L’impasse della resurrezione

resurrection

Agnese mi scrive: "ciao emilio,quando mi sono imbattuta in questa strada non ho potuto fare a meno di pensare a te, guarda la foto (prima di leggere il seguito...) e dimmi: non ti sembra una contraddizione intrinseca quella che una strada senza uscita (limpasse) si chiami della "resurrection", che è invece una via duscita dallimpasse che è la morte!?!?!". Per essere chiari e duri: non solo non lavoro per una resurrezione qualsiasi, ma combatto tutte le resurrezioni. E, ancor di più, chi confonde la resurrezione con la liberazione, deve meglio riflettere.Non porto bon-bon, Agnese, porto violenza. (per citare lunico belga che canta in francese e vince).Ed in più: non mi sembra una contraddizione, ma, anzi, levento evidente dellimpossibile resurrezione, evento di una strada chiusa che si chiama fede. La sua evidenza.Quando troverai una strada chiusa che si chiamerà liberazione, mandami una foto. E dunque: qualsiasi ostruzione alla resurrezione non solo mi fa piacere, ma la sostengo. E però, capisco quello che dici - soprattutto grazie a G. -. Ecco: io lavoro per la politica. Che è, davvero, il mio più grande amore.La poliica e la resurrezione non hanno nulla che le mette insieme. O dove qualcuno dice il contrario, lavora per una politica della dittura. Io lavoro per la politica e per la liberazione. Solo chi legge nelle mie parole una resurrezione, ma, in più, coglie quello che io chiamo il legame verticale tra la politica e la teologia, vede la politica.

Se tu lhai visto in quello che io scrivo, non ti sei sbagliata.Se tu lhai visto in questa foto, non hai ragione. Ma, sappilo, siamo davveri pochi.Siamo pochi a vedere, nella resurrezione, lelemento verticale della politica.Quello contro cui io combatto. ps: e cmq è un ancienne ostruzione a Gianfranco e Agnese, nel fuoco della controversia La separazione tra religione e politica, quella che matura definitivamente con la secolarizzazione in quanto fase storica di maturazione del moderno, non implica in nessuna maniera la separazione tra la teologia e il politico (con la o e non con la a). Al contrario, lavvenuta separazione tra religione e politica evidenzia, con maggiore forza, lintimo legame che esiste tra i concetti del politico e quelli del teologico. E una tesi conosciuta e che prende forma con Carl Schmitt. In questo senso, nulla di nuovo. Quello che di nuovo comincia a mostrarsi, a partire dalla riflessione di Jakob Taubes, è che questo legame non mostra semplicemente lintimità - direi partoriente - dei concetti, ma la loro genetica originarietà. Dico genetica nel senso di un codice genetico comune che i concetti appartenenti ai due registri condividono.Questa appartenenza geneticamente comune rinvia ad un terzo concetto che, secondo Taubes, è il cuore di questo legame, quello fra concetti teologici e concetti politici. Invece di cuore, chiamerei questo terzo concetto codice genetico comune. Esattamente come il codice genetico biologico si trasferisce dai genitori ai figli, questo concetto terzo ma primo in termini genealogici (appunto!) si trasferisce nei due ordini che lo seguono e che da lui sono generati. Meglio: da lui prendono la loro configurazione.La persistente analogia che permane tra teologico e politico - tra i concetti che ne sono tessitura - nasce nella Repubblica di Platone dove, alla crisi del mito come dispositivo produttore di senso, comincia a sostituirsi la teoria politica come senso della polis e sua identità. Tra Adimanto e Socrate la discussione fondamentale che si sviluppa - e che segnerà tutto il destino politico dellOccidente - fa irrompere questa analogia poichè, per la prima volta, appare il termine teologia come riflessione sul dio. O, meglio: sulla deità, nel senso del politeismo greco. E la fa irrompere nel luogo della riflessione politica e della sua nascita.Queste, direi, sono ovvietà che uno studente di secondo anno di filosofia saprebbe - o dovrebbe sapere. Come, con la sua giustizia dove serve e dove è necessaria, Gianfranco mi ricorda, avendo perfettamente ragione.E dunque: se lanalogia propria della tessitura concettuale comune tra teologia e politico è geneticamente costitutiva per entrambi, latto della generazione non attiene nè alla teologia nè al politico, ma alla polis, ad Adimanto e Socrate discutendo della città.E la polis, prima che politico, è politica.E cosè la politica, la polis? Il punto focale è questo. Uno degli eventi scandalosi e focali nellAtene socratica è stato la notte brava di un manipolo di giovani ateniesi che, non si sa se in preda ai fumi dellalcool del vino greco, ben zuccherato, niente trovarono di meglio da fare, in nottata tarda, che devastare, potremmo immaginare a colpi di mazza o a colpi dascia - come diceva lo zio-, le statuette delle divinità nella e della propria città.Lo scandalo potrebbe essere paragonato a quello di uno sputo sul Papa. Su chi e su cosa sputavano questi miei amici?Si disse sputassero sulla religione. Si disse.Non era vero. Non sputavano nè distruggevano. Ma distinguevano, come distingue la forza della rivolta e della gioventù. Per citare. Nel luogo e nel tempo dellapogeo della forza e della preminenza ateniese, nel cuore di una civiltà che affermava e decideva, la distinzione che, per una volta, si è manifestata è quella tra potere, teologia e politco.Non si trattava di distruggere i simboli della religione, ma, al contrario, di pensare lo spazio nuovo che si era aperto proprio grazie a quellanalogia tra concetti teologici e concetti politici e che, grazie a Socrate, era stato riportato alla sua matrice originaria, a quel codice genetico comune che Platone ha sempre presente quando scrive sulla polis.Questo terzo concetto, che Taubes vede come cuore di questa analogia, è quello di potere nei termini in cui, grazie a Foucault e Canetti, possiamo oggi dire.La distinzione che i miei giovani, nottambuli amici ateniesi avevano intuito era esattamente questa: se esiste una relazione tra religione e politica, noi non solo vogliamo rompere questa relazione, ma vogliamo aprire uno spazio in cui sia evidente che questa relazione non è semplicemente ridotta ai termini reiligiosi e politici, ma attiene ad una più originaria matrice, quella tra teologico e politico, quella tra la riflessione sulla deità e la riflessione sulla polis. E poichè questa matrice è, appunto, comune, noi vogliamo denudare il potere che si nasconde dentro questa relazione, la legittimazione che il potere utilizza proprio grazie a questa comune matrice originaria che esiste tra i concetti teologici e quelli politici. Vogliamo distruggere questa unità, questa analogia e questa relazione proprio perchè essa è, in fondo, il movimento secondo, la manifestazione di un problema più radicale, quello del potere. Questo concetto, che, insieme, è la pratica che tesse la vita della polis, questo dispositivo, a cui nemmeno Marx ha saputo sottrarsi, e a cui Canett iha dedicato le pagine più splendide mai scritte nei quasi tremila anni della cultura occidentale, questo nome è, esattamente e precisamente, quello che i miei giovani, nottambuli amici ateniesi volevano distruggere. Lintimo legame che esiste tra i concetti teologici e quelli politici reinvia, direttamente, a questo cuore, quello del potere. In questo senso, come scrive magnificamente Jakob Taubes, non ci sarà separazione tra i due registri, non si separerà la teologia dal politico, sino a quando non si porrà, con forza, violenza ed evidenza, la questione del potere e di come esso si manifesta come matrice comune sia del politico che del teologico. Il teologico-politico, se esiste, non potrà mai essere separato in teologico e politico sino a quando questo codice genetico comune non verrà non solo dichiarato, ma decostruito in quanto concetto genealogicamente più originario di quelli teologici o politici e che, da ora, chiamerei i concetti teologico-politici. Il primo, più focale e decisivo tra tutti questi concetti è quello di sovranità. Che, appunto, non può non rinviare a quello di potere.Potere e sovranità.Elias Canetti. In uno dei testi più straordinari che mi sia trovato a leggere in ventanni di pratica filosofica, e a cui devo molto, Alessandro Biral scrive: "La politica è il sapere pratico in virtù del quale i governanti tengono unita la città, come leconomica è quel sapere del signore che conduce le parti che compongono la casa a formare un tutto." La questione della sovranità, come Biral ha intitolato questo testo - Per una storia della sovranità - è precisamente la questione dell unità a cui tende la politica, questa volta con la a. Questa unità, quella a cui i governanti tendono, è, appunto, quellunità di teologico e politico di cui scrivevo.Questo sapere tiene allunità, allintero, dove lintero è costituito, teoricamente, da quellintreccio, che Biral non ha visto ma intuito, di teologia e categorie politiche (tiene nel senso che soccupa, si fa carico).Questa pratica che è la politica, come la definisce Biral, non solo tende e tiene unita la polis, ma si distingue dall economica che, invece, rimane un sapere che conduce le differenze al loro tutto, alla loro unità ontologica. Questa definizione della politica è cruciale. Definire la politica un sapere pratico, come fa Biral, in virtù del quale il potere tiene unita la città, questa definizione è la chiave di volta, inconsapevole, per identificare e nominare la questione del potere.Mentre l "economica" punta ad ununità indifferenziata, a "formare un tutto", la politica tende a tenire unite le differenze. E questa pratica passa attraverso lattività dei governanti, la loro opera. La capicità performativa del potere è, infatti, quella di non annullare le differenze, ma, al contrario, di renderle compatibili. Questo è il segreto più segreto della democrazia. Nello stesso tempo, la sovranità non coincide con questo sapere nè con questa pratica. Ed è quello che Biral vede male.La non coincidenza tra questa definizione di politica e la definizione di sovranità - per come io la penso - emerge ancora più chiaramente tenendo presente la definizione che Biral dà dell "economica".La sovranità politica, dopo il moderno, non solo sfugge alla violenza del tutto che leconomica vorrebbe imporre, ma essa sfugge, radicalmente, alla stessa performatività dellattività del governante.Essa sfugge poichè essa chiede altro. La sovranità chiede sempre altro. Richiede cioè una coincidenza senza identificazione che disconosca la pratica di unità propria dei governanti.La città, la polis, non si risolve in una coincidenza degli opposti, come direbbe Cacciari. La polis è, invece, la sistematica esposizione di un resto, di un "eccedenza", di uno scarto.La polis, in quanto politica, non è solo lesposizione di questo scarto, ma la pratica di non riunificazione, a-tipica rispetto il pensiero della politica come loccidente la pensa.Tenere-insieme attiene, questo è vero, attiene alla politica. Ma in questo tenere-insieme si esprime non lunità delle differenze, la loro co-esistenza, ma, più radicalmente, lintensità di una comunità. Comunità - cioè la messa in questione più radicale del potere - è un gesto ed una pratica di non coincidenza.La politica si fa su livelli diversi. Quello che la comunità domanda e cerca è precisamente la messa in questione della pratica di riunificazione, di resa unitaria della polis.Perchè non è vero, è falso, che lidea di comunità è, appunto, lidea di tenere insieme le differenze. E nemmeno quella per cui una comunità è costituita da soggetti che condividono lo stesso (leconomica).Al contrario, la sovranità comune, di cui la comunità è lespressione ancora immatura, appella un potere altro, di cui solo Georges Bataille ha intuito la forza. La questione focale che il problema della sovranità comune pone non è risolvibile teoricamente. Mentre lapocalisse, dopo la secolarizzazione, guadagna il suo tempo e noi ci attardiamo a raccoglierne le ombre, i suoi corpi vuoti, il problema della politica si ripresenta in tutta la sua urgenza.Mentre continuiamo a nasconderci nelle nostre case, tra i nostri amori, lurgenza e lirruzione di questo torso non trova pace, e dunque riviene.La distanza tra lurgenza che pone questa questione e la sua rimozione dovrebbe occupare le nostre esistenze.Esiste una politica senza governanti?Esiste una sovranità comune? Esiste - cioè, e per intenderci: è praticabile - una politica comune, senza che questo comune sia catturato dalla sovranità senza resto del potere, una sovranità senza risoluzione del suo resto?E se sì, come articolarla? E se no, come sovvertirla nel deserto e nellassenza che ci circonda, che ci soffoca? Quando ho cercato di guardare limmagine di una strada che si nominava impasse della resurrezione, non ho pensato alla resurrezione, ma ad unostruzione. Per prima cosa ho pensato allostruzione, alla strada chiusa. Perchè questo mi interessa: lostruzione, la difficoltà e limpossibilità. Se, come ho scritto, la resurrezione non attiene alla politica, nello stesso tempo essa richiama un vicolo senza uscita. Come se, nel momento in cui ogni resurrezione si arresta, è ostruita, impossibilitata, lì, in quel luogo, comincia, o forse si mostra la politica. Come fosse, appunto, la prima volta. Quando ho cercato di guardare limmagine di una strada che osava dirsi impasse de la resurrection quello che ho pensato è stato lo statuto della politica, il suo sapere limpasse in cui si radica e di cui vive. Non ho pensato la resurrezione. E non lho sentita, nemmeno fisicamente.Perchè la politica, nella sua decostruzione radicale sia della teologia sia del potere, continua a domandare unaltra uscita, unaltra via, unaltra possibilità, unaltra occasione. Cioè, appunto, unaltra resurrezione. Quella della politica. Cioè: una liberazione. Quando vivevo nella mia patria, a Mosca, una mattina, uscendo dalla metro, mi ha avvicinato un uomo che mi chiedeva, come molti, un soldo per la sua esistenza. Questuomo non lo chiedeva come tutti gli altri e le altre, ma continuava a dire: forza, forza, in russo, continuava a ripeterlo, come fosse stato abitato. Continuava a ripetere forza, forza nel senso di una forza che era lì, era con lui, nel senso di una forza che lui voleva con-dividere, che lui sentiva comune, e che lui ricordava a chi laveva dimenticata.Gli ho chiesto, in francese, "Di quale forza parli?"Mi ha risposto, in un francese degno dell Accademia, semplicemente: Je parle de la politique.Eravamo accanto al Kremlino. Nessuna via era ostruita e non cera nessuna resurrezione a cui lui pensasse. Io lo so che lui parlava della rivolta e della rivoluzione.