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"La Repubblica smarrita senza forma": un'intervista a Jean-Luc Nancy »

22.12.05

Lezioni d'anarchia: utopia, etica e ontologia

Ad una mia richiesta di una serie di interventi sull'anarchia, Marco mi ha spedito questo dialogo serrato svoltosi tra lui e Massimo che, oltre alla sua densità, ci offre una prima porta per entrare in una nuova 'pratica di pensiero an-archico' che più di quanto possiamo immaginare serve a noi, alla filosofia e alla politica tutta.
Credo che dobbiamo tutti ringraziare Marco per questo primo intervento, oltre che il suo interlocutore, sperando in un allargamento a più voci di questo dialogo.

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Massimo A. -Oggi, decurtato per ragioni di spazio di circa 2000 caratteri, esce sul 'Riformista' il pezzo su Negri. Alderano, al riguardo, mi avevo scritto in un commento quanto segue:
"Quando ho letto Impero ne sono rimasto deluso. Trovo che sia viziato da un teleologismo di fondo - un teleologismo senza dialettica; e che la nozione di moltitudine sia vaga, confusa. Che, ancora, lo sforzo di individuare il mutamento di paradigma sopravvenuto in una moteplicità di forme rischiasse spesso di essere una mera giustapposizione, a volte forzata. Però la tua descrizione dell'Impero negriano è violentemente caricaturale. Perchè il passaggio dalla società disciplinare allo società del controllo non lo puoi liquidare così, come farebbe un Ferrara... (so che non ti offenderai, visto che leggi spesso il Foglio). Perchè, giusto per fare un esempio, che il terrorismo sia assolutamente consustanziale all'Impero è una cosa che dice con tutta tranquillità anche Agamben - e non vedo come si potrebbe dire altrimenti... E perchè mi pare che ci sia un r'umore di fondo, nelle tue parole, che tende a svalutare ogni carica (ogni potenziale, nel doppio senso ontologico e dinamitardo) utopica. D'accordo, senza bombe e dinamite, ma sei sicuro che un Fassino sia ciò che ti/ci meritiamo?"
Rispondo.

Caro Marco,
- sul vizio di teleologismo. Mi pare che in Impero Negri rivendichi quello che tu chiami vizio. Parla infatti di una teleologia materiale.
- sulla moltitudine. Temo che la definizione debba essere un pochino confusa per definizione, o meglio per la necessaria assenza di definizione! (Definizione = Essenza, e addio Potenza)
Qui hai ragione. Sono stato abbastanza liquidatorio (e ancor più lo sono sul 'Riformista). Ma lo spazio a disposizione non è ampio e la faccenda del surf era troppo gustosa (non la conoscevo peraltro: lho pescata in rete). Tuttavia posso aggiungere: io non nego che noi viviamo sotto controllo. E non nego che ad esempio sia differente dire al proprio figlio: puoi andare solo in questi luoghi (società disciplinare), e dire: puoi andare dove vuoi però col cellulare e per giunta la telecamera incorporata, così ti vedo (società di controllo). Ma forse una società senza un certo tasso di controllo non è alle viste. Se invece lo è, forse bisogna scegliere: se è alle viste, il controllo non è totale; e se è totale, non è alle viste. Io credo che Negri non la metta in questi termini. Dice che è totale, e che però cresce la moltitudine. Bah.
- sul terrorismo. Voglio convenire che tu dica che sia consustanziale, anche se io non direi così. Lo accetto in questo senso: posso condividere una logica sistemica, che mi dica (rozzamente) che se ci sono coltelli ci sono ferite da taglio. Se è in questomodo che lImpero arma il terrorismo, ok. Ma se invece consustanziale significa che lImpero causa il terrorismo, allora non sono più daccordo. Dentro la logica di cui sopra, ci stanno anche la benda o il cerotto e non mi va che mi si dica: si vendono bende e sparatrap dopo che si arma la gente di coltelli, e per continuare a venderli: questa è solo una parte della verità (ed è per giunta una parte pericolosamente viziata di teleologismo, ed è la parte del ragionamento che Negri dedica alle ONG e a qualunque aspetto dell'attuale società possa essere giudicato in termini positivi). Con lo stesso grado di plausibilità, uno potrebbe tuttavia dirti: i coltelli ci sono perché le bende ci siano (e ora siamo agli antipodi, cioè dalle parti della Provvidenza, e il teleologismo diventa così palese, e forse persino più accettabile).
- sul 'Foglio' e me lettore: Leggo speso il Foglio perché è stimolante, e soprattutto perché è gratis online!
- sulla carica utopica. (Il punto filosoficamente importante). Qui potrei ripetere quanto ho osservato a proposito della presunta pervasività del controllo: se cè quella, non cè utopia, e se quella non cè, questa non è utopia. Ma aggiungo: unutopia chesia talmente utopia da non stare veramente da nessuna parte, da essere davvero pura potenza, deve rinunciare alla carica critica. Per avere quella carica, qualche suo dente deve ingranare con gli ingranaggi della società che critica. E se ingrana, non è più così radicale come pretende di essere. Certo, unutopia-utopia non sposta nulla ma perciò non si lascia spostare. Ora, io serbo una grandissima simpatia teoretica per la sua inerzia (la vera potenza per me è inerte, e inerme), e non posso farci nulla se questa inerzia viene immediatamente interpretata come condanna a restare sempre utopia (non posso armare quella utopia di ragioni a sua difesa: questa interpretazione - direi heideggereggiando un po' - è esatta, ma non vera). (Se par poco, aggiungo pure, piuttosto misteriosamente: sop-portare questa condizione è essere felici). Come vedi (e come puoi leggere nel mio libro), sul rumore di fondo ti sbagli.
- su Fassino.Non so cosa ci meritiamo forse nulla. Però se pensi si possa far meglio, sei un riformista (addirittura un migliorista)me!

Marco R. - Caro Massimo,
sui primi due punti, è vero, io dicevo che trattansi di vizi, ma sono rivendicati da Negri in quanto virtù. Solo che per me rimangono vizi E sulla moltitudine, a me rimane il sospetto che questa nozione serva principalmente a mantenere aperta la strada rettilinea della Storia, il cui vero motore è la lotta del proletariato alla quale il capitale non fa che reagire (mi pare che sia questa linterpretazione negriana anche della globalizzazione).
La società del controllo, per come la vedo io, non è un monolite, non è il Leviatano che ha già trionfato (non è Orwell, insomma). E un processo in corso estremamente diffuso, capillare, decentrato, in crescita esponenziale, nei confronti del quale non pare ci sia al momento una soggettività sociale in grado di far fronte efficacemente. Per questo (parlando in generale, e non in riferimento a Negri, che infatti oppone, diversamente da Foucault e Agamben, biopotere a biopolitica) dicevo di non svalutarlo, né sottovalutarlo. La microfisica del potere spettacolare è assai più cogente di quella del potere disciplinare.
Che il terrorismo sia consustanziale allImpero, era unimmagine teologica per dire che i due fenomeni non sono scindibili, separabili: condividono la stessa natura, sono insomma le due facce della mondializzazione. Hanno bisogno luno dellaltro, si alimentano luno con laltro. LImpero si costruisce con la paura sociale, funzionale alla frammentazione del tessuto sociale, allisolamento delle persone per farne sudditi. E, ancora, lImpero ha bisogno di un nemico invisibile per sottrarsi al diritto, per porsi stabilmente (per questo il riferimento ad Agamben) nello stato deccezione.
Sul Foglio, passo.
Sulla carica utopica, provo a balbettare barbaramente qualcosa (sapendo che mi avventuro in un territorio in cui tu ti muovi assai più agevolmente, come un vietcong mentre io sono armato dei soli libretti rossi di Agamben e Nancy): Utopia non è il luogo della risoluzione dei conflitti, del Toglimento finale. Utopia è invece il luogo proprio delle cose che accadono. Il luogo di ogni singolarità in quanto tale. La disposizione dei corpi in quanto tali. Dunque essa è la resistenza di ogni singolarità a ciò che la strappa a se stessa, a ogni identità che la strappa al e violenta il - suo esser-tale-e-basta. Lutopia è la resistenza del singolare allImpero (dell)universale. Insomma, lungi dallessere una potenza che riposa in se stessa, la potenza è potenza-di-non, è conflitto, e resistenza puntuale a ciò che la strappa alla sua negatività.
Su Fassino, non mi viene in mente nulla (così Kraus iniziava la sua Terza notte di Valpurga, à propos di Hitler).

Massimo A. - Caro Alderano, tanto a proposito del potere nelle società di controllo, quanto a proposito della carica utopica, non credi di presupporre che 'tolto' il controllo, tolto e buttato via ciò che strappa la singolarità a se stessa, abbiamo una cosa bella e sana, la singolarità in quanto tale: e come lo sai che la singolarità in quanto tale, fuori controllo e basta, è bella e sana? Perché non è pur essa consustanziale all'Impero, e perché l'Impero non si alimenterebbe anche della resistenza del singolare?

Marco R. - Credo, andando alla radice, che il singolare sia l'essere che è. E' però un singolare plurale, che è sempre altrove, e che per essenza (e la sua essenza è l'esistenza) sfugge ad ogni appartenenza. Fare appartenere a qualcosa ciò che pertiene solo a se stesso (in quanto sempre differito) significa fargli violenza: e questo qualcosa - l'appartenenza - è il motore mobile del potere. (Mi pare che questo abbia molto a che fare anche con la storia dell'oggi - e con quella del trapassato remoto: l'etnocentrismo, la lotta tra culture da una parte; l'appartenenza degli in-dividui -corporei - all'astrazione che è il cuore del capitalismo).
Sarò lieto, prof., se lei continuerà a mettermi in difficoltà...

Massimo A. - Il singolare sia quel che dici che è: cioè non-appartenenza (se non a sé). Ed il potere sia quel che dici che è, cioè appartenenza. Ne viene che il singolare non appartiene nemmeno alla critica (esplosiva o meno) di ogni appartenenza. E così èdavvero utopica. (Non puoi cavartela dicendo che appartenere solo a sé e 'criticare' ogni altra appartenenza sono il medesimo: perché non lo sono, come non sono il medesimo a-relazione e relazione negativa: sennò che anarchico sei?)

Marco R. - Invece vorrei dire che il singolare non appartiene a una critica (che in tal caso sarebbe Critica), ma è la critica. Il singolare è la critica. E la praxis critica. E lo è nella sua negatività. Il singolare (posto appunto che sia plurale, nel senso di differito, nel senso di attraversato dallAltro, nel senso di Mit-sein, nel senso del soggetto lacaniano, e batailleano) il singolare, dicevo, è negatività: dunque non è a-relazione. La a-relazione, se capisco bene, è il dato immediato. Ma il dato immediato (così come lindividuo) è unastrazione. (Per questo penso di potermela cavare in questa maniera). Il singolare è sempre relato, non ha un Sé sostanziale cui appartenere senza relazione con gli altri Sé. Il singolare dimora nello scivolamento da sé. (Lan-archia sta proprio in questo slittamento, che è poi ciò che fa sì che lorigine sia ovunque, e da nessuna parte). Lappartenenza (di cui il potere non può fare a meno) è ciò che vuol dare un sé a ciò che non ha sé. Ciò che vuol fissare in unidentità ciò che non ha identità (per rimanere allultimo senso del singolare: il successo della cura psicoanalitica sta nel riconoscimento, da parte del soggetto, del vuoto che lo forma, nel suo guardare in faccia la morte che egli stesso è). Se ciò che nonha identità si sottrae allazione esterna che lo violenta (ciò che poi è il concetto e la pratica della libertà spinoziana), questo gesto coincide con la critica utopica dellappartenenza, e del potere.

Massimo A. - Mi pare (posso sbagliarmi) che te la cavi nel modo in cui io penso che non ce la si possa cavare. Sicché temo di ripetermi. Ma vediamo. Il singolare - dici giustamente - è ciò che non ha sé. In virtù di questo non avere un sé, esso è (attenzione anche tu: immediatamente) critica. Ora però questa critica, questa relazione negativa con il potere, volens nolens lo identifica (sia pure negativamente) e gli dà un contenuto (un'identità e una dimora, sia pure scivolosa). Insomma: omnis negatio est determinatio. Io penso invece che bisogna scavarlo ancora un altro poco, questo vuoto d'identità. E l'a-relazione NON è per me il dato immediato (a rischio di lancio di pomodori, dovrei scrivere: è e non è il dato immediato), poiché l'immediatezza è solo il negativo della mediazione. Io direi allora che è piuttosto l'in-mediato, nel senso locativo e non negativo dell'in. Questa 'località' non è (è e non è) la differenza o la dis-appartenenza contro l'identità (qui è il contro che ci vede discordi, perché immagino che tu lo assumeresti), e perciò è utopia. Ma è una ben strana utopia: inerte e inerme, una sorta di 'posa' del pensiero (in tutti i sensi del termini, compreso quello in cui si parla di 'posa' del vino), che non ci dispone (la differenza) senza che però su di essa ci si possa imporre (l'identità).(Mi auguro proprio che mi legga solo tu)

Marco R. - Provo a dire allora: il singolare è l'in-mediato, è la 'località' dell'essere. E' la disposizione dell'essere, ciò che ci dis.pone. Una sorta di spaziatura dell'essere, insomma (l'essere in quanto spaziatura). E il pensiero vi si posa 'al limite'. (per intenderci: lo stesso limite del Nome in quanto gesto del linguaggio). Il pensiero, allora, è la mappatura dell'essere in quanto spaziatura. Fin qui, è consistente con ciò che stai dicendo?
Ma il pensiero non riesce mai a essere de-scrittura (frottage) dei corpi: esso li vuole inscrivere - vuole i corpi co-scritti - costringendoli dentro un'identità (così come si è costretti dentro una prigione). Per questo l'essere 'insorge contro'. (Il gesto utopico). E' il limite del pensiero che si rivolta contro il pensiero stesso che non accetta il suo limite.
(Non sai quanto ti sono grato per questa opera maieutica che stai facendo...)

Massimo A. - Caro Alderano, l'opera maieutica la stiamo facendo entrambi, l'uno all'altro. Quando ho scritto il libro che ti ho mandato (a proposito, b. georg: tu l'hai ricevuto?), avevo una conoscenza assolutamente superficiale di nancy. Ora è un po' meglio, ma mica poi tanto. Dunque, per come lì la metto: l'essere è dis-pensato. Il dis- è tutto e intero il gesto del pensiero. Nel modo in cui la metti tu, non si capisce bene donde spunti fuori il pensiero. Il quale pensiero, poi, non si capisce perché debba fare questa figura barbina di non riuscire a... In verità, ho l'impressione che la costellazione di pensieri tra cui ci muoviamo abbia delle forti affinità: la spaziatura dell'essere mi va bene, come no?, ma mi pare che tu hai bisogno di tradurla in una formula tensiva, in una 'drammatizzazione' con tanto di deuteragonista (il pensiero) che io lascio invece cadere (o che cade da sé). Sicché il mio esito ti suona forse im-potente fino all'irritazione (ma io aggiungo subito: e certo; però l'in- dell'impotenza è locativo), il tuo invece, per me, è ancora metafisico - metafisica essendo ogni pensiero della trascendenza. Ora, so benissimo che in questo modo ti ho insultato sanguinosamente (e frainteso, dirai), però spiegami: questo pensiero che non accetta il limite, e che ha il limite come suo fuori che gli si rivolta contro, non è questa scena ancora troppo metafisica? Come diresti che qui il pensiero e il suo limite giacciono sullo 'stesso' piano?

Marco R. - Il pensiero è quel dis della posizione, tu dici, il gesto immateriale della posizione dei corpi materiali. In effetti, se sottopongo a unoperazione di rasoio la mia affermazione che il pensiero è loperazione di mappatura della spaziatura dellessere, mi accorgo che cè un sostantivo di troppo. E sufficiente dire che è loperazione di spaziatura dellessere. Duplicare la spaziatura significherebbe affrontare un problema di unorigine mentre lorigine è ovunque, e da nessuna parte. E questoche intendi per trascendenza, se non capisco male. La spaziatura, dunque, si darebbe nel pensiero che la espone: prima della voce che la articola (meglio: della scrittura che la scrive), essa non si dà. (A naso, dovrei approfondire il discorso fenomenologico, che conosco superficialmente). Ed è per questo, tra laltro, che il pensiero dice sempre lessere, e non fa altro se non dire lessere.
Ora, dopo questa rasoiata, mi pare che ciò che espongo nel secondo periodo continui a reggere, se svolto consequenzialmente. Il pensiero che non de-scrive i corpi ma li co-scrive, fa violenza a se stesso, prima che ai corpi. Ma finisce inevitabilmente per far violenza ai corpi stessi: loperazione totalitaria del pensiero consiste nella riduzione a uno (ad astrazione, a equivalenza: a identità) dellinfinita molteplicità dei corpi esposti nel pensiero e di qui, il totalitarismo stalinista, o quello liberista, ma anche quello di ogni potere statale. Il pensiero, dunque, fa violenza a se stesso, in quanto fa violenza alla dis.posizione dellessere molteplice che egli stesso è. E il pensiero che si perde di vista, diciamo. (O meglio, per far riferimento al privilegio del tatto in Nancy: è il pensiero che perde contatto con se stesso).
Lessere che insorge contro è allora lessere in quanto tale dis-posto nel pensiero. E il pensiero esposto in quanto tale, che insorge, nella sua operazione pura - quella di dis-porre. E credo che funzioni anche la metafora del limite, se il limite del pensiero è inteso come il suo dentro, e non come il suo fuori: dacché, se il pensiero è la scrittura dellessere, la sua disposizione, esso sarà il suo fuori.

Massimo A. -
In theologicis (con preghiera a scettici e scientisti di passare un turno)
F. Kafka, Considerazioni sul peccato, il dolore, la speranza e la vera via:
5. Da un certo punto in poi non cè più ritorno. È questo il punto da raggiungere.
6. Il momento decisivo dellevoluzione umana è sempre in atto. Per questo i movimenti spirituali rivoluzionari che dichiarano nullo tutto ciò che è accaduto in passato, sono nel giusto, perché non è accaduto ancora nulla.
7. Uno dei più efficaci mezzi di seduzione del male è linvito alla lotta.
Consentitemi di mettere in queste cifre teologiche la già molto cifrata discussione politica che, nei commenti al post su Toni Negri si è sviluppata con Alderano . Io direi così: entrambi sottoscriveremmo il numero 6. Ma Alderano sottoscriverebbe anche il numero 5, che invece io sdegnosamente rifiuto. Mentre sottoscriverei il numero 7, che Alderano (immagino) sdegnosamente rifiuta.
(Quanto al mio rifiuto, esso è molto ambiguo e ai limiti della comprensibilità.- peraltro in forza del punto 6 - non che si debba raggiungere il punto di non ritorno, o che vi sia un certo punto del genere, ma che esso sia laggiù, in un da-raggiungere).

Marco R. - Dato per acquisito il punto sei, forse non siamo così distanti sul cinque (daltra parte la (de)finizione di utopia che ti ho dato non indicava un luogo da raggiungersi nel tempo lineare). Lescatologia non è lapocalissi, e il tempo messianico (il tempo che resta) non è altro che il tempo che noi stessi siamo. Lo siamo già, basta aprire quel tempo, portarlo a compimento, farne la piccola porta da cui può entrare il messia E listante kairòs, insomma, in cui luomo afferra se stesso, in cuiil tempo si afferra e si compie. (Un istante sovrano, in cui vige lignoranza del futuro). E credo che Kafka avesse in mente questo, non un apocalissi futura, ma un compimento a venire.
Sul punto sette: invitare significa: far sì che uno agisca di sua propria volontà. Parrebbe un plagio, un irretire qualcuno affinché faccia ciò che noi desideriamo credendo di seguire il proprio desiderio. Inteso così, questo non è che linvito che la società dei consumi rivolge incessantemente allindividuo. Ma se invece invitare significasse disporre le cose in modo che allaltro si rendesse chiaro ciò che è nascosto, e manifesto ciò che evidente? Se si trattasse di sgombrare la strada dalle false prospettive, fino a mostrare la porta che deve essere aperta? Se si trattasse di liberarci proprio dallinvito di cui sopra?

Massimo A. - Caro Alderano (bellissima lillustrazione del nome, sul tuo blog): ...Lo siamo già, basta aprire quel tempo, portarlo a compimento. Qualunque cosa siamo già, non siamo ancora il/al compimento, se ben comprendo. Il tempo che noi stessi siamogià è diverso da questo stesso tempo in quanto è aperto anche se hai la prudenza di non situare questo compimento in un futuro lineare, cronologico, ecc. ecc. Cè o non cè qualcosa da fare? Tu scrivi di sì. Dunque cè qualcosa che ancora non facciamo eche resta da fare (aprire...). Ma se mantieni questi due tempi, ricadi per me in tutte le aporie in cui ci dibattiamo. E finisci col pensare, volente o nolente, il può messianico come qualcosa che non è ancora. A ciò ti sottrai solo se rinunci allidea che ci sia qualcosa da fare, per far entrare (ma anche allidea che il Messia non sia ancora entrato!). In parte ti ho così risposto anche a proposito del numero 7, che io interpreto nel senso di una passività radicale (ma così dico molto in fretta, poiché non intendo affatto passivo di contro ad un attivo qualunque cosa sia - che il passivo non compirebbe). Torno ora al tuo commento precedente, e la metto seccamente. Il pensiero fa violenza ai corpi, dici. (Abbandono ogni precisazione terminologica,per stare alla logica di ciò che scrivi). Poiché qui si tratta di ontologia, non di morale o di altre carabattole, domando: la fa o non la fa? Se davvero la fa, la prima scena della spaziatura dellessere, ecc., era disegnata in maniera perlomeno incompleta, al netto del pensiero, ed era quindi falsa. Se invece al fondo non la fa, perché i corpi non si lasciano circoscrivere, allora il pensiero non è ciò che riduce i corpi ad uno, ecc. Torno infine al problema generale, nei termini più sintetici (e criptici) possibili, e poi ricucio in breve: metafisica è IL due (e connessi tentativi di ricucitura: luno e il tre: dal che si capisce che non si deve nemmeno pensare ingenuamente luno o il tre, per tirarsene fuori. E perché, poi, tirarsene fuori?). Due è anche: finora, ma ora; gli altri, ma io; il capitalismo, ma la moltitudine; il pensiero, ma lessere. Ricucitura. Se tu scrivi: è il pensiero stesso che si perde di vista, io domando: cè stato un tempo in cui non sè perso di vista, o un tempo in cui non si perderà di vista? Può il pensiero non perdersi di vista? No: tu devi pensare che il pensiero E' perdersi di vista. Ma allora perché gli dai o ti dai ancora da-fare? Ci son forse due pensieri? Tu dirai di no, ma così la scissione non sarà abbastanza seria e vera. Sarà solo apparenza, velo di Maya. E io non sono granché a mio agio con una filosofia che ha bisogno di un contro, e che per giunta, magari senza volerlo, riduce ciò che è di contro ad apparenza (che è poi in tutta evidenza il caso di Negri, dacui eravamo partiti) (Te lo ripeto anch'io: non sai quanto mi sia utile questa discussione). Ciao

Marco R. - Importo in questa stanza il dialogo con Massimo A., a.k.a. Azioneparallela. Una deriva il cui pretesto è stato lImpero di Toni Negri: il tentativo di una (in)definizione di Utopia, ha reso necessario (de)concentrarsi sullessere.
Qui espongo il confine provvisorio del dialogo. Sotto, ho esposto tutto il pregresso della discussione.
Á suivre
Il pensiero è già sempre perdersi di vista. Si manca sempre, il pensiero. Lo sottoscrivo. Allora, il pensiero che si perde di vista è il pensiero che pretende di tenersi in pugno, di sapersi afferrato. E il pensiero che viene meno al proprio mancamento.Un pensiero occultante: un pensiero che occulta il proprio mancarsi (il mancarsi che esso stesso è), il mancarsi che lo s.forma. Il pensiero occultante si fissa, fissa unidentità. Esso non sa vedere il singolare e il singolare è proprio il luogo del mancamento, poiché il singolare si sottrae a ogni identità. Il pensiero occultante vuole asservire questa mancanza a una presenza, la mette sotto il segno della presenza.
In questo non vedo il Due metafisico. Si tratta invece di salvaguardare la scivolante, dileguante singolarità del pensiero, e dellessere-del-pensiero (lessere-senza-parole). I corpi non li vedo come lAltro del pensiero, piuttosto come il suo fuori in quanto intimità esposta, in quanto limite. I corpi si configuranocome luogo dellesposizione del pensiero. Sono lin-mediatezza del pensiero, per dirla con le tue parole, il pensiero in quanto in-mediato, dislocato, latto della dislocazione del pensiero.
Dicevo che nell'affermare l'esistenza di un 'pensiero occultante' (di un pensiero che si allontana dalla propria verità mancante, dalla singolarità) non vedevo nessuna operazione metafisica, come invece è secondo Massimo. E sono d'accordo anche col fatto che questo pensiero occultante lavora mediante il categorizzare (o meglio, non vede oltre il categorico; non vede al limite): categoreuein, non a caso, significa 'imputare una colpa'. E ciò che occulta è l'innocenza del divenire - del flusso che si sottrae al 'lavoro' dell'identità.

Massimo A. - Che sul suo ha riportato la lunga e bastevolmente esoterica a proposito di inerti o resistentissime utopie. E che scrive:Si tratta invece di salvaguardare la scivolante, dileguante singolarità del pensiero. Chi deve farlo e da dove spunta fuori? Il pensiero stesso? E a partire da dove lo fa? Per me, posso sbagliarmi, ma siamo alle solite: come si articolano qui ontologia (nel senso generalissimo di una descrizione di ciò che cè o non cè) e l'etica?

Marco R. - Mi viene dunque da chiedere, a questo punto: che cosè il pensiero? Procedo per brani: anzitutto, esso è un soggetto o un oggetto? Forse ambedue le cose (una soglia di in distinzione): il soggetto che pensa, forse, è affetto dal pensiero: il pensiero (la ragione) è una passione. Come fosse il sesto senso. Esso è il Comune: per questo siamo parlati, per questo il linguaggio ci traversa. Esso è sempre in atto, e si pensa sempre. Dunque: il pensiero ha luogo. Dove? (ovvero dove si pensa?) In forme di vita. Il lògos è la Comune affezione degli (in)dividui. Non ha origine, non ha fine. (E: non ha senso, poiché è il senso). Non ha un punto insomma dove esso si possa afferrare. (E licona della quale non si può dar ragione, per richiamarmi al Peirce che tu citavi. E mi pare che lafferramento del tutto sia ciò che esamini nel secondo capitolo del tuo libro). Potremmo anche dire: non può essere detto, descritto, ma solo essere mostrato. Nel suo darsi. Nel suo evento. Nel suo accadimento. Nella sua singolarità. Ora, se possiamo (chi? Il Comune) fare questo (dire che esso può essere solo mostrato ecc.) tu convieni fino a questo punto o no? E se no, dove non convieni? perché non possiamo con egual diritto riconoscere quando stiamo facendo altro-da-questo? Perché non è possibile avere altrettanta coscienza del fatto che non ci stiamo limitando a mostrare la singolarità inappartenente del Comune, ma che lo stiamo facendo consistere che gli stiamo dando unorigine, una fine, un senso: unidentità.? Che misconosciamo la sua natura dileguante, appunto?
Chi lo fa? Il pensiero stesso: il Comune che è sempre in atto e che sempre si pensa e non nellempireo, ma nelle forme di vita individuali, attraverso le pratiche di queste forme di vita. Da dove spunta fuori? E gia da sempre. A partire da dove? Da un punto qualsiasi. E in questo nella ragione come passione, come accadimento singolare che si dà nelle forme di vita che vedo larticolazione tra ontologia ed etica.


Massimo A. - Caro Marco, ogni volta che ti leggo penso che occorra una risposta molto meditata, poi mi metto a meditarci un po' su, passa il tempo e la cosa sfugge. Sicché, dopo un sacco di tempo, butto giù la risposta nel modo meno meditato possibile. Ad ogni modo (e, consentimi, semplificando). Se, di primo acchito, mi domandi che cos'è il pensiero io ti rispondo che non ho risposta. A causa della domanda. Se proprio devo: ciò che, nel pensare, non sta davanti come ciò che è pensato, ma 'dietro' (io preferisco persino dire accanto: pensare è l'incanto di questo accanto. Sicché tutto quel che dici in termini di passione e di impossibilità di afferrarsi mi può andar bene. (Non mi va bene dire che tutto ciò si mostra, ma questo è un dettaglio). Dove non ci incontriamo più, è quando tu chiedi a questo pensiero di riconoscer-si, o di riconoscere quando facciamo (il pensiero fa) altro da questo. Perché allora il pensiero non è quello che abbiamo sin qui detto, ma è quello che abbiamo sin qui detto più questo suo riconoscersi o meno. Io a questo più gli dò una caccia senza quartiere, ed è questo il senso della mia domanda sull'articolazione tra ontologia ed etica.

Scritto da millepiani il 22.12.05 01:10
come una traccia

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