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23.10.05

Antonio Negri, "Fine Secolo. Un'interpretazione del Novecento."

PREFAZIONE ALLA NUOVA EDIZIONE
(dal sito della ManifestoLibri)

"Quando, dopo la prima edizione inglese, pubblicai la traduzione di Politics of Subversion (d’ora in poi PoS), con il titolo Fine secolo. Un manifesto per l'operaio sociale in italiano, l’autore della recensione su Il Manifesto la titolò «figure sociali senza nome, verso il conflitto». Eravamo all’inizio dell’89, ed Il Manifesto («giornale comunista», perché così suona il suo sottotitolo e perché effettivamente è un foglio strettamente legato ai movimenti della sinistra comunista) non osava ancora parlare della trasformazione della composizione della classe operaia che nei precedenti vent’anni, dopo il ’68, si era ormai compiuta – ma non si poteva ancora dire, non si potevano offendere le orecchie dei vecchi militanti con questa nuova verità, anche da parte di chi (come il recensore del Manifesto) ne era completamente convinto. L’operaio sociale era un figlio di nessuno e se ne disconosceva il nome. L’ignoranza e l’opportunismo etico e politico, il dogmatismo teorico, la superficialità analitica, il corporativismo sindacale negavano, assieme alla realtà, anche la possibilità di analizzare il presente. Di identificarlo nella tendenza irresistibile verso la formazione dell’operaio sociale, e cioè la trasformazione della composizione operaia, il superamento della fase dell’operaio massa, la formazione progressiva di una forza lavoro socializzata, sempre più immateriale e cooperativa: mi guadagnai per questa intuizione un odio e un disprezzo da parte dei dirigenti opportunisti e dogmatici dei partiti comunisti che permisero poi ai giudici borghesi di rifilarmi una decina di anni di galera. L’odio dei burocrati socialisti nei confronti di chi studia, lavora, agita le masse, si muove nelle moltitudini, è sempre capace di servirsi del potere per distruggere la verità.

Ma non è di questo che m’indigno, è piuttosto del fatto che neppure oggi l’evidenza di quella tendenza (che ha sconvolto l’ordine mondiale) sia entrata nelle dure zucche dei militanti del movimento operaio. Ancora l’anno scorso, nel corso del Forum europeo dei movimenti a Parigi, ho dovuto sostenere un dibattito con un trotzkista inglese che parlava della classe operaia come se fossimo nel XX secolo… e, naturalmente, della rivoluzione, come se il XX secolo non fosse esistito. Marx ci dice ad ogni pagina del Capitale che ogni legge dello sviluppo e della lotta di classe è tendenziale. Dà persino fastidio la sua insistenza su queste tematiche: sembra che egli consideri i suoi contemporanei (economisti e politici) come idioti, ovvero incapaci di comprendere il presente come produzione di sempre nuova soggettività e di cogliere lo sviluppo capitalistico come continua trasformazione ed adeguamento dei modi di assoggettamento. D’altra parte, nessuno, nel movimento operaio tradizionale, sembra aver ascoltato Marx. Che dire infatti dei suoi attuali dogmatici seguaci? Che cosa aggiungere per i suoi epigoni? È stato, e tanto più è, un dialogo tra sordi. Tuttavia, in qualche importante minoranza, si dà il fatto che quel metodo di guardare alla tendenza (gesto così schiettamente marxiano) di cui si parlava negli anni Settanta e Ottanta, si è imposto. Armati di quel metodo era allora impossibile non vedere la trasformazione sociale del lavoro. E quelle minoranze intesero allora che cosa significasse che la tendenza dell’operaio sociale aveva vinto. Significava che c’era più sfruttamento, più sfruttamento ancora (perché non solo le braccia ma i cervelli e la cooperazione sociale erano stati messi al lavoro): contemporaneamente c’era tuttavia una più alta possibilità di rivoluzione.
Ho riletto, per fare questa prefazione (mi capita davvero di rado, se non ne sono costretto, di rileggere un libro da me già pubblicato) ho riletto dunque PoS. È un bel libro. Il tema dell’operaio sociale viene qui sviluppato in maniera empirica. Nel 1984-85 ero molto poco ideologico, in quel periodo che corrispondeva all’inizio di un esilio che durò quattordici anni dopo cinque di galera: quelle condizioni di vita non permettono di sognare. L’operaio sociale nasce, come figura del lavoro e dello sfruttamento, dall’analisi empirica dei nuovi circuiti della produzione informatica e immateriale, automatica e di servizio, che gli anni ’70 e i primi anni ’80 avevano visto esplodere. Anche la periodizzazione dei tempi del passaggio dall’operaio taylorizzato all’operaio sociale (come poi si dirà, dall’operaio fordista all’operaio postfordista) è in PoS del tutto corretta. I capitoli sulle forme dello sfruttamento, che seguono il passaggio dall’espropriazione del plusvalore relativo a quella dei valori e/o delle funzioni cooperative del lavoro socializzato, possono ancora valere come paradigmi nell’analisi della situazione attuale. Infine, l’operaio sociale è (in PoS) inserito nella macchina ecologica: tutto l’environnement è di conseguenza compreso nel processo di sfruttamento. Considerando la correttezza di questi passaggi e la loro straordinaria importanza teorica, guardo sbalordito l’avanzamento della conoscenza empirica che l’immersione nella lotta di classe aveva permesso, a molti miei compagni e a me, in quei formidabili anni ’60 e ’70!
Un capitolo davvero importante (a rileggerlo oggi) è il quarto: l’economia-mondo dell’operaio sociale. Dopo vent’anni ho pubblicato (con Michael Hardt) Empire, che ha venduto mezzo milione di copie nel mondo: perché questo capitolo di PoS, che diceva le stesse cose di Empire, ha venduto sì e no mille copie? Mi dispiace per gli editori di allora – che sono anche quelli di oggi e che so essere d’accordo con me ieri ed oggi. Abbiamo, per sfortuna o per negligenza, perduto un’ottima occasione!
Dal momento che abbiamo cominciato a parlare dei rapporto tra questo libro e Empire (e conseguentemente con Multitude, cioè il secondo volume di Empire), andiamo a fondo nella discussione. Dicevo che qui ci sono molte somiglianze con il capitolo 4 di PoS: la tendenza necessaria verso la globalizzazione del lavoro e del controllo sociali era in PoS già definita. Si tratta tuttavia di comprendere anche le differenze con Empire. Sarà utile, perché così le fonti e il progressivo processo di scrittura di Empire appariranno in piena luce. Ora, possiamo dire questo:
a) Il tessuto filosofico di Empire è davvero differente da quello di PoS. Quest’ultimo, scritto nell’85-86, è ancora del tutto nella continuità dell’operaismo italiano e l’influenza di Foucault e di Deleuze vi è ancora assente. La concezione dell’operaio sociale, della mondializzazione dell’economia e delle conseguenti contraddizioni capitaliste non aveva ancora avuto bisogno di Foucault e Deleuze per essere costruita: essa lo fu semplicemente sulla base dell’espansione tendenziale della ricerca marxiana sul «mercato mondiale». In quel periodo, si può semmai dire che erano stati Foucault e Deleuze ad aver bisogno dell’operaismo italiano per costruire i mille plateaux della produzione di soggettività. Qui dunque si apre un tessuto comune di sviluppo teorico (fra gli italiani e i francesi): è quello che è stato successivamente ed effettivamente percorso in termini teorici creativi da molti sociologi, scienziati della politica e filosofi.
b) Molti degli elementi analitici e teorici che appaiono in PoS hanno avuto conferma, in particolare quelli che si articolano e si svolgono sulla previsione di un decollo (tempi, modalità, spazi) delle politiche neoliberali. Sia Empire che Multitude si muoveranno sulla stessa linea di lettura: ma ora la tendenza si è già realizzata. C’è da dire che talora l’analisi svolta in PoS è precisa: si veda, ad esempio, il capitolo 5 sul monetarismo; e poi in generale, nella valutazione delle politiche di Nixon e Reagan, con quanta felice approssimazione il costituirsi del comando capitalista globale e delle sue mutazioni sia stato allora afferrato.
c) Sia in PoS che nelle opere successive, tuttavia, la problematica dell'organizzazione operaia–rivoluzionaria è insufficiente. Certo, nei capitoli 6 e 7 di PoS alcuni elementi trasversali/alternativi, pertinenti alla tematica dell’organizzazione dell’operaio sociale, sono colti con esattezza. Quest’analisi non è però sufficiente. E neppure lo sarà nelle opere successive. Il fatto è che, mentre, per quanto riguarda l’organizzazione del lavoro e le contraddizioni biopolitiche dello sfruttamento sociale, l’analisi sa farsi ontologica, sul terreno dell’organizzazione il rapporto tra la trasformazione del lavoro e quella dei comportamenti organizzati di sovversione risulta molto più difficile da determinare. In questo campo l’analisi dei rapporti storici, economico-sociali deve essere scavata nel senso di definire fenomenologie singolari, produzioni teorico-pratiche di soggettività e di eventi. Dopo Empire e Multitude (che rovesciano il punto di vista degli hobbesiani Leviathan e De Cive), resta ancora su questo tema da scrivere un De Homine, meglio da riscrivere, così come facevano i classici del pensiero politico all’inizio della modernità, proprio per mettere le mani su quel nodo (sempre fondamentale e sempre cangiante) che si stabilisce tra struttura antropologica e politica.
PoS è completamente dentro l’esperienza delle lotte che ho vissuto ed è da queste ispirato. Gli anni Sessanta e Settanta prima di tutto. Poi l’esperienza dell’86 in Francia, quando per la prima volta (nell’emigrazione e nell’esilio) mi accadde di partecipare nuovamente a un movimento. Di questo movimento si parla in PoS: era un movimento di protesta di studenti medi ed universitari che faceva ormai intendere l’approssimarsi dell’egemonia produttiva del lavoro intellettuale socializzato. Quel movimento fu anche importante perché si collegò con le prime grandi forme di organizzazione dei lavoratori immigrati: flessibilità e mobilità della nuova forza lavoro intellettuale e migrante, entravano sul proscenio. Dopo la scrittura di PoS intervennero altre fasi e altri episodi di lotta: il ciclo francese del 95-96 e poi il grande ciclo di Seattle. Sono queste ultime lotte che hanno nutrito la scrittura di Empire e di Multitude. Le lotte sono maestre nella conoscenza dello sviluppo sociale, sono i motori della teoria rivoluzionaria. Non solo quelle che ciascuno di noi ha direttamente vissuto, ma tutte quelle che partecipano di un periodo, di un ciclo – che sono cioè radicate dentro una composizione di classe specifica. Quando consideriamo il ’68 come l’inizio dell’epoca dell’operaio sociale, noi non dimenticheremo allora le lotte dell’operaio massa; consideriamo semplicemente, alla maniera marxista e leninista, questi episodi di lotta come paradigmi di una nuova configurazione, tendenzialmente egemonica del proletariato, e quindi come un nuovo progetto (da rivelare e da sviluppare) tendenzialmente rivoluzionario.
La mia esperienza dell’operaio sociale, del suo presentarsi, del suo costituirsi come figura sociale, è italiana, europea. Ma è stata forse diversa l’esperienza dei compagni che analizzavano i movimenti e le lotte negli USA e nella vecchia URSS? Ultimamente mi è capitato di visitare la Cina: quale la mia meraviglia nello scoprire la lettura che i comunisti cinesi (quelli che ancora militano per la causa del proletariato) sempre più intensamente sviluppano nell’interpretare il grande contraddittorio processo che va dalla Rivoluzione culturale all’attuale Nuova politica economica, sottolineando al suo interno la dinamica di trasformazione dell’operaio massa in operaio sociale, nel mezzo della mutazione dei modi di accumulazione e di socializzazione del lavoro! E inoltre, nello scoprire che essi sempre di più considerano il rapporto tra modernizzazione della vita e della produzione e finalità comunista della trasformazione sociale come sottoposto all’egemonia, al giudizio ed al discrimine di un attore proletario nuovo, di un operaio intellettuale, socialmente attivo, antropologicamente comunista! Insomma, è ben vero che spesso, facendo previsioni e anticipando le tendenze, si possono fare grandi errori. Ad alcuni di noi è capitato (a me in particolare anche). Eppure l’episteme, quindi la verità della storia, bisogna costruirla. Costruendola talora si sbaglia. Ma spesso la si afferra: allora la storia, il kairos e l’evento, li si prendono per la gola, come Orlando prendeva il cavallo alato che doveva portarlo sulla luna. Il telos materialista, la finalità rivoluzionaria dello sviluppo, li si scopre all’interno dello sviluppo delle lotte operaie e, oggi, delle lotte della moltitudine globale dell’operaio sociale.
Ed ora? Qui è forse il momento di identificare, all’interno del ciclo dell’operaio sociale, un altro compito, più avanzato, che gli spetta nel XXI secolo – quello dell’organizzazione. Qualcuno, ironico, potrà dire: divertente questo Negri, è dall’86 (meglio, già dagli anni ‘70) che cerca di indicarci (forse sogna) una nuova forma di organizzazione. Ebbene, io ero certo (così com’ero certo che si sarebbe imposta la figura dell’operaio sociale nella globalizzazione) che un nuovo mostro sociale (non solo lavoratore in rete né semplicemente costruttore di cyborg, ma piuttosto capace di esprimere immediatamente bisogni comunisti) stesse nascendo. Che la nuova composizione tecnica della forza lavoro globale fosse matura per un passaggio politico. Se allora questo non avvenne, se di questa genesi politica sperimentammo solo espressioni spontanee, pure una grande maturazione si ebbe in mille episodi, con sempre maggior evidenza prendemmo coscienza della tendenza. Il margine di errore della nostra previsione non fu davvero molto grande.
Ultima notazione, dunque, a proposito del concetto di tendenza. Marx ricorda instancabilmente che: 1) tendenziale è sempre la forma delle 1eggi economiche. Ma 2), essendo le leggi economiche, misure transitorie di rapporti di forza, la tendenza non è necessaria, è piuttosto sempre un telos, un risultato costruito dalle lotte, una finalità prodotta dalle volontà e dai desideri, una costituzione del reale. 3) Ne viene che la tendenza non è necessariamente progresso: ma può divenirlo. In essa infatti si incrociano il soggettivo e l’oggettivo. Si incrociano la volontà di trasformazione del mondo e i rapporti di forza che vorrebbero bloccarla. 4) La difficoltà del lavoro teorico non consiste nel definire la tendenza in quanto soluzione del rapporto di lotta; consiste nel definirla in quanto soggettività, aperta all’avventura del sapere e al rischio del combattimento. La soggettività infatti, la soggettività delle lotte, sia essa vincente o perdente, in ogni caso è forza di trasformare il mondo. Questo è l’elemento fondamentale, questo è quanto PoS ha fissato e che Empire e Multitude hanno ripreso e confermato. 5) È dunque a partire da quest’ultimo assunto ontologico che la teoria dell’organizzazione rivoluzionaria va rilanciata.

Toni Negri, agosto 2004

Scritto da millepiani il 23.10.05 00:00
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