Luglio 2006 Archives

A Silja, che sogna e parla di ’Paolo’, e attende questo testo;
a mia madre, che mi ha insegnato a ’credere’ proprio dove vige l’impossibile.

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[molte parole non saranno messe fra apici, anche se per me sarebbe necessario. Per una volta, mi si scuserà del contrario di ciò che faccio di solito]
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Jakob Taubes ha dedicato la sua ’ultima’ parola a Paolo. La malattia che abitava il corpo di Taubes, malattia riconosciuta, accolta e dichiarata, è il segno fondamentale del tono con cui Paolo deve essere attraversato. Paolo impone un ascolto ’traverso’, ’storto’, altro, estemo. Taubes lo definisce ’ebreo’: ’ascoltarlo da ebreo’. È, certo, il suo ascolto, rabbino, figlio di rabbino....Teniamo presente questa questione però: ascolto ’storto’, ’traverso’.
Raramente si scrive di Paolo avendo letto le Scritture, tenendole in mano. Tenere in mano le Scritture significa: capire il luogo della rivoluzione paolina all’interno del cristianesimo. Significa tenere ’insieme’ Cristo e Paolo, ascoltandoli come ’ebrei’ e come ’gentili’, insieme, nello stesso tempo. Dunque: quattro volte altrove.

Il cuore vivo di Paolo è la Lettera ai Romani.
Poichè, insieme, Paolo è uno dei più grandi teologi e uno dei più grandi politici che hanno attraversato l’occidente cristiano - e cercherò di mostrarlo -, e poichè io studio filosofia ormai sistematicamente da 15 anni con le Scritture accanto - credo sia meglio dichiarare da subito come leggerò la Lettera ai Romani.

Cercherò di radicalizzare la lettura di Taubes, torcendo la separazione tra Grazia e Legge alla luce di una ’Legge della Comunità’ che Paolo nomina. In questo senso, l’obiettivo primario è l’indicazione di una ’pratica comunitaria’ presente in Paolo che ribalta l’idea di teologia politica schmittiana (ecco tutto l’interesse di Taubes per Paolo e la necessità di una lettura ’storta’).
In secondo luogo: cercherò di rilanciare l’incrocio tra teologia e politica proprio dove Agamben l’ha ’fermato’, ’arrestato’: all’interno, nel cuore del concetto del ’come se’ (cfr. Il tempo che resta).
In ultimo: cercherò di ’mostrare’ come, esattamente oggi, il concetto di ’teologia-politica’, che emerge da queste analisi, è uno dei pochissimi concetti che fanno giustizia e spiegano eventi geo-politici altrimenti inspiegabili o incompensibili (a saperlo ben guardare).

Per chi avrà voglia di leggermi, mi dò 50 giorni. È solo perchè è anni che lavoro a questo testo, e, per anni, non ho voluto affrontarlo o scriverlo, che mi dò 50 giorni. Ad inizio settembre mi piacerebbe avere un testo pubblico discutibile.
Decido di fare questo lavoro ’in pubblico’, senza cadenza precisa, dicendolo anche a chi ormai non sa nulla di ciò che faccio, dei miei luoghi, proprio perchè è un ’lavoro’ che mi accompagna da tempo lungo, e che non è ’solo’ mio. Che avrei voluto condividere altrimenti. Lo faccio, ma con un termine indicato, preciso.
Non so, allo stato attuale, perchè. Ma mi sembra necessario. Certo perchè io continuo a praticare la ’filosofia’, e non dimentico quelli e quelle con cui le interrogazioni, quelle che rimangono, sono state condivise.

François Zourabichvili, un filosofo del divenire

il 07.07.06 00:00

di Roberto Nigro - dal Manifesto del 29 Giugno 2006


François Zourabichvili è scomparso nello scorso mese a Parigi a 41 anni. Ha scelto di terminare la sua vita nello stesso modo atroce in cui un altro filosofo, Gilles Deleuze, scelse di chiudere la propria esattamente dieci anni fa. Tra Zourabichvili e Deleuze non c’è tuttavia solo la comunanza della morte, ma anche un percorso comune. A Deleuze Zourabichvili ha dedicato con ogni probabilità gli studi più acuti della nostra generazione: Deleuze. Una filosofia dell’evento è stato tradotto in Italia da Ombre Corte nel 1998 e Le vocabulaire de Deleuze (Ellipses).
Di origini armene, questo giovane filosofo francese, docente all’Università «Paul Valéry» di Montpellier, ha voluto dirci, in alcune opere essenziali e folgoranti, per intensità concettuale, cosa vuole dire oggi essere filosofi spinozisti e deleuziani. Già molto tempo prima di addottorarsi sotto la guida di Etienne Balibar con una tesi su Spinoza (1999), pubblicata in due volumi - Spinoza. Une physique de la pensée (PUF, collana Philosophie d’aujourd’hui) e Le conservatisme paradoxal de Spinoza. Enfance et royauté (Puf, collana Pratiques théoriques) - aveva colto il problema fondamentale di Deleuze. Il problema principale della filosofia, oggi, è quello dell’immanenza: credere a questo mondo, cioè a un mondo che assume su di sé la divergenza, l’eterogeneità, l’«incompossibilità».