidente Allende.
Le diamo, in quel luogo sconosciuto e oscuro dei destini umani dove Lei si trova, Presidente, una notizia che, se gradita a Lei, più gradita è certamente a tutte e tutti quanti hanno in questi anni, non importa dove e non importa in che modo, difeso con tutta la loro forza la forza stessa della democrazia. Il suo nemico, signor Presidente, il generale Augusto Pinochet Udarte è morto. Abbiamo visto il suo corpo. E' morto, signor Presidente, morto per sempre.
Questo ci basta.
Non poteva finire altrimenti, ci verrebbe da aggiungere. Ci lasci dire una cosa. Abbiamo ripensato spesso a quella foto, quella mattina, Lei con quegli occhialoni quadrati e quel mitra in mano, in maniche di camicia, quel mitra quasi imbarazzante, Signor Presidente. Per lei e per noi. Noi che esiteremmo a sparare su un volto umano, quella mattina lo avremmo fatto senza esitazione, signor Presidente, senza esitazione alcuna. Sul generale Augusto Pinochet e tutti i suoi nemici, i nostri traditori, i nostri assassini. Uno ad uno.
***
Tutto, compañero Presidente, è in quelle parole, quella mattina stessa:
«La situación es crítica, - diceva alla radio Magallanas - hacemos frente a un golpe de Estado en que participan la mayoría de las Fuerzas Armadas». Lo avevamo capito con Lei, presidente, non si trattava di un'insurrezione della Marina, né solo del blocco di Valparaíso, per quanto lo avessimo temuto, e sperato, insieme e improvvisamente. Tutto accade 'insieme e improvvisamente'. Tutto. Sempre. Ma in democrazia occorre mantenersi lucidi, calmi, tranquilli. La democrazia non può che leggere i Discorsi di Machiavelli, non può che essere serena e continuare a pensare, a parlare, anche quando combatte la sua ultima ora, a discutere nelle assemblee. A 'prendere parola', dinanzi alla morte - che però non c'è ancora - davanti al popolo. Finchè 'la morte non c'è ancora', presidente, occorre prendere parola: occorre che sia la morte a togliercela di bocca. Eppure, anche allora, noi parleremo, come potremo. Come quello che 'resta' potrà, il nostro corpo innanzitutto. «En esta hora aciaga quiero recordarles algunas de mis palabras dichas el año 1971, se las digo con calma, con absoluta tranquilidad». La democrazia non ha bisogno di uomini che abbiano la pasta «de apóstol ni de mesías». Ma la cosa ancora 'decisiva', quella che distingue la 'democrazia' dalla 'tirannide' - fosse anche tirannide, o dittatura, del 'popolo' - è la sua sovranità assoluta, il suo riso più perfetto nei confronti dei 'martiri'. La democrazia deve essere capace di ridere davanti alle statuette rotte delle sue città, così anche davanti ai corpi esposti come martiri - occorre pensare il corpo pubblico, il corpo caduto in difesa della 'democrazia' nella sua essenziale somiglianza - persino nella sua somiglianza sacrale, se così ci sta bene - ma nella sua prossimità alla finitezza di ogni altro corpo cittadino. La morte non distrugge la contiguità. In 'democrazia' ogni corpo può cadere - deve cadere quando la democrazia è in pericolo. Inevitabilmente, diremmo, 'cade'. «No tengo condiciones de mártir, soy un luchador social que cumple una tarea que el pueblo me ha dado». Che lo sappiano, i traditori, i fascisti di qualunque tempo, i vigliacchi che ci spezzeranno le mani («Pero que lo entiendan aquellos que quieren retrotraer la historia y desconocer la voluntad mayoritaria de Chile»), quelli che vogliono portare indietro l'orologio della storia: che lo sappiano, a uno a uno tutti gli orologi saranno rotti, dappertutto, piuttosto che essere abbandonati a loro... Nessun passo indietro ci si attenda da noi, noi siamo la 'volontà' e questa è la nostra decisione: 'a maggioranza' abbiamo deciso. Che il presidente rimanga lì, che rimanga lì il Parlamento, la Costituente. 'Noi' lo vogliamo. Solo se noi ci riuniamo un'altra alternativa è possibile. Nessun'altra fino a nuova decisione del sovrano, che lo si sappia, lo si intenda 'profondamente'. «Sin tener carne de mártir, no daré un paso atrás. Que lo sepan, que lo oigan, que se lo graben profundamente: dejaré La Moneda cuando cumpla el mandato que el pueblo me diera, defenderé esta revolución chilena y defenderé el Gobierno porque es el mandato que el pueblo me ha entregado. No tengo otra alternativa. Sólo acribillándome a balazos podrán impedir la voluntad que es hacer cumplir el programa del pueblo. Si me asesinan, el pueblo seguirá su ruta, seguirá el camino con la diferencia quizás que las cosas serán mucho más duras, mucho más violentas, porque será una lección objetiva muy clara para las masas de que esta gente no se detiene ante nada».
No, non eravamo certi di nulla signor Presidente quella mattina.
Di cosa si può essere certi quando i parlamenti bruciano...
O quando si svuotano, si svuotano, presidente, pur riempendosi ogni mattina... anche se i campanelli suonano, ogni mattina... Di cosa? Per cosa?
Dove prendere informazioni, dove sapere cosa accade, cosa sta succedendo mentre noi portiamo avanti, una a una, le nostre vite, nelle piazze di Santiago o 'lungo le strade del Pireo'? Lei lo sa, Allende, che cos'è in realtà la dittatura: è innanzitutto 'togliere le armi al popolo'. Far sì che tutti noi, noi riuniti per sapere, ascoltare e decidere, ci dirigiamo, presi dalla paura o chiamati, improvvisamente, da 'qualcosa', da qualche parte, da una parte della piazza, mentre dall'altra ci chiudono il passo, presidente, ci chiudono il passo, e siamo circondati, presidente, come quella volta, allo... stadio, Presidente, ad Atene - e ci attaccavano 'tutti insieme e ad uno ad uno' e rimanevamo, ci creda, disarmati, spauriti, senza neanche più l'arma della paura... Questa è la dittatura, il golpe, presidente Allende. La paura, i cittadini disarmati uno ad uno. I cittadini che nulla più sanno, a cui più nulla può giungere chiusi come sono nelle loro case, tranquilli, al caldo, Presidente, senza più nulla chiedersi, senza mai nulla domandarsi, senza più alzarsi, presidente, come invece ancora noi dovevamo fare, riuniti ma senza più 'assemblee', attenti a ogni minimo sospiro, ad ogni nuovo ordine, senza più riposo - sotto un cielo duro come mai lo è stato- così è il cielo delle tirannidi, ovunque, sempre limitato, chiuso in cerchio, a buffoneggiare chi gli sta sotto, a prendere in giro le forme del nostro 'guardarci in cerchio', delle nostre feste (sapevamo, lei 'ricordava' in quei momenti, le nostre feste, le nostre donne, nelle campagne)...
Presidente...
Ma lei li conosceva, presidente, lei 'lo' conosceva... ho riguardato ancora una volta quella foto. Lei, lei lo ha scambiato per un suo 'concittadino'... Ma ERA un suo concittadino, lo so, lo era, lo so. La guerra è civile perché la combattono concittadini...
Ma non vi è alcuna 'guerra civile', non vi è mai stata 'guerra civile' quando una 'parte' difende, ha difeso la democrazia e la sovranità 'generale'. E' una contraddizione, un ossimoro. Anche la democrazia è un battagliare continuo, sotterraneo e nascosto. Un sibilare angoscioso, un uccidere di parole - sappiamo cosa sono le nostre assemblee. Ma quando un solo fucile si alza, contro questa, anche fragile, 'possibilità', presidente, questo nudo parlarci addosso, se in qualche modo questa cosa viene impedita, presidente, lì l'assemblea si riconosce, si ricompone nella sua 'resistenza', nella sua fondamentale 'resistenza'.
Quando l'assemblea viene impedita, messa a tacere, mandata a casa, tutta l'assemblea si ricompone, a distanza, sulle montagne, si ricostituisce a partire dalla sua resistenza.
La resistenza è la fondamentale certezza, compagno Presidente, che un'assemblea, un'assemblea democratica ha già luogo nel momento in cui si riprende a parlare, anche nelle cantine, nei sotterranei, nelle fogne... «Pero el mañana será del pueblo...», è questa fondamentale certezza. Non è un sole rosso, tantomeno un al di là. Ogni resistenza democratica ha 'davanti' a sé ('davanti' solo perché bisogna pur chiamare in qualche modo la 'possibilità che resta', se non a 'noi', al 'mondo') questa immagine, l'immagine dell'assemblea. Si riconosce a partire dalla certezza comune che un intero 'mondo' possa essere prodotto, costituito, come atto comune di libertà. Questa immagine non è identica a se stessa, non voglio dire questo, né identica a se stessa è, è stata, la 'democrazia', ma è comune il riconoscimento di quel costituirsi di potenza comune, la coscienza della forza che sorge dall'intravedere una 'identità di carne' - una identità di 'lavoro', una identità di 'corpi' signor presidente... "Dans une cité bien conduite chacun vole aux assemblées.....».
La politica assembleare della democrazia, della democrazia che elegge, decide e ogni giorno riconosce l'atto della propria decisione, questa è la politica che lei difende alla Moneda. Questa politica non è 'Lei', presidente Allende, ma il suo 'nome'. In ogni bocca, in questi trent'anni, la sua 'vittoria', la sua 'vita' nonostante tutto, il prolungamento del suo grido: 'Qué viva....'. Non è la politica, per intenderci, delle 'adunate oceaniche'. L'assemblea non è mai 'una', mai. Non si rivolge mai ad 'uno', se non per ascoltarlo, come farebbe con chiunque altro 'abbia qualcosa da dire'. In assemblea il silenzio è carico di attesa: di applausi, a volte, ma soprattutto di 'parole'. Un'assemblea democratica sa fare a meno di applausi, se 'ancora in molti' devono parlare. L'assemblea è molteplice.
Quello che ci attendeva, le adunate sotto il balcone della Moneda (bisognerebbe scriverci un libro, un'intera storia dell'architettura politica o del suo 'spettacolo', sui 'balconi delle tirannidi') erano caricature delle nostre assemblee. Caricature che continuamente chiedevano la conferma, con i nostri sguardi 'rivolti', con i nostri 'applausi', con i nostri 'silenzi', con tutto quel tempo accumulato 'una volta per tutte' nei nostri corpi presenti, signor presidente, e offerti, costituenti il 'sovrano', riconoscenti, pronti ad accettare l'impossibilità di un altro 'noi' che non fosse anche innanzitutto 'lui', lassù, in attesa, il demagogo, il tiranno, quel 'militare tutto d'un pezzo' che lei aveva visto e che si era trasformato, gonfiato..... (Noi non siamo come 'loro', non abbiamo, presidente, alcuna voglia di sputare sul suo corpo, o di schernirlo più di quanto esso 'da solo' non faccia, nella sua terribile ridicolaggine. In quel suo corpo gonfio e tremendamente vecchio ci verrebbe quasi da dire, ci perdoni questa ironia, che si è ammazzato da solo).
Noi, lì sotto, fermi, immobili, ce ne stavamo zitti. Ogni parola, ogni urlo, ogni battito di mani doveva essere suo... tutte le nostre armi, presidente, sue. Senza nulla sapere, senza nulla dire.
«Compañeros, permanezcan atentos a las informaciones en sus sitios de trabajo, que el compañero Presidente no abandonará su a su pueblo ni su sitio de trabajo».
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«Superarán otros hombres este momento gris y amargo en el que la traición pretende imponerse». Altri uomini, altre 'voci'.
Nel varco. Nei varchi di ogni storia. Passare sempre, far passare 'qualcosa': l'ultima cosa sia il nostro 'nome'. O, nei nostri 'nomi', qualcosa almeno.... che si sappia, ovunque e sempre, continuamente, cos'è 'accaduto'. Cosa può 'ancora' accadere.
«Colocado en un tránsito histórico, pagaré con mi vida la lealtad al pueblo. Y les digo que tengo la certeza de que la semilla que hemos entregado a la conciencia digna de miles y miles de chilenos, no podrá ser segada definitivamente. Tienen la fuerza, podrán avasallarnos, pero no se detienen los procesos sociales ni con el crimen ni con la fuerza. La historia es nuestra y la hacen los pueblos».
Nè con il crimine né con la forza.
La storia non può essere d'altri che nostra (anche se, presidente, quanto terribile, e orrenda, su questa crosta sottile lasciata libera...).
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Ogni volta, provavamo a sintonizzarci, ma niente. Solo fruscii, dalla radio. Ricordo che la prima diffusione delle radio fu seguita dalla leggenda per la quale, talvolta, su frequenze libere, in mezzo ai fruscii era possibile ascoltare la voce dei morti, dei nostri morti. Come un canale, un varco tra la massa dei vivi e quella della loro memoria spezzata. Un desiderio spropositato e fortissimo.
Quante volte ho atteso, presidente, quel metallo liquido che ben conoscevamo, quel certo tono...
«Seguramente Radio Magallanes será acallada y el metal tranquilo de mi voz ya no llegará a ustedes. No importa. La seguirán oyendo. Siempre estaré junto a ustedes. Por lo menos mi recuerdo será el de un hombre digno que fue leal con la Patria».
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Noi la conoscevamo, presidente. Guardando lei, guardavamo - riuscivamo per una strana magia a guardare noi... Ed eravamo 'veramente' noi: comprende Allende?
Presidente, ci siamo chiesti per molti anni quando lei abbia capito che 'tutto' era perduto, quella mattina. Quando ha intuito che nulla più rimaneva alla democrazia tranne che il 'corpo rappresentativo' del suo presidente imprigionato. Ritto, sotto i bombardamenti. Certo, ancora non prima dell'inizio del suo ultimo discorso, alle 9,05 dell'undici settembre 1973. Gli aerei sorvolano la Moneda. Forse, probabilmente bombarderanno, distruggendo i ripetitori della radio. Che ancora però funzionano. C'è tempo, e c'è voce. Ma i minuti passano: le antenne sono bombardate, bisogna fare presto. E' qui, durante l'ultimo discorso che lei avverte quello che accadrà al Cile e al suo corpo. «El pueblo debe defenderse, pero no sacrificarse. El pueblo no debe dejarse arrasar ni acribillar, pero tampoco puede humillarse». Ecco, appunto, mai 'umiliarsi' - di fronte a quale 'corpo' poi? Quale 'tempio'? quale 'evento' che sia 'più grande' del popolo stesso? Il 'presidente' lo 'rappresenta' questo popolo. Parla a nome di questo popolo, che non può umiliarsi. Tutto il 'popolo', tutta la sua 'volontà' è lì, in quel corpo, signor Presidente. Il suo assassinio coincide con l'annichilimento della democrazia: è questo che resiste ancora, questo impossibile della rappresentanza democratica, davanti alle parole di Rousseau. Le ricorderà, Presidente Allende:
"La Sovranità non può essere rappresentata, per la stessa ragione per cui non può essere alienata; essa consiste essenzialmente nella volontà generale, e la volonté ne se réprésente point: o è la stessa o è un'altra; mediazioni non ce ne sono. I deputati del popolo non sono dunque né possono essere suoi rappresentanti, sono i suoi commissari; non possono concludere niente in modo definitivo. Toute loi que le Peuple en personne n'a pas ratifiée est nulle...".
Questo lei sapeva quella mattina, si considerava commissario del popolo, eppure - in quell'accanimento di cannoni e di aerei contro il suo palazzo c'è dell'altro. C'è l'accanimento contro il suo corpo ritto, contro la sua parola. Per la sua fine. A nient'altro pensavano ai suoi oppositori che alla sua fine. Di più: la democrazia in Cile non era finita, non era possibile un mutamento di regime, non era possibile tagliare le ali della sovranità democratica senza distruggere il suo corpo, presidente Allende. Dunque il suo corpo rappresentava tutta quella sovranità? Era quella sovranità? Agli occhi dei suoi nemici, agli occhi di Augusto Pinochet, sì. La Moneda è in quell'ora e mezza, per i suoi nemici, il 'corpo' stesso del re, per intenderci. Nulla è possibile, senza abbatterla. Anche lei sa, che, finché è in vita, il Cile è salvo, ma per ragioni opposte. Il punto cruciale è qui: in democrazia, il corpo del cittadino, del membro dell'assemblea, può avere su di sé tutti gli sguardi dell'assemblea, può essere la voce di tutta l'assemblea. Quando un cittadino resiste alla distruzione dell'assemblea, il suo corpo resiste per tutta l'assemblea. Finché un suo membro può ancora 'parlare' l'assemblea vive. 'Qué viva....'. Lei lo sa, e sa anche per questo, anche alla fine, lei sa che un'assemblea, una democrazia è ancora, è sempre possibile, che la sovranità è sempre, comunque, altrove. Combattuta in un palazzo, contrattata in un ufficio, messa in gioco in una banca, in un tribunale, davanti a un plotone, essa si sposta, ma rimane altrove. E chiama in causa, sempre e comunque, una 'costituente democratica'. «Trabajadores de mi Patria, tengo fe en Chile y su destino. (...) Sigan ustedes sabiendo que, mucho más temprano que tarde, de nuevo se abrirán las grandes alamedas por donde pase el hombre libre, para construir una sociedad mejor». E, al tempo stesso: 'rappresentante' o no, 'commissario' o no, se il corpo di un cittadino democratico è assalito, tutta l'assemblea ne è ferita, risulta comunque diversa, monca, alla prossima seduta, al successivo "Plenum". La sua esistenza, il suo statuto sono posti in questione nel massacro di ogni suo membro, e ciò proprio per l'essenziale uguaglianza di ogni cittadino. Non è ferito solo il corpo dell'altro, e il corpo parla pur sempre, ma quel fondamento sovrano che si ha nella parola libera: dove questa parola è interrotta con la morte, la distruzione e la messa in scena del corpo ucciso, la democrazia ha un infarto.
«Vorrei ora fermarmi un momento sulla comparazione dei beni di cui si tratta: uno recuperabile, sia pure a caro prezzo, la libertà; l'altro, in nessun modo recuperabile, la vita. Con quale legge di giustizia, con quale pauroso arretramento sulla stessa legge del taglione, lo Stato con la sua inerzia, con il suo cinismo, con la sua mancanza di senso storico consente che per una libertà che s'intenda negare si accetti e si dia come scontata la più grave ed irreparabile pena di morte? (...) In questo modo si reintroduce la pena di morte che un Paese civile come il nostro ha escluso sin dal Beccaria ed espunto nel dopoguerra dal codice come primo segno di autentica democratizzazione. Con la sua inerzia, con il suo tener dietro, in nome della ragion di Stato, l'organizzazione statale condanna a morte e senza troppo pensarci su, perché c'è uno stato di detenzione preminente da difendere. E' una cosa enorme».
Non ci interessa, qui, sapere per quali ragioni personali Aldo Moro chiede nelle sue lettere di essere liberato. Due cose qui, ci preme sottolineare, Presidente: la prima è che Aldo Moro considera come momento fondativo e indiscutibile della rifondazione democratica del suo Paese l'abolizione della pena di morte, l'intoccabilità cioè del corpo, irrecuperabile, di un membro dell'assemblea politica, e sovrana. La seconda è la sicurezza con cui definisce 'recuperabile, sia pure a caro prezzo' la libertà, cioè la sovranità democratica. Moro ha dietro di sé molte cose e molti silenzi. Ma ha soprattutto, dietro di sé, la 'resistenza'. La resistenza è, per tutta la sua generazione, la dimostrazione inoppugnabile della 'recuperabilità' della libertà, e cioè della 'forza sovrana' del popolo. Inoppugnabile, per l'intelligenza di Aldo Moro, proprio perché e nonostante il fatto egli sia il presidente di quel partito che, nato a partire da quell'evento, si è dato come compito, col tempo, di allentarne il 'peso specifico'. Inoppugnabile ripresentarsi nella storia della necessità popolare di libertà. Anche Moro avrebbe detto, nella sua prigione, «La historia es nuestra y la hacen los pueblos». Moro si trova in una situazione diversa dalla sua. Se così possiamo dire, la 'concentrazione di sovranità' che si ha nel corpo di Moro, ciò che il corpo di Moro mette in questione della democrazia italiana ha più a che fare con la 'parola' che con il funzionamento istituzionale. La morte di Moro non mette in questione l'apparato democratico-statale del Paese. Ma il suo stesso 'statuto' democratico. E' questo che Moro a un certo punto comprende, o almeno quello che le sue parole dicono, e continuano a dire. Di che democrazia si parla, quando essa cede parte della propria assemblea, scambiandola con la propria 'intoccabilità'? La 'ragion di Stato' che i suoi ex amici di partito agitano di fronte alla sua vita è la prova decisiva a favore della loro profonda sfiducia nella forza della democrazia che essi 'rappresentano'. Cosa poteva fare un manipolo di 'terroristi' liberi di fronte alla potenza democratica dell'assemblea, di fronte alle sue 'voci presenti'? Sono due 'statuti' della democrazia che in quei giorni si fronteggiano, in Italia. A Roma la vita di Moro, il suo 'scambio', non metterebbero in discussione la democrazia italiana nata dalla 'resistenza', la sua morte sì. Per la 'ragion di Stato', di uno Stato moderno forse, ma per la democrazia la morte di Moro non ha alcun senso.
In Italia, come in Cile, Presidente, il dramma 'personale' e 'politico' che si consuma, ha a che vedere con lo scarto tra la modernità politica postbellica e lo statuto 'profondo', intestinale della sovranità democratica.
Anche a Santiago la vita di Allende, la sua vita, Presidente, coincide con la possibilità stessa della democrazia. Ma a Santiago, quella mattina, non vi è alcuno scambio possibile. Lei è anche il Presidente, cittadino Allende. Dai suoi nemici, e dalla modernità, da quella stessa modernità degli anni '70 che ha inghiottito ogni possibile governo socialista in Italia, e poi Aldo Moro, tutto quella mattina continua a indicarla, Presidente, come corpo sovrano. Come se la modernità non riuscisse, fino in fondo a 'fare i conti' con la democrazia, non solo a parlare il suo linguaggio, ma a comprendere la sua 'dinamica', la sua 'forza'. Lei muore da democratico, Allende, ma pretendono di ucciderla da 'sovrano'. Come unico 'sovrano'. Lei è certamente in quei momenti come una 'concentrazione di sovranità'. Ma la forza del corpo democratico, a cui lei appartiene e di cui è 'luogo incandescente' è scambiata, ancora una volta, per la forza della 'sovranità borbonica'. Le due, per quanto poco anche i 'repubblicani' dell'89 lo supponessero, vivono su due piani radicalmente distinti. Si uccidono 'sovrani', si continuano a uccidere 'sovrani'. Come tale anche Lei deve essere ucciso. La cosa, lo spettacolo del sacrificio unico continua a 'funzionare', fino a un certo punto, nello Stato Moderno. Democratico, ma moderno (a cui preme quindi, sempre, 'vedersi con' una testa, anche solo 'rappresentativa', anche solo 'istituzionale'). La sua testa è additata al sacrificio. Capovolgimento dello spettacolo della ghigliottina: lì il popolo ha bisogno di vedere che la vecchia sovranità, nel corpo del cittadino Luigi, è morta. Che la si è riconquistata (anche se era solo un 'cittadino', ormai, Luigi...). Qui, bisogna far vedere al popolo che la sua sovranità è caduta, e proprio nel 'luogo' di maggior intensità, nel suo corpo, Allende (che i golpisti guardano, nell'azione, come 'vero' corpo sovrano). E' con la 'testa del re' che si compie, senza per questo concludersi, la danza di sangue della ghigliottina. Senza la sua testa il bagno di sangue allo stadio non sarebbe possibile. La macabra festa della tirannide, festa moderna, ora, può avere inizio solo con la sua caduta. L'assemblea non ha più riparo, quella mattina, dalle mute che la assaltano.
***
Ora il suo nemico è morto, e vinto, anche. Ha visto la sua fine, nella lunga vecchiaia. E la forza di ciò che ha provato a spegnerle in gola, Presidente.
«¡Viva Chile! ¡Viva el pueblo! ¡Vivan los trabajadores!
Estas son mis últimas palabras y tengo la certeza de que mi sacrificio no será en vano, tengo la certeza de que, por lo menos, será una lección moral que castigará la felonía, la cobardía y la traición». «Superarán otros hombres este momento gris y amargo en el que la traición pretende imponerse...».
Presidente, la saluta oggi, come può, nell'incredibile distanza che ci separa, e insieme ci unisce, la "mano dominante del popolo", come allora, in quelle mattine di sole fuori dalla Moneda.
Qué viva 'Chile', compañero Presidente, qué viva el 'pueblo'.
'Démou kratoûsa cheír...'
Gianfranco Ferraro
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