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28.10.05

"Per Nicola Badaloni" di Remo Bodei

L'introduzione di Remo Bodei a "Inquietudini e fermenti di libertà nel Rinascimento italiano", volume che raccoglie saggi di filosofia moderna scritti da Nicola Badaloni in più anni, dal 1958 al 2000, pubblicato per ETS di Pisa.

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1. Schopenhauer diceva che si scrive sempre un solo libro, perché ogni individuo continua a riflettere attorno a un pensiero dominante ed ossessivo. Forse è così, ma questo pensiero è sempre articolato e sfumato, visto da angolature differenti, formulato e riformulato in forme sempre nuove. Gli uomini migliori sono quelli che — fedeli a questo pensiero, a se stessi e al proprio tempo, ma capaci di apprendere, senza opportunismi, la lezione della storia — si sforzano di capire, di legare le idee ai condizionamenti storici. Nicola Badaloni è uno di questi. Nella sua vasta opera, che copre un arco di oltre mezzo secolo (cinquantotto anni, per l’esattezza, perché il suo primo articolo compare nel 1946, quando aveva appena ventidue anni), l’unico suo libro si articola in tre grandi capitoli (relativi alle opere di storia locale e di taglio civile, alla filosofia italiana, al marxismo), strettamente intrecciati e frutto di un lavoro che si diversifica mantenendo la coerenza.

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28.10.05
"Per Nicola Badaloni" di Remo Bodei

L'introduzione di Remo Bodei a "Inquietudini e fermenti di libertà nel Rinascimento italiano", volume che raccoglie saggi di filosofia moderna scritti da Nicola Badaloni in più anni, dal 1958 al 2000, pubblicato per ETS di Pisa.


1. Schopenhauer diceva che si scrive sempre un solo libro, perché ogni individuo continua a riflettere attorno a un pensiero dominante ed ossessivo. Forse è così, ma questo pensiero è sempre articolato e sfumato, visto da angolature differenti, formulato e riformulato in forme sempre nuove. Gli uomini migliori sono quelli che — fedeli a questo pensiero, a se stessi e al proprio tempo, ma capaci di apprendere, senza opportunismi, la lezione della storia — si sforzano di capire, di legare le idee ai condizionamenti storici. Nicola Badaloni è uno di questi. Nella sua vasta opera, che copre un arco di oltre mezzo secolo (cinquantotto anni, per l’esattezza, perché il suo primo articolo compare nel 1946, quando aveva appena ventidue anni), l’unico suo libro si articola in tre grandi capitoli (relativi alle opere di storia locale e di taglio civile, alla filosofia italiana, al marxismo), strettamente intrecciati e frutto di un lavoro che si diversifica mantenendo la coerenza.


Nato nel 1924 e cresciuto, come racconta, nella Livorno fascista dominata dalla dinastia dei Ciano, dolorosamente colpito dalla discriminazione razziale, sviluppa tra la sua città e l’Università di Pisa le proprie convinzioni politiche e filosofiche, senza mai separare la teoria dall’impegno civile. Avviato all’antifascismo dalle letture di Croce (preferito a Gentile, a causa della sua teoria metapolitica della libertà, nettamente separata dal liberalismo) e dalle lezioni brevemente frequentate di Guido Calogero, e introdotto al marxismo dalle discussioni con Arturo Massolo e Cesare Luporini, dopo aver preso parte alla Resistenza con il nome di battaglia di "Marco", è in seguito benvoluto sindaco di Livorno (dal 1954 al 1966), presidente dell’Istituto Gramsci nazionale e preside della facoltà di Lettere di Pisa negli anni più duri del movimento studentesco e del terrorismo. All’interno del partito comunista combatte, al fianco di Pietro Ingrao, la sua battaglia politica, cercando sempre di coniugare la libertà dell’individuo alla solidarietà sociale, consapevole del fatto che esistono condizionamenti, soprattutto economici, che limitano tale libertà e che la democrazia ha il dovere di rimuoverli.

L’impegno civile si concentra culturalmente, a livello locale, nell’amore per la sua città, che si manifesta in ricerche eminentemente storiche quali Democratici e socialisti nella Livorno dell’800, del 1966, Il pensiero politico di Francesco Domenico Guerrazzi, del 1973 o Movimento operaio e lotta politica a Livorno 1900-1926, del 1976 (in collaborazione con F. Pieroni Bortolotti), dove vengono individuati i fermenti popolari di emancipazione che hanno accompagnato le vicende livornesi.

2. La seconda linea di ricerca seguita con più intensità e per decenni da Nicola Badaloni è quella legata alla filosofia italiana, nell’arco che va da Giordano Bruno sino a Gramsci e oltre, attraverso le grandi figure di Campanella, Galilei, Vico e Conti, per giungere sino a Labriola, Croce, Gentile e Gramsci. Della filosofia italiana viene colta proprio la costante e prevalente vocazione civile, intendendo per "civile" un pensiero non immediatamente legato alla dimensione statale, né a quella religiosa o all’interiorità. Sin dalle origini umanistico-rinascimentali i suoi interlocutori privilegiati non sono, infatti, gli specialisti, i chierici o gli studenti che frequentano l’università, ma un pubblico più vasto, una società civile che si cerca di orientare, di persuadere e di plasmare, anche sul piano scientifico, come mostra l’attenzione di Galilei per la coscienza comune, che bisogna educare alla nuova scienza, ma anche l’attività di alcuni scienziati del Settecento (per cui si veda il volume Antonio Conti. Un abate libero pensatore tra Newton e Voltaire, del 1968). Aggiungo, che filosofie italiane sono, in generale, più filosofie della "ragione impura", che tengono conto dei condizionamenti, delle imperfezione e delle possibilità del mondo, che non della ragion pura o dell’astrazione. Tendono cioè alla concretezza, nel senso etimologico del latino concretus, participio passato del verbo concrescere, che indica appunto ciò che cresce insieme ad altro in modo denso e spesso.

Dell’operosità di Nicola Badaloni — frutto, in questo come in altri campi, di innumerevoli giornate passate nelle biblioteche — sono, per quanto riguarda il Nolano, La filosofia di Giordano Bruno, del 1955, Giordano Bruno. Tra cosmologia ed etica, del 1988, sino alla prefazione all’edizione di Bruno, Cabale du chéval pégaséen, nel quadro dell’edizione delle opere complete del Nolano presso le Belles Lettres, del 1994. Rispetto a Campanella (cui è dedicato il volume Tommaso Campanella, del 1965), Bruno appare più autonomo e meno disposto a compromessi, vicino, certo all’ermetismo, ma non a quello degli autori individuati dalla Yates, bensì a quello di Michele Serveto,

A Vico, oggetto della tesi di laurea con Cesare Luporini, del 1945, Badaloni si avvicina presto, giacché riscontra in lui un filosofo che segnala "l’importanza cognitiva della storia". Badaloni è, peraltro, il primo ad indagare in profondità (nel volume Introduzione a G.B. Vico, del 1961, e poi nell’Introduzione a Vico, del 1984, della collana "I filosofi" di Laterza) l’ambiente napoletano entro cui matura il pensiero vichiano e a problematizzare la tensione ivi presente tra gli impulsi naturali all’autoconservazione e le esigenze della socialità, tra il mondo fattuale e l’emergere della ragione". Di Vico Badaloni ha anche introdotto le Opere filosofiche, nel 1971 e le Opere giuridiche. Il diritto universale, del 1974 (entrambe curate da Paolo Cristofolini).

Una robusta sintesi delle vicende della filosofia italiana tra illuminismo e romanticismo viene fornita nel lungo saggio La cultura, nel terzo volume della Storia d’Italia dell’Einaudi, Dal primo Settecento all’Unità, del 1973.

3. La concezione vichiana della storia rimane centrale e inaggirabile anche nella riflessione teorica. Ciò induce Badaloni, nella sua terza linea di ricerca, a considerare il marxismo come storicismo e ad opporsi all’anti-storicismo di Luporini, legato (oltre che alla lotta politica all’interno del PCI contro la vecchia classe dirigente) allo strutturalismo althusseriano. In una intervista a Vittoria Franco del 1999, lo storicismo è difeso contro i diffusi fraintendimenti: "Oggi si parla dello storicismo come di una teoria della storia e non di una penetrazione comparativa della diversità degli ambienti storici illuminata da una coscienza critica". In Marxismo come storicismo, del 1962, tale impostazione si chiarisce, mostrando in filigrana quanto la consuetudine con la ricerca storica e con gli studi vichiani abbiano contribuito a "individuare i percorsi dell’azione storica in funzione dei fini possibili". Contro ogni primato della categoria di necessità, in quest’opera l’accento cade sul nesso tra condizioni e possibilità, sull’attenzione ai vincoli delle situazioni storiche concrete (ai fatti naturali, economici, politici, religiosi, scientifici e culturali da interpretare) allo scopo di trovare dei valichi che le oltrepassino in vista di un incremento della libertà dei singoli e, soprattutto, della giustizia sociale. La storia è piena di sorprese e di astuzie e può rendere possibile quanto a prima vista non lo è.

In questo senso, la dialettica, rivendicata da Badaloni, indica le possibilità di costruzione e di negazione consce e inconsce dell’esistente all’interno dei condizionamenti reali e rinvia alla convinzione che il comunismo possa, nel lungo periodo, essere compatibile con la libertà individuale, che è, comunque, un prodotto storico, anche se di valore epocale. Si vedano, per il contesto, Per il comunismo. Questioni di teoria, del 1972, Marx e la ricerca della libertà comunista, in Storia del marxismo, del 1978, Dialettica del capitale, del 1980 (il libro la cui composizione più ha appassionato Badaloni) e Forme della politica e teoria del cambiamento, del 1983.

Non bisogna appiattirsi sul presente immediato, ma allargare l’orizzonte della consapevolezza e della teoria, vivere in un presente dilatato, capace di memoria del passato e di edificazione del futuro, nella trasmissione di sapere e di esempi alle generazioni venture, ciò che implica anche una pedagogia politica (si veda, per alcuni, aspetti, la Storia della pedagogia, composta in collaborazione con D. Bertoni Jovine e pubblicata in tre volumi tra il 1966 e il 1968). Contro ogni retorica umanistica, tale orizzonte deve includere la scienza e i presupposti del ricambio organico tra uomo e natura.

4. Il marxismo, dopo la Rivoluzione d’Ottobre (che è, gramscianamente, una "rivoluzione contro Il capitale"), si è certo modificato profondamente. La Russia sarebbe stata pronta a cambiamenti radicali solo se appoggiata da almeno un paese occidentale economicamente e socialmente più progredito, mentre ha dovuto, con tragici sforzi, recuperare a tappe forzate il passato, che non ha mai conosciuto, di altre nazioni. Di questa evoluzione-involuzione si trovano in Gramsci le diagnosi più acute, assieme alla proposta strategica di considerare la società civile dei paesi dell’Occidente come luogo di sviluppo dell’egemonia in contrasto con la dittatura (si vedano Il marxismo di Gramsci. Dal mito alla ricomposizione politica, del 1975, e Gramsci: la filosofia della prassi, del 1981). Si apre così la prospettiva di un’eventuale conquista del potere per via democratica. Il pensiero di Gramsci, ancora molto studiato nell’America anglo-sassone e in quella latina e considerato una miniera ancora in gran parte da sfruttare, oltre che un modello eminente di criticità, viene riproposto con forza per articolare con maggiore lucidità le tematiche della democrazie e della libertà nella prospettiva di una umanità più ricca e meno soggetta alle forze cieche della natura e della società.

Rispetto a quelli che Paul Ricoeur ha definito i "maestri del sospetto" (Marx, Nietzsche, Freud), coloro che mettono in rilievo l’agire alle spalle degli uomini di forze anonime e inconsce — rispettivamente l’economia, la corporeità e l’inconscio —, Badaloni mantiene una posizione saggia: non le ritiene assolute, tali cioè da annullare l’autonomia e la libertà dei singoli, ma neppure le vede automaticamente superabili dalla coscienza e dalla buona volontà dei singoli: finché non verranno messe sotto controllo, agiranno sulla vita dei singoli e delle comunità. Per questo è nel giusto Gramsci, quando sostiene che il materialismo è vero e l’idealismo è falso, ma solo sino a quando tali forze avranno un incontrastato dominio o troveranno una debole opposizione, ma diventerà invece falso (e l’idealismo diventerà parallelamente vero) in proporzione all’accresciuta capacità di sottometterle da parte dell’umanità associata.

Nelle analisi di Badaloni il marxismo, lontano da ogni vulgata, conserva la sua capacità di strumento di comprensione del mondo, di erogatore di energie di cambiamento, di guida per lo sviluppo di una prassi razionale. E questo anche nel momento in cui i suoi esperimenti di realizzazione storica sono falliti e il capitalismo ha riportato un’indiscutibile vittoria. Il crollo reale e simbolico del muro di Berlino non cancella le aspirazioni di miliardi di persone a una maggiore eguaglianza e libertà nel quadro di una vita migliore. Evolvendosi e adattandosi ai cambiamenti, le potenze economiche hanno coinvolto altri soggetti. Il proletariato industriale non è più, infatti, l’unico obiettivo di sfruttamento del capitale: lo sono, nei paesi ad alto grado di industrializzazione, gli immigrati, di cui il capitale stesso ha bisogno, ma che vuole mantenere in stato di bisogno e di soggezione.

Al di là del Badaloni studioso, mi piace in conclusione ricordare le sue doti umane: la generosità e la disponibilità verso i giovani, la tenacia con cui ha difeso e difende le sue idee a costo di affrontare l’inattualità, l’applicazione costante allo studio, la capacità di inserire ricerche erudite in un quadro più generale. Egli rappresenta un exemplar humanae vitae, che ha dato molto a tutti: la nostra riconoscenza non è che il segno di una restituzione, per un debito che resterà inestinguibile.

Scritto da millepiani il 28.10.05 00:00
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